mercoledì 31 agosto 2005

Schmitt, Carl, Teoria del partigiano. Integrazione al concetto del politico.

Milano, Adelphi (Piccola Biblioteca, 529), 2005, pp. 179, € 10,00, ISBN 88–459–1966-8.

Recensione di Sergio A. Dagradi - 31/08/2005

Filosofia politica, Filosofia del diritto

Uno dei filosofi più scomodi e controversi del secolo scorso fu, senza dubbio alcuno, Carl Schmitt. Se infatti il suo nome è per un verso legato indissolubilmente al regime nazista, di cui fu uno dei massimi giuristi, per un altro il suo sforzo teorico di chiarire il problema della distinzione tra amico e nemico, come snodo centrale della definizione della categoria del Politico, ha esercitato una profonda e per certi versi paradossale influenza su ampi settori della sinistra radicale ed extra parlamentare, anche o soprattutto italiana, a partire dagli anni sessanta e settanta. 
Proprio all’interno del rinnovato interesse per il concetto del Politico che precedette, accompagnò e seguì la ripubblicazione nel 1963 di Der Begriff des Politischen (l’edizione originale è del 1932), va collocato anche il presente scritto. Questo, come ci informa la Premessa dell’autore, nasce dalla fusione di due conferenze tenute nel 1962 a Pamplona e a Saragozza e, pur rinviando alla suddetta questione della distinzione tra nemico e amico, vuole comunque presentarsi come un lavoro autonomo, volto a offrire delle integrazioni al concetto del Politico rispetto a quanto espresso nello scritto del ‘32.
In tal senso, l’obiettivo che Schmitt si prefigge è quello di discutere le trasformazioni dei concetti di nemico e di guerra che l’avvento storico e lo sviluppo della figura del partigiano hanno prodotto. Le prime due parti forniscono così una puntuale ricostruzione storica della comparsa di questa nuova figura di combattente, nella guerra di guerriglia combattuta dagli spagnoli contro l’esercito napoleonico tra il 1808 ed il 1813, e della sua evoluzione e teorizzazione fattane in particolare da Lenin e da Mao. Il punto di partenza è la constatazione che gli stati moderni, con il riconoscimento della reciproca sovranità, avevano prodotto attraverso lo ius publicum Europaeum una limitazione della guerra: il reciproco riconoscimento aveva, infatti, determinato l’emergenza di un orizzonte del Politico come luogo di chiara individuazione del grado di prossimità o di ostilità rispetto al nemico pubblico, e quindi di contenimento e limitazione dell’inimicizia anche nella sua fase cruenta del conflitto. Detto altrimenti, anche durante la guerra veniva ad essere garantita una situazione di legalità tra i bellingeranti che circoscriveva le conseguenze del conflitto, in primo luogo rispetto alla popolazione civile.
Con l’avvento del partigiano questo quadro cambia, poiché la sua tecnica di combattimento, ma prima ancora la sua essenza di combattente, lo pone al di fuori di quelle regolarità prodotte dagli stati moderni e dagli eserciti regolari come loro emanazione. Il partigiano si presenta, fin dal suo apparire in terra di Spagna, come un irregolare: «Il partigiano moderno non si aspetta dal nemico né diritto né pietà. Egli si è posto al di fuori dell’inimicizia convenzionale della guerra controllata e circoscritta, trasferendosi in un’altra dimensione: quella della vera inimicizia, che attraverso il terrore e le misure antiterroristiche cresce continuamente fino alla volontà di annientamento» (pp. 20-21). Egli infatti non combatte una guerra in campo aperto, non porta divise o segni di riconoscimento che lo possano immediatamente identificare da parte del nemico, non esibisce apertamente le proprie armi e non ha dei superiori responsabili: manca di quegli elementi che ancora il Regolamento per le guerre terrestri dell’Aia (1907) indicava come fondamentali nel diritto di guerra europeo classico per distinguere il combattente irregolare dai civili.
Progressivamente, tuttavia, è andata storicamente maturando una sua progressiva legittimazione: a partire dalla trasformazione degli eserciti in eserciti di popolo, attraverso la leva obbligatoria, la distinzione tra società civile ed esercito si è fatta sempre più labile. Il partigiano diventa il difensore della nazione: è il combattente tellurico legato al proprio suolo e von Clausewitz coglierà per primo proprio questo aspetto nell’esaltarne appunto la funzione difensiva. Ma nel asserire questo il generale prussiano coglie anche un altro aspetto, che solamente Lenin evidenzierà appieno: questo legame tellurico ha anche una valenza politica. Quale forza civile che esplode durante un conflitto il partigiano è segnato, da sempre, come forza rivoluzionaria e Lenin vedrà nella guerra partigiana, efficacemente guidata dalla direzione centrale del Partito, una forza necessaria al movimento rivoluzionario. Ecco, allora, che questa guerra irregolare, questa guerra dell’inimicizia assoluta trova una propria legittimazione in un contesto ideologico-politico specifico: il partigiano è il combattente contro il nemico di classe, la borghesia, il capitale. Se la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, la guerra partigiana rappresenterebbe la continuazione di una politica della inimicizia assoluta, ossia il superamento dei precedenti concetti di legittimità e legalità e dell’autorità statale come loro fonte.
Schmitt riconosce quindi che la forza e la base della lotta partigiana a lui contemporanea risiede in questa tremenda unione che si è venuta storicamente a profilare: la forza tellurica difensiva, il legame con il suolo, con la terra e l’aggressività della rivoluzione comunista mondiale (che tramite l’U.R.S.S. poteva anche offrire, surrettiziamente, una base legale, attraverso il riconoscimento delle forze combattenti partigiane operato da uno stato sovrano). La Lunga Marcia di Mao Zedong ha rappresentato, per certi versi, la riprova di questa unione: essa è stata una serie di prove dalle quali è emerso il Partito Comunista Cinese come partito di contadini e soldati, con al centro la figura del partigiano.
L’ultima parte dello scritto è, quindi, volto a discutere quelli che l’autore ritiene i quattro aspetti tipici della moderna guerra partigiana, quali sono emersi dall’analisi della sua evoluzione storico-teorica. Il primo aspetto, al quale si è fatto più volte riferimento, è quello spaziale. Il partigiano è infatti legato alla terra, ma in un senso nuovo rispetto al soldato regolare. Egli dona allo spazio bellico la dimensione della profondità: «Con la lotta partigiana sorge un nuovo spazio di azione strutturato in maniera complessa, perché il partigiano combatte non in campo aperto e non sullo stesso piano della guerra combattuta al fronte» (p. 97). Egli, inoltre, combatte su di un terreno conosciuto e di cui sfrutta le caratteristiche e le insidie. È questo attaccamento profondo che fa dire a Schmitt che il partigiano rappresenta «una delle ultime sentinelle della terra, elemento della storia universale non ancora completamente distrutto» (p.99). È evidente – come nota acutamente Franco Volpi nel saggio che accompagna il volume – come si rifletta in questa posizione la consapevolezza che Schmitt ha acquisito della crisi prodotta, nel sistema statuale continentale chiuso, nella giurisprudenza che lo ha sostenuto e nel concetto di Politico che ha prodotto (e da cui eravamo partiti), dalla rivoluzione spaziale avvenuta con la scoperta del mare come territorio di conquista. Quella terra che metaforicamente rappresentava la fissità di ogni pensabile (e ricordiamo l’analisi che Adorno ha svolto del linguaggio tellurico di una altro grande protagonista della Rivoluzione conservatrice, Heidegger) è stata scossa dalla mobilità marinara, dalla fluidità, per usare un espressione cara a Bodei.
Non a caso il secondo aspetto su cui si sofferma Schmitt è la disgregazione delle strutture sociali: «Una collettività esiste come res publica, come cosa pubblica, ed è messa in discussione quando in essa si forma uno spazio estraneo alla cosa pubblica, che contraddice efficacemente quest’ultima» (pp. 101-102). La strategia del partigiano, come combattente internazionalista di classe, coglie questa tendenza disgregante presente nella società moderna e vuole accompagnarla: fine è la distruzione dell’ordine sociale esistente in vista di un nuovo ordine mondiale. In tal senso il terzo aspetto che caratterizza l’azione del partigiano moderno è proprio questa subordinazione del suo aspetto tellurico al nuovo contesto politico mondiale, questo suo farsi strumento della rivoluzione mondiale.
Il quarto aspetto è quello tecnico: da un lato il partigiano rappresenta quasi una sorta di paradosso rispetto alla tecnologizzazione degli eserciti regolari; dall’altro – contro ogni ottimismo o pessimismo progressista sui mutamenti apportati dalla tecnica – anche nel caso della guerra partigiana il progresso tecnologico ha determinato esclusivamente una maggiore intensità delle nuove conquiste, delle nuove divisioni e dei nuovi conflitti, acuitisi – aggiungiamo - anche grazie al supporto dato dalle superpotenze, in clima di Guerra Fredda, a movimenti più o meno di liberazione sparsi per il pianeta. 
Il clima mondiale dopo il crollo del blocco sovietico è evidentemente mutato: ancor più, forse, dopo l’11 settembre e parte dell’analisi di Schmitt potrebbe apparire superata. Ma la profondità con cui coglie alcuni caratteri della guerra irregolare e di chi la combatte, nonché il disgregarsi di una certa idea del Politico, ci sembrano ancora drammaticamente attuali e utilizzabili per intendere anche alcuni dei conflitti che stanno attualmente insanguinando la Terra, in primo luogo quello iracheno.

Indice

Premessa
TEORIA DEL PARTIGIANO
Introduzione
Uno sguardo sul punto di partenza: 1808-1813
Orizzonte delle nostre osservazioni 
Termine e concetto di partigiano
Sguardo sulla situazione dal punto di vista del diritto internazionale
LO SVILUPPO DELLA TEORIA
Il cattivo rapporto dei prussiani con il partigiano
Il partigiano come ideale prussiano nel 1813 e la svolta teorica
Da Clausewitz a Lenin
Da Lenin a Mao Zedong
Da Mao Zedong a Raoul Salan
ASPETTI E CONCETTI DELL’ULTIMO STADIO
L’aspetto spaziale
La disgregazione delle strutture sociali
Il contesto politico mondiale
L’aspetto tecnico
Legalità e legittimità
Il vero nemico
Dal vero nemico al nemico assoluto
Note
L’ultima sentinella della terra di Franco Volpi

L'autore

Carl Schmitt (Plettenberg 1888-1985), filosofo del diritto e politologo tedesco. Critico del positivismo giuridico, elaborò un sistema alternativo fondato sulla decisione. Tra le sue moltissime opere, ricordiamo: Il concetto del politico (1927), Il Nomos della Terra (1950).

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