giovedì 18 ottobre 2012

Lanzillo, Maria Laura, Rodeschini, Silvia (a cura di), Percorsi della dialettica nel Novecento. Da Lukács alla cibernetica

Roma, Carocci, 2011, pp. 214, euro 22, ISBN 9788843061938

Recensione di Carla Maria Fabiani - 08/03/2012

Il Novecento, almeno a partire da Nietzsche, potrebbe essere considerato il secolo delle filosofie dell’Immediato, del Singolo, del Nulla, del Problema, del Finito, dell’Uomo, dell’Origine o del Futuro  - le filosofie della riflessione – che con ogni evidenza si prendono la loro rivincita nei confronti di una proposta, quella hegeliana, tutta tesa a radicalizzare la piena intellegibilità del reale (di stampo spinoziano) e, insieme, la centralità indiscussa del concetto di libertà (illuministico-kantiano). 



Non la ragione in noi ma noi nella ragione, potrebbe essere l’assioma della dialettica hegeliana. Ora, tale istanza radicale, secondo la quale l’uomo moderno, post Rivoluzione francese, è capace di sapere assoluto, sapere che si autodetermina, non certo sapere inerrante e cioè immune da errore, ritorna a tessere la sua tela. Il fatto è che la specifica struttura logico-discorsiva del pensiero dialettico – esemplificabile nella celebre formula chiasmatica della proposizione speculativa – ha il merito, se così si può dire, di restituire il processo generativo di una realtà – quella del mondo moderno – che, nonostante la vulgata, non si presenta mai in termini di definitiva chiusura. Il sistema hegeliano è certo un sistema chiuso, e sarebbe strano il contrario. Un sistema “aperto” a stretto rigore è una contraddizione in termini, un “cattivo infinito” nel senso di indefinito. Non è però definitivo e per sempre fissato, come se prescindesse dalla storia e dal contesto in cui è calato. Sarebbe altrimenti un sistema metafisico, ovvero sarebbe analogo ai classici idoli polemici contro cui Hegel sempre si scaglia: l’essere di Parmenide, la sostanza di Spinoza, l’assoluto di Schelling. Al contrario, l’istanza propria della dialettica sta nella sua pretesa di far trasparire il concetto, con il che Hegel intende una realtà storicamente determinata, venuta ad effetto, che interpreta se stessa secondo criteri di valutazione e categorie pienamente valide e autonome perché cartesianamente capaci di auto verificarsi, senza il ricorso ad altro che a sé. Il tema della dialettica, che comunque nel Novecento non si esaurisce, recupera dunque, anche in senso critico verso Hegel, tale concezione del concetto in quanto Sostanza-Soggetto. La domanda cioè, che più in generale emerge dagli autori che in diverso modo si sono occupati del pensiero hegeliano, pur rielaborandolo, coincide con la questione di quanto e come la moderna soggettività – con tutto il suo bagaglio storico di conquiste in termini di diritti e libertà – sia capace di mantenere ed eventualmente rafforzare e ampliare se stessa, in un contesto storico assai mutato, radicalmente ed essenzialmente trasformato. Un contesto che, nel suo complesso, del Soggetto fa presentire addirittura il tramonto. Misurare dunque il Soggetto, la sua tenuta in condizioni di massima instabilità e ostilità è l’obiettivo generale, per la realizzazione del quale la dialettica torna utile, innanzitutto perché, come più volte Hegel ha tenuto a precisare, non teme il negativo, la contraddizione, la devastazione, anzi, in essa si immerge a bella posta.
Il testo qui presentato raccoglie una serie di contributi preziosi che mostrano a ventaglio, ognuno nella sua specificità, la variopinta capacità della dialettica hegeliana di attraversare il moderno e il postmoderno. Ma qui vediamone solo alcuni, per ragioni di spazio. Gli altri saranno citati nell’Indice e lasciati al piacere della lettura diretta.
Allora, chiediamoci insieme a M. Laura Lanzillo (Alexandre Kojève: la dialettica come filosofia della morte, pp. 71-92), in che senso oggi possiamo ripensare, alla luce della lettura kojèviana del riconoscimento hegeliano, temi quali il desiderio, la morte, la lotta, il lavoro, la mondialità, e la fine della storia, tenendoli assieme come fila di un discorso antropologico di ampio respiro e tuttavia fortemente storicizzato. Il Geist hegeliano è l’Uomo, distinto dal mero animale, dall’essere di natura, innanzitutto perché dotato di autocoscienza a sua volta legata alla dinamica antropomorfica del desiderio del desiderio, che, nel noto passo della Fenomenologia dello spirito, conduce inevitabilmente alla lotta a morte fra uomini che storicamente si fissano nella figura del Signore e in quella del Servo. L’esito ultimo, a cui tende la dialettica Signore-Servo, approda a una tipologia umana coincidente con una dimensione universale, tutta storico-politica, quella dell’Uomo integrale. Egli è il Saggio e Cittadino di uno Stato universale e omogeneo, di una storia finita, che ha finito cioè di sperimentare tutte le possibilità esistenziali del suo-essere-nel-mondo. Cosa ci suggerisce tale approdo kojèviano? Assistiamo a un salto antropologico, a una svolta, che caratterizza la storia moderna e che apre scenari inediti. Una determinata storia si è conclusa e con essa si è esaurita una determinata menschliche Gattung, contraddistinta da dinamiche riconoscitive che da ultimo esauriscono la loro carica positiva ed emancipativa, configurando infine un mondo, a dire il vero assai paradossale, il cui principio di spiegazione e di realtà non sembra più riconducibile a forme specificamente antropomorfiche. Il tempo postmoderno, postumano, appare nonostante tutto come radicalizzazione del moderno, compreso nella sua intrinseca contraddittorietà dal ciclo fenomenologico hegeliano.
Il contributo adorniano alla rivisitazione novecentesca della dialettica hegeliana è a molti noto. Il saggio in questione (I. Testa, La Metacritica di Adorno, pp. 93-124) ha il merito di connettere, con dovizia di particolari, l’antifondazionalismo adorniano – di stampo hegeliano – alla più recente ripresa di Hegel soprattutto nel mondo anglosassone (Austin, Sellars, Rorty, McDowell, Brandom). Secondo Adorno, la filosofia occidentale, dal suo primo esordio, si presenta come ricerca di un Principio primo e assoluto. Tuttavia, tale spirito di fondazione a carattere fortemente epistemologico, si invera nell’ambito della filosofia moderna, quella propriamente cartesiana. Ma sarà, nel Novecento, il coscienzialismo di Husserl a tirare le fila di questo percorso millenario della prima philosophia. Secondo Adorno, che fa con Husserl quello che Hegel fece a suo tempo con Kant, la “fondazione originaria” della soggettività trascendentale pecca sotto almeno due punti di vista: 1) interviene a fondare fuori tempo massimo quella prima philosophia che, apparentemente minata dall’esercizio del dubbio metodico, persiste e insiste nella pretesa di una fondazione assoluta dell’episteme; 2) il Primum a cui comunque si arriva, risulta fortemente compromesso con il cosiddetto culto dell’immediatezza e del dato: “L’ansia fondazionalista, somatizzazione gnoseologica del bisogno di stabilità proprio dell’uomo metafisico – secondo la diagnosi nietzscheana che Adorno trascrive -, non può ottenere lenimento dal ricorso all’immediatezza ordinaria e finisce così per mitologizzarla, trovando un quietivo nel culto intellettualistico del Dato.” (p. 107) Celebre è il passo  hegeliano di critica alla certezza sensibile, dove si mostra come il “questo” il “qui” e l’”ora”, ma poi anche l’”Io”, non sono nulla di fermo e puntuale, bensì categorie surdeterminate dalla relazionalità. Che la relazione venga prima dei termini, è un noto assioma hegeliano, che Adorno esplicitamente recupera laddove sottolinea – in senso antihusserliano – che la stessa intersoggettività non va intesa come pura possibilità o struttura trascendentale dell’Io, ma come sua condizione reale, coincidente con quella “seconda natura” che in Hegel è proprio il Geist, da intendersi nel verso di un naturalismo sociale, strutturato secondo nessi riconoscitivi, nel cui ambito l’individualità, il singolo, il soggettivo può essere appropriatamente concepito e generato. D’altra parte, la critica adorniana al solipsismo di stampo cartesiano-husserliano, è al contempo “diagnosi epocale […] di una società monadologica che estranea gli uomini gli uni dagli altri e li pone in competizione reciproca, lasciando che sussista solo il rapporto immediato di ciascuno con i propri interessi particolari.” (p. 124) Vien fatto di ricordare il linguaggio della disgregatezza, la figura diderotiana del Nipote di Rameau, ripresa da Hegel nella sua Fenomenologia, laddove l’estraneazione del mondo della ricchezza appare in tutta la sua carica distruttiva, nel linguaggio contraddittorio e invertito e perciò scintillante di spirito dell’intellettuale plebeo il quale, di contro all’illuminista enciclopedico, mostra con ogni evidenza la necessità e intrinseca insuperabilità di una realtà intimamente rovesciata nei suoi valori morali che, al dunque, rivelano la loro obbedienza a dispositivi di potere (il potere dello Stato e il potere della ricchezza), fra loro connessi da una dialettica oggettiva, irriducibile cioè a qualunque tentativo di penetrazione da parte del soggettivo-spirituale. In sostanza, la figura del Nipote di Rameau rappresenta lo spirito critico e distruttivo proprio dell’Illuminismo, viceversa, l’intellettuale enciclopedico quel lato della cultura illuminista che, dopo aver distrutto i valori dell’ancien regime e aver rischiarato il mondo dalla superstizione, a sua volta ripropone una fissa ideologia dominate (il deismo/teismo, il materialismo, l’utile). Il linguaggio della disgregatezza, proprio dell’intellettuale plebeo, ha perciò la funzione di disalienare lo spirito anche dalle ossificazioni valoriali illuministiche, anticipando in tal senso il linguaggio – propriamente hegeliano – del concetto, dell’unità dialettica delle opposizioni. 
Anche la logica hegeliana è stata originalmente rivisitata nel corso del Novecento, da un autore sostanzialmente sconosciuto in Italia: Gottard Günther. Il saggio in questione (E. Esposito, G. Günther tra idealismo e cibernetica, pp. 185-205) propone una lettura operazionista della dialettica. Innanzitutto, occorre superare la bivalenza della logica classica e considerare invece la concreta possibilità di introdurre, al posto della logica binaria (Vero/Falso), una forma logica polivalente. Rispetto al principio aristotelico secondo cui tertium non datur, secondo Hegel, invece, il terzo è proprio ciò che si dà e deve darsi, qualora non ci si voglia fermare alle note dicotomie intellettualistiche (Essere/Non-Essere; Io/Tu; Identità/Alterità, ecc.). Ma vediamo meglio il contributo di Günther a questa prospettiva. Il valore logico che verrebbe introdotto e aggiunto al due della logica classica, dovrebbe rappresentare quell’attitudine propria della riflessione hegeliana che rifiuta di fermarsi all’aut aut e si eleva a uno stadio riflessivo superiore: “Per confrontarsi con un mondo (un’ontologia) più ampio, occorre una capacità di rifiuto più potente, che consenta di prendere le distanze anche dal pensiero e dal suo rapporto con il mondo: il terzo valore logico sta per questa superiore relazione di rifiuto, che prende le distanze dalla stessa alternativa tra vero e falso e consente di pensare anche l’attività di pensiero e di concepire il fatto che qualcosa possa essere vero e falso nello stesso tempo.” (p. 191) La riflessione è al dunque un’operazione autoreferenziale che retroagisce sul contenuto di pensiero (in questo caso il dualismo Vero/Falso) a cui si suppone corrispondano un mondo e un’ontologia altrettanto dualistiche. La retroazione introduce il  terzo, cioè la stessa operazione autoriflessiva, sia a livello formale sia a livello reale. Il fatto che io pensi qualcosa secondo la logica del due, implica (cartesianamente) che io possa osservare l’operazione mentale da me svolta e al contempo prenderne per così dire le distanze, così da restituire una logica polivalente e un’ontologia  “policontesturale”. Penso che il mondo sia vero o sia falso e, contemporaneamente, penso tale operazione mentale mettendomi in una prospettiva terza. Tale operazione autoriflessiva incide sul contenuto di pensiero (trasformandolo in policontesturale) e necessita di una rappresentazione formale che non si limiti a raffigurare l’alternativa fra due opposti valori (dalla logica binaria si passa a quella polivalente). Tutto ciò si intreccia con la cibernetica di secondo ordine (Heinz von Foerster) e soprattutto con la teoria dei sistemi sociali che, proprio di recente in Italia, è stata ripresa da Franco Chiereghin,  in forte connessione con la Scienza della Logica hegeliana, interpretata e riletta alla luce di una prospettiva assai in sintonia con quella qui presentata.


Indice

Introduzione. La dialettica nel Novecento (M. L. Lanzillo e S.Rodeschini)
Dialettica nella filosofia della storia di Antonio Labriola. Alcune ragioni per una rilettura novecentesca (F. Cerrato)
Lukács interprete di Hegel (N. Tertulian)
Alexandre Kojève: la dialettica come filosofia della morte (M.L. Lanzillo)
La Metacritica di Adorno nella costellazione contemporanea. Epistemologia dialettica e post-empirismo (I. Testa)
La lenta modestia e il lavoro del concetto. Le critiche di Deleuze alla dialettica hegeliana della storia (S. Rodeschini)
Lo scandaloso «pensiero della storia». Guy Debord e la dialettica (A. Burgio)
Gottard Günther fra idealismo e cibernetica (E. Esposito)

8 commenti:

MAURO PASTORE ha detto...

Recensione, in esordio e continuazione sua stessa, contiene sorta di elogio di potere rivoluzionario giacobino ma assumendone da ripetizione ignara, filomarxiana, postmarxista, cui origine preambolo di propaganda marxista comunista a sua volta sostenuta da parzializzazione informativa engelsista.

... A causa di suddetti contenuti e contro esternità essi avvalorante, invierò ragguagli filosofici storici ed agguagli storici filosofici.
Scopo di questi miei invii, difesa di essenziali libertà politiche ed economiche, difesa fondamentale per la retta considerazione: del valore dialettico in periodo di Guerra Fredda e di relativo Dopoguerra ed in periodo di Comunicazioni Globali Informatizzate e "Scontri Freddi".


MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

... A causa di contenuti in recensione (di Carla Maria Fabiani), invio ragguagli filosofici storici ed agguagli storici filosofici, ne faccio contro esternità la quale stessi contenuti recensivi purtroppo avvalorante.


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Chiasma espresso di fatto con pensiero di filosofia di Hegel, non formula chiasmatica davvero risultante; poiché invertibilità fattibile e da farsi veritativamente, cioè di: realtà - razionale - realtà; in: razionale - realtà - razionale.
Questa ultima successione era stata indicata da Hegel quindi con la specificazione della non universalità di suo sistema – cui metafisicità è ovvia ed evidente a comprenderne non solo manifestazioni intellettuali anche riferiti intuitivi – qual esempio di filosofia perenne —qual esempio di particolare, era una politica filosofica di culturizzazione, da particolarità sociale politica che si voleva –ed Hegel stesso ne voleva– trasformare in politica sociale della umanità non solo della parte in Germania cui essa perteneva internazionalmente, durante espansionismo poi espansione coloniale tedesca e dopo di essa, con poteri prussiani in atto in Europa ma cui scaturire di azioni anche quando da centralità tedesca non di centralità tedesca... Per tale separazione da verità politica, ideazione da idealismo ed operazioni conseguenti di Hegel non erano anche culturalizzanti ed in essere culturizzanti non erano affermazione di necessità culturale sovraordinata a civile; difatti Hegel ed hegeliani intendevano pur sempre esprimere una civiltà del dialogo, cui, da entrambe le parti coinvolte di Maestro e Allievi e nei reciproci diversi tempi di comprensione - realizzazione, solo inizialmente si pensava spettasse primato politico nel mondo.
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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

... A causa di contenuti in recensione (di Carla Maria Fabiani), invio ragguagli filosofici storici ed agguagli storici filosofici, ne faccio contro esternità la quale stessi contenuti recensivi purtroppo avvalorante.


\... Della inversione di rotta praticata poi da Hegel stesso a suo movimento filosofico politico era causa favorevole la opposizione ad ottimismo della ragione, sussistente da informazioni parziali su storia e divenire storici nel Mondo allora saputo risaputo ma non interamente conosciuto e riconosciuto da ottimisti, in Germania dotatisi di schemi operativi completi ma cui riferimenti tematicamente univoci. Tal univocità risultava problematica e pericolosa politicamente da risultati degli studi degli orientalisti, che mostravano luoghi e tempi di umanità, non solo orientale, cui eventi privi di erranze politiche decisive ma cui politiche nei luoghi difficili o ardue. Studioso orientalista, in proprio e nel poco, era anche A. Schopenhauer, cui interpretazione radicale di Critiche di Kant ne poneva in evidenza razionale la inapplicabilità alla realtà degli inganni della esistenza e mostrava rifiuto, da parte di Kant, a relazionarne direttamente propri filosofemi... Schopenhauer stesso però sapeva che tal indicazione di 'valore - non-valore' era decisiva per costituirsi stabile di Critiche - kantiane, post kantiane, ex kantiane, particolari, generali - razionali in metodologie filosofiche contemporanee. Scritti suoi su Kant evidenziano esistenzialità-esistentività particolari epperò non soggettivi di pessimismo definito da Schopenhauer stesso, cui esistenzialismo, invero protoesistenzialismo, ne era aggiunto non congiunto (a sé stante nei "Parerga e Paralipomeni") e cui inserti aggiunti a 'Della quadruplice radice del principio di ragione sufficiente' e commentari sviluppati in "Il mondo quale volontà e rappresentazione" (! ) non erano soggettivanti di oggettivazioni né soggettività sostituenti oggetti, del pensiero; e attività scritturale sua era in simultanità non concomitante con diffusione del verbo di Hegel ed Hegeliani e fino a polemiche e con scontri semantici non in irrisolutezze verbali ma in soluzioni filologicamente definitorie socialmente poi linguisticamente definitive, le quali ponevano organizzazioni linguistiche di Hegel ed hegeliani in controtendenza a organizzazione linguistica di Germania intera quindi unita politicamente... Di linguaggio in suddette Opere di Schopenhauer ne risultò sintassi arcaica e talvolta anche paratassi ma in ogni caso non soggettive ed interpretabili univocamente stabilmente...
Ma prevalsero, provvisoriamente con ed in ricezioni varie dei messaggi, tendenze comunicative misticheggianti a discapito di Esse e contro interessati; così Wagner e Nietzsche non Ne ebbero sempre immediata ricezione completa, non di interezza di messaggio filosofico — in Italia (... !) traduzioni ne sono state limitate in efficacia non improntate, nonostante titoli dal senso quasi ambiguo e poco intellegibile — .
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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...


... A causa di contenuti in recensione (di Carla Maria Fabiani), invio ragguagli filosofici storici ed agguagli storici filosofici, ne faccio contro esternità la quale stessi contenuti recensivi purtroppo avvalorante.


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Pessimismo schopenhaueriano in un modo o nell'altro prevaleva in Germania anche coloniale mentre altro ottimismo, non di interiori disposizioni ma per materiali disporsi, ne era limitato poi escluso. Questo ultimo ottimismo veniva allora da attività di Marx ed Engels e da marxismo e con engelsismo, da assolutismo paritetico ad assolutismo hegeliano, perciò era movimento ex hegelista cui però solo coincidenze provvisorie davano valori in eventi di filosofia e proprio concezione ottimista dello agire ne rendeva utilità solo di limitazione di ingenuità più gravi nella cultura e civiltà... Ma neanche abbandono di Marx e silenzio di Engels ne fermavano ulteriore internazionale diffusione; cui però esistenzialismi di Schopenhauer e da sue Opere risultavano soggettualità non senza oggettivi scopi di utilità, a differenza di idealità e teoricità altre e successive  non protoesistenzialiste.
Marxismo, post ed ex marxismi, furono, erano legati o correlati a tentativo di altramente comporre ma stessa società civile pensata da Hegel per umanità politica, cui Prevalere tra fine Secolo XIX e iniziò Secolo XX fu interrotto da sindacalismo di Lenin, entro cui forze operaie non classisticamente ripartite.
Di Schema marxista di Borghesia e Proletariato, Lenin ne fece una tra tante non fondamentali dicotomie sociali e tra le correlabili unicotomie non fondamentali, tra le quali quelle di borghesia, proletariato, agendo per dissoluzione interna del movimento marxista cui Lenin mai vera parte in causa. Di ideologia di tipo leninista, anche la criticabilità ideologica esteticamente addotta e introdotta da Adorno, cui referenti più anteriori di fatto le Lezioni date da Hegel su Estetica che non erano costruzioni intellettuali sue ma esposizioni di altrui condizioni lessicografiche e altrui nozioni culturali, di filosofia tedesca ed europea del suo tempo.
Idealismo tedesco non continuava da costruzioni di Hegel ma da riformulazioni, realiste, di Schelling, cui naturalismo-volontarismo alfine non discorde da volontarismo-naturalismo di Schopenhauer ed essendone polemica sulle priorità tra i due, che cultura tedesca europea non tedesca occidentale risolveva, momentaneamente, dando alquanta priorità a idealità realità schellinghiane. Tal evento ebbe risultanza positiva limitata, qual sorta di 'pensiero debole' anzitempo pre-costituito, cui non era scopo di dar risoluzioni estreme; e prevalerne in Europa non era stato determinato da Autore stesso, Schelling. Difatti polemiche tra Schopenhauer e Schelling ebbero divenire costruttivo, quelle tra Schopenhauer e Fichte essendo state distintive, quelle tra Schopenhauer ed Hegel limitativo delle dottrine di questo ultimo... Soluzioni intellettuali, formulate da Schopenhauer, di sue conquiste filosofiche, culturali, in àmbito generico occidentale restandone nozioni non solo sintetiche che riassumevano esiti complessi di polemiche stesse accadute, poiché in Europa interesse era o doveva esser per altro specialmente.
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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

... A causa di contenuti in recensione (di Carla Maria Fabiani), invio ragguagli filosofici storici ed agguagli storici filosofici, ne faccio contro esternità la quale stessi contenuti recensivi purtroppo avvalorante.


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Non i dibattiti tedeschi su Idea e Realtà, Realtà e Idea, furono occasione del totalitarismo né nazista; costituendo essi forza antitotalitaria che non filosofici ottimismi vollero ignorare e ignorando rischi di presenti e futuri occidentali. Ne era stata invece la assolutizzazione acontestualizzata, ex tedesca in divenire tedesco civile culturale, quindi la acontestualizzante antioccidentale era già totalitaria, comunista-totalitaria.
Realismo di Idealismo e Idealismi tedeschi era scevro da spiritualismi antimaterialisti ed era pensiero adatto ad intero Occidente anche a varietà di arbitrarietà politiche possibili; datoché Realismo kantiano ex kantiano di Schopenhauer era assumibile da neosocialismi; cui socialismi ex marxiani e marxisti si opponevano per interessi economici euroasiatici-eurasiatici non europei ed interventi economici ex-americani - ex-americanisti non occidentali, questi sostenuti da engelsiani poi da engelsisti... E di tutto ciò violenza totalitaria stalinista durante Guerra Fredda ne creò necessità ulteriori, per cui marxismo-engelsismo ed engelsismo-marxismo erano diventati da realtà faziose realtà non faziose e chi ne attuava con tale consapevolezza ne rivolgeva contro "Stalin" e contro stalinisti; ma non era, questa, ritorsione veramente marxista né davvero engelsista: era mossa contro gioco mortale totalitario il quale generava condizioni di penuria a scopo dittatoriale omologativo, disastroso contro destini umani in specie di etnoeconomia; in ciò la Guerra Fredda era tradita da Stalin e stalinismo, perché scopo di entrambi i Blocchi contrapposti era anche una necessarissima concordia etnoeconomia mondiale per cui Blocco Est agiva socialmente-etnoeconomicamente mentre Blocco Ovest socio-etnoeconomicamente.
Difatti, prospettiva ultramarxista ultraengelsiana fu e restò e resta, anche dispersività e dispersione di energie, politiche e apolitiche, etniche cui fazione staliniana-stalinista era consapevole disastrosa realizzatrice, etnofobica fino ad etnocidi.
La funesta prospettiva ultramarxista ultraengelsiana odiernamente è sfruttata e abusata da mondialismo-meridionalismo antipolitico cui contrarietà a esistere politici settentrionali e in Settentrione del Mondo ed anche a sviluppi politici di Meridione del Mondo e pure a continuazione di facoltà politiche sia in Occidente che in Oriente (del Mondo).
Era tutt'altro evento la politica di Lenin, leniniana, leninista —cui non contraria politica autentica di Stalingrado, vero mandato di Questa ultima essendoNe automandato ed a scopo non antiprogressivo e non totalitario anzi progressivo altramente progressivo ed antitotalitario cioè, ma cui dittatore cosiddetto "Stalin" tentando di usurparne, infine non riuscendone –sicché stato d'assedio di città omonima durava da prima a dopo assedio straniero fino a termine di Unione Sovietica politica economica).
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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Procedere in recensione è altramente definito da procedere di Indice accluso, di cui in recensione stessa se ne trovano elementi tratti quali motivi di riflessioni, non neutralmente rispetto a piano di Indice. Ciò, dati presupposti recensivi implicati essi stessi non medesimi in riferibilità da stesso indice accluso, genera una circolarità non ermeneutica, solo euristicamente validabile, in contrasto con alcuni scopi possibili di pubblicazione recensita ma cui stessa circolarità non collide, pure colludendone indiretti euristici ermeneutici non euristici soltanto.

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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

La così detta 'cibernetica di secondo ordine' è concretamente tale se di macchine-macchinari a resa fondamentale non-macchina macchinaria cioè di elaboratori cui:
— funzioni caratteristiche molteplici non plurali per funzionamenti non statisticizzabili e non unamente accadenti e senza fisse soglie di: |funzionamento - non-funzionamento| ; e con fissabili soglie di |funzionamento - non-funzionamento - non funzionamento| che non riproduce lavoro materiale da mentale fisica dialettica ma solo lavoro dialetticamente materiale, fisicamente - non-fisio, in elaborazioni automatiche elettroniche - elettroniche-impulsive cibernetiche - informatiche, non-robotizzate- o- robotizzabili.
Stata detta 'di secondo ordine' perché intenzioni aggiunte, da tecnoscienza non per tecnologie né di tecnica da scienze: di sistemi - apparecchi-apparecchiature di secondo tipo, cui possibilità apparecchiature-apparecchi - non-sistemi di secondo tipo non indipendente cioè da unire o ri-unire a sistemi di primo tipo. Stesse pretese tecnoscientifiche, rinnovate per tentare vanamente sviluppi di sistemi informatici che appunto si pretendevano capaci di resa integralmente di secondo tipo di sistemi primo-secondo - tipo, cui possibili risultanze o statistiche non probabilistiche frequenze di risultati, cui secondarità tipologica però tale, quale compatibilità non altro.

A tentare l'impossibile — e a ritentarlo — era committenza senza consapevolezza di origine di facoltà tecniche, da biologia non umana determinatamente derivate e da biologia umana altramente ri-derivate non determinatamente; che si illudeva di storia biologica universale e umana in realtà non esistente perché in considerare menzioni ma di ignoto e in non considerare menzioni note, escludendone dati paleontologici ed includendo vanamente dati zoologici non veramente pertinenti, con ciò scientisti subissando negando dati morfologici scientifici; cui euristica di relazioni oggettuali non di oggetti e cui ermeneutica di rapporti di noto a parzialmente noto.
Conoscenze provvisorie tratte da mondo conoscitivo delle scimmie, tecnoscienza si illuse stabilire per produzione tecnica non reperibilità di condizioni non mantenibili né comprensibili umanamente. Dunque ricorrenze in servizi tecnici possibili, tecnoscientisti ne cercarono di funzionamenti; ciò a partire da subculturalità di mondo marxista-comunista sol omologata a culturalità di mondo ideologico hegeliano, cercando schemi di funzionamento dialettico materiale non possibile ad umanità né a sue cose, ma possibile a manipolazioni da scimmie a materialità entomica ed a percezioni di scimmie di medesima manipolazione.
Inizio di questa erranza, il sogno, sogno-incubo, sovietista, della società umana senza lavoro provvista di azioni di scimmie cui utilità in parte umana in parte per scimmie stesse cui concomitanza bastante per parte di risultato di azioni stesse... cui poi appunto tentativo di costruire macchine ad imitazione di stesse tali presunte azioni; nessun elaboratore né robot né congiunzioni potendosene; ...con scientifiche rilevanze postume circa oggetti desiderati impossibili da illusi: questi ultimi, si notò, pretendevano
- differenze biologiche minime da non minime;
- zoologiche non massime da massime;
- psicologiche non altre da altre.
Non per altra ricerca, scienze convergenti delle organizzazioni già hanno stilato rapporto di non dativa fornibilità ad utizzabilità tecnica per sistemi tecnologici e produzioni tecniche di tipo secondo rispetto appunto a primo o primo(-secondo) o primo(secondo). Scientisti s'illusero di ritrovati di ottica fisicalmente ottenuti da fisici interdisciplinari correlati, ma rapporti tra ottica e fisica bivalenti.


MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

((...))

Prospettiva di Adorno citata in recensione risulta sopraordinata a prospetto recensivo che ne contiene. Essa era una apertura di senso cui chiusura di altro senso, non per critica logica a fenomenologia disciplinare, storicamente husserliana, né per farne sostituire con non disciplinare, storicamente hegeliana, ma per farne convergere ad evidenza una estraneità non solo alienazione, a destini occidentali Globali, ciò Adorno con metodo basato su estetica, non fenomenologica, critica.
In recensione si trova estetismo onticamente determinato, estetica ontologicamente relata; ciò senza dubbio apporto a razionalismo ex hegeliano, tanto che aporeticità conseguente a sottodimensione logica recensiva ha effetto, di porre razionalità materialista-materialista, cui attività di Lukács volta, a razionalità aliena non alienata materistica; difatti in recensione trovasi estenuata dialetticità e cui Lukács stesso, la quale centralmente in recensire ne sarebbe stato non effetto, solo se centralità logica, "lukácsiana", non fosse stata in annichilimento dialettico-logico; e mancandone in verità logica-dialettica; ...in tal senso prospettiva recensiva essendo omologa a non naturale entelechia etica-estetica, poiché estetica primaria non prima e da fenomeno estetico non viceversa, non oggettualmente ma in soggettualità, di cui in recensione non approccio naturale, però non naturale intellettuale e casualmente determinante esser non non-esser etico... In tal senso, un terminare di filosofare lukacsiano rivelandosi in mancanza etica cui sopperire da recensione; ciò non esplicito né contenuto in recensione ma necessario ad essa per essa stessa, o medesima: ove infatti lo 'aut aut' realisticamente formulato in citazione, ma non realmente mostrato quale descrizione, non di significati cioè ma di... cosalità: alternativa non di pensiero — quale Kierkegaard ben illustrava ed Hegel non veramente illustrava — ma di esistenza cui: pensare di esistere.
... Quel che d'essi, dei significati, esso stesso e medesimo con logica una, cioè evento unilogico — non da logica triadica di dialettica ma per insufficienza-necessità di questa a logica binaria, di identificazione, da oltrepassare non negare senza l'oltrepassamento.


Necessità intrinseca etica in procedere razionale recensivo, mostra che potere dialettico è descritto in essa esulandone base unilogica; a ciò concretamente essendo accadere senza futuro accettabile ma di cui esposizione di recensione non conduce a pensarne anzi ne allontana o ne lascia lontani gli ignari.

Risultato è che recensione può o potrebbe distrarre anziché far porre attenzione a illusione scientista, basata su coincidere di alternativa esistente con alternativa solo reale e non esistibile; dacché recensire accludeva culturalità di logica aristotelica non naturalità-culturalità e ne includeva superamenti culturali relativi e soprattutto provvisori, tali poiché Occidente ancora esistente non in sola tautologia oltre o entro-oltre crisi nichilista occidentale, ma proprio in: civiltà cui natura direttamente anche o direttamente non per solo o non con solo tramite di cultura o culture.


MAURO PASTORE