mercoledì 29 gennaio 2014

Bazzani, Fabio, Unico al mondo. Studi su Stirner

Firenze, Clinamen, 2013, pp. 160, euro 18, ISBN 978-88-8410-198-3

Recensione di Filippo Scarselli - 04/11/2013

Il singolo contro il sistema, questo è il taglio che, nella sua indeterminazione, meglio coglie la cifra di un testo come L'Unico e la sua proprietà di Max Stirner nella chiave di lettura scelta da Fabio Bazzani nel suo Unico al mondo. Fin dall'introduzione infatti, l'Autore inquadra il pensiero del filosofo tedesco ben oltre la polemica antihegeliana interna al cosiddetto hegelismo di sinistra, per conferirgli una dignità teoretica ulteriore, che lo situa al centro del dibattito contemporaneo sul potere.


Questo avviene, all'interno di Unico al mondo, attraverso una serie di declinazioni che passano in rassegna l'opera stirneriana sia in chiave storica e ricostruttiva (capp. 1, 2 e 3) che in chiave più strettamente analitica e teoretica (capp. 4, 5, 6).
Quella di Stirner, più che una filosofia, è un gesto, un gesto con caratteristiche filosofiche nel suo situarsi in ambito filosofico, ma che possiede anche e soprattutto la potenza e le implicazioni dell'evento, della performance. Il rifiuto caparbio e ostinato del senso, di qualsiasi tentativo di individuare il singolo entro un sistema che gli fornisca dall'esterno un significato altro rispetto al puro essere individuo qui e ora, fosse pure il linguaggio, che nominando generalizza e proietta la singolarità nel cielo della comunicazione, porta Stirner ad indicare una dimensione dell'esistere che si pone oltre il reale per come si configura nel pensiero della modernità.
“Nella reiezione di ogni senso, il senso di questa teoria risiede oltre le forme, ed è tale da determinare se stesso in quanto negazione non di una forma ma della forma: la forma viene sottoposta al vaglio distruttivo della critica radicale, il suo senso naufraga in un dubbio iperbolico, si infrange sull'unico senso di cui non si può dubitare, sulla infrangibile solidità di un centro con il quale si ha una sorta di «rapporto speciale»: il proprio io, oppure se, stessi, la propria corporeità, la propria carne. La carne, la «mia carne», non è una forma, bensì è centro di per sé per-me” (pp. 12-13).
L'aspra critica della logica dualistica e oppositiva del pensiero filosofico che, col suo configurarsi in universo chiuso del discorso, diviene strumento del potere, porta il filosofo tedesco a mettere in atto nell'Unico “una parola che in quanto atto pulsionale risulta appunto in tensione con ogni pro-getto, latenza-di-oltre aliena da promessa o prospetto e che si pone eccentricamente rispetto a quella violenza sull'individuo che la parola categorizzata […] non può non implicare” (pp. 14-15).
È infatti il linguaggio stesso che si fa strumento politico, volto al dominio e alla cancellazione della singolarità in nome di costellazioni ideologiche che fingono soltanto una realtà oltre le parole.
Solo il singolo è reale, solo l'individuo in carne ed ossa, affermato come monade a sé identica nella propria assoluta differenza rispetto agli altri individui, è in grado di dimorare presso se stesso, sfuggendo così al dominio dell'immateriale, a quelle costellazioni di senso che lo privano, in nome di una universalità vuota, fantasmatica, della sua irriducibile e irripetibile presenza a se stesso.  L'attenzione alla singolarità individuale è uno dei tratti distintivi anche nella produzione anteriore all'Unico, nella quale il vocabolario stirneriano si sviluppa ancora nell'alveo dell'hegelismo di sinistra. L'autocoscienza si presenta in questi scritti come un dato dalla valenza pragmatica prima ancora che teoretica, frutto dell'agire e realizzare se stesso da parte dello Spirito attraverso gli individui. L'acquisizione teoretica, attraverso l'azione, assume immediatamente una funzione politica e sociale. 
Il passaggio, per certi aspetti repentino e sorprendente dal punto di vista teoretico, al quadro concettuale de L'Unico e la sua proprietà, può esser meglio compreso se, alla concezione appena esposta, sottraiamo il presupposto dello Spirito come  motore della Storia, più precisamente come agente gli stessi individui, quei Freien che assolvono al compito di portare a compimento la razionalità nella propria epoca, che tentano cioè un adeguamento allo Zeitgeist. Così facendo, il fulcro dell'azione individuale diviene il singolo stesso che resiste e distrugge ogni sistema astratto e immobile di forme in nome non più di un'istanza superiore, ma della propria nuda singolarità. Alla filosofia della storia di matrice hegeliana si sostituisce “una lettura del divenire storico in termini di dominazione, di negazione dell'individualità” (p. 42).
Ne L'Unico…, sulla scorta della Fenomenologia dello Spirito, il livello fenomenologico e quello storico della trattazione si intrecciano, dando origine a due sequenze sovrapposte: come l'individuo è realista, idealista e infine egoista nel corso della propria esistenza, così la Storia si scandisce attraverso l'antico, il moderno e il "più-che-moderno", in cui l'individuo, l'Un-Mensch, può giungere alla liberazione dopo essere stato schiavo prima della natura e poi dello spirito. Con Hegel, ma anche con i suoi più aperti critici, Feuerbach e Marx, l'uomo permane “separato da quel che gli è proprio (il corpo, la terra, la vita stessa): si costituiscono due sfere che non si toccano, due sfere artificiali determinate a muovere da un assunto "irreale", quello del "cielo" (del senso, dell'universale, dell'Essere)” (p. 49).
Lo stesso concetto di alienazione è, secondo Stirner, una costruzione irreale: la rivelazione di supposte sfere di realtà oltre l'esperienza immediata di sé; le sedicenti verità altre e ulteriori rispetto all'esistenza in carne ed ossa del singolo, non sono che ossessioni, fantasmi, strumenti del dominio sugli individui, discorso metafisico che si risolve in forme di controllo politico e sociale. Tuttavia “nella irrealtà il reale nega l'irreale, la possibile liberazione nega la reale/irreale possessione, la costruzione del sé reale nega la costruzione del sé ridotto ad irreale. Compresenti alle forme storiche ossessive vi sono dunque i germi della negazione della ossessione medesima o, in altri termini, l'ossessione porta con sé gli elementi della propria graduale distruzione” (p. 51).
La liberazione proposta da Stirner non va in direzione né di un rovesciamento della metafisica né di una rivoluzione, sia l'uno che l'altra sempre a rischio di una re-istituzionalizzazione, di un ritorno, magari in forma opposta ma simmetrica, di sistemi di dominio sul singolo. Non si tratta, per il filosofo tedesco, di una sostituzione della scala di valori, non si tratta di passare da un sistema di pensiero all'altro, bensì di mettere in atto un “gesto momentaneo, irripetibile”: la ribellione, “questa forma-non forma, quest'atto, questo gesto-pratico-teoretico […], e l'individuo che si intende e si pensa come individuo libero, proprio nell'intendersi e nel pensarsi come libero è un ribelle” (p. 61).
La ribellione “è quell'atto teoretico (che richiama la nozione di unico) e pratico (che richiama l'altra e onnipresente nozione di egoista) il quale rinvia ad una dimensione schiettamente individuale […] né storicamente collocabile, né socialmente o politicamente determinabile […]” (p. 62).
Il ribelle è dunque l'unica soggettività reale, ovvero quella soggettività in cui l'egoismo, qualità appartenente ad ogni individuo, è stato portato a coscienza attraverso un atto di demistificazione; egli sarà dunque in grado di “cogliere se stesso quale singolarità irripetibile, non riconducibile a forme a sé esteriori poiché generali” (p.63).
Scrive Stirner : “Se mio scopo non è il sovvertimento dell'esistente, bensì il mio sollevamento al di sopra di questo, il mio proposito e la mia azione non è politico o sociale, bensì, poiché indirizzato soltanto a me e alla Mia individualità, egoistico” (p. 65). E ancora: “Allorché Io divoro quel che è Mio, ne sono signore, esso è soltanto una mia opinione, che in ciascun momento posso cambiare, cioè distruggere, revocare in Me e consumare” (p. 69, n. 16).
Il godimento e il consumo di sé, delle cose e degli altri individui sono dunque il frutto dell'atto ribelle che nega la negazione del soggetto e lo rende cosciente del proprio carattere monadico. La restituzione di una dimensione unicamente singolare come principio e fine dell'esistenza, ci porta anche a una rilettura dell'atto ribelle. Il cielo fantasmatico, l'ossessione della forma universale all'origine di ogni tipo di dominio non può che avere, in ultima istanza, al di là della stessa lettura storica presente ne L'Unico…, un'origine e una conformazione individuali. È il mondo stesso, del resto, l'intera dimensione cosale, ad essere frutto, nella propria sussistenza, della creazione del singolo.  Questo percorso di progressiva negazione di ogni universalità, che giunge all'estrema conseguenza della negazione del linguaggio e con esso, anche se in maniera implicita, della filosofia, ci conduce al cuore della soggettualità pensata come singolarità individuale. L'Un-Mensch stirneriano come frutto della ribellione non è né l'opposto né la semplice negazione dell'Uomo, ma la sua indeterminabile complementarietà intesa come indefinito slittamento da sé. L'identità dell'Unico avviene come differenza assoluta. Nei capitoli 4 e 5 di Unico al mondo Bazzani ricostruisce in maniera magistrale il nucleo teoretico de L'Unico... giungendo a presentarci uno Stirner di stringente attualità, un vero e proprio anticipatore di quel pensiero della differenza che ha segnato in maniera significativa la filosofia del secondo Novecento: “L'io non presuppone un pensiero ed un linguaggio, bensì è esso stesso presupposto mutevole del proprio pensiero e del proprio linguaggio. Potremmo dire che l'io «erra» di linguaggio in linguaggio e di pensiero in pensiero, senza mai ridursi né a linguaggio né a pensiero. Una tale erranza, o slittamento, di una parola in un'altra parola, e di un'opinione in un'altra opinione, che oltrepassa dissolvendo tanto la parola che l'opinione, non intende situarsi in un universo linguistico/concettuale dato, ma mostrarsi come frattura di quell'universo tramite la riscrittura di ciò che viene prima di esso” (p. 128).
La ragione stessa è, in questa prospettiva, funzione della singolarità; la frammentazione di ogni universale dissolve la Ragione nelle singole ragioni: “la verità non è una, ma molteplice, come molteplici sono gli io: differenti io, differenti verità, e differenti verità, al contempo, nel farsi ininterrottamente differente dell'io attraverso i molteplici istanti nei quali esso si pone, "appare". La verità sta, conseguentemente, nell'io in quanto momentaneo "apparire" ponendosi, e nel suo trasmutarsi in quanto apparire e porsi" (p. 124). Se “la filosofia medesima non è che rappresentazione del contrarsi del Sein ontologico universale nel Dasein del singolo” (p. 123), allora “l'io stirneriano, apparendo e scomparendo, «brucia», «consuma», se stesso quale presupposto di se stesso; la quantità del corpo dell'Io è la qualità dell'Io” (p. 127). In questa particolare e per certi versi estrema forma di materialismo, all'auto-consumo si accompagna l'auto-godimento secondo “quella singolare forma di eros che consiste proprio nell'impossibilità di determinarsi in un modo che non sia a sua volta instabile, ardente, slittante” (p. 128).
Dissoluzione dello spettro che dunque è anche dissoluzione di sé, per questo Stirner non è, a nostro avviso, ossessionato dallo spettro, ma dall'ossessione stessa. La sua filosofia si risolve in una sorta di coazione a ripetere la ribellione e la liberazione conseguente; da qui l'insistenza, rilevata da Bazzani, nel presentare la propria filosofia come senza radici, senza tradizione. È il linguaggio, invece, che si fa tradizione, che radica lo sradicamento stesso, che fissa e dunque ossessiona. L'esorcismo stirneriano non può che nominare per cancellare i propri fantasmi, non può che marcare uno slittamento al contempo segnando la posizione. È il paradosso, l'aporia di ogni pensiero che tenta di nominare la propria impossibilità, fino all'esito estremo: “la morte […] non è che il semplice venir meno della mia parola e della mia opinione, la fine del tempo e dell'eros che nel tempo si dà, ma la morte è anche quell'abissale momento nel quale il piacere del dire direttamente confligge con l'impossibilità del dire-ancora: la morte libera dal linguaggio grazie al godimento profondo dell'impossibilità del linguaggio stesso” (p. 129).


Indice

Prefazione
Introduzione
1. Lo spirito del tempo e l'annichilimento dell'individualità
2. La rivolta contro la metafisica
3. Il ritorno della metafisica. L'unione degli unici
4. La differenza
5. Un unico ineffabile
6. Morale e libertà dell'unico
Conclusione
Bibliografia

Nessun commento: