mercoledì 8 maggio 2013

Ferrajoli, Luigi, Poteri selvaggi. La crisi della democrazia in Italia

Roma-Bari, Laterza, 2011, pp. 88, euro 14, ISBN 978-88-420-9646-7.

Recensione di  Michele Saporiti - 11/01/2013

«È in atto un processo di decostituzionalizzazione del sistema politico italiano»(p. VI). Questa è la lapidaria affermazione con la quale Luigi Ferrajoli, tra i maggiori filosofi e teorici del diritto contemporanei, apre il suo ultimo volume. Quel male politico, di cui Ferrajoli ricostruisce lucidamente la fisionomia, consiste nell’affermarsi di una democrazia plebiscitaria fondata sull’esplicita pretesa dell’onnipotenza della maggioranza e sulla noncuranza della complessa architettura propria di ogni democrazia costituzionale. 

A queste premesse l’autore fa seguire un’analisi di stringente attualità e di magistrale rigore nella quale, dopo aver illustrato il paradigma dello Stato costituzionale di diritto affermatosi in Italia e in altri paesi all’indomani del secondo conflitto mondiale, pone l’attenzione sui meccanismi che, dall’alto e dal basso, hanno portato alla crisi di tale paradigma.
La dimensione formale o procedurale della democrazia, come «potere del popolo di assumere, direttamente o tramite rappresentanti, decisioni pubbliche» (p. 3), è condizione necessaria, ma non anche sufficiente perché un sistema politico sia qualificabile come democrazia costituzionale. Il mutamento di paradigma introdotto con le costituzioni rigide ha subordinato sia il potere legislativo, sia quello di governo a vincoli riguardanti non più soltanto le forme, ma anche la sostanza del loro esercizio. Tali limiti e vincoli sono rappresentati da quella che nella vasta produzione ferrajoliana è nota come la sfera dell’indecidibile, disegnata dai diritti di libertà, i quali vietano come invalide le decisioni con essi in contrasto, e dai diritti sociali, i quali impongono come dovute decisioni dirette a soddisfarli. Il complesso di diritti in essa ricompresa costituisce la dimensione sostanziale della democrazia, ovvero quella relativa al che cosa delle costituzioni è vietato o obbligatorio decidere per qualsiasi maggioranza. Questo «sistema di norme metalegali» (p. 9) nel quale consistono le odierne costituzioni rigide ha modificato profondamente il rapporto tra politica e diritto e ha trasformato la democrazia costituzionale in un modello normativo che Ferrajoli articola in quattro dimensioni: democrazia politica, assicurata dalle garanzie dei diritti politici; democrazia civile, assicurata dalle garanzie dei diritti civili; democrazia liberale, assicurata dalle garanzie dei diritti di libertà; democrazia sociale, assicurata dalle garanzie dei diritti sociali. Con‘garanzie’ Ferrajoli designa «i divieti o gli obblighi corrispondenti alle aspettative positive o negative normativamente stabilite, di solito, in forma di diritti soggettivi» (p. 15). Il garantismo rappresenta, quindi, nient’altro che l’altra faccia del costituzionalismo e ne assicura l’effettività.

Il paradigma costituzionale ricostruito da Ferrajoli è un modello normativo e come tale caratterizzato da un più o meno elevato grado di ineffettività. Oltre un certo limite, però, tale ineffettività diventa patologica. Questo è quanto accaduto in Italia secondo l’Autore. Il primo fattore di questa decostituzionalizzazione dall’alto della democrazia politica è rappresentato dalla personalizzazione della rappresentanza, ovvero dalla tendenza sempre più diffusa, non solo in Italia, di identificare la rappresentanza politica «con la persona del capo dello Stato o del governo» (p. 22). Punto d’arrivo di tale tendenza è l’approvazione dell’attuale legge elettorale italiana, la legge n. 270 del 2005, che ha trasformato le elezioni politiche nella nomina dei parlamentari da parte dei vertici dei partiti. Per Ferrajoli ciò che rende più distruttivo questo processo di personalizzazione, però, è l’ideologia politica che lo accompagna. Essa, sposando «l’idea dell’onnipotenza del capo quale voce ed espressione organica della volontà popolare» (p. 23), ha deformato in senso plebiscitario la democrazia rappresentativa, mentre, citando Hans Kelsen, l’Autore ricorda come l’idea di democrazia implica sempre l’assenza di un capo. Il secondo fattore di crisi dall’alto della rappresentanza politica consiste nella mancata separazione tra poteri politici e poteri economici. Si fa riferimento alla concentrazione nelle stesse mani dei poteri di governo di un enorme sistema di interessi e di poteri economici, finanziari e mediatici, assicurati, quest’ultimi, dal monopolio dell’informazione televisiva. L’espressione che meglio connota tale anomalia è quella di «patrimonialismo populista», caratterizzato da un’«appropriazione privata della sfera pubblica, accompagnata da forme di feudalizzazione della politica e delle istituzioni, basate sullo scambio tra fedeltà e protezione» (p. 29). Il terzo fattore di decostituzionalizzazione dall’alto della democrazia è rappresentato dal venir meno della separazione tra partiti e istituzioni e del ruolo dei primi come strumento di mediazione delle seconde con la società. Questo ha trasformato i partiti in istituzioni pararepubblicane, divenute «costose oligarchie stabilmente collocate nelle istituzioni rappresentative e massimamente esposte alla corruzione e al malaffare» (p. 33). Un siffatto “ceto politico”, con i suoi costi e privilegi, produce la preoccupante crisi del radicamento sociale dei partiti. L’ultimo fattore di crisi dall’alto della democrazia viene individuato nella «totale assenza in Italia di garanzie dell’informazione» (p. 36) o, meglio, della sua indipendenza. Con l’avvento della televisione e con le sue forme di concentrazione si è venuta a creare una vera e propria aporia che Ferrajoli identifica nella sostanziale sovrapposizione tra potere imprenditoriale della proprietà e i diritti di rango costituzionale, quali la libertà di stampa e informazione, completamente condizionate dal primo. 
Il processo decostituente dal basso della democrazia è, invece, quello che riguarda i rappresentati, ovvero la società. In primo luogo, esso si attua attraverso due processi: all’omologazione dei consenzienti si accompagna la denigrazione dei dissenzienti; alla radicale verticalizzazione e concentrazione dei poteri fa seguito la massima divisione e disgregazione di una società, anche sulle questioni che riguardano il lavoro. In simili dinamiche riemerge prepotentemente la figura del “nemico” che, al pari di quella del capo, può fungere da elemento coesivo e identitario del corpo sociale. La demagogia populista crea potenziali nemici – immigrati, rom, islamici- e li stigmatizza come soggetti pericolosi e potenziali delinquenti, «esponendoli alla diffidenza, al sospetto, alla domanda di espulsione o repressione e talora, come è accaduto, alla violenza omicida» (p. 45). Il secondo fattore di crisi democratica dal basso consiste nel vistoso indebolimento del senso civico e nella svalutazione dell’importanza dell’opinione pubblica, ovvero dell’opinione sulle questioni che riguardano gli interessi di tutti. Ferrajoli individua due modalità di dissoluzione dell’opinione pubblica: la disinformazione, la menzogna e la propaganda, soprattutto, televisiva; il crollo del senso civico e delle virtù politiche. Ciò che si è perseguito è la progressiva rimozione dall’orizzonte politico dei cittadini dell’idea stessa di interesse generale o di bene comune e l’esaltazione degli interessi privati di ciascuno come soli ed esclusivi, anche nell’esercizio del proprio diritto di voto. Collegato a questa passivizzazione politica dei cittadini è il terzo fattore di decostituzionalizzazione dal basso, ovvero il crollo della partecipazione dei cittadini-elettori alla vita pubblica, collegato al già citato distacco tra partiti e società. Le ragioni che hanno portato a tale situazione sono da un lato la perdita di prestigio e di credibilità dei partiti, seguita al processo di degenerazione partitocratica della democrazia italiana degli anni Settanta e Ottanta; dall’altro la smobilitazione delle organizzazioni territoriali dei partiti, «principale antidoto contro le derive populiste» (p. 53), con la conseguente impermeabilità del ceto politico alle sollecitazioni provenienti dalla società come dal mondo della cultura. Il quarto e ultimo fattore del processo decostituente dal basso della democrazia politica è la trasformazione dell’informazione, a causa del suo duplice controllo proprietario e politico, in una fabbrica del consenso. Se non esiste un diritto alla «vera informazione», secondo l’Autore esiste, invece, un diritto alla non disinformazione, così importante da costituire un corollario di altre due libertà fondamentali: la libertà di coscienza e la libertà di pensiero. Essa implica, in altri termini, il diritto alla non manomissione della propria coscienza attraverso la disinformazione intorno a fatti e questioni di pubblico interesse. 
Occorre chiedersi, a questo punto, quali siano i possibili rimedi per la profonda crisi della democratica italiana. Ferrajoli ne propone quattro: l’adozione del metodo elettorale proporzionale; l’esclusione dei conflitti d’interesse; la democrazia interna ai partiti e le forme di democrazia partecipativa; la riforma del sistema dell’informazione. Quanto al primo rimedio, l’Autore sottolinea la necessità di una «riforma elettorale che sia in grado di rifondare la rappresentatività politica» (p. 60). Essa dovrebbe prevedere in primo luogo il divieto di indicare nelle schede elettorali il nome del capo della coalizione, per cominciare un’opera di spersonalizzazione della politica che impedisca ai partiti di diventare comitati elettorali del capo. In secondo luogo, l’adozione del metodo elettorale proporzionale, il solo in grado, per le peculiarità del sistema italiano, di rappresentare la reale pluralità delle opinioni politiche, la diversità degli interessi in gioco e i conflitti sociali che caratterizzano l’elettorato. Il secondo rimedio alla crisi democratica consiste nella creazione di un efficace meccanismo che impedisca la massima confusione e concentrazione dei poteri. Per fare ciò occorre introdurre tre nette separazioni: tra sfera pubblica e sfera privata, ovvero tra poteri politici e poteri economici; tra Stato e società, garantendo la distinzione tra partiti e istituzioni elettive e restituendo i primi al loro ruolo di organi della società e non più dello Stato; tra istituzioni di governo e funzioni ed istituzioni di garanzia, introducendo due differenti fonti di legittimazione per ognuna di esse: la rappresentatività politica per le istituzioni di governo, siano esse esecutive o legislative, la soggezione all’universalità dei diritti fondamentali costituzionalmente stabiliti per le funzioni ed istituzioni di garanzia.  Quanto al terzo rimedio proposto, l’Autore insiste sulla necessità che i partiti tornino ad essere associazioni di base, generate da comuni opzioni ideali. L’autoregolazione statutaria non è stata sufficiente ad impedire la degenerazione dei partiti in «oligarchie intolleranti del dissenso e indisponibili al ricambio dei dirigenti, se non per cooptazione» (p. 74). Occorrerebbe, in breve, una vera e propria legge sulla democrazia interna dei partiti. In ultimo, la crisi della rappresentanza democratica italiana può essere arginata attraverso una profonda riforma del sistema dell’informazione, il quale dovrebbe fissare una radicale incompatibilità tra poteri politici e poteri mediatici, ed impedire la formazione di posizioni dominanti nel campo dell’informazione. Non si tratta di ristabilire il monopolio statale, precisa l’Autore, ma di evitare quegli «oligopoli privati» paventati in Italia, trent’anni fa, dalla Corte costituzionale, che facilmente si sono trasformati in monopoli politico-privati. 
Questo l’articolato percorso di Poteri Selvaggi, non soltanto, per molti versi, l’applicazione concreta al caso italiano di strumenti teorici elaborati in lunghi anni di studio da Luigi Ferrajoli, ma la precisa indicazione di una possibile via d’uscita che passa attraverso «lo sviluppo, a livello politico e sociale, di una cultura costituzionale e di una concezione della democrazia come sistema fragile e complesso di separazioni e di equilibrio di poteri, di limiti e garanzie» (p. 85). 


Indice 

Premessa

1. Il paradigma della democrazia costituzionale
2. La crisi dall’alto della democrazia politica
3. La crisi dal basso della democrazia politica
4. I rimedi alla crisi. Quattro ordini di garanzie.

Conclusione. Il futuro della democrazia costituzionale

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