lunedì 5 settembre 2016

Baccarin, Alessandro, Il sottile discrimine. I corpi tra dominio e tecnica del sé

Verona, Ombre Corte, 2014, pp. 130, euro 13, ISBN 978889752285.

Recensione di Gabriele Vissio - 25/11/2015

Il sottile discrimine di Alessandro Baccarin è tutto segnato da una serie di intersezioni ortogonali che, nel corso della ricerca si sovrappongono l’una sull’altra, suddividendo il materiale di lavoro secondo una ripartizione che procede per diverse dimensioni. Il materiale in questione è quello delle esperienze del corpo, esperienze limite che – almeno apparentemente – sembrano sottrarsi ai comandi del potere. Le regioni di esperienza corporea prese in considerazione, infatti,

emergono da una prima intersezione tra il segno corporeo come espressione del «dominio di spada» del potere repressivo che confina e segrega i soggetti devianti e criminali e la “liberazione” che, nell’età contemporanea, ha permesso agli individui di segnare, modificare e trasformare il proprio corpo secondo determinazioni apparentemente autonome. 
Queste prime linee di ripartizione dell’esperienza della segnatura corporea permette così il delinearsi dell’esperienza trangender e gay, quella del corpo tatuato e quella del porno. Non si tratta di esperienze corporee “pure” ma di «focolai di esperienza» – come li definisce Cristina Marras nella nota introduttiva al testo – già in qualche maniera iscritti all’interno di una positività del corpo su cui si esercita un reticolato di tecniche del sé (esercitate autonomamente dal soggetto) e di tecniche di dominio (subite eteronomamente dal soggetto) volte alla normalizzazione dell’esperienza corporea. All’interno di questa griglia le esperienze soprannominate sembrano in qualche maniera sfuggire al potere normalizzante, alla «trama di relazioni di potere che sul corpo le tecniche di governo hanno tessuto». Ma proprio questo apparente sottrarsi dell’individuo transgender, delle body modifications e del mondo pornografico ai recinti del potere suggerisce un interrogativo inquietante: queste pratiche somatopoietiche, sono davvero capaci di sottrarre il corpo alle tecniche di governo della vita o – al contrario – sono esse stesse frutto di un potere così sottile da penetrare sin in queste regioni di possibilità che, a un primo sguardo, sembrerebbero così lontane dalla sua azione? Se così fosse, se nemmeno le pratiche più “estreme” sfuggissero alle infiltrazioni di un potere sempre più permeante, saremmo costretti a concludere che ogni resistenza è velleità, che ogni rivoluzione è da sempre destinata a trasformarsi in una nuova forma costrittiva.
Il primo terreno di indagine di Baccarin è quello della verità gay («la libertà di amare le persone dello stesso sesso») e della verità transgender («la libertà di essere o di non esser o di come essere donna/uomo»). La storia dell’omosessualità viene ricostruita a partire, innanzitutto, dall’emergere della figura dell’omosessuale, secondo un’impostazione che riprende il progetto della Storia della sessualità  foucaultiana e, nello specifico, la Volontà di sapere. La creazione del soggetto omosessuale ha un’origine storica identificabile con la nascita del discorso della sessuologia con la Psychopatia sexualis di Heinrich Kann (p. 21), opera a partire dalla quale si rende possibile la catalogazione dell’omosessualità all’interno dell’universo psicopatologico. È a partire da qui che si generano tanto le strategie disciplinari quanto le specifiche tattiche di resistenza tipiche dei primi movimenti di autolegittimazione. Questo primo periodo di «guerriglia» viene bruscamente interrotto dall’introduzione, nel campo della battaglia, del discorso eugenetico novecentesco, massima espressione di quel tentativo di normalizzazione dell’omosessuale che i poteri disciplinari cominciano ad attuare – attraverso la psicoanalisi e la psichiatria – a cavallo tra il XIX e XX secolo. È allo stesso tempo qui che si trova il punto di avvio di un nuovo movimento, tipico della seconda metà del Novecento, che corrisponderà a un nuovo soggetto, un soggetto gay che si pone al centro di una nuova rivendicazione di libertà. Se l’omosessuale del periodo anteriore agli anni Sessanta del secolo XX  non aspirava a una parità con l’eterosessuale ma identificava il proprio modello relazionale in una relazione fatta di occasionalità e fluidità, a partire dal secondo dopoguerra emergono almeno due nuovi modelli: il primo, che ricostruisce l’immagine della relazione omosessuale sulla base dell’archetipica relazione monogamica eterosessuale e il secondo che vede l’omosessualità come occasione di liberazione tanto sessuale quanto politica. A determinare il prevalere della prima ipotesi – quella volta a ricondurre e, in un certo senso, a “castrare” le potenzialità eversive del soggetto gay – è l’evento tragico e imprevisto della comparsa dell’Hiv, che ha definitivamente orientato l’esperienza gay verso il modello eterosessuale e ha cementato  sull’alleanza tra medicina e omosessualità le fondamenta del processo di normalizzazione.
Analogo destino di normalizzazione è quello che contrassegna il caso transgender: se la veridizione – il “dir vero”, il confessare, a se stessi  prima ancora che ad altri, la propria identità – implica per l’omosessuale una tecnica del sé nel campo della preferenza relazionale, il focolaio di esperienza rappresentato dal transgenderismo supera invece questa soglia, collocandosi all’interno del terreno fondativo dell’identità. La verità transgender è una verità corporea, una verità che si pratica sul corpo, che trasforma il corpo attraverso tutta una serie di atti somatopoietici che rinviano, necessariamente, a un complicato intreccio di saperi e poteri diversi (medici, psichiatrici, giuridici, disciplinari). Ciò che è interessante cogliere, però, è l’esito normalizzatore cui il transgenderismo cade: ciò che vi è di profondamente eversivo e corrosivo all’interno dell’esperienza dell’individuo transgender è lo scollamento, lo scarto, tra l’identità di genere e il corpo sessuato. La ridefinizione del sesso (attraverso la chirurgia) e la riassegnazione del genere (attraverso la modifica anagrafica) si pongono – è vero – come gesto di liberazione della verità transgender ma al prezzo di subordinare questa verità al potere medico: il transgender, per poter procedere alla ridefinizione chirurgica e anagrafica della propria identità, infatti, deve perlomeno accettare che un medico certifichi la diagnosi di «disforia di genere» (disturbo dell’identità di genere), ammettendo implicitamente o esplicitamente di considerare come patologica la propria condizione.
Il secondo focolaio di esperienza su cui Baccarin esercita il suo apparato di strumenti analitici è il mondo del tattoo e delle body modifications. Il segno corporeo, sia esso tatuaggio o scarificazione, rappresentano nella tradizione europea e occidentale l’appartenenza dell’individuo che li porta al «grado zero della vita» e – nel contesto specifico della tradizione giudaico-cristiana – al mondo del peccato di cui i segni corporei sono la conseguente manifestazione. Solo l’eroe di guerra e il nobile cacciatore possono portare il proprio sfregio con onore ma per tutti gli altri, dalle piaghe del lebbroso dell’antichità al numero di serie azzurro del detenuto di Auschwitz, il segno iscritto sul corpo è sempre espressione organica di segregazione sociale. In parte diverse sono le cose per il tatuaggio contemporaneo: se è vero che questo mantiene ancora un significato simile a quello del passato all’interno di alcuni gruppi che si collocano in posizione marginale nei confronti della società, è pur vero che – nell’epoca contemporanea – il corpo si è aperto al segno. Questa trasformazione ha prodotto una nuova tecnica del sé, in cui l’iscrizione corporea diventa modo di costruire – sulla propria pelle – un vero progetto identitario. Quello che ne emerge è un’auto-narrazione del sé, la definizione di un racconto di sé che l’individuo ha autocostruito e di cui soltanto lui conosce il privatissimo alfabeto. Il significato di un tattoo – infatti – è del tutto sottratto all’intersoggettività; anche nel caso di segni il cui significato sia universale, una volta che questi si vengano a collocare sulla superficie epidermica del soggetto il significato che essi rivestono per quella pelle, per quel corpo, è del tutto sottratto alla comprensione esterna. Se il tatuaggio tradizionale di altre culture rappresenta una forma privilegiata di costruzione del legame sociale attraverso una serie di segni immediatamente riconoscibili, il moderno tatuaggio si inserisce all’interno di un gioco di verità in cui l’intimità si fa accogliente nei confronti della norma. È nell’intimità organica e fisica che le pratiche di scarificazione, le bodmod e i tattoo contribuiscono – insieme a tutta una serie di altre somatopoiesi – a normalizzare l’esperienza corporea, utilizzando il corpo stesso come piano di iscrizione della norma. Nuovo caso di libertà apparente le pratiche di modificazione corporea, quindi, si offrono ancora una volta come punto di applicazione di un potere che inquadra il corpo in un processo di autonormazione.
Non dissimile è l’esito del terzo e ultimo caso di studio analizzato da Baccarin, quello della pornografia contemporanea. Nel suo sollecitare, estrapolare, soggettivare e incorporare il desiderio, il «mondo porno»  si propone come fase ultima del dispositivo di sessualità individuato da Foucault: la pornografia è il prodotto che vede costituirsi, nell’atto della sua produzione, tanto il pornografico come oggetto del proprio sapere, tanto lo spettatore/osservatore come soggetto. Ciò che colpisce del mondo porno è il suo essere un pianeta virtualmente infinito, al cui interno lo spettatore può esercitare – almeno apparentemente – la possibilità di scegliere, la libertà di decidere della propria esperienza sessuale. Ma il potenziale della pornografia è anche un altro: come fa notare Baccarin «la sempre più parcellizzata e specializzata categorizzazione dei generi e dei sottogeneri nella realtà produttiva porno, predisposta per soddisfare ogni possibile gusto, intercetta la condotta di un soggetto desiderante che, soddisfacendo i requisiti della governamentalità liberale, si fa imprenditore del sé» (p. 109). La pornografia rappresenta allora il punto di massima realizzazione di quella trasformazione del potere che da produttivo-repressivo è divenuto produttivo-moltiplicativo. Massima realizzazione perché essa si colloca all’interno del piano prodotto da due  assi di normalizzazione: la normalizzazione del desiderio (che trova sempre precisa collocazione in un genere della tassonomia del desiderio) e la normalizzazione del corpo (corpo che suscita, individua e incorpora il desiderio). La pornografia compie così un doppio processo di normalizzazione che dal corpo muove verso il desiderio che definisce, fissa, normalizza l’individuo all’interno di un erotismo che, da liberatorio, si fa disciplinare. 
In definitiva, il libro di Alessandro Baccarin si inserisce in un panorama editoriale che, a livello nazionale e internazionale, non manca certamente di pubblicazioni d’ispirazione foucaultiana. Tale mercato editoriale, è noto, è ormai saturo e risulta talvolta difficile distinguere al suo interno tra i prodotti di una ricerca seria e rigorosa, capace di mettere in gioco i potenti strumenti concettuali della filosofia foucaultiana e quelli che sono invece dei “foucaultismi di maniera”, annacquati e privi di alcuna presa analitica sul reale. In questo panorama non sempre entusiasmante, Il sottile discrimine rappresenta una pubblicazione di sicuro valore per il fatto che non si configura né come un libro su Foucault o sulla filosofia foucaultiana, né come un lavoro che di quella filosofia operi una ripresa superficiale o  meramente lessicale. Baccarin condivide con Foucault lo spirito della ricerca filosofica come pratica discorsiva storica, l’idea che la filosofia sia un lavoro capace di porre le premesse per il proprio superamento e, come Foucault, lo accompagna l’idea che tematiche come quelle del corpo transgender, di quello tautato e dell’esperienza corporea nella pornografia siano interessanti non di per sé ma in quanto rappresentano oggi un terreno di confronto e di scontro tra le pratiche di sé attuate dai soggetti e le tecniche di normalizzazione che quegli stessi soggetti sono indotti ad attuare. Il lavoro di Baccarin rappresenta allora un punto di partenza per un’analitica dei corpi che, nel rivelare la sottile presa del potere su quelle identità che, più di altre, sembrano apparentemente sfuggire alla normalizzazione, si faccia fondamento per una pratica di resistenza più accorta, meno ingenua, più consapevolezza della posizione “diagonale” e non ortogonale del corpo, collocato in una continua area di confine tra la norma e la libertà. I corpi di Baccarin sono corpi-limite, che manifestano tutta la portata dei “giochi di verità e di potere” in cui i soggetti si trovano coinvolti. Ma come uscire da questi giochi di verità e di potere? Come mettere in atto una vera pratica di libertà? La risposta di Baccarin ha il sapore di una saggezza ellenistica: rinunciando alla libertà, almeno a quella intesa come essenza. E poi? Cos’altro? Smettere di giocare al gioco della verità, che istituisce quella griglia di riferimenti ortogonali – “normali”, nel senso geometrico del termine – che rendono i corpi disponibili al potere. Giocare un gioco nuovo, un gioco diagonale e creativo, in cui inventare nuove pratiche somatopoietiche in cui insediare nuove e inedite forme di resistenza e di eticità.


Indice

Nota
(di Cristina Marras)

Introduzione

Capitolo Primo
Come io mi voglio. Verità e resistenza del corpo transgender

Il riso e l’afasia; La verità gay; La verità transgender; L’omosessualità come occasione; L’Hiv; Le tecniche del sé nel gay e nel transgender

Capitolo Secondo
Il corpo tatuato

Dalla “Colonia penale” al tattoo studio; Body modifications e incorporazione della norma

Capitolo Terzo
Mondo porno: normatività dei corpi e dei desideri

Archeologia dello sguardo; Pornografia e dispositivo di sessualità; I porn studies e Foucault; Rappresentazione, normalizzazione e banalizzazione; Il “dressage” pornografico; Normalizzazione del corpo femminile; Nuovo uso dei piaceri

Capitolo Quarto
Conclusione

Corpi limite e diagonalità

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