mercoledì 18 settembre 2013

Pigliaru, Alessandra, Il sangue privato. Vendetta e onore in Scipione Maffei, Pietro Verri e Cesare Beccaria

Saonara, Il Prato, 2012, pp. 141, euro 15, ISBN 978-88-6336-175-9.

Recensione di Giovanni Damele - 07/02/2013

I. Il saggio, breve ma ricco di spunti teorici, ha per oggetto il tema dell’onore, e della vendetta, nel pensiero di tre protagonisti dell’illuminismo italiano: Maffei, Verri e Beccaria. La trattazione è, in gran parte, centrata sul Maffei e sulla sua critica alla “scienza” cavalleresca. Su 110 pagine di testo (escluse prefazione, postfazione e bibliografia), 46 sono dedicate al Maffei e ai temi dell’onore (aristocratico) e della vendetta (o del duello). Le restanti 64 sono equamente divise tra l’analisi dell’onore e della vendetta nel pensiero del Verri e del Beccaria, 

con un excursus sul dibattito europeo e alcune considerazioni sulla tortura e la pena di morte.
II. Il tema dell’onore (e, in subordine, della vendetta) è affrontato anzitutto dal punto di vista dell’onore cavalleresco ossia, come anticipa il prefatore, come un “modo in cui l’aristocrazia percepiva [...] il proprio particolare ed esclusivo essere nel mondo” (p. 8). Scipione Maffei si concentrava infatti, è ancora il prefatore a ricordarlo, “sull’onore inteso come valore esclusivo della classe nobiliare” (p. 8), criticando il peso attribuito all’opinione, a una fama che è fuori dal controllo dell’individuo e che distrae dall’integrità dei costumi, ossia dal fondamento del vero “onore”. La contrapposizione è insomma tra un “onore” dipendente dall’opinione altrui, e un “onore” in foro interno, un onore in quanto “onesto” (pp. 33-34). Ne consegue una coerente svalutazione, da parte del Maffei (in polemica con gli autori cavallereschi rinascimentali e barocchi, a partire dal Possevino), del duello come specie della vendetta, come tentativo di riconquistare un onore tutto esteriore, mentre il vero onore (interiore) non può essere né perso con l’ingiuria né riconquistato con il duello (pp. 42-43). L’intera successione di ingiuria, risentimento e duello (vendetta) sarebbe quindi basata su un malinteso senso dell’onore, fondato sulla reputazione e non sulla virtù e sull’onestà (pp. 45-46).
Fin qui, e nelle pagine successive del Verri e del Beccaria, che riprendono e precisano i temi del Maffei, l’analisi dell’autrice appare correttamente incentrata su una teoria delle passioni, giustamente ricondotta, anche, alle sue radici aristoteliche, riportando ampi passi non solo dall’Etica Nicomachea ma anche, e molto a proposito, dalla Retorica.
Più problematico, perché il testo vi si sofferma meno e l’argomentazione, anche in ragione del punto di vista scelto, appare più ellittica, è il rapporto tra l’onore come passione e come “valore esclusivo della classe nobiliare” e il tema della vendetta in quanto tale che affiora dall’analisi della relazione tra vendetta privata e vendetta pubblica, cui l’autrice dedica le dense pagine finali.
III. Secondo l’autrice, “la storia della vendetta in Italia si intreccia rovinosamente con quella della tortura” (p. 77). I punti di riferimento sono, ovviamente, il Beccaria e il Verri delle Osservazioni sulla tortura. “In nome e per conto della verità – continua l’autrice – le pratiche della tortura divennero ciò che il modello culturale degli Antichi legittimava nella vendetta” (p. 78). La tortura, definita, con la pena di morte, “l’onta della vendetta pubblica” (p. 107), si configurerebbe come una “metamorfosi passionale della vendetta e dell’onore che da una dimensione privata assurge a una pubblica e lecita dimensione legislativa” (p. 108). È una vendetta che “non fa più digerire la collera”, ma diventa “saldo strumento punitivo in un progetto confortato dallo Stato” (p. 109). Le idee di onore e di vendetta subirebbero così una “torsione” sia “sul piano inerente la storia delle passioni”, sia, soprattutto, “su quello più controverso delle leggi” (p. 111). Divenuta un “dispositivo purgante in mano al potere statale”, la vendetta continuerebbe ad esistere come “un impeto passionale”, ma “avocato alla soppressione e al controllo dell’altro” e “mascherato da senso di giustizia ed equità”. Il tema della tortura si inserisce quindi in questo saggio, e non poteva essere altrimenti, attraverso la diade vendetta privata / vendetta pubblica, che coinvolge, anche, la pena di morte.
V. Su questo piano, il discorso, per essere completo, deve necessariamente superare la scelta preliminare di trattare il tema dell’onore come “passione cavalleresca” e affrontare il tema dell’onore e della vendetta in sé. Solo così si può comprendere la contraddizione, rimarcata dal Beccaria, fra le leggi civili, “gelose custodi più d’ogni altra cosa del corpo e dei beni di ciascun cittadino”, e le leggi “di ciò che chiamasi onore, che vi preferisce l’opinione” (p. 96). Contraddizione che si inserisce in quel processo di “genesi dello Stato”, giustamente ricondotto dall’autore della postfazione alla “titolarità esclusiva della giustizia penale” (pp. 122-123). Il punto è, cioè, l’opposizione tra quella “titolarità esclusiva” e la vendetta (sono ancora parole della postfazione) “come elemento riparatore” che “caratterizza la vita di comunità nelle quali l’elemento dell’onore è [...] essenziale ai fini dell’appartenenza” (p. 123). La vita di una comunità, quindi: non necessariamente, e limitatamente, di un ceto.
Ricordava Osvaldo Raggio, indagando quella “genesi dello Stato” nel caso della Repubblica genovese, come “il codice culturale delle comunità, i cui riferimenti positivo e negativo erano [...] la reputazione e l’infamia” fosse condiviso, come scriveva l’emissario genovese Gio Francesco Spinola a metà Seicento, sia dai “contadini idioti” sia dalle “persone di miglior conditione” (Raggio 1990: p. 4). Il che dava vita a “reti di potere locale definite da [...] relazioni e solidarietà” contrapposte all’autorità statuale (Raggio 1990: p. 7). È in queste reti che si inseriscono le pratiche del duello e della vendetta: veri e propri “ordinamenti opzionali” (giusta la lezione di Santi Romano e di Antonio Pigliaru), ossia sistemi di “regolarità sociale della vendetta” che viene disciplinata “come un fatto che non riguarda solo le parti ma tutta la comunità in quanto ente o unità o organizzazione sociale” (Pigliaru 2007: p. 73, pp. 116-117). Si comprende allora la concorrenza tra le molte possibili vendette private, in quanto anzitutto “vendette comunitarie”, e l’unica “vendetta pubblica”. Il fatto che, come chiaramente riconosce l’autrice, nel caso della “vendetta pubblica” non si dia “una duplicazione di due distinti ordinamenti” non è qualcosa che caratterizza lo “scandalo” della tortura e della pena di morte, ma è la chiave dell’esclusività dell’ordinamento statale. La discontinuità del pensiero penale illuminista si poneva piuttosto in una riforma della legislazione penale come “sistematica riduzione” tanto della “violenza non necessaria” dello Stato e dei criminali, il cui fine era ricondurre il diritto penale “nei limiti della ragione” (Costa 2007: pp. 9-10). 
VI. Particolarmente interessante appare l’analisi che l’autrice fa delle Osservazioni del Verri, e della critica di quello che definisce “istinto vendicativo” dello Stato, ovvero la “costruzione di un nemico che, a differenza delle contese cavalleresche, doveva avere un carattere di pubblico riconoscimento”. E tuttavia, la stessa critica del Maffei alle contese cavalleresche colpiva proprio l’onore in quanto opinione pubblica. Il fatto è, però, che per l’autrice (e in questo senso, forse, va letta la locuzione “pubblico riconoscimento”), “nelle vendette private [...] si assisteva ad uno scontro connotato da un codice d’onore ma pur sempre fuori della giustizia”, laddove per “giustizia” l’autrice intende, si direbbe, “ordinamento giuridico”. Ora, il fatto che tali vendette avvenissero al di fuori del sistema giuridico “ufficiale”, non significa che non fossero “pubbliche”. Il carattere di “pubblicità” sarebbe allora da ricondurre, per l’autrice, alla platea “assai più vasta” della “messa in scena del processo inquisitorio moderno” (il quale, in gran parte segreto, spostava in realtà il momento scenografico dal processo al supplizio), platea che determinava “ragioni più grandi e alte da condividere”. La semplice “opinione” che reggeva il codice d’onore assumeva “nella legge della tortura” aspetti “ben più inquietanti” giacché “la punizione [...] doveva essere esemplare e sostenuta dalla legalità” (pp. 119-120). In ciò starebbe allora quella “torsione” di cui parla l’autrice, legata al modo in cui la modernità si è “affidata – contemporaneamente – alle leggi e a ciò che nella pratica ne smentisce il senso di giustizia” (p. 121), poiché non era “sufficiente la sola vendetta, quella che si lava con il sangue e che una volta per tutte mette a tacere la collera che l’ha prodotta”.
Qui torna forse il problema di un certo strabismo verso un'ideologia “cavalleresca” del duello, che spiega quel carattere “definitivo” attribuito alla vendetta, mentre nella postfazione si cita giustamente un passo della Arendt (da The Human Condition) che rimarca il carattere di “reazione a catena” della vendetta, capace di “imboccare un corso sfrenato” (p. 125). Lo dimostra l’ultimo articolo del “codice barbaricino” di  Pigliaru, per il quale “la stessa azione posta in essere a titolo di vendetta, costituisce a sua volta nuovo motivo di vendetta da parte di chi ne è stato colpito; specie se condotta in misura non proporzionata e non adeguata ovvero sleale” (Pigliaru 2007: p. 110). Spetta alla ragione, come ricorda giustamente la postfazione, fermare la naturale predisposizione alla vendetta, resistendo alla tentazione di ricercare una personale vendetta e rivolgendosi al potere sovrano.
VII. E qui veniamo all’ultimo punto che rimane in sospeso nel testo, e merita un approfondimento. Perché quella rinuncia alla tentazione di ricercare una personale vendetta, cui si sostituisce l’appello al potere sovrano è proprio basato (anche) su un’interpretazione della pena (in generale) come vendetta pubblica, da sostituirsi alla vendetta privata. René Girard ha notato che per indicare l’atto di chi “si fa giustizia da sé” si usa spesso la locuzione “vendetta privata”, lasciando implicita l’esistenza di un’altra “vendetta”, quella gestita dallo Stato, che è appunto vendetta pubblica (Girard 1997: p. 32). È quell’“originario e tuttavia permanente nucleo di vendetta” dal quale, secondo Salvatore Satta, “si è svolta la giustizia” (Satta 1994: p. 26). Insomma, quella “metamorfosi passionale della vendetta e dell’onore che da una dimensione privata assurge a una pubblica e lecita dimensione legislativa”, di cui parla l’autrice (p. 108), ancora legandola al tema della tortura e dalla pena di morte, potrebbe essere la radice stessa del diritto penale. La radice di una concezione (retributiva) della pena chiaramente opposta all’utilitarismo di Beccaria, ma come quest’ultimo basata su un riferimento al soggetto “moderno”: proprietario, razionale e autonomo (Costa 2007: p. 23). Autonomo, anche, rispetto alle appartenenze comunitarie.
In altre parole, che si interpreti la pena (in sé) come “vendetta pubblica”, legata alla “vendetta privata” sul piano simbolico e passionale ma anche contrapposta ad essa per la sua capacità di disinnescare la reazione a catena delle vendette successive, o da un punto di vista “utilitaristico”, il confronto, al di là della stessa lettera degli autori presi in esame, non è con il duello “idealizzato” della “falsa scienza cavalleresca”, ma con la vendetta intesa come “naturale predisposizione” (così la postfazione) di ogni (vera o presunta) vittima. È in quest’ultima e ancor più tragica dimensione che la vendetta entra nella storia del diritto penale.


Indice

Prefazione, a cura di Sebastiano Ghisu
Brevi note preliminari
I. Conversazioni erudite. Scipione Maffei tra onore e vendetta
        1. L’onore degli onesti
        2. Del duello
        3. Vendetta iungiuria e risentimento
                3.1. Dell’ira funesta. Maffei lettore di Seneca
II. Esiti illuministici. Vendetta e onore tra Pietro Verri e Cesare Beccaria
        1. Tra vendetta e beneficio
        2. Onore e ambizione: i discorsi morali di Pietro Verri
        3. Leggi dell’onore. La lettura di Cesare Beccaria e il dibattito europeo
        4. Se la legge tutela il proprio onore. Ovvero della vendetta pubblica
        5. La tortura nel secolo dei lumi. Note italiane
Postfazione, a cura di Paolo Carta
Bibliografia delle opere consultate

2 commenti:

giovanni damele ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
giovanni damele ha detto...

Qui http://pt.scribd.com/doc/170293401/Vendetta-privata-e-vendetta-pubblica una versione più lunga della recensione - con bibliografia