lunedì 13 gennaio 2014

Messinese, Leonardo, Né laico, né cattolico. Severino, la Chiesa, la filosofia

Bari, Dedalo, 2013, pp. 160,  euro 16, ISBN 978-88-220-5389-3.

Recensione di Gaetano Vena - 05/10/2013

Con questo libro Leonardo Messinese, docente di Storia della filosofia moderna presso l'Università Lateranense di Roma, continua la sua analisi della teoresi di Emanuele Severino, alla quale ha già dedicato i volumi: L’apparire del mondo. Dialogo con Emanuele Severino sulla ‘struttura originaria’ del sapere (Mimesis, 2008) e Il paradiso della verità. Incontro con il pensiero di Emanuele Severino (ETS, 2010). Lo studio che Messinese presenta al lettore si prefigge di fornire un quadro globale della riflessione condotta dal pensatore bresciano, 

raccordando due aspetti del suo pensiero fino ad ora studiati separatamente dagli esegeti della sua opera: la riflessione sul destino dell'Occidente, la cui vicenda è segnata dal nichilismo conseguente dall'oblio del senso dell'essere, e l'analisi delle tendenze attuali della cultura contemporanea, dominata da quello che Severino chiama “Apparato scientifico-tecnologico”, la cui episteme caratterizza l'intero orizzonte noetico della nostra epoca. Secondo Messinese, essendo la matrice culturale di entrambe le linee di riflessione la medesima, esse possono essere comprese fino in fondo solo tenendo conto del loro intreccio. Nel corso del suo libro Messinese ricostruisce quindi la storia di questo intreccio, prendendo le mosse dagli esordi dell'allora giovane filosofo, che lo vedono seguace del magistero di Gustavo Bontadini, esponente di punta della filosofia neoscolastica, con il quale si era laureato presso l’Università di Pavia, e che aveva poi seguito presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove si era insediato prima sulla cattedra di Filosofia morale e poi su quella di Filosofia teoretica. Il Severino di questo periodo assorbe dal maestro l’aspirazione ad edificare una filosofia dell’essere, che si opponga al soggettivismo immanentistico di cui soffre gran parte della filosofia contemporanea (il cui prototipo è rappresentato dalle filosofie idealistiche), il quale conduce a quella concezione ‘fenomenistica’ della conoscenza e dell’etica che costituisce lo stigma più profondo della cultura moderna. Il giovane Severino, sulle orme del maestro, vorrebbe invece reiterare l’isomorfismo tra pensiero e realtà che secondo lui permeava il pensiero greco antico – inteso come un corpo dottrinale fondamentalmente unitario, culminante nelle figure di Platone e di Aristotele – la cui migliore eredità sarebbe stata raccolta dalla teologia scolastica, dando vita a quella che egli chiama la “metafisica classica”. Lo scritto più rilevante di questa prima fase è La struttura originaria (1958), nel quale l’autore si interroga sulla “struttura della verità nella sua dimensione più universale (tale, cioè, da valere per ogni affermazione che ambisca alla incontrovertibilità)” (p. 26): già qui viene alla luce quella che sarà la preoccupazione teoretica costante di Severino, ossia la ricerca di una “verità incontrovertibile, assoluta, definitiva” (p. 18), unico punto di partenza possibile per la costruzione di una conoscenza che non voglia porre le basi per il proprio superamento. Il libro è importante anche perché in esso compare per la prima volta la “tesi dell’immutabilità dell’essere relativa ad ogni essente” (p. 26), all’interno della cui prospettiva il divenire rimanda ad una aristotelica causa indiveniente che ne giustifichi la posizione (causa identificabile con la divinità trascendente di cui parla la tradizione cristiana). Con il successivo Studi di filosofia della prassi (1962) emergono le prime frizioni del filosofo rispetto all’ateneo nel quale insegna, perché il teologo Carlo Colombo giudica pericolose alcune tesi sostenute nel volume, valutandole poco collimanti con il magistero ecclesiastico (p. 27). Se in quella occasione la polemica si stempera grazie soprattutto all’intervento di monsignor Francesco Olgiati, grande estimatore di Severino, con la pubblicazione del saggio Ritornare a Parmenide (1964) viene alla luce un dissidio insanabile tra il filosofo bresciano e l’ateneo milanese. E non si tratta di una disputa ‘solo’ filosofica: Messinese riferisce del processo canonico a cui lo studioso è stato sottoposto dalla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, nel corso del quale le sue tesi sono state minuziosamente esaminate da un consesso di tre periti, che ne ha infine decretato l’incompatibilità con le verità di fede custodite dalla Chiesa romana (p. 34). A questo punto, preso atto da ambo le parti della gravità di una frattura incomponibile, a Severino non restò che abbandonare l’Università Cattolica per trasferirsi presso quella di Venezia (nel 1970), dove rimarrà fino alla fine della sua carriera universitaria. Ma qual era la tesi filosofica che aveva suscitato una reazione tanto eclatante? In Ritornare a Parmenide, Severino riprende la tesi dell’immutabilità dell’essere, ancorandola questa volta appunto alla prospettiva parmenidea (almeno come la interpreta lui), secondo la quale l’essere, inteso come il complesso di tutto ciò che è, non può non essere, cioè non tollera alcuna contaminazione con il suo opposto, il non essere. Tutto ciò che è, appunto è, senza distinzioni di valore o di grado. Severino asserisce quindi “la tesi dell’immutabilità di ogni ente, come ciò rispetto a cui si dovrà procedere per ogni ulteriore determinazione della verità dell’essere” (p. 78). Il maestro di Elea ha intravisto questa verità fondamentale, ma il pensiero greco successivo, invece di costruire a partire da essa, ha scelto di lasciarla cadere nell’oblio. Più precisamente, è stato Platone a concepire l’ente come qualcosa di “intermedio tra l’essere e il nulla, ovvero come ciò che oscilla tra l’uno e l’altro di questi due estremi”: ecco perché il pensiero platonico identifica l’essere con il niente (p. 82). La novità rispetto a La struttura originaria va individuata nel fatto che Severino presenta questa tesi sganciandola da ogni riferimento all’idea di una causa incausata, che funga da motore immobile. In effetti, se l’essere è una totalità olisticamente completa ed autosufficiente, ogni riferimento ad una realtà trascendente che se ne faccia garante è assurdo, poiché sarebbe già un decremento della sua perfezione. Per la cultura cattolica una impostazione di questo tipo era inaccettabile, perché non riservava alcuno spazio a quel “Dio metafisico” che costituisce l’architrave concettuale di ogni costruzione filosofico-teologica. Su questo punto, tuttavia, Messinese esprime una serie di puntualizzazioni interessanti, ponendo il dubbio che, proprio perché poco ortodosso, il pensiero di Severino possa agire da ‘lievito’ e da ‘pungolo’ per la cultura cattolica, come attesta quello che egli chiama il suo “confronto sempre vivo con il cristianesimo”, al quale dedica l’intero settimo capitolo del libro (pp. 109-121). Ma, al di là delle questioni strettamente teoriche, il vero divario tra Severino e la cultura cattolica consiste nel fatto che il suo pensiero non riconosce alcun valore particolare al kerigma cristico e di conseguenza all’istituzione che pretende di amministrarlo. Nel corso degli anni, riflettendo sul suo allontanamento dalla Cattolica, Severino preciserà con nettezza sempre maggiore che “la pronuncia di quel giudizio implica che la Chiesa si consideri depositaria non soltanto della verità soprannaturale – come essa sostiene – ma anche della verità naturale o filosofica” (p. 34), e con ciò pretendendo di giudicare la liceità di tale verità naturale; ed è precisamente questa pretesa che il filosofo considera irricevibile. Consumata la rottura con l’ateneo milanese, Severino espande il raggio d’azione della sua indagine filosofica, la cui critica investe ora l’intera civiltà dell’Occidente, le cui manifestazioni sono accomunate dall’abitare la dimensione del nichilismo, un sentiero cognitivo basato sulla fede nella realtà del divenire: da qui si origina la lunga storia dell’alienazione dell’Occidente, incominciata appunto con il pensiero greco antico e proseguita con l’avvento del cristianesimo, che radicalizza ulteriormente il nichilismo platonico. Secondo gli esegeti della rivelazione cristiana, infatti, il mondo non solo nasce, essendo creato dalla divinità, ma ha addirittura bisogno di essere salvato da essa, per essere strappato alla morsa del peccato e della consunzione: in questo modo non solo si perpetua l’oblio dell’essere, ma gli si fa raggiungere l’apoteosi. Per questo Severino afferma che “Nessun Dio ci può salvare. I Salvatori salvano dal nulla. Gli essenti – gli eterni – non hanno bisogno di essere salvati. Al di fuori della fede nel divenire e del senso alienato della salvezza, la salvezza è il tramonto della follia del divenire e dei Salvatori” (p. 98). L’Occidente, quindi, vive in una condizione patologica, perché abita una dimensione fondamentalmente inautentica, che Severino chiama “mondo”, ossia l’“orizzonte nichilistico” nel quale le cose appaiono nella dimensione del divenire. All’interno del “mondo”, l’uomo si pensa come “mortale”, cioè come un ente caduco e votato alla disfatta, mentre il suo destino sarebbe di risplendere nella “Gloria” imperitura dell’essere, una dimensione che il filosofo chiama “Gioia”. Ma proprio perché il “mondo” è qualcosa di sostanzialmente ‘sbagliato’, esso patisce una condizione di disagio continuo, figlio della fede nella realtà del divenire. Tale disagio lo porta a difendersi dall’angoscia del divenire, cioè dal terrore che ciò che è possa essere inghiottito dal nulla (dal quale in realtà proviene, secondo l’ontologia distorta del nichilismo). Per questo il “mondo” forgia di continuo dei simulacri dell’essere, che vorrebbero ambire a quella saldezza in cui può abitare solo l’essere. Ogni preteso “immutabile” prodotto dal “mondo” è quindi destinato al “tramonto”, perché è proprio la fede nel divenire che rende improponibile la presenza di una realtà che voglia affermarsi come non transeunte. Così è stato per tutte le ‘fedi’, religiose o secolari, susseguitesi nella lunga parabola dell’Occidente: la fede nel cristianesimo, nel progresso, nel liberalismo, nel comunismo, nella democrazia, nel capitalismo, nella scienza e nella tecnica, sono tutte accomunate dall’abitare il “tempo” (del “mondo”) e per questo votate al cupio dissolvi. Con l’avvento della tecno-scienza si è entrati in una fase forse ultimativa, perché, se le fedi precedenti ambivano almeno potenzialmente ad un miglioramento, per quanto illusorio, della condizione umana, la tecno-scienza, o, meglio, l’Apparato scientifico-tecnologico che la governa, non si pone nemmeno più il problema di realizzare uno scopo allotrio, al di fuori del proprio perpetuo autopotenziamento. Ma allora, giunti a questo punto, che cosa resta dell’Occidente? E, soprattutto, qual è prognosi di Severino sul suo destino? La risposta del filosofo è paradossale: si tratta semplicemente di attendere ciò che è inevitabile, cioè “il tramonto dell’Occidente”, determinato dalla sua stessa fede nella realtà del divenire. Insieme all’Occidente tramonterà infatti, né potrebbe essere altrimenti, il nichilismo di cui l’Occidente è il prodotto. Oltrepassata questa dimensione ci attende quella che Severino chiama la “terra che salva”, abitando la quale l’uomo non sarà più costretto a pensarsi come “mortale”, bensì come compartecipe della “Gloria” dell’essere. All’interno di questa prospettiva escatologica, il pensiero di Severino riveste la funzione di preparare l’attesa di tale tramonto, in modo da viverlo con serenità e consapevolezza (p. 150). Messinese guida il lettore all’interno di questo processo teoretico con grande chiarezza e sistematicità, sorretto da un indovinato piglio ‘didattico’, che ricostruisce il pensiero severiniano riducendo al minimo l’uso di tecnicismi, che sarebbero potuti risultare ostici al lettore non specialista. In ultima analisi, si può senz’altro concludere che il suo lavoro proponga un ottimo strumentario, concettuale e terminologico, per chi da ora in poi voglia imparare a confrontarsi con il pensiero del filosofo bresciano. 


Indice 

A chi si rivolge il libro
Sulla soglia
Vita e opere di un filosofo
Un pensiero all’insegna dell’eterno
Una discussione lunga quanto la storia della filosofia
La ricerca giovanile della metafisica invincibile
La clamorosa «svolta» del ritorno a Parmenide e l’inizio di un nuovo cammino
L’interrogazione appassionata e radicale sul senso della vita e della morte
Il confronto sempre vivo con il cristianesimo
La fede nel divenire, la fine della metafisica, la distruzione della tradizione occidentale
Il nichilismo contemporaneo. La risoluzione della metafisica e dell’etica nella tecnica
I «rimedi» inefficaci per l’angoscia del divenire e la Gioia
Congedo

1 commento:

edoardo gianfagna ha detto...

La recensione è ben sviluppata, estremamente chiara ed articolata in modo convincente. Quello che mi resterà di questa lettura su una scrittura sopra un'altra scrittura (che a sua volta si rifà ad altre scritture) è il dubbio se valga sempre la pena d'acquistare e leggere libri che parlano innanzitutto e quasi soltanto di altri libri. I libri sono un mondo, è vero; e leggere libri che parlano di altri libri è come un viaggio in mondi sconosciuti: ma se di quei mondi non sappiamo ancora se siano abitati, se meritino il nostro interesse, o addirittura se esistano (e cioè, fuor di metafora: se i libri di cui gli altri libri parlano meritino di essere indagati ed esplorati con tutte le fatiche che ciò comporta) forse è bene attendere la giusta prova del tempo (e non quella del successo commerciale) e nel frattempo dedicare le proprie riflessioni a libri il cui valore non solo è provato, ma pure largamente dimenticato. Le mode, pur puntellate con acume, non cessano d'essere fatti effimeri. E i libri che si impongono alla storia del pensiero, lo fanno per forza propria; non certo per il puntello d'altri libri.