venerdì 10 gennaio 2014

Granito, Alessandra, Eugen Drewermann interprete di Kierkegaard. Le quattro forme kierkegaardiane della disperazione rilette alla luce della psicoanalisi

Napoli-Salerno, Orthotes, 2013, pp. 265, euro 17, ISBN 9788897806264.

Recensione di Sergio Fabio Berardini - 30/11/2013

Il libro a firma di Alessandra Granito ha per oggetto la rilettura del concetto kierkegaardiano di “disperazione” compiuta dal filosofo, teologo e psicologo Eugen Drewermann (Bergkamen, 1940). Tuttavia esso non si limita a questo: il presente saggio è anche o soprattutto uno studio su Kierkegaard – ben tre capitoli su quattro sono infatti dedicati al pensatore danese – e non a caso l’Introduzione si apre con le seguenti programmatiche parole: “Uno studio su Søren Kierkegaard non può prescindere da una considerazione preliminare:

ciò che muove il suo filosofare non è tanto, come per la filosofia greca, lo stupore e la meraviglia (thaumázein), non è neanche il dubbio moderno di matrice cartesiana, ma è la problematizzazione dell’esistente (aporein), l’attenzione rivolta all’esperienza della verità dura, aspra, privata ed essenziale che scuote l’esistenza nella sua apparente problematicità, spinge a riflettere su se stessi, attraversa augusta per angusta la debolezza e l’ostinazione umane per conquistare il vero essere nella fede” (p. 11).
Un’ampia parte di questo saggio, dunque, vede la ripresa di alcuni fondamentali temi kierkegaardiani al fine di situare al meglio la riflessione di Drewermann entro quell’ambito del filosofare mosso, appunto, dall’esigenza di problematizzare l’esistente e di volgere l’attenzione agli aspetti più critici e spesso criptati della vita, tenendo, nello stesso tempo, lo sguardo su quelli più edificanti ed elevati; sguardo che, secondo quanto emerge dalla prosa dell’autrice, solo può essere retto dalla fede, da un vivificato e vivificante rapporto con il Trascendente.
Il saggio in questione è senza dubbio ben scritto e ben ragionato: la penna di Alessandra Granito è infatti elegante e sa andare in profondità, arricchendo le proprie analisi con diffusi e pertinenti riferimenti. Il primo capitolo si concentra sul senso del termine “edificante”che è centrale nella riflessione kierkegaardiana. In particolare, l’argomentazione considera anche la critica, mossa dal pensatore danese, al cristianesimo borghese del suo tempo, che, non diversamente da quello odierno, rappresenta non già un ambito della vivida fede quanto un rifugio per i più che, lungi dal voler esistere autenticamente nel rapporto con Dio, insistono entro la mondanità armati di precetti e di dogmi che offrono loro securitas e rafforzano la loro vanitas. L’edificante, in tal senso, al quale l’opera di Kierkegaard ha sempre fatto riferimento, irrompe non già per consolidare questa seconda condizione, ma per metterla in crisi, per destabilizzare quella sicurezza mondana che è sostenuta da pensieri piani, livellati, e da una fede tiepida. «L’edificante», nota l’autrice, «non stabilizza, ma mette in crisi, spinge l’individuo non solo a un urto, a una presa di coscienza disincantata rispetto alla logica del mondo, alla ragione strumentale (per dirla con Horkheimer) e allo spirito euclideo (per dirla con Dostoevskij), ma anche all’adozione di un modus vivendi et operandi profondamente “contro-fattuali”» (p. 48). Insomma, l’intento “edificante” della scrittura kierkegaardiana non è rivolto alla edificazione di un mondo nel quale sia possibile assicurarsi un comodo posto dal quale assistere lo scivolar via dell’esistenza, ma al contrario è rivolto ad aprire uno squarcio in questo mondo, al fine di dischiudere l’apertura con «una Trascendenza ‘totalmente Altra’ che, sola, rende possibile la libertà umana e l’assunzione di una Verità essenziale» (p. 48). L’edificante è l’occasione destabilizzante che può fondare il rapporto tra l’uomo e Dio: se viene negato (dai divertimenti e dagli affanni del mondo) oppure sedato (da una rassicurante fede), dà origine a una intima e lacerante disperazione.
Il secondo capitolo, il più corposo del libro, è dedicato alla fenomenologia della disperazione compiuta da Kierkegaard (ovvero dallo pseudonimo Anti-Climacus) nella sua celebre opera del 1849 La malattia per la morte (Sygdommen til Døden). Questa parte è forse la meno originale del saggio di Granito, in quanto si limita, pur con la consueta scrittura chiara ed elegante, ad esporre sinteticamente (e con modalità conosciute) le forme kierkegaardiane della disperazione senza compiere innovative analisi. Ciononostante, questo capitolo, insieme al successivo, è prezioso e utile, specie per il lettore che non ha confidenza con il pensiero di Kierkegaard) in quanto permette di posizionare al meglio il tema centrale del libro. In accordo con il pensatore danese, l’uomo è qui presentato (pp. 61-72) quale “sintesi” – da intendersi come un rapporto conflittuale, mai conciliato – tra due elementi opposti: finito e infinito, necessità e possibilità, temporalità ed eterno, corpo e anima. Non solo: l’uomo è anche il rapportarsi di questa sintesi con se stessa (è coscienza di sé) e inoltre è in rapporto con ciò che ha posto questa sintesi (è in rapporto con Dio, con la trascendenza). Il modo in cui viene a determinarsi il rapporto tra questi elementi opposti, e così il rapporto della sintesi con se stessa e con Dio, va a qualificare la “salute” o la “malattia” dell’uomo: il suo essere o non essere disperato. L’analisi dell’autrice si rivolge così alle forme di questa disperazione, considerandola alla luce del mancato equilibrio degli elementi che sono posti in rapporto. In particolare, questo secondo capitolo considera la disperazione a partire dal disequilibrio tra la coppia di elementi opposti finito/infinito e necessità/possibilità, per poi passare all’analisi della disperazione in riferimento alla coscienza, ossia in relazione alla consapevolezza che il disperato ha di se stesso e della propria condizione: la disperazione si intensifica di grado, passando dalla debolezza di chi sa poco o nulla del proprio essere disperato, all’ostinazione di chi ne è sempre più consapevole.
Il terzo capitolo, intitolato Riflessione amartiologica e dialettica esistenziale ne La malattia per la morte, è una prosecuzione del capitolo precedente e considera la disperazione alla luce del rapporto tra il sé e la trascendenza. Si tratta, in questo caso, di una disperazione “potenziata”, nel senso che la disperazione viene vista come “peccato” in riferimento «alla volontà umana di fondare l’esistenza prescindendo da Dio, all’abuso della propria libera volontà» (p. 154). Qui il peccato è ricondotto, cristianamente, alla volontà, non già all’ignoranza, di permanere in quello stato di peccato che è aversio a deo, e dunque entro quella “malattia per la morte” che è in senso proprio la disperazione. Il peccato, dunque, «come atto libero, azione consapevole e (ir)responsabile dell’individuo, come una determinazione esistentiva e qualitativa che ha origine nell’abuso deteriore della volontà» (p. 167) – è dunque dimensione esistenziale della scelta, della decisione di sé e del proprio mondo.
L’ultimo capitolo, nel rivolgersi finalmente a Drewermann e alla sua opera, di Kierkegaard, considera la “fenomenologia della disperazione come fenomenologia del profondo”. L’antropologia di Drewermann ci presenta l’uomo come un essere limitato, incompleto, vulnerabile, che sempre deve fare i conti con l’“ineluttabilità” e il “fallimento morale” (p. 185). In particolare, ci avverte Granito, «essenza della tragedia umana è l’inevitabile esito fallimentare del continuo sforzo, nella inesausta lotta morale dell’Io, del suo pervicace tentativo di mantenere un equilibrio tra le pressanti esigenze pulsionali dell’Es, le imposizioni e i rimproveri del Super-Io e, al contempo, le pretese in aggirabili del mondo esterno» (p. 186). E dunque, non solo l’uomo è visto come un essere incompleto, ma è visto come un essere che è in lotta al fine di conquistare la propria completezza, ovvero che fugge in modo miserevole a questa istanza alla quale, pur nel suo rifiuto, sente di essere chiamato. Come detto, secondo la lezione kierkegaardiana, l’uomo è sintesi di opposti: di finito e infinito, di necessità e possibilità – la sua finitezza non è quella delle pietre, ma è una finitezza aperta al trascendimento dei limiti, mossa com’è dal desiderio di portarsi oltre il necessario, verso il possibile. E tuttavia, questo movimento può essere equivoco, nella misura in cui, nel compierlo o nel negarlo, l’uomo si chiude nel proprio ristretto ego (Eraclito parlerebbe di idios kosmos) e non si affida a Dio – a quel trascendente che è il fondamento stesso dell’infinito e della possibilità.
L’intento di Drewermann, rendendo più chiaro il senso dell’ampia analisi preliminare dedicata a Kierkegaard, è quello di ripensare profondamente la prassi e i fondamenti epistemici della psicoanalisi, facendo ricorso al rapporto con la trascendenza: «Drewermann», nota infatti l’autrice, «rintraccia la risoluzione del dramma dell’esistenza umana non in un riduzionistico approccio psicoanalitico, che non fa altro che ripiegare l’uomo su se stesso […], ma in un serio abbandono (proprio nel senso della Gelassenheit heideggeriana) fiducioso al Divino, all’Eterno, al Trascendente, perché l’essere umano giunge a se stesso se e solo se, contemporaneamente, giunge a Dio» (pp. 189-190). L’attenzione “clinica” dello psicologo e filosofo tedesco si rivolge così al rapporto tra l’uomo e se stesso e tra l’uomo e Dio, individuando nello squilibrio di questo rapporto l’origine dell’umano “mal-essere”. Dando vita a «un dialogo tra psicoanalisi e teologia morale» (p. 195) – un dialogo al quale è invitato anche Fritz Riemann (Chemnitz 1902-München 1979), autore del saggio Le quattro forme dell’angoscia (1961) – Drewermann delinea una fenomenologia del profondo che segue, con fedeltà e innovazione, la fenomenologia kierkegaardiana della disperazione. Accompagnando il lettore lungo questo percorso fenomenologico, Alessandra Granito ci mostra come tale ermeneutica della psiche scorga nella disperazione e nelle nevrosi «una mancata e/o errata elaborazione dell’angoscia» (p. 206): angoscia è qui intesa correttamente come l’ambito esistenziale, dischiuso dalla libertà e dunque dalla responsabilità, al quale l’uomo accede nel momento stesso in cui è gettato nell’esistenza ed è chiamato a realizzarsi. Si delinea così un affascinante disegno in cui la depressione, la schizoidia, la nevrosi ossessiva e l’isteria trovano una precipua corrispondenza con le forme della disperazione descritte da Kierkegaard, a seconda del disequilibrio che l’individuo, definendo il proprio esserci nel mondo, posto com’è tra una dimensione terrena e una divina, elabora con la necessità e la possibilità, col finito e l’infinito (cfr. p. 206).
Chiudono il libro le Conclusioni dell’autrice, che in queste pagine rivolge la propria attenzione al “male” che ha aggredito l’Occidente. In particolare, secondo la lettura qui condotta, il male concernerebbe la “mancanza di senso” innanzi al quale l’uomo – in rivolta o in ritirata – per lo più risponde o ipertrofizzando il proprio ego, assecondando una folle volontà di potenza; oppure, compresa la propria impotenza, attraverso una debole rinuncia di sé che lo conduce a consegnarsi alla massa obliante o, nel migliore dei casi, ad elaborare una qualche forma di saggezza intramondana che gli renda sopportabile il proprio transitorio esserci. Questo male è un malum metaphysicum «tanto radicale quanto non localizzabile e non esprimibile, […] estremo retaggio di un costitutivo bisogno di senso (“spazio della Trascendenza”), che sempre si ri-presenta alla coscienza o all’inconscio dell’uomo e da cui l’esistenza umana è pur sempre sottesa» (p. 244). Sicché, la disperazione e le nevrosi che caratterizzano il nostro tempo sarebbero delle estreme «invocazioni di senso» (p. 246) – e insieme la denuncia dell’assenza di un originario senso andato perduto. Un senso originario (comprendente l’origine e il fine dell’erranza umana) che questo homo vulnerabilis potrà ritrovare soltanto nella misura in cui si rivelerà in grado di rivolgersi alla trascendenza, al “totalmente Altro”.
Per concludere, il saggio di Alessandra Granito è scritto bene ed è senza dubbio interessante, anche perché presenta un autore, Eugen Drewermann, in Italia poco tradotto e poco studiato. D’altra parte, si segnala una incongruenza tra il titolo e i contenuti del presente libro: se, infatti, si considera anche solo il numero di pagine dedicate ora a Kierkegaard e ora a Drewermann, si noterà un forte sbilanciamento verso il primo. Certo, per comprendere il lavoro dello studioso tedesco non è possibile prescindere da una chiarificazione della posizione kierkegaardiana; e tuttavia, pur essendo consapevoli di questa necessaria operazione, ci si chiede se forse non sarebbe stato opportuno ampliare la parte dedicata alla fenomenologia drewermanniana (che occupa solamente l’ultimo capitolo del libro). Tutto ciò non solo e non tanto per giustificare il titolo posto in copertina, ma altresì per dare maggiore spazio e assicurare una più profonda analisi, anche critica, a un pensiero e a una ricerca che, pure grazie al lavoro di Granito, si rivela meritevole di attenzione.


Indice

Avvertenza bibliografica
Introduzione. Vivere il limite tra ineluttabilità e azzardo estremo. Itinerari filosofici de La malattia per la morte
Capitolo Primo. Il paradosso dell’edificante tra dialettica esistenziale e radicalismo cristiano
Capitolo Secondo. La fenomenologia della disperazione come epifenomeno della libertà impotente
Capitolo Terzo. Riflessione amartiologica e dialettica esistenziale
Capitolo Quarto. Fenomenologia della disperazione come fenomenologia del profondo. L’attualità di Kierkegaard nell’ermeneutica di Eugen Drewermann
Conclusioni. Disperazione e nevrosi: patologie o condizioni della mancanza di senso?
Bibliografia essenziale
Indice dei nomi

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