giovedì 10 dicembre 2015

Autieri, Mario, Husserl. Intenzionalità e precategoriale

Milano, Ledizioni, 2015, pp. 100, euro 14, ISBN: 9788867053100

Recensione di Marco Cavallaro - 12/07/2015


Il saggio di Mario Autieri affronta due tematiche in apparenza sconnesse della fenomenologia husserliana: l’intenzionalità come fulcro centrale della dottrina fenomenologia, da un lato; il problema del pre-categoriale, ovvero dell’origine della sfera logica e dell’oggettualità categoriale nell’esperienza pre-discorsiva e pre-logica, dall’altro. L’intento di fondo che lega queste due linee d’indagine è di natura prettamente gnoseologica. Se da una parte, infatti, l’autore si interroga circa la natura del 

fenomeno oggetto dell’analisi fenomenologica, riscoprendo così nell’intenzionalità il “problema della conoscenza” (p. 21) per eccellenza, dall’altra la problematica del pre-categoriale emerge proprio dalla necessità di stabilire l’origine esperienziale delle categorie e delle evidenza che formano il conoscere discorsivo propriamente detto.
La discussione del concetto d’intenzionalità si apre con un accostamento in chiave critica di due possibili metodi d’indagine: quello psicologico e quello della fenomenologia trascendentale. Se la psicologia, come la fenomenologia, opera come “scienza di tutti i tipi di coscienza” (p. 15), essa è però limitata riguardo alla sua portata gnoseologica. I fenomeni indagati attraverso il metodo psicologica “non sono puri”, nel senso che implicano realtà trascendenti rispetto alla coscienza. La psicologia si rivolge inoltre non alle “essenze”, ma ai “fatti” della coscienza, di qui il suo carattere induttivo e non-universale. La fenomenologia, al contrario, che per Husserl deve aprire la strada ad una nuova fondazione della conoscenza, non può essere in primo luogo tacciata di operare un circolo vizioso in quanto i fenomeni da lei indagati si caratterizzano per la loro “purezza”, ovvero mancanza di ogni riferimento a realtà trascendenti, il giudizio su la cui esistenza rappresenta l’oggetto della teoria della conoscenza in senso classico. In secondo luogo, le analisi compiute grazie al metodo fenomenologico approdano a verità “eidetiche” universali che non hanno, dunque, nulla a che fare con la fattualità delle ipotesi psicologiche. 
Ma in cosa consiste il metodo fenomenologico? Qual è la natura delle evidenze che in esso si radicano? Autieri sottolinea giustamente che il metodo della riduzione fenomenologica introdotta da Husserl a partire dal 1906 ha la funzione principale di riportarci “in un campo di esperienza da cui deve emergere la validità di una posizione [d’essere]” (p. 25). Operando la “riduzione” ovvero la “messa fra parentesi” della tesi generale circa l’esistenza del mondo, il fenomenologo si pone su un piano descrittivo diverso da quello in cui si trovava inizialmente, immerso com’era nell’ingenuità dell’atteggiamento naturale. Da questo piano descrittivo, che costituisce l’insieme delle esperienze trascendentalmente ridotte – cioè prese per sé indipendentemente dalla loro posizione d’essere che, ad esempio nella psicologia, le dotava di un indice di trascendenza mondana –, il fenomenologo può operare compiendo le sue analisi descrittive. La coscienza, intesa come l’insieme delle esperienze pure, rappresenta dunque per Husserl un assoluto a partire dal quale è possibile fondare l’intero edificio del sapere. L’impostazione metodica della fenomenologia husserliana è rivelatrice di un dissenso di fondo che separa la concezione che Brentano e Husserl hanno dell’intenzionalità. Se infatti Brentano, come scrive Autieri, concepisce l’intenzionalità nel senso di una direzionalità dell’atto verso l’oggetto esperito la cui modalità si costituisce passivamente a partire dalle proprietà degli oggetti verso cui gli atti psichici sono chiamati a dirigersi, per Husserl il rapporto intenzionale manterrà sempre un carattere attivo e costitutivo in cui è il lato soggettivo (inteso inizialmente come semplice atto e in seguito come vero e proprio polo egologico e come monade trascendentale) che conferisce senso all’oggetto e ne determina, ponendola, l’esistenza in quanto realtà trascendente. La prospettiva entro la quale si svolge l’analisi husserliana dell’intenzionalità cambia essenzialmente di rotta, come fa notare giustamente Autieri, nel momento in cui alla precedente impostazione statica subentra l’ottica della fenomenologia genetica che riscopre la genesi degli atti e della costituzione degli oggetti. Tale genesi non è certo da intendersi in senso causale alla stregua delle leggi genetiche studiate dalla psicologia, piuttosto essa rappresenta la sfera precipua della motivazione e della sintesi passive. La passività implica sempre un riferimento all’io in quanto o ricettore di stimoli “esterni” (Husserl parlerà più precisamente di un materiale iletico che è ichfremd, ovvero estraneo all’io) o attore condizionato da tendenze e istinti “interni”. Autieri mette in luce la funzione duplice di questi istinti o pulsioni: essi rendono da un verso possibile l’apertura del soggetto al mondo dotandolo di inclinazioni (Neigungen) che si rivolgono principalmente ad oggetti e stati di cose esistenti nel mondo; d’altra parte, gli istinti impongono alla coscienza un “dinamismo […] che è volto al preservamento di sé da parte di quest’ultima” (p. 40). L’avvicendarsi delle esperienze diviene così storia dell’io e della coscienza, monade nel senso husserliano (in virtù di quella dinamizzazione dell’esistenza monadica che non trova eco nella dottrina leibniziana), in cui, scrive l’autore, “attività e passività si intrecciano fino a costituire una struttura chiasmatica” (p. 43). La “scoperta” degli istinti da parte della fenomenologia genetica porta con sé delle conseguenze sul piano dell’analisi descrittiva dell’intenzionalità. Il dirigersi attivo e consapevole del soggetto verso un oggetto trascendente è visto ora come attraversato internamente da un fare dell’io che può essere completamente involontario, in quanto guidato da istintualità e inclinazioni che raramente possono raggiungere le porte della coscienza.
La seconda parte del lavoro di Autieri si muove all’insegna della problematica del pre-categoriale lungo tutto il pensiero di Husserl, a partire dalle Ricerche logiche per arrivare ad Esperienza e giudizio. Nelle Ricerche viene tematizzata da Husserl la possibilità di diritto di una intuizione categoriale che prende di mira oggettualità ideali, cioè non date percettivamente, come le forme categoriali, gli stati di cose e i concetti generali. Ora, secondo Husserl, una tale intuizione differisce in maniera strutturale dalla percezione e intuizione sensibili, ma al tempo stesso ne è dipendente in maniera duplice: da un lato, l’intuizione sensibile fornisce il materiale che viene “messo in forma” dall’intuizione categoriale e, dall’altro, una volta compiuta, l’intuizione categoriale conferisce alla percezione una “sintassi” che può essere colta intellettualmente. Per Husserl rimarrà tuttavia sempre fermo il principio per cui è il materiale sensibile passivamente costituentesi che determina l’attività categoriale offrendole una direzione e imponendole dei limiti. Non è quindi, come per Kant, l’intelletto a plasmare da cima a fondo il materiale informe proveniente dai sensi, ma, viceversa, è questo stesso materiale che reca al suo interno una strutturazione pre-categoriale, la quale fornirà poi il Leitfaden o motivo conduttore per la messa in forma categoriale. 
L’autore si concentra quindi sul cambio di registro operato da Husserl in merito al primato della sintassi sulla semantica. Inizialmente, ed in particolare nella Quarta Ricerca, Husserl sembra infatti aver stabilito “l’anteriorità della sintassi rispetto alla semantica” (p. 59), il che fa supporre un sistema originario di combinazioni possibili a priori dei significati in cui le sintesi percettive (pre-categoriali) non hanno cittadinanza. Una tale prospettiva viene però superata già in Logica formale e trascendentale dove Husserl afferma che trasgredire alle regole della sintassi dei significati significa andare contro alle sintesi che i contenuti stessi hanno già operato a livello pre-categoriale e pre-linguistico. Il peso della bilancia si trova quindi ricalibrato nettamente a favore di un primato della percezione e del non-linguistico sul categoriale e discorsivo. È negli strati inferiori dell’intuizione sensibile che vanno ritrovati l’origine e la ragion d’essere delle forme logico-categoriali. Il linguaggio, dunque, “non fa che esplicitare quanto è già dato implicitamente” (p. 67) e in un breve excursus dedicato alla figura di Derrida, l’autore affronta il problema del linguaggio in chiave fenomenologica. Ma in che modo è possibile tracciare un confine preciso tra il categoriale e il suo strato fondativo, ovvero la sfera pre-categoriale? Autieri ammette che “già a livello percettivo siano presenti forme di apprensione concettuale” (p. 78) e che dunque definire il pre-categoriale come una dimensione aconcettuale è troppo affrettato. La questione, anche se l’autore tralascia di fare questa precisazione, dipende infatti dalla definizione che si dà dei termini “concetto” e “concettuale”. Husserl ha saputo per l’appunto elaborare una nozione fenomenologica di “concetto” e l’ha identificata col fenomeno del “tipo” e della tipizzazione dell’esperienza. Quest’ultima ha difatti luogo a livello ante-predicativo, ma costituisce allo stesso tempo la base esperienziale delle formazioni predicative. Questa via d’uscita dal “circolo vizioso della reciproca presupposizione di categoriale e pre-categoriale” (p. 79), come detto,  non viene seguita dall’autore del libro. Come soluzione vengono invece proposti due loci dell’opera del maestro in cui il precategoriale, pur rimanendo slegato dall’impalcatura concettuale della sfera predicativa, preannuncia di già forme di sintesi che poi ricompariranno sul terreno dell’attività categoriale. Si tratta dell’analisi husserliana sulla genesi ante-predicativa della negazione in cui si rivela un’infrastruttura passiva (quella della delusione di intenzioni d’attesa) che è preliminare all’attività di idealizzazione (il giudizio negativo in senso proprio), da un lato, e l’esperienza della mano toccante/toccata, dall’altro. Quest’ultima rivela agli occhi dell’autore la possibilità di concepire un intreccio o chiasmo tra sfera attiva e sfera passiva, tra soggetto e oggetto che verrebbe a scardinare proprio quell’opposizione di fondo che sta alla base del rapporto tra categoriale e pre-categoriale.
Da tale tematica trae spunto la linea d’indagine annunciata dal titolo dell’ultimo capitolo, “Mondo della vita come pre-categoriale”. Autieri propone infatti di identificare la sfera passiva, pre-categoriale della vita del soggetto con il mondo della vita, oggetto di analisi dell’ultimo Husserl. In conclusione, la differenziazione tra categoriale e pre-categoriale assume un’importanza centrale nello sviluppo del pensiero husserliano tanto da accompagnare nella sua evoluzione la sua stessa dottrina dell’intenzionalità. Merito del saggio di Autieri è sicuramente quello di aver in una certa misura contribuito ad un chiarimento di queste tematiche. Resta però in ogni caso ancora molto lavoro da fare se, come afferma lo stesso Husserl, la fenomenologia è un compito che dev’essere svolto “sempre di nuovo” e a nessuna analisi o descrizione può mai spettare l’ultima parola.


Indice

Introduzione: Fenomeno
Parte 1: Intenzionalità
La fenomenologia non è psicologia
L’intenzionalità come problema della conoscenza
L’intenzionalità in Brentano
L’intenzionalità affettiva nelle Ricerche Logiche
Fenomenologia statica e genetica
Parte 2: Il pre-categoriale
VI Ricerca Logica
IV Ricerca Logica, Teoria del Significato, Derrida:
Dalla semantica alla sintassi
Dalla sintassi alla semantica
Categoriale e pre-categoriale
Derrida
Per non concludere
Da Esperienza e Giudizio: la genesi ante-predicativa della negazione
Da Idee II e Meditazioni cartesiane: le due mani
Il mondo della vita come pre-categoriale
Bibliografia principale

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