lunedì 2 marzo 2015

Bodei, Remo, Generazioni. Età della vita, età delle cose

Roma-Bari, Laterza, 2014, pp. 97, euro 14, ISBN 978-88-581-1102-4

Recensione di Tiziana Gabrielli - 14/11/2014

La crisi del welfare state ha determinato, specie negli ultimi anni, un radicale indebolimento dei legami sociali, modificando i rapporti di solidarietà e di fiducia tra le generazioni. Un pregevole contributo per un ripensamento storico-filosofico e sociologico sulle condizioni di possibilità per un nuovo patto, più equo e lungimirante, tra le generazioni ci viene offerto dal volume di Remo Bodei, articolato in tre sezioni: “Le tre età della vita”; “Generazioni” ed “Ereditare e restituire”.


Il nucleo della prima sezione ruota intorno alla divisione della vita umana, mutuata da Aristotele (Retorica), in tre fasce di età: giovinezza, maturità e vecchiaia. Questa tripartizione, «estesa metaforicamente anche al ciclo vitale delle nazioni e delle civiltà» (p. 5), funge, per Bodei, da «pietra di paragone per confrontare preliminarmente i mutamenti avvenuti nella nostra attuale scansione delle età della vita» (p. 8).
All’interno di questa articolazione (storicamente prevalente rispetto a quella quadripartita in base alle stagioni dell’anno e ad altre scandite, come nelle stampe popolari, in sei o otto fasi), la preferenza viene assegnata alla maturità, in quanto «simbolo di pienezza, di glorioso mezzogiorno, di culmine della parabola dell’esistenza e di raggiunto, felice equilibrio tra memoria del passato e proiezione nell’avvenire» (p. 6). Secondo Shakespeare, infatti, essa «è tutto», mentre per Oscar Wilde, «essere immaturi significa essere perfetti» (p. 6), nel senso di essere aperti ai cambiamenti.
Bellezza, energia, inesperienza, impeto e desiderio caratterizzano la giovinezza. La vecchiaia, invece, spesso è segnata dal sentimento della malinconia, ma soprattutto dal rallentamento fisico e mentale («etimologicamente il vecchio è “imbecille”, in quanto ha bisogno di appoggiarsi a un bastone, in baculo», ibidem), che induce a conservare i ricordi più antichi meglio di quelli più recenti («legge di Ribot», 1881, p. 13). E se i giovani aspirano ad acquisire e accumulare beni materiali e immateriali, i vecchi, invece, «vivono sotto il segno dell’agostiniano metus amittendi, della paura di perdere tutto («nous ne vivons que pour perdre», Madame de Lambert, Traité de la Vieillesse, p. 8), sperimentando, con il deperimento delle energie del corpo e dello spirito, «un’inarrestabile emorragia di vita» (p. 7).
Rispetto ai celebri elogi della vecchiaia come età della saggezza (da Cicerone a Mantegazza), Machiavelli, invece, è stato il primo a capire che i vecchi, a causa della loro minore capacità di adattarsi al nuovo, restano indietro nella decodificazione delle trasformazioni sociali e culturali. Inoltre, già Durkheim aveva osservato che il progressivo livellamento delle età e dei costumi aveva comportato un minor rispetto per i vecchi e per gli antenati (p. 12).
La suddivisione della vita in tre stadi è rimasta immutata fino alla fine del Seicento, allorché, terminate le grandi epidemie di peste e di lebbra, la popolazione europea cominciò ad aumentare e i bambini non morivano più in tenera età come prima. Di qui il riconoscimento dell’infanzia come momento autonomo dello sviluppo dell’uomo, indipendente dalla giovinezza. Se gli antichi, da Cicerone ad Agostino, sino a Cartesio, avevano una concezione negativa dell’infanzia, è solo a partire dalla seconda metà del Settecento, e in particolare nell’età romantica, che essa è stata rivalutata, esaltata e idealizzata. Con i Tre saggi sulla teoria sessuale di Freud (1905), e con la psicoanalisi, l’infanzia appare, invece, come l’età del conflitto e della lacerazione, non più l’età dell’innocenza e del paradiso perduto.
Nella società del terzo millennio assistiamo a una dilatazione dell’età della giovinezza e della vecchiaia, a cui corrisponde un sostanziale restringimento della maturità. I giovani, soprattutto per ragioni economiche, non riescono a essere indipendenti, ritornando a casa dopo la laurea (vengono chiamati per questo “generazione boomerang”, p. 71), e i vecchi, grazie a una maggiore longevità, aspirano ad una seconda giovinezza dopo il pensionamento.
L’allungamento dell’età media ha avuto come conseguenza negativa quella della crescita delle demenze senili, in particolare dell’Alzheimer, che copre il 50% dei casi. Il resto si suddivide tra la malattia di Pick (caratterizzata dall’agitazione psicomotoria) e le demenze di origine vascolare, tumorale, infettiva o traumatica. «Si calcola che il 30% dei vecchi di 85 anni siano affetti dal morbo di Alzheimer (in Italia ne sono attualmente colpite circa mezzo milione di persone e, a livello mondiale, si prevede che nel 2050 ne soffrirà un individuo su 85)» (pp. 22-23). Questa malattia si caratterizza soprattutto per il progressivo declino delle facoltà superiori: la memoria (pregressa, semantica e procedurale), l’intelligenza e la volontà. In sostanza, nello stadio più grave, il malato di Alzheimer non sa più chi è, e la sua identità personale (termine coniato da John Locke nella seconda edizione del Saggio sull’intelletto umano del 1694) può essere tutelata solo se viene conservato il filo della memoria del passato e la preoccupazione per il futuro. E in assenza di una fede religiosa o ideologica, oggi la morte appare insensata, e la vecchiaia, sempre più solitaria, ancora più drammatica.
In seguito ai recenti sviluppi della ricerca genetica vivere più a lungo e in buona salute non è più una chimera. Attraverso il progetto SENS (Strategies for Engineered Negligible Senescence), il genetista e bioingegnere britannico Aubrey de Grey sostiene infatti che «nell’arco di decenni o entro questo secolo potremmo (…) progressivamente giungere a vivere duecento e più anni e, in una prospettiva di lunga durata, addirittura mille. A partire dallo slogan “L’età è curabile”, nel dipartimento di genetica dell’università di Cambridge, de Grey ha ideato, ipotizzato o elaborato una panoplia di procedure per sconfiggere la vecchiaia, grazie alla riparazione del degrado delle cellule (tra queste l’uso di cellule staminali cui sono stati tolti i telomeri)» (pp. 29-30). «Tramonta la ‛natura umana’  così come l’abbiamo finora conosciuta – scrive Bodei – e, grazie alle biotecnologie, si altererà forse, in un imprevedibile futuro, anche l’attuale scansione delle età della vita» (p. 31).
Nella seconda sezione Bodei si concentra sul tema del rapporto tra le generazioni dall’antichità ad oggi. Per Aristotele (Oikonomica) e Dante (Divina Commedia e Convivio), il trentacinquesimo anno di età segnava lo spartiacque tra la fine della giovinezza e l’inizio della maturità e con esso il dovere di assistere la propria famiglia per ricambiare l’amore e l’educazione ricevute. Nell’antica Grecia, per esempio, esisteva l’eranos,  un sistema di versamento volontario di contributi per assicurarsi la sopravvivenza in caso di imprevisti. A Roma c’erano le sodalitates o collegia opificium, una sorta di cassa di mutuo soccorso per artigiani o operai appartenenti a corporazioni, Per chi moriva senza lasciare testamento le risorse potevano essere attinte dai beni che talvolta distribuiva lo Stato. I poveri e gli invalidi di guerra godevano, già dal Cinquecento, grazie alle Poor Laws di diversi paesi, di aiuti e benefici elargiti dalle istituzioni ecclesiastiche o politiche (p. 39). Dobbiamo aspettare la fine del XIX secolo per vedere introdotte tra il 1884 e il 1889, grazie a Bismarck, le assicurazioni di malattia e di vecchiaia. In Italia la previdenza sociale inizia a costituirsi a partire dal 1898, anno della «Carta della mutualità», e dal 1900, quando Giolitti promosse l’istituzione e la distribuzione del «chinino di Stato» (per evitare la trasmissione del plasmodio, responsabile della malaria, che Giovan Battista Grassi imputava alla zanzara anofele) (pp. 41-42).
Dopo aver toccato il vertice negli anni Sessanta e Settanta del XX secolo, il welfare state ha iniziato il suo declino, accentuatosi con le politiche neoliberiste di Margareth Thatcher e Ronald Regan, e, soprattutto, con la crisi finanziaria ed economica del 2007/2008, che ha costretto gli Stati a perseguire politiche di estremo rigore, tanto da indurci a una sorta di “frugalità infelice” (p. 44). «L’incertezza del futuro spinge quindi, oggi, per un verso a mettere la sordina ai desideri di maggiore godimento di beni e servizi e, per un altro, a far riscoprire valori immateriali di felicità (convivialità, amicizia, cultura, sport) non misurabili, come si dice, mediante il PIL, bensì mediante il FIL, ossia la «Felicità Interna Lorda» (pp. 45-46).
Se è vero, per dirla con Agostino e Hannah Arendt, che ciascuno di noi, nascendo, rappresenta «una novità inimitabile, inizia una nuova storia» (p. 47), è altrettanto vero che ogni individuo condivide con i propri coetanei le vicende del suo tempo. Pertanto occorre distinguere tra «generazioni in senso biologico, come distanza temporale tra genitori e figli, e generazione come insieme di coetanei che condividono determinate esperienze storiche» (p. 47). «Tutte le generazioni sono, inoltre, più o meno compatte e in continuità o discontinuità con quelle loro contemporanee non solo in base agli spazi geografici e politici in cui crescono e si sviluppano, ma anche all’incisività delle istituzioni che le educano e le indottrinano, alle leggi che le disciplinano e alle mode che le attraversano» (p. 55). Nel mondo occidentale, dopo la «generazione eroica», che ha vissuto l’esperienza delle due guerre mondiali e la violenza dei regimi totalitari, è venuta quella «pratica», di chi è nato intorno al 1945, che ha prediletto lavori sicuri e redditizi al mestiere delle armi. In tempi più recenti si è aggiunta la «generazione X», caratterizzata dall’ondata dei baby boomers, nati tra il 1964 e il 1979, che hanno attraversato trasformazioni epocali: la fine del colonialismo e la guerra fredda, la dissoluzione dell’impero sovietico e l’egemonia degli Stati Uniti. L’espressione «generazione X» è stata usata per definire la gioventù britannica dei punk, generazione perduta, segnata dal nichilismo e dal rifiuto dei valori tradizionali, che rivendicava l’omosessualità e legami sentimentali non sanciti dal matrimonio. Questa generazione è stata la prima, purtroppo, ad avere conosciuto l’AIDS. Dopo la generazione X i sociologi hanno parlato di una «generazione Y» (o dei Millennials), definita come Generation Golf (quella di chi, negli anni Ottanta, ha goduto di un certo benessere), Shampoo Generation (in cui il rapporto tra genitori e figli non era più quello ispirato alle contestazioni del Sessantotto), o, ancora, Fun Generation, Fear Generation o Generation Me. Fra gli aspetti distintivi di quest’ultima generazione ci sono quelli di essere cresciuti con la televisione commerciale e i reality shows, e di aver assistito allo sviluppo delle nuove tecnologie (dalle biotecnologie alla mappatura del DNA, sino all’esplosione del digitale e dei social networks) (pp. 56-59).
La forte denatalità in Europa, Nord America e Australia, l’impoverimento diffuso e l’accentuato divario fra gli stati più bisognosi e quelli più agiati della popolazione, hanno certamente messo in questione il ruolo sociale della famiglia e delle figure genitoriali. Già negli anni Settanta Christopher Lash aveva osservato con rammarico la disgregazione dell’istituto familiare, legata, secondo lui, a «una disarticolazione di quei legami che univano amore e potere, sentimenti e istituzioni, affetti e regole. La famiglia è ormai diventata più porosa e permeabile ai mutamenti, meno isolata, più simile al resto della società. I genitori, a loro volta, si sono “proletarizzati” ed è stato proprio l’indebolimento della loro autorità ‛verticale’ a provocare una accresciuta legittimazione dei rapporti egualitari, ‛orizzontali’ (il matrimonio quale companionship e la maggiore vicinanza tra genitori e figli)» (pp. 62-63). Analogamente diminuisce anche la distanza tra insegnanti e allievi con il risultato che «la scuola perde spesso di importanza come fattore di crescita consapevole degli studenti e principale cinghia di trasmissione culturale (e non solo biologica) fra le generazioni» (p. 63). L’analisi non è nuova, ma già presente nella Repubblica di Platone, in cui però l’annullamento delle differenze apriva la strada alla tirannide. Nell’Emilio di Rousseau, invece, l’equiparazione del bambino e dell’adolescente all’adulto era alla base della stessa democrazia. La crisi del ruolo del padre, inoltre, era stata messa in evidenza da Alexis de Tocqueville nel secondo volume de La démocratie en Amérique (1840). 
Con l’allungarsi della vita media, da un lato, cresce il numero delle generazioni all’interno di ogni famiglia, ma, dall’altro lato, diminuisce il numero degli appartenenti alla generazione successiva, che dovrebbe favorire possibili eredi. In questo contesto il contributo dei nonni alla solidarietà familiare è fondamentale, soprattutto dal punto di vista economico. «La famiglia diventa l’ammortizzatore principale degli effetti negativi provocati dall’abbassamento delle prestazioni del welfare state, dalle crisi economiche e finanziarie e dalla mancanza di lavoro, soprattutto per i giovani» (p. 71).
Il ricambio generazionale, del resto, è nell’ordine naturale delle cose, come sostiene Hegel: «la nascita dei figli è la morte dei genitori» (p. 72). E Bodei chiosa: «Ciascuno di noi – vale la pena ricordarlo – è il risultato di una interrotta sequenza di viventi» (ibidem). Eppure vi sono famiglie che si sono estinte per la mancanza di figli, per la scelta di non avere discendenti, per morte naturale o per la loro uccisione in giovane età o in guerra.
La terza e ultima sezione verte sul tema della trasmissione di beni materiali, di relazioni, di valori morali, politici, culturali e affettivi, e perfino di debiti, da una generazione all’altra. Essa è stata regolata, nel corso della storia, dai costumi o da leggi che hanno avuto una lenta evoluzione. Il testamento, pertanto, rappresenta l’atto giuridico tradizionale per il passaggio di proprietà tra generazioni. «Il testamento, in effetti, non consente soltanto una mera trasmissione di cose, ma costituisce un patto tra le generazioni firmato e suggellato dalla morte, un ponte gettato verso il futuro di chi ci sopravvive, quando le persone che abbiamo conosciuto non si vedranno più comparire o svolgere le loro consuete occupazioni» (p. 84).
Scriveva Goethe in una massima del Faust: «Ciò che hai ereditato dai padri, conquistalo per possederlo» (p. 85). Le cose materiali che abbiamo ereditato dai nostri antenati, nonni o genitori sono cariche di tracce e impronte, simboli e significati della storia, individuale familiare e collettiva, che saranno poi rielaborati dalle generazioni successive. La solidarietà familiare valorizza così, nel processo di trasmissione dei beni, quella cultura del dono e della gratuità, che nella simbologia antica, ad esempio nel De beneficiis di Seneca, è raffigurata dalle Grazie o Cariti, e contrasta con la cultura del do ut des, dell’individualismo, tipico delle nostre società occidentali. Oggi, infatti, sembra prevalere lo stato d’animo che Tocqueville attribuiva agli americani: «In mezzo a questo continuo fluttuare della sorte, il presente prende corpo, ingigantisce: copre il futuro che si annulla e gli uomini non vogliono pensare che al giorno dopo» (p. 93).
Dov’è allora quello slancio verso il futuro che aveva affascinato Hölderlin e molti esponenti dell’età moderna? Chi farà rinascere la fiducia fra le generazioni? «Come potranno, genitori e figli, sentire l’orgoglio di restituire più di quanto hanno ricevuto? Quale patto intergenerazionale potrà fondarsi nell’ambito delle diverse, e in parte inedite, modalità di convivenza (coppie di fatto, coppie omosessuali, famiglie composte da un solo genitore, numero crescente di unioni tra persone di differenti etnie, famiglie con figli nati attraverso la fecondazione artificiale eterologa, ossia con donatore di seme o di ovocito esterno alla coppia)? Come incideranno, infine, su questo eventuale patto l’annunciata scarsità di giovani europei nel prossimo ventennio e il mutamento che, a causa delle successive ondate di giovani migranti, interverrà nella composizione delle “coorti” e nell’incontro-scontro di valori e tradizioni differenti?» (p. 94). Questi gli interrogativi impellenti a cui la politica, l’economia e il diritto sono chiamati a dare risposte solerti ed efficaci. Del resto già nel De monarchia Dante faceva valere il principio che nella vita bisogna non solo prendere ma soprattutto rendere e, ispirandosi al suo maestro Brunetto Latini, autore del Tesoretto (incompiuto) e del Tresor (in provenzale), mostrava come la cultura non rappresenti un tesoro privato, individuale, perché chi tesaurizza unicamente per sé è paragonato a una vertigine che ingoia e non restituisce nulla. Pertanto, come auspica Bodei, ci sarebbe bisogno «più che di giustizia commutativa, di semplice scambio di equivalenti», di «una giustizia redistributiva allargata, che renda a tutti, materialmente o simbolicamente, parte di quanto ciascuno ha di volta in volta ricevuto o preso da altri» (p. 96).
Eppure, anche se non potremmo restituire più di quanto abbiamo ricevuto, come Platone, Dante, Leonardo, Einstein e altre personalità illustri della storia mondiale, «ciascuno di noi lascia il mondo in condizioni diverse da come lo ha trovato e da come, secondo le sue capacità, avrebbe potuto cambiarlo in meglio» (p. 97).   


Indice

I.    Le tre età della vita

II.   Generazioni

III.  Ereditare e restituire

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