giovedì 8 novembre 2012

Stewart-Williams, Steve, Il senso della vita senza dio. Prendere Darwin sul serio

Edizione italiana a cura di Maurizio Mori, Torino, Espress, 2011, pp. 400, euro 24,90, ISBN 9788897412113.

Recensione di Eleonora Severini - 20/05/2012

Il volume di Steve Stewart-Williams rappresenta un convincente tentativo di elaborare a partire da Darwin una visione filosofica naturalizzata della morale, vale a dire una concezione che prescinde dalla presunta esistenza di enti trascendenti. Ne Il senso della vita senza dio, l’autore porta avanti sulla scia dell’evoluzionismo una critica puntuale e serrata di una serie di questioni etiche cruciali, ossia l’esistenza di dio, la posizione dell’essere umano nella natura e la morale.
Il testo è importante sotto almeno due aspetti: 

il primo riguarda il contenuto mentre il secondo è di ordine metodologico. Da un parte, Stewart-Williams mostra infatti l’inconsistenza, alla luce della teoria darwiniana, di talune concezioni ‒ religiose, antropologiche ed etiche ‒ tradizionali e le scardina per offrire una visione del mondo alternativa e secolarizzata. Dall’altra parte, l’approccio stesso è significativo poiché indica un nuovo modo di intendere il rapporto tra scienza e filosofia, riconoscendo quanto sia diventato profondo e pervasivo l’impatto della prima nella comprensione degli esseri umani e dell’ambiente circostante. Come sottolinea Maurizio Mori nell’introduzione: “[…] la scienza non si limita più a influenzare gli aspetti esteriori della vita dell’individuo per via della fusione con la tecnica, ma penetra negli interstizi del pensiero stesso e plasma gli atteggiamenti orientativi dell’esistenza” (p. 12).
Per queste ragioni è particolarmente rilevante la pubblicazione di questo testo in un contesto culturale e sociale come quello italiano, da sempre associato al cattolicesimo romano e caratterizzato da una certa diffidenza nei confronti della scienza in generale e di Darwin in particolare. A fronte di una tradizione culturale conservatrice e stantia, la traduzione italiana di Stewart-Williams potrebbe essere un sintomo della presenza anche nel nostro paese di un movimento intellettuale volto a costruire una società fondata su presupposti laici e su una maggiore maturità scientifica.
Nel corso del testo vengono quindi prese in esame le implicazioni della teoria dell’evoluzione, la cui novità è così rivoluzionaria da valicare i confini di quegli spazi che tradizionalmente erano di pertinenza privilegiata, se non esclusiva, della religione. L’idea di fondo è che dato che l’evoluzione è un fatto, chiunque sia interessato a sviluppare un’immagine adeguata del mondo deve mutare la propria visione delle cose per fare spazio a questo fatto. È per questo che se, da un lato, non ha più senso discutere sul fatto dell’evoluzione, dall’altro si dibatte ancora sensatamente circa le sue ricadute sulle grandi domande della vita, prima fra tutte l’esistenza di dio. A questo proposito Stewart-Williams è estremamente chiaro: l’evoluzionismo non solo dissolve le motivazioni per credere in dio, ma offre addirittura valide ragioni per non credere (p. 136). A sostegno di ciò, l’autore prende di mira due capisaldi fideistici a cui si richiama la tradizione religiosa giudaico-cristiana: l’appello all’autorità della Bibbia e al progetto intelligente. A proposito di quest’ultimo, la descrizione teleologica costituisce da sempre uno degli argomenti più forti a riprova dell’esistenza di dio e parte sostanzialmente dall’idea che certe parti del mondo naturale presentino una ‘funzione’. Alla luce di ciò si suppone che siano state progettate per assolvere ad un compito ben preciso e, in definitiva, la presenza di un progetto richiede un progettista. In questo senso, Stewart-Williams sostiene che l’evoluzionismo, da un lato, falsifichi l’interpretazione letterale della Genesi e dall’altro confuti l’argomento del progetto. La teoria di Darwin ha sradicato la presenza di qualsiasi ordine finalistico nella natura, contrapponendovi la descrizione di un processo naturale e senza scopo. A questo punto è necessaria una precisazione: perché all’ipotesi creazionista, secondo la quale l’universo e gli organismi sono stati creati da dio, dovremmo preferire quella per cui gli organismi si sarebbero sviluppati per via genealogica secondo un processo evolutivo? La risposta è che abbiamo a disposizione un’ingente mole di prove a favore di questa seconda opzione. Queste sono costituite innanzitutto dalla documentazione fossile che permette di ricostruire, in maniera più o meno completa, le trasmutazioni che hanno portato da un organismo a un altro; dalle somiglianze che riscontriamo tra diversi gruppi di organismi che vanno a corroborare l’ipotesi di una discendenza comune; dai caratteri inutili – vale a dire che non assolvono a nessuna funzione – e che sono con tutta probabilità vestigia ereditate da antenati ancestrali. A questi elementi si aggiunge l’argomento del ‘cattivo progetto’ dato dalla constatazione che in ogni esemplare di qualsiasi specie presente sulla Terra troviamo difetti strutturali nonché inutilità funzionali, difficilmente riconducibili a un progettista perfetto. Perché un dio perfetto avrebbe dovuto creare organismi imperfetti come noi? Non si può rispondere a questa domanda ma, di contro, si può spiegare perché la selezione naturale non possa produrre la perfezione.
Rispetto a queste considerazioni, un’obiezione che potrebbe essere sollevata è che la teoria dell’evoluzione, almeno per alcuni fenomeni biologici, non è in grado di fornire una spiegazione esaustiva. Si potrebbe pertanto ipotizzare che ciò che l’evoluzione non può chiarire, possa invece essere compreso facendo riferimento all’attività di un ente trascendente. Ora, il fatto i che buchi di una teoria non possano costituire un argomento a sostegno di un’altra, non è certamente una confutazione dell’esistenza di dio, tuttavia toglie forza a un certo modo di affermarne l’esistenza. A questo proposito Stewart-Williams si appella all’‘argomento del dio dei vuoti’, secondo cui richiamarsi a dio non significa risolvere un problema bensì spostarlo sostituendo un mistero con un altro ancora più imperscrutabile.
Così, non resta che chiedersi se sia possibile al contempo credere in dio ed essere darwinisti. Ancora una volta la soluzione di Stewart-Williams è molto precisa: l’ateismo è la sola posizione intellettualmente onesta che possa assumere chiunque abbia veramente compreso la teoria dell’evoluzione. Chiunque tenti infatti di rendere compatibile l’accettazione dell’evoluzionismo con la fede religiosa non può in nessun modo aggirare un’antica e spinosa questione: il problema del male nel mondo. Questo dilemma da sempre affligge i teisti e consiste nel tentare di conciliare la presenza della sofferenza nel mondo con i presunti attributi divini di bontà, onniscienza e onnipotenza. Dal canto suo, la teoria di Darwin non fa che inasprire il problema descrivendo la vita sulla terra innanzitutto come una sanguinosa lotta per la sopravvivenza. Qui è necessaria un’osservazione. La visione di Stewart-Williams è influenzata dal fatto che quando parla di ‘evoluzionismo’, riprende in larga misura la descrizione che è stata suggerita da Richard Dawkins e che si caratterizza per aver identificato nel gene, anziché nell’organismo individuale, l’unità su cui opera la selezione naturale. In sostanza il processo evolutivo agirebbe primariamente sui geni (egoisti) massimizzandone la trasmissione. Questa immagine tende a far risaltare maggiormente i caratteri sgradevoli che la selezione naturale produce, come la competitività e l’egoismo, e a far passare in secondo piano l’idea ‒ del resto presente in Dawkins ‒ che l’egoismo dei geni porti anche a quegli atteggiamenti alla base dell’altruismo e della cooperazione degli individui. In ogni caso, una visione darwiniana e ateistica può fornire, senza tutte le contorsioni intellettuali delle varie teodicee, una spiegazione soddisfacente: il male nel mondo abita questo pianeta a partire dalla comparsa di organismi multicellulari dotati di un sistema nervoso che gli consente di esperire dolore. Non solo, ma Stewart-Williams sottolinea anche come in una prospettiva evoluzionistica la questione assuma dimensioni ben più vaste e urgenti, poiché frena la tendenza a focalizzarsi in maniera esclusiva sui membri della nostra specie e a porre la nostra attenzione sulle sofferenze subite anche dagli altri animali.
Alla luce anche di queste valutazioni, Stewart-Williams passa a prendere in esame le implicazioni della teoria dell’evoluzione a livello antropologico. Uno degli aspetti più importanti della teoria di Darwin è che essa non soltanto pone integralmente l’essere umano nel mondo naturale, ma sottolinea anche la sua continuità rispetto agli altri animali. Questo viene sostenuto in virtù del fatto che le varie forme di vita provengono dallo stesso processo naturale il quale presumibilmente si è innescato a partire da un antenato comune. La distinzione umano/non-umano potrà avere ancora qualche utilità funzionale, ma dopo Darwin assume tutto l’aspetto di una ripartizione arbitraria. A farne le spese è innanzitutto il concetto di ‘specie’ che perde la sua legittimità. Un sistema di classificazione che pretende di fondarsi su distinzioni ontologiche fondamentali non è più plausibile, dal momento che viene a configurarsi più semplicemente come un’istantanea scattata su un processo di cambiamento casuale e ancora in corso. Qui si colloca uno degli aspetti più originali del volume, laddove Stewart-Williams sostiene che dopo Darwin occorre concepire la classe degli esseri umani come un sottoinsieme di quella degli animali (p. 192). La conquista teorica per cui Darwin ha fatto dell’essere umano un animale tra gli altri, ha da sempre trascinato con sé implicazioni etiche cruciali. Tuttavia in passato queste sono sempre state convertite in un’estensione dei confini dello status morale che, a partire dagli esseri umani, va a includere anche altri animali. Ciò che propone Stewart-Williams è qualcosa di più radicale di un mero allargamento e consiste in un ripensamento complessivo del modo di intendere i rapporti tra essere umano e gli altri animali. In sostanza se con Darwin crollano le differenze qualitative, Stewart-Williams spazza via anche quelle quantitative sostenendo che nessuna peculiarità degli esseri umani potrebbe legittimarci non solo a tracciare un confine tra noi e gli altri animali, ma neppure a rivendicare una qualche superiorità di grado. Anche ammettendo che certe nostre capacità, come quelle intellettive, surclassino quelle degli altri animali non ci sarebbe infatti alcuna garanzia oggettiva della nostra preminenza ma soltanto un pregiudizio antropocentrico. Certamente gli esseri umani possono ragionare e fare pianificazioni a lungo termine molto meglio di qualsiasi altro animale, ma è pur sempre un tratto evolutosi; di contro gli altri animali saranno superiori all’essere umano per altre abilità. 
Una della aree più accese del dibattito sull’evoluzione riguarda l’impatto sull’etica. In queste pagine Stewart-Williams cerca di mettere a fuoco come si debba intendere la morale una volta che questa sia stata spogliata di tutte le superstizioni metafisiche e collocata in un orizzonte darwiniano. A questo proposito, alcuni negano che l’evoluzione abbia una qualche rilevanza dal punto di vista etico e danno sostegno a questa idea affermando l’impossibilità di derivare i valori dai fatti del mondo. In questo senso occorre chiarire che l’obiettivo dell’autore non è quello di sostenere che la morale sia un prodotto diretto dell’evoluzione biologica, ma piuttosto affermare che alcuni atteggiamenti incorporati nella morale abbiano un’origine evolutiva. Ecco che la psicologia morale innata viene separata dalla morale condivisa o formalizzata. Quest’ultima non ha un’origine evolutiva diretta, ma viene qui interpretata come un costrutto socio-culturale basato su quei materiali grezzi offerti dalla selezione naturale. Una prospettiva evoluzionistica, secondo cui la vita è comparsa per effetto di un processo naturale e amorale, mina alle radici una visione filosofica in cui sia possibile assumere che ‘naturale’ e ‘buono’ si sovrappongano. In sostanza, il fatto che un fenomeno abbia un’origine evolutiva non lo rende automaticamente obbligatorio e neppure moralmente accettabile; tuttavia nessuna barriera impedisce che i fatti evolutivi abbiano un peso nel plasmare le nostre conclusioni morali. Sebbene quindi non sia possibile far discendere i nostri valori direttamente dall’evoluzione, la teoria di Darwin getta luce su certi fatti che possono fornire nuove indicazioni morali. Una di queste investe proprio un’idea cardine del pensiero morale occidentale, chiamata da James Rachels ‘dottrina della dignità umana’ e ripresa da Peter Singer con l’espressione di ‘sacralità della vita umana’. Il principio di fondo è che l’essere umano, in quanto creato a immagine e somiglianza di dio, sarebbe essenzialmente diverso da tutti gli altri esseri viventi, così che l’esistenza umana ha un valore intrinseco e infinito rispetto a quello inferiore e limitato degli animali non umani. Questo assunto ha delle ricadute di natura applicativa enormi non solo circa il trattamento degli altri animali, ma anche riguardo a questioni etiche di inizio e fine vita. La dottrina della dignità umana proibisce, infatti, categoricamente qualsiasi scelta che comporti la soppressione di una vita umana, incorporando nel suo divieto i casi di suicidio, eutanasia e aborto. Tale convinzione, tuttavia, affonda le sue radici sui due pilastri della visione antropocentrica e predarwiniana, ossia la tesi dell’essere umano come immagine di dio e quella della centralità delle capacità razionali. Ebbene, la teoria dell’evoluzione le sgretola entrambe, sovvertendo la dottrina della dignità umana e privandola di qualsiasi fondamento teorico. Si tratta di un punto di svolta estremamente interessante a maggior ragione per il fatto che la concezione in questione, nonostante affondi le proprie radici nel pensiero religioso, ha permeato di sé anche i nostri codici morali laici. Così, se la vita umana non ha un valore infinito in sé, non c’è ragione per porre da fuori dei vincoli categorici all’autodeterminazione dei singoli individui.
A questo punto non resta che chiedersi se la teoria darwiniana dell’evoluzione mini non solo l’idea dignità umana, ma la morale tout court. Il problema di fondo è che la morale per definizione richiede di andare contro il proprio interesse, prestando aiuto reciproco anche quando questo non ci avvantaggia. Perché dovremmo agire in questo modo? In un’ottica religiosa è dio ad offrire una ragione per andare contro il nostro interesse. Stewart-Williams concorda con gli anti-evoluzionisti sul fatto che la teoria dell’evoluzione eroda l’idea che la morale abbia un fondamento oggettivo nella dimensione in cui, dopo Darwin, non c’è più alcuna ragione ‒ esterna o trascendentale ‒ per essere morali. Al tempo stesso dissente sulla considerazione che questo ci trasformi inevitabilmente in egoisti, depravati o assassini. La soluzione prospettata dall’autore è che possiamo tenerci la morale, ma senza un fondamento metafisico (p. 365). In particolare sostiene che la psicologia evoluzionistica offra le basi per un’argomentazione a favore dell’utilitarismo, laddove si riconosce come più importante la quantità di piacere e dolore presente nel mondo, piuttosto che la fedeltà a principi deontologici. In questo senso, anche in un universo privo di scopo il piacere privo di scopo è preferibile al dolore privo di scopo. Per quanto possa apparire debole, in un’ottica darwiniana non è possibile trovare un fondamento più profondo di questo.
Da un punto di vista filosofico, ciò che in questo senso si rimprovera all’autore è il fatto di non aver sottolineato con sufficiente vigore il vantaggio teorico per l’etica di escludere dio (o qualsiasi altro fondamento trascendente) dalla propria riflessione. Spostare il fulcro dell’argomento morale dall’obbedienza passiva a un dio all’attenzione per le sofferenze patite da altri, è decisivo perché si possa sviluppare una sensibilità etica più piena rispetto all’atrofia morale indotta dalla religione. D’altro canto, si deve concordare con Stewart-Williams riguardo al fatto che “[…] non si possa in alcun modo sostenere che seguire un’etica come questa costituisca un obbligo morale […]. Se essa avrà un seguito, sarà da parte di chi riconosce un’austera bellezza nella gioia disinteressata, nella gentilezza gratuita e nell’idea di un progresso dai risultati effimeri” (p.369).


Indice

Prefazione dell’autore all’edizione italiana
Introduzione del curatore
1. Darwin e le grandi domande

PARTE I – Darwin si prende gioco della religione
2. Lotta tra titani
3 L’idea di progetto dopo Darwin
4. Il dio di Darwin
5. Dio come tappabuchi
6. Darwin e il problema del male
7. Farla finita con la religione

PARTE II – La vita dopo Darwin
8. Gli esseri umani e il loro posto nell’universo
9. La posizione dell’uomo nel regno animale
10 Dire addio al senso della vita?

PARTE III – La morale spogliata dalla superstizione
11. Il bene si evolve
12. Estirpare la dottrina della dignità umana
14. L’evoluzione e l’impossibilità di distinguere ciò che è giusto

Suggerimenti per la lettura
Riferimenti bibliografici
Indice dei nomi

1 commento:

michaelangelus1 ha detto...

La Chiesa ammette la possibilità che l'uomo possa derivare dalla scimmia,pur non importante per la fede.La bibbia non è in sua contraddizione dicendo che Dio lo ha fatto con la terra,poichè alla sua morte il suo corpo si trasforma in terra.La superiorità dell'uomo sull'animale è nel "soffio divino",come dicono le Sacre Scritture,che lo fà differire con la prerogativa di comprendere l'esistenza del soprannaturale,di pregare ed offrire culto al Cretore.Il mondo è stato creato molto prima della cellula vivente primordiale,come tutte leggi che chiamiamo di natura,attrazione,gravità,evoluzione ecc...- nessuno inoltre considera lo sviluppo del mondo vegetale.Si vorrà mica credere che le piante derivino da un'errore dell'evoluzione animale?