venerdì 12 aprile 2013

Jankélévitch, Vladimir, Berlowitz, Béatrice, Da qualche parte nell’incompiuto

a cura di Enrica Lisciani Petrini, Torino, Einaudi, 2012, pp. XXVIII+220, euro 22, ISBN 9788806208363.

Recensione di Stefano Scrima - 23/10/2012

«Il mio cuore batte all’unisono col cuore di Ulisse fino a che Ulisse appare come un mendicante nella sua stessa casa. Ulisse diventa antipatico solo a partire dal momento in cui tende l’arco e in cui è decisamente il più forte» (p. 118) afferma Jankélévitch al cospetto dello sguardo bramoso del lettore che, come in un romanzo, si aspetterebbe un finale eclatante, celebrativo o funesto non cambia molto, ma che sia definitivo: che vuol dire con ciò il filosofo? Il mondo è dei deboli? Spetterebbe a loro, ma l’ingiustizia è sovrana? Gli ultimi saranno i primi? No, solo che i non-problematici gli danno noia, 

risolvono con facilità l’irrisolvibile. Banale e mistificante proclamare verità nel regno dell’incompiuto, quello della vita, che se fosse compiuta non avremmo nemmeno necessità di pensarla. Ma pare sia l’interrogazione il senso dell’esistenza, o almeno del nostro pensiero. Jankélévitch ama il sospeso, costruisce torrenti di frasi sinuose sfioranti la superficie del reale senza poterla oltrepassare. Ma il contatto, esiguo, provoca piacere, il piacere della ricerca, dell’appagamento momentaneo della sete di sapere di quell’uomo scivolato accanto all’albero proibito.
In questo denso flusso di pensieri risalente al lontano 1978 (la traduzione italiana è del 2012) ritroviamo il professore della Sorbona, alle soglie del pensionamento accademico, intento a ripercorrere e “ricreare” la sua personale riflessione sui grandi temi dell’esistenza; tutto questo in compagnia dell’allieva Béatrice Berlowitz, acuta “aizzatrice” del maestro. A venirne fuori è un’opera di difficile catalogazione, solo per comodità diremo che si tratta di un’intervista (della Berlowitz al pensatore), ma in realtà è molto di più; più di un saggio di filosofia morale, più di un “riassunto” di anni e anni di nascita e morte di parole e pensieri: è il racconto della vita di un uomo che al racconto, più che alla vita, ha interamente dedicato quest’ultima (certo, oltre alla musica, ma di questo se ne parlerà tra poco). L’amara, o meglio dolce-amara consapevolezza, punto di partenza d’ogni riflessione, d’ogni approccio all’incessante divenire, è quella dell’ineffabilità del significato ultimo dell’esistere. Fluttuiamo nelle nostre esistenze come apolidi in cerca delle origini, per umili che siano, senza mai arrivare a una conclusione che possa soddisfare il nostro bisogno di protezione. Non possiamo penetrare i segreti celati dalle nuvole che ci sovrastano, ma solo ammirarle e credere ci siano misteri ancora da svelare, così affascinanti e incantevoli in virtù della loro incorruttibilità. Jankélévitch è un filosofo socratico, non può rassicurare colui che pretende risposte dalle bocche dei saggi; lo ammette, non possiede alcuna informazione riguardo al senso della vita. E chi ce le ha? Eppure sono in tanti a credersene portatori.
Con tono sconfitto, ma estremamente lucido, egli afferma: «Per un po’ mi sento inquieto quando, dopo aver girato a lungo tutt’intorno alle parole, averle scavate e triturate, aver esplorato le loro risonanze semantiche e analizzato i loro poteri allusivi, la loro potenza d’evocazione, mi rendo conto che decisamente non posso andare oltre» (p. 11) L’infinito gorgoglio di parole finisce sempre, prima o poi, per cozzare contro l’evidenza dell’impalpabile. E allora perché parlare e cercare e scavare così a fondo su una superficie che non ha fondo? «Non c’è niente da dire [sull’evidenza]: ma occorre molto tempo per dire che non c’è niente da dire; occorre molto tempo per dire che è una cosa semplice e dissipare le chiacchiere magniloquenti» (ibid.); inoltre – è da dire – è forse la parola che dona all’esistenza quell’incanto dalle cui labbra pendiamo, nel bene e nel male, nell’auto-convinzione e nella frustrazione. Dunque il filosofo consapevole danza con le parole più evocatrici sugli abissi dell’esistenza misteriosa, ma che si offre in tutta la sua purezza, evidenza e semplicità. 
L’unico approccio adeguato alla vita, a questo punto, pare essere il distacco ironico, o meglio umoristico, quello che si nasconde nel sorriso di Charlot, del vagabondo che rincorre l’orizzonte vuoto ma pieno di speranze, in un andare infinito interrotto da lacrime e risa. “Da qualche parte dell’incompiuto” (citazione rilkiana) significa proprio questo: vagare ai margini delle strade, della vita, come vagabondi ancora speranzosi, complici di un mondo incompiuto e per questo così affascinate. Lo humor, «lievissima malinconia avvolta da un velo di tenerezza» (p. 129), per Jankélévitch possiede quello charme che vuol dire apertura, che consente all’uomo soffocato dalle domande senza risposta di rituffarsi nell’esistenza piena, quella che, di sé, niente disdegna. Lo charme, l’incanto di cui parla, vuol darci un’idea completa dell’esistenza, della sua brama, dell’erotismo e dell’energia che le sono avvinghiate. Invero una proposta morale jankelevitchiana esiste, ed è proprio questa: vivere nella consapevolezza di tutto ciò. Significa sobbarcarsi la responsabilità di ogni nostra azione, non potersi affidare a null’altro che a sé stessi e alle proprie energie. Non ci sarà una ricompensa, ciò è molto probabile. Di certo c’è solo l’incertezza della risposta a qualsiasi dubbio che non ami l’evidenza. Non ci sarà un perdono dovuto, ma solo l’atto gratuito dell’offeso, conscio della sua forza, superiore nella sua sospensione equilibrista (Jankélévitch, francese di origine russe ed ebraiche convive con la colpa di cui l’uomo si è macchiato – l’uomo, da solo, senza mele proibite). Niente più alibi. Non siamo innocenti, dal momento che ci preoccupiamo di esserlo, non siamo puri, sinceri: «è nel momento in cui devo applicare l’esigenza di sincerità alla mia vita come una regola rigorosa che misuro la profondità machiavellica e contorta della mia cattiva fede: ero sincero solo a condizione di non pretendere di esserlo, a condizione di non saperlo» (p. 55). Il prezzo da pagare per la nostra (mala) coscienza è la sofferenza del viandante che non trova ospitalità, che non può essere guarito se non a costo della sua stessa esistenza; il piacere e privilegio di esistere valgono il dolore del non sapere, il dolore della morte incombente che fa brillare ogni istante, l’irripetibile: «la coscienza di morire con la morte come costo, la nostra attuale semidivinità è ancora ciò che sceglieremmo se si dovesse scegliere. L’uomo più infelice lo conferma e lo ripete dentro di sé: lo farei ancora, se fossi chiamato a farlo» (p. 63). La “nobile miseria” dell’essere umano catapultato a sua insaputa su una terra madre-matrigna ha, per il filosofo francese, il fascino irresistibile dell’indefinito, traguardo evanescente della «passione della scoperta» (p. 190), scoperta che è illusione e disillusione, tentazione ed estrema tensione verso qualcosa che non ha segreti, forse, ed è per questo che diventa misterioso. L’esistenza è questa tensione, questo darsi alla vita, incompiuta perché in movimento, perché vita appunto; questa è, per il filosofo, origine e culmine di qualsiasi filosofia onesta, o perlomeno ragionevole.   
Jankélévitch discorre del tempo, indicibile perché in noi infuso: l’uomo è tempo incarnato (ricordiamo che egli fu, non a caso, uno dei più originali interpreti di Bergson, autore a cui si sentì sempre molto vicino); della morte, altrettanto impensabile perché fine del pensiero; della notte, senso del giorno; delle angosce sorelle dell’uomo contemporaneo, lui, che sembra non aver imparato nulla da secoli e secoli di parole. Ed è così. Quando ci si aspetta di ascoltar filosofia, una parola di conforto per i mali vissuti e che ancora ci attendono, Jankélévitch sfocia in musica e poesia toccando le suggestioni della mistica: forse imitando il procedere sospeso di Dio come diceva Gracián o balbuciendo (balbettando) come San Juan de la Cruz? Perché i concetti non colgono il non-so-che che ci assilla. Tuttavia egli non balbetta veramente, si limita a invocare registri differenti dal concetto per toccare i lembi ancora visibili della consapevolezza di quell’ineffabile che è il tutto. E la musica è uno di questi, il coraggio di mettere a tacere la parola per lasciar spazio all’espressione, il coraggio di non aver nulla da insegnare, solo da essere, in tutta la sua vitalità creante. Il piacere tattile del pianoforte (perché oltre che musicologo Jankélévitch è pianista, “auscultatore” dello strumento alle prese col sempre nuovo mistero della musica) e il potere delle note sulla nostra labile psiche per pochi attimi immemore, in una quasi-estasi sonora, dell’asfissio del quotidiano scorrere. 
«Colui che mette la musica sul leggio e la tiene sulla punta delle dita che si muovono sulla tastiera si abitua a rimettere in questione tutti i pregiudizi di un pubblico superficiale: trovandosi in contatto immediato con la realtà musicale, non ha bisogno dei vati patentati per formarsi un giudizio» (p. 190). A parlare è la voce dell’uomo consapevole emersa dalle parole trasformate in note, contro gli accademici e i profeti, contro gli stabilizzatori di un realtà melliflua. È la rivincita del silenzio del concetto, un silenzio musicale – o poetico, simile ma differente – che dice senza dire accompagnando il nostro peregrinare, perché «il musicista non ha alla lettera niente da dire: gli è concessa una libertà vertiginosa, illimitata» (p. 173). E dunque che l’uomo sia musicista a modo suo! Indaghi il suo io e il mondo attraverso la musica, si svincoli dalle catene, o, come diceva Nietzsche per definire la musica, ci danzi dentro. 
Opera musicale e poetica questa, più che filosofica, da leggere come si stesse leggendo uno spartito  nell’intento di coordinare le dita sulla tastiera del pianoforte ingiallito, che è la nostra mente stanca di cercare, ma felice nello stesso tempo di continuare a farlo. 
Jankélévitch ripercorre così la sua filosofia, o meglio la sua vita filosofica, o meglio ancora la sua poetica filosofica e vitalistica, proponendo all’avido lettore soltanto evocazioni del mistero dell’esistenza, spronando alla lucidità al cospetto del nulla, rinforzando la vanità dell’essere. E come la lettura a prima vista di una partizione sconosciuta, leggere quest’opera «significa esplorare un avvenire di delizie e godere in anticipo l’emozione indeterminata, le voluttà inedite che essa ci promette» (p. 190).


Indice

L’ineffabile nella vita quotidiana di Enrica Lisciani Petrini
Da qualche parte nell’incompiuto
1. Questo detestabile io
2. Qualcosa di semplice, di infinitamente semplice
3. La prima-ultima volta
4.  La fata Occasione
5. Balbuciendo
6.  L’indefinita malinconia
7. Un serio dilettarsi
8. L’abuso di coscienza
9.  Il colpevole-innocente
10. Nello sguardo assente dell’innocenza
11.  Il non-o-che e il tutto-o-niente
12. La filosofia strangolata
13. Un dibattito infinito
14. Quelle note dissonanti
15. Amore amante, amore amato
16. Il quasi simile
17. La trappola della buona coscienza
18. Il vagabondo Humor
19. A morire non s’impara
20. L’inconfessabile mistero della vita
21. Il rumore del silenzio
22. La sinfonia dei mormorii
23. Quel che bisbiglia il vento della notte
24. Lo spazio diventato musica
25. Al pianoforte
26. Le delizie delle letture a prima vista
27. Tutti barano
28. La mezz’ora incantata
29. Nella luce dell’aria libera

5 commenti:

MAURO PASTORE ha detto...

Con inserto biografico in recensione si danno notizie intorno a vita dell'Autore ma non della sua vita, in quanto con affermazione senza nozione e quindi mancato detto... Allora giudico opportuna precisazione seguente:

A rigor di logica gli ebrei russi sono un oggetto di fantasia, della ignoranza sulla religiosità possibile in Russia ed impossibile per i russi fuori Russia. Si potrebbe dire e non solo ciarlare, scrivere o parlare, di ebrei provenienti dalla Russia, ivi solo residenti, tuttalpiù si direbbe "russiani", non fosse che per esser tali non si potrebbe neppure conservare dell'ebraismo una eredità spirituale ed un retaggio religioso; dunque in tal caso il condizionale è meno che ipotetico, irreale cioè. Gli ebrei venuti dalla Russia sono ex-residenti non stabili e dunque direttamente arrivati, in meno di quanto se ne dica nel libro sacro della Alleanza Antica sul numero delle generazioni funestate dagli effetti delle colpe paterne, da altri luoghi. Infatti le lande russe non consentono moralità né dunque immoralità ebraica, in ciò quelle stesse Scritture ne riferiscono per esclusione non descrizione. Il detto mancato sulla vita di V. Jankélévitch è colmabile solo con previe informazioni sulle legislazioni passate e presenti della Francia. Chiamato e richiamato alle armi (prima della intrusione dei comandi delle truppe tedesche sotto dittatura nazista, ai quali i francesi erano tutti sottoposti soltanto  indirettamente, fossero pure considerati semiti oppure ebrei o giudei) significava non obiettore di coscienza e cioè non ebreo né in rapporto, né passato né presente, con la comunità ebraica di allora che fondava la propria presenza ivi non solamente sul radicale e preventivo e stabile rifiuto della attività in esercito ma pure su relazioni uniche con obiettori di coscienza con medesima scelta etica e pratica. Ciò ne esclude il caso di origine ebraica anche solo per famiglia adottiva in quanto a ciò stesso erroneamente addotto; ed anche i fatti successivi ne escludono: dopo che la Francia fu fatta invadere da Hitler e che l'esercito tedesco aveva regolato proprio stanziamento non a motivo di presenze straniere ma incontrando ostilità dai capi nazisti, i quali con il servizio poliziesco siglato "S.S." imponevano quindi agli stranieri resoconti e lavori, mediante i quali poi volevano dare stime o ripudi, per generosità assurdamente autentiche o inautenticamente opportune, o con giustizia solo ideale o ingiustizia non solo ideale, egli aveva già deciso di espatriare ma ancora francese era stato scambiato per straniero ed esentato da milizie francesi, all'estero ancora attive ed in guerra più o meno segreta, in Francia sotto blocco imposto da Hitler stesso, che invitava i soldati francesi ad entrare in esercito tedesco ma solo per rimandarli indietro sotto qualifica di "gentili e generosi ma non valorosi e semplici quanto i nostri". Questa amenità gli fu risparmiata, così il dramma del fraintendimento non gli era di peso ed allora poteva entrare in resistenza attiva e diretta contro il regime nazista, a lui suo malgrado inopportunamente positivo, dunque per lui intollerabile anche se proprio lui in volontario espatrio dalla Francia. ...

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE :...

(Con inserto biografico in recensione si danno notizie intorno a vita dell'Autore ma non della sua vita, in quanto con affermazione senza nozione e quindi mancato detto... Allora giudico opportuna precisazione seguente:)

Del resto tra i suoi lavori ne è menzionato in biografie uno a Lille, luogo allora a statuto culturale speciale (non diversamente adesso), per il quale necessario assolutamente disporre di esperienza di vita radicalmente altra da quelle di cui ebraismo e giudaismo sono reali non ideali possibilità.
Risulta peraltro cronaca sbagliata la notizia intorno al contributo alla Causa dello Stato di Israele, dato che contributo era in principio del tutto opposto, solamente dopo rifacimenti di quello Stato risultando favorevole, dunque si trattava di Causa per un altro Stato di Israele!
Riguardo inoltre a notizia di anno di morte comunemente riportata, 1985, questa fu desunta da rapporti burocratici mal intesi. Infatti che io sappia era stato comunicato finalmente espatrio senza specificazione e non confermato arrivo in Israele ad altrui domanda; fosse morto in detto anno ciò per un ignorante potrebbe essere ipotesi da non scartare, ma non è attendibile il racconto di sua dedizione allo Stato di Israele e di sua intenzione di trasferirvisi non realizzata a causa di intervenuto decesso.

Quel che di troppo sembrerebbe abbia io scritto su Jankélévitch è mera apparenza considerato quel che se ne potrebbe dedurre o fare considerando appunto Opere di stesso Vladimir Janckelevitch (Jankélévitch).

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Pensiero socratico dimenticato, diversamente trovato da Vladimir Jankélévitch: il Socrate che intuiva di essersi posto in contrarietà ad oscuri poteri umani, transpersonali, che presagiva di poter trovare nei veleni del boia un giudizio assolutorio per virtù di sua intuizione compiacente, ciò per il musicologo e filosofo Jankélévitch era sfondo oscuro entro cui collocare quale dichiarazione non insegnamento i prospetti della morte fisica e sopravvivenza meta-fisica, non solo di essenza naturale e vita comune, non solo di energia in nuovo universo risorgente e nascente, ma di identità inalienabile dalla morte al mondo. Non si impara a morire, era, secondo tal interptretazione, motto socratico...

Secondo alcune testimonianze antiche (che io ora posso accogliere pubblicamente senza prudenza irrazionalistica), Socrate non fu ucciso dai veleni e ad esser morto fu solo suo movimento, l'accasciarsi momentaneo, interrotto in nulla di fatto, termine non biologico ma biodinamico non bioenergetico.

Il pensiero filosofico-musicologico di Jankélévitch su ebbrezza dionisiaca ed estasi apollinea, su nascita della tragedia dallo spirito della musica e su ideologie platoniche, giunge a condizione ultima oggettivamente non polemica, al limite della deduzione sulla 'vera morte di Socrate'. Duplice nel senso di apparente non effettiva quella raccontata comunemente e non senza ingiustificato ma inconsapevole clamore — dato che del più grande dei sapienti del tempo anche il vuoto biodinamico era tragico evento storico collettivo — e di effettiva ovvero un'altra non nota se non per allusioni storiche o riferimenti più diretti di quelli di storie biografiche.

L'indice della opera recensita rivela per altre ragioni sovrasenso filosofico non secondario anzi principale, se ugualmente non identicamente che di morte di Socrate si dubita di èsiti biografici di Jankélévitch, perché i contesti mutano e trasformano affermazioni morali in critiche, estetiche in etiche, critiche in estetiche; e non si potrebbe negare dubbi su opinioni né valore ad ipotesi non convenzionali, notando il perfetto corrispondere tra notizie non informazioni e volgersi degli eventi non accadimenti. Sospese sentenze sono autodemistificazioni in vicenda vitale di mutamento radicale ed emersione di ulteriore personalità; ed i peccati descritti senza inizi da continuare, infine i consigli validi senza reale autore a validarli...

Non un ulisse nascosto nella lana pendente di un grande ariete, ma proprio nessuno!

Vanità dell'essere, significando non prepotenza ontologica né alterità ontica-ontologica, ma: altra ontologia.

Nessun pagano da smentire ad Haifa per portarlo in lacrime a Gerusalemme in uno Stato fatto Stato-Ombra, che i suoi predoni preparavano a disfare le civiltà dell'Orbe negando la Sapienza-Sofia, accogliendone ed annullandone genio entusiasta; questi infatti mai consegnatosi alle strutture istituzionali e funzioni giudiziare, apparato creduto dai più sua fine per suo incauto volere esercitato ed invece sua disposizione resa al suo volere dalla sua: assenza (insomma varrebbe di studiarne caso con più lena di quanto si fece a noto criminale ed ex criminale nazista).

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Nel messaggio precedente 'interptretazione' sta per: interpretazione.

Reinvierò messaggio corretto per agio del lettore.

Sono dispiaciuto dell'inconveniente, che dipende da noie non solo a me arrecate delittuosamente da altri e durate tanto tempo e necessitantimi altre urgenti attenzioni alternative e cui non ho voluto opporre maggior impegno per mio filosofico senso del limite ed istintiva mia saggezza, anche perché Internet non è una libreria... allora basti ultimare questa mia piccola fatica di stasera con altro invio.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Pensiero socratico dimenticato, diversamente trovato da Vladimir Jankélévitch: il Socrate che intuiva di essersi posto in contrarietà ad oscuri poteri umani, transpersonali, che presagiva di poter trovare nei veleni del boia un giudizio assolutorio per virtù di sua intuizione compiacente, ciò per il musicologo e filosofo Jankélévitch era sfondo oscuro entro cui collocare quale dichiarazione non insegnamento i prospetti della morte fisica e sopravvivenza meta-fisica, non solo di essenza naturale e vita comune, non solo di energia in nuovo universo risorgente e nascente, ma di identità inalienabile dalla morte al mondo. Non si impara a morire, era, secondo tal interpretazione, motto socratico...

Secondo alcune testimonianze antiche (che io ora posso accogliere pubblicamente senza prudenza irrazionalistica), Socrate non fu ucciso dai veleni e ad esser morto fu solo suo movimento, l'accasciarsi momentaneo, interrotto in nulla di fatto, termine non biologico ma biodinamico non bioenergetico.

Il pensiero filosofico-musicologico di Jankélévitch su ebbrezza dionisiaca ed estasi apollinea, su nascita della tragedia dallo spirito della musica e su ideologie platoniche, giunge a condizione ultima oggettivamente non polemica, al limite della deduzione sulla 'vera morte di Socrate'. Duplice nel senso di apparente non effettiva quella raccontata comunemente e non senza ingiustificato ma inconsapevole clamore — dato che del più grande dei sapienti del tempo anche il vuoto biodinamico era tragico evento storico collettivo — e di effettiva ovvero un'altra non nota se non per allusioni storiche o riferimenti più diretti di quelli di storie biografiche.

L'indice della opera recensita rivela per altre ragioni sovrasenso filosofico non secondario anzi principale, se ugualmente non identicamente che di morte di Socrate si dubita di èsiti biografici di Jankélévitch, perché i contesti mutano e trasformano affermazioni morali in critiche, estetiche in etiche, critiche in estetiche; e non si potrebbe negare dubbi su opinioni né valore ad ipotesi non convenzionali, notando il perfetto corrispondere tra notizie non informazioni e volgersi degli eventi non accadimenti. Sospese sentenze sono autodemistificazioni in vicenda vitale di mutamento radicale ed emersione di ulteriore personalità; ed i peccati descritti senza inizi da continuare, infine i consigli validi senza reale autore a validarli...

Non un ulisse nascosto nella lana pendente di un grande ariete, ma proprio nessuno!

Vanità dell'essere, significando non prepotenza ontologica né alterità ontica-ontologica, ma: altra ontologia.

Nessun pagano da smentire ad Haifa per portarlo in lacrime a Gerusalemme in uno Stato fatto Stato-Ombra, che i suoi predoni preparavano a disfare le civiltà dell'Orbe negando la Sapienza-Sofia, accogliendone ed annullandone genio entusiasta; questi infatti mai consegnatosi alle strutture istituzionali e funzioni giudiziare, apparato creduto dai più sua fine per suo incauto volere esercitato ed invece sua disposizione resa al suo volere dalla sua: assenza (insomma varrebbe di studiarne caso con più lena di quanto si fece a noto criminale ed ex criminale nazista).

MAURO PASTORE