giovedì 7 giugno 2012

Cusano, Nicoletta, Capire Severino. La risoluzione dell’aporetica del nulla

Milano, Mimesis, 2011, pp. 203, euro 12, ISBN 978-88-5750-739-2

Recensione di Giacomo Borbone - 19/03/2012

Nicoletta Cusano, docente di ruolo di filosofia, in questo suo ultimo libro affronta la soluzione dell’aporetica del nulla così come prospettata dal filosofo bresciano Emanuele Severino. L’autrice, che al pensiero di Severino ha dedicato non pochi sforzi teoretici, in questo suo volumetto indaga le ragioni della soluzione severiniana al problema dell’aporetica del nulla. Nel far ciò, l’autrice da un lato mostra che il pensiero occidentale ha raggirato il problema, mentre dall’altro, proprio per via della sua stessa struttura concettuale, il pensiero occidentale ha comunque portato alla luce quella contraddittorietà presente nel suo sottosuolo. 

Com’è noto, secondo Emanuele Severino all’interno della filosofia greca, addirittura sin dalle sue origini, apparve per la prima volta qualcosa di inaudito, ovverosia l’idea di un sapere incontrovertibile, innegabile (in effetti Severino interpreta la parola “filosofia” come l’aver cura della verità, intendendo per verità, per l’appunto, l’assolutamente innegabile). Questo sapere incontrovertibile è ciò che Severino chiama epistéme, il quale non va associato al tradizionale concetto di scienza quanto invece allo “stare” (stéme) che si impone “su” (epì) tutto ciò che in effetti vuol negare ciò che sta: in questo senso l’epistéme indica quel sapere incontrovertibile che annulla ogni imprevedibilità. La filosofia, secondo il filosofo bresciano, nasce appunto dal bisogno umano troppo umano di dare un senso compiuto e stabile alla propria esistenza e in ciò, sostiene Severino, l’angoscia generata dal divenire ha giocato un ruolo essenziale. Ed è proprio il divenire pensato dai greci che secondo Severino sta all’origine di quella che lui definisce la “Follia dell’Occidente”. Il suo ragionamento è semplice: il fatto che le cose del mondo oscillino tra l’essere e il niente o, detto altrimenti, l’uscire delle cose dal niente e il ritornarvi, costituisce il pericolo estremo suscitato dalla filosofia e quest’ultima, intesa come “Previsione del vero senso del Tutto”, si presenta come il rimedio attuato dall’Occidente per far fronte all’angoscia generata dal divenire greco. Secondo Severino la contraddizione è evidente: se si ammette l’esistenza di una verità incontrovertibile allora il divenire diventa automaticamente impossibile, poiché quest’ultimo implica che le cose sono niente. Severino interpreta in questo senso non soltanto le filosofie di Platone e Aristotele, bensì tutta la storia dell’Occidente, da egli definita storia del nichilismo (intesa come identità di essere e nulla).
L’autrice, nell’analizzare il problema dell’aporetica del nulla, si rifà innanzitutto alla celebre opera severiniana La struttura originaria, all’interno della quale (soprattutto nel cap. IV) il filosofo bresciano “risolve una questione filosofica fondamentale, prospettata per la prima volta da Platone e da allora mai superata: la questione del ‘nulla’” (p. 11). A detta della Cusano, la soluzione prospettata da Severino non è mai stata compresa fino in fondo per via della cosiddetta “logica isolante” presente nel sottosuolo concettuale dell’Occidente. Difatti, l’ammettere che le cose oscillano tra l’essere e il niente equivale a separare il “ciò che” dal suo “è”, generando in tal fatta l’identità di essere e niente che sta alla basa del nichilismo occidentale: “Il pensiero filosofico da Platone in poi e l’intera civiltà occidentale, che da quel pensiero viene fondata e alimentata, credono di poter parlare dell’ente come di un non-niente, mentre non si accorgono di considerarlo come niente. Severino chiama ‘nichilismo’ questo modo di concepire e vivere l’essente, e mostra che la sua essenza non consiste semplicemente nell’identificazione dei contraddittori (essere e non-essere), ma nella sua inconsapevolezza: credendo di affermare l’essere dell’essente, il nichilismo lo pensa e lo vive come un essere” (p. 15). Questo nichilismo, che Severino definisce “inconscio essenziale” dell’Occidente, è tale proprio perché la filosofia considera il divenire come un’evidenza fenomenologica che non può esser messa in discussione. Se a detta di Severino (sulla scia di Parmenide) l’essere è e il non-essere non è, allora il divenire non può esistere, ragion per cui ciò che sta alla base della sua accettazione non è altro che un’errata interpretazione dello stesso. Tutto ciò permette di portare alla luce quella necessità che da sempre è, la quale consiste nell’apparire e nello scomparire degli eterni la cui eternità costituisce il loro destino.
L’autrice passa poi in rassegna alcune interpretazioni del severiniano risolvimento dell’aporetica del nulla, ossia quelle di Gennaro Sasso, Mauro Visentin e Massimo Donà. Tutti e tre respingono gli argomenti severiniani, ma l’autrice cerca di dimostrare l’erroneità delle loro conclusioni in quanto esse si basano proprio su quella logica isolante criticata da Severino. Nicoletta Cusano, in buona sostanza, accetta il risolvimento severiniano, tuttavia, secondo il nostro punto di vista, nella riflessione del filosofo bresciano permangono non pochi dubbi e nodi problematici. Difatti, l’apparire dell’apparire del quale parla Severino implica comunque il molteplice il quale non viene ammesso dall’Essere e di conseguenza non è applicabile al mondo fenomenico. Ciò significa che esiste uno scarto assoluto tra realtà fenomenica e l’apparire dell’apparire e questo punto costituisce forse la massima aporia del pensiero severiniano. L’interpretazione severiniana, che esclude il divenire, si basa su un’interpretazione assolutistica dell’essere che conduce a una contrapposizione assoluta fra verità ed evidenza, poiché se la verità consiste nel dire ciò che è, allora l’evidenza suprema, cioè il divenire, diventa una pura illusione. Inoltre va ricordato che l’“essere” assoluto cui fa riferimento Parmenide (e che Severino utilizza per la costruzione del suo edificio filosofico) non è affatto un predicato, altrimenti lo sarebbe anche il non-essere, come hanno dimostrato tempo addietro sia Pierre Gassendi sia Immanuel Kant.


Indice

Prefazione

Premessa

Cap. I
L’aporetica del nulla
1. La necessaria incomprensione del risolvimento dell’aporetica
2. Il nichilismo e l’«esser ente»
3. Il divenire e l’epistéme
4. La «coerenza incoerente» dell’anti-epistéme e la «legge del divenire»
5. La differenza essenziale tra l’epistéme occidentale e il de-stino severiniano

Cap. II
L’aporetica del nulla e il suo risolvimento
1. La struttura generale dell’aporia e le sue formulazioni
2. Il «nulla» come significato auto contraddittorio
3. Chiarimenti sulla semplicità dell’«essere formale»
4. Struttura generale del risolvimento dell’aporia
5. Soluzione della I formulazione dell’aporia
6. Soluzione della II formulazione. Sul concetto concreto e astratto 
    dell’astratto
7. Il problema del nulla in Bergson e Heidegger
8. Il nulla e i due sensi dell’autocontraddizione

Cap. III
La struttura originaria
1. La struttura originaria
2. La struttura originaria e l’apparire
3. La struttura originaria come fondamento
4. La struttura originaria come «dire originario»
5. La struttura originaria come «dialettica originaria» e l’aporetica del nulla

Cap. IV
L’aporetica del nulla e il nichilismo. Sviluppi
1. Il rapporto specifico tra il nichilismo e l’aporia del nulla
2. Irrisolvibilità dell’aporia e logica nichilistica
3. Dall’aporia del nulla all’aporeticità di ogni determinazione
4. Il risolvimento originario dell’aporia e l’«inconscio dell’inconscio» del 
   mortale

2 commenti:

Roberto Fiaschi ha detto...

Egr. Prof. Borbone,
perdoni l’intrusione, ma terrei a precisare alcuni punti circa il pensiero severiniano toccati dalla presente recensione.


Ad esempio, laddove scrive che “l’apparire dell’apparire del quale parla Severino implica comunque il molteplice il quale non viene ammesso dall’Essere e di conseguenza non è applicabile al mondo fenomenico. Ciò significa che esiste uno scarto assoluto tra realtà fenomenica e l’apparire dell’apparire e questo punto costituisce forse la massima aporia del pensiero severiniano”, è da rilevare che il molteplice, nella teoresi severiniana, non solo è implicato, bensì ne viene esplicitamente affermata l’eternità, cioè, ad esser eterna, è la totalità concreta delle determinazioni, ossia degli essenti, di tutto ciò che non è un nulla, cioè è “essere”, il quale “essere”, pertanto, non è un concetto formale vuoto, ossia privo delle sue molteplici determinazioni, come riteneva Parmenide, almeno stando a quanto ne dicono Platone ed Aristotele.
Preciso questo perché mi pare che la recensione consideri “l’apparire dell’apparire” come se fosse in contrasto con l’essere e quindi col dato fenomenologico; al contrario, invece: il “mondo fenomenico” è l’insieme degli essenti eterni ( dunque molteplici ) che si avvicendano ( = divengono ) all’interno dell’apparire finito.

Pertanto, in base a ciò, NON può costituirsi quel che viene definito nella recensione, uno “scarto assoluto tra realtà fenomenica e l’apparire dell’apparire” : tale apparire dell’apparire concerne precisamente la realtà fenomenica, la quale si manifesta in quanto appare, così come appare il suo apparire.

………

Roberto Fiaschi ha detto...

2)


Parimenti, è da dire che “L’interpretazione severiniana” NON “esclude il divenire”, equivoco molto comune quando si tratta di presentare il pensiero di Severino.
In esso, è del tutto esplicito che il divenire appare incontrovertibilmente e non come mera illusione. Ad esser esclusa è invece l’interpretazione nichilista, che crede di vedere nel divenire l’entificarsi del nulla e l’annullarsi dell’ente, onde l’ente viene di fatto concepito come identico al nulla.

Perciò la lettura severiniana del divenire NON “si basa su un’interpretazione assolutistica dell’essere che conduce a una contrapposizione assoluta fra verità ed evidenza, poiché se la verità consiste nel dire ciò che è, allora l’evidenza suprema, cioè il divenire, diventa una pura illusione”, appunto perché in Severino, come accennato, essendo del tutto esplicito che detto divenire non solo non è una “pura illusione” bensì un referto fenomenologico incontrovertibile, allora segue che non vi è alcuna “contrapposizione assoluta fra verità ed evidenza” ma vi è casomai una contrapposizione tra l’incontraddittorietà dell’ente ( = cioè il suo esser identico a sé ed altro dall’altro da sé, cioè il suo esser eterno ) e la contraddittorietà dello stesso ( = quale è ritenuta all’interno del nichilismo, ove l’ente nel suo divenire vien fatto coincidere col nulla ).

……….


Infine, quando dice che “Inoltre va ricordato che l’“essere” assoluto cui fa riferimento Parmenide (e che Severino utilizza per la costruzione del suo edificio filosofico) non è affatto un predicato, altrimenti lo sarebbe anche il non-essere, come hanno dimostrato tempo addietro sia Pierre Gassendi sia Immanuel Kant”, ricordo che “l’“essere” assoluto cui fa riferimento Parmenide” Severino lo intende riferito ad ogni essente, a tutto l’essente, e non contro o a dispetto di esso, ché, se così fosse, allora bisognerebbe dire che gli essenti ( = il molteplice ) sarebbero illusori ( cosa che forse affermava Parmenide, sempre secondo Platone ed Aristotele, in realtà non più sicura neanche questa attribuzione. Cfr. Luigi Ruggiu, “Parmenide, Sulla Natura”, Bompiani 19951 ); ma questa illusorietà del molteplice ( e del divenire ) è totalmente estranea ed antitetica alla teoresi severiniana.

Da ciò deriva che l’essere, nell’accezione intesa da Severino, non essendo affatto un ‘ “essere” assoluto’ nel senso in cui lo intendevano coloro che ricorrevano alla prova ontologica dell’essere supremo di Anselmo d’Aosta oggetto della critica kantiana, NON cade sotto i colpi della stessa quando afferma che l’essere non è un predicato, cioè quando sostiene che non si può inferire l’esistenza di un ente partendo dalla sua plausibilità concettuale. Anche in questo caso, Severino non c’entra nulla…


Grazie, e scusi il disturbo,
cordiali saluti

Roberto Fiaschi

http://emanueleseverinorisposteaisuoicritici.blogspot.it/

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