lunedì 12 settembre 2005

Filosofia della comunicazione, a cura di Claudia Bianchi e Nicla Vassallo.

Roma-Bari, Laterza (Manuali), 2005, pp. xiv+177, ISBN - 88-420-7650-3.

Recensione di Nicola Balata – 12/09/2005

Filosofia della comunicazione

1. La domanda e le sue articolazioni.

L’intenzione fondamentale di questo volume collettaneo dedicato alla “filosofia della comunicazione” è quella – per usare le parole delle sue curatrici – di “capire se il termine ‘comunicazione’ ha un senso o più sensi, e se sì perché”; in altre parole, “di comprendere che cosa deve essere la comunicazione per essere realmente tale, così come di comprendere perché comunichiamo e perché dobbiamo, se dobbiamo, comunicare” (p. xii).

Quelli che vengono indagati sono gli strumenti “essenziali” di cui si serve la filosofia per pensare il fenomeno della comunicazione, inteso “nella sua manifestazione prevalentemente linguistica in quanto l’unica propria solo agli esseri umani” (ibid.). A tal fine, è proprio alle scienze del linguaggio che si rivolge l’attenzione della filosofia, e più precisamente, a discipline come la sintassi, la semantica, la pragmatica, la semiotica, l’ermeneutica e la retorica, o ancora all’epistemologia (p. xiii).

Quella affrontata in questo testo è una questione di natura eminentemente filosofica, che tuttavia riceve – a scanso di ogni equivoco – una riformulazione molto ben definita, e perfino “tecnica”, qual è quella di una nuda ma rigorosa “analisi concettuale” del termine nelle sue diverse sfaccettature ed implicazioni (p. xii).

A essere indagata è così anzitutto la “forma della comunicazione”, ovvero l’insieme delle “regole sintattiche” che, per sé prese, sono “in certa misura indipendenti dall’informazione lessicale”, ovvero dalla conoscenza dei significati delle parole” (p. 3). Vi si dedica Andrea Moro nel saggio di apertura, nel quale viene illustrata e discussa, con riferimento ai risultati della ricerca nel campo delle neuroscienze, la premessa della concezione chomskyana del linguaggio, secondo la quale “il linguaggio umano, e in particolare la sintassi, non [è] un fenomeno di natura convenzionale ma [ha] una guida biologicamente determinata” (p. 9).

Si rivolge poi l’attenzione alla comunicazione dal punto di vista del significato che essa veicola, sulla base dell’“assunto che vi sia un legame strettissimo fra linguaggio, pensiero e comunicazione, da un lato, e conoscenza e comprensione, dall’altro” (p. 18), come si legge all’inizio del saggio di Eva Picardi sulla semantica.

Si analizzano quindi i “meccanismi”, le “strategie”, i “complessi sistemi di aspettative”, che non solo “rendono possibile la comunicazione” (p. 43), ma mostrano anche come essa, contrariamente a quanto vuole una concezione consolidata, sia caratterizzata da una “pluralità di dimensioni”, e obbligano il filosofo a fare i conti “con la psicologia, le scienze cognitive e i modelli di rappresentazione e di elaborazione dell’informazione” (p. 44): ne discute Claudia Bianchi nel saggio dedicato alla pragmatica.

A chiarire il significato della comunicazione come forma particolare di “relazione sociale”, capace di “significazione” o di “senso”, si dedica Ugo Volli nel saggio dedicato alla semiotica, “disciplina dei segni” che ha alle sue spalle ormai una “lunga tradizione.” (pp. 68-69).

Sulle ragioni per le quali ogni “gesto comunicativo” sia nel contempo sempre una “richiesta” di senso, e rechi ogni volta con sé una domanda particolare di “interpretazione”, si ferma Maurizio Ferraris nelle pagine dedicate all’ermeneutica, che si chiudono peraltro con uno “smascheramento” della celebre affermazione di Nietzsche, circa l’impossibilità di affermare l’esistenza dei “fatti”, oltre la totalità delle interpretazioni (pp. 109-110).

Frans H. van Eemeren e Peter Houtlosser affrontano, nei termini propri della riflessione contemporanea, la questione antichissima di cosa renda possibile un’argomentazione  “persuasiva”, cercando peraltro di mostrare come “una riflessione matura sull’argomento non può fare a meno di un approccio dialettico e della filosofia critica che lo sottende” (p. 111).

Una serrata riflessione sulle condizioni che fanno sì che la comunicazione venga considerata come “una fonte privilegiata” di conoscenza (p. 135), è infine quella che viene svolta nel saggio di Nicla Vassallo sull’epistemologia, con il quale si chiude il volume.

2. L’etica presupposta.

Questa pluralità di voci e di piani di analisi costituisce senza dubbio la ricchezza e anche la complessità del testo. Va detto che si tratta di un libro straordinariamente denso di implicazioni e rimandi, che investono ambiti disciplinari talora anche molto lontani da quelli presentati o esplicitamente citati. È un libro in questo senso “difficile”, che spesso, per necessità, procede per definizioni e formulazioni categoriche (ma che in effetti non giovano a restituire alla filosofia la sua immagine di sapere “povero”, “che non sa”, che procede per interrogazioni, e sempre con tensione dialogica e critica) e che anche per questa ragione va letto con attenzione.

Al lettore – soprattutto quello inesperto di cose filosofiche – si consiglia quindi una lettura meditata, guidata finché possibile da uno sforzo personale di “riformulazione concreta”, capace di attingere proprio a quegli ambiti disciplinari – l’antropologia, la sociologia, l’economia, la psicanalisi, insomma le scienze umane e la storia, in tutta la loro concretezza e pluralità e ricchezza di analisi – che, con scelta consapevole, sono stati fin dall’inizio spinti ai margini del discorso svolto in queste pagine.

Il lettore è invitato a non incorrere nell’errore in cui  pure non di rado si incorre, soprattutto quando ci si imbatte in testi di sintesi com’è il presente, che consiste nello scambiare l’insieme degli “strumenti”, degli “attrezzi” concettuali e metodologici di cui una disciplina si serve, con il suo stesso concreto operare: essendo evidente infatti che questo e quelli non sono la stessa cosa.

Credo sia qui il rischio insidioso che si nasconde fra le pagine di questo “manuale”. E credo che esso sia una diretta conseguenza di quella sorta di “manchevolezza” o “parzialità”, per altro “voluta”, che caratterizza l’impianto generale del testo, e verso la quale le curatrici molto opportunamente richiamano l’attenzione del lettore fin dalla prefazione al testo; dove si legge: “Le discipline che crediamo essenziali per comprendere che cos’è la comunicazione sono sintassi, semantica, pragmatica, semiotica, ermeneutica ed epistemologia. Quale disciplina manca? Salta subito all’occhio: manca l’etica e manca volutamente, non perché l’etica della comunicazione non sia necessaria, ma perché è nostra convinzione che [queste discipline] siano capaci di mostrarci, anzitutto singolarmente e poi anche nel loro complesso, che cosa deve essere la comunicazione e, quindi, anche che cos’è la buona (o la cattiva) comunicazione” (p. xiii).

Si tratta di una osservazione pertinente, ed utile soprattutto ricordare come la natura delle domande filosofiche – così come è il nostro caso qui – investa sempre il piano dell’etica, investa cioè e ponga in questione la dimensione essenziale di quel soggetto che chiamiamo “uomo”, nel suo essere un soggetto libero (ed è solo per un soggetto libero, si potrebbe ripetere kantianamente, che ha senso interrogarsi dal punto di vista dell’etica).

Resta la perplessità circa la scelta di limitare il campo di osservazione essenziale del filosofo all’ambito esclusivo delle “scienze del linguaggio”, e per conseguenza di affidare per intero al lettore il compito più gravoso, cioè riformulare per proprio conto la domanda sulla natura della comunicazione “nel suo complesso”, e cioè da un punto di vista “etico” – ma perché allora non anche “politico”, e “storico”, nella accezione più filosofica che vorremo riconoscere a questi termini?

Fra i temi che, da questo punto di vista, avrebbero certo meritato una maggiore attenzione, il tema delle tecniche (a cui si fa un rapidissimo cenno nella prefazione), occupa un posto privilegiato.

3. Il contributo delle neuroscienze.

Un’ultima considerazione riguarda il saggio di Andrea Moro, in particolare l’interessante trattazione che l’autore dedica ai risultati della ricerca nel campo delle neuroscienze, sottolineando l’importanza che questi risultati hanno dal punto di vista dell’assunto fondamentale della teoria del linguaggio di Chomsky, e cioè “di quella prospettiva di indagine che a partire dalla metà del secolo scorso ha cambiato radicalmente la nostra concezione del linguaggio” (p. 3). La conseguenza principale di questo richiamo ai dati della ricerca empirica è quella di poter mostrare appunto la plausibilità dell’ipotesi circa la natura “non convenzionale” del linguaggio umano: “Per chi si occupa di comunicazione, questo dato di fatto diventa decisivo: è come se l’architettura delle lingue naturali avesse dei limiti massimi entro i quali potersi muovere” (p. 10). Appare pertanto “ragionevole assumere la posizione che appare oggi più aderente ai dati empirici: qualunque sia la funzione che ha il linguaggio, qualunque sia l’esperienza che sta alla base dell’apprendimento del linguaggio da parte di un bambino, qualunque sia la storia evolutiva di questo tratto della natura umana, esistono limiti biologicamente determinati entro i quali la struttura deve e può svilupparsi” (p. 15).

Questa ipotesi e l’argomentazione che la sorregge sono affascinanti, tanto più se si pensa alla possibilità di integrarle con un’ipotesi in certa misura complementare, qual è quella avanzata e discussa, con il contributo di studiosi di diversa formazione (ricordo fra tutti l’interessante saggio di Jean-Pierre Changeux, autore di fondamentali testi di sintesi nel campo delle scienze neurologiche, fra cui il ben noto L’uomo neuronale, edito in Italia da Feltrinelli), nell’interessante volume, curato ormai quasi una ventina d’anni da Derrick De Kerchkove, The Alphabet and the Brain. The lateralization of writing. Secondo l’ipotesi di De Kerchkove, si dovrebbe poter dimostrare che l’interazione con l’ambiente e con le diverse forme di educazione e pratiche pedagogiche, e in particolare con le diverse “tecniche” che queste pratiche privilegiano (si pensi al lento e capillare processo di alfabetizzazione, cui il bambino è sottomesso per un periodo lunghissimo, che si protrae per tutta l’infanzia e la giovinezza), gioca un ruolo determinante nella “formazione” dell’architettura neuronale di ciascun individuo. Detto in altri termini, esse porterebbero con sé forme mentali, strutture e modi di pensiero e di percezione della realtà, fra loro sostanzialmente differenti.

Indice

Prefazione, di Claudia Bianchi e Nicla Vassallo
Combinare espressioni: sintassi, di Andrea Moro
Afferrare pensieri: semantica, di Eva Picardi
Capire e farsi capire: pragmatica, di Claudia Bianchi
Analizzare testi: semiotica, di Ugo Volli
Interpretare discorsi: ermeneutica, di Maurizio Ferraris
Persuadere: retorica, di Frans H. van Eemeren e Peter Houtlosser
Conoscere attraverso parole: epistemologia, di Nicla Vassallo
Bibliografia
Gli autori
Indice dei nomi

Bibliografia

AA.VV., “The Alphabet and the Brain. The lateralization of writing”, a cura di Derrick de Kerckhove, Berlino, Springer Verlag, 1988, XVI, 455 p.
Jean-Pierre Changeux, “L’uomo neuronale”, Milano, Feltrinelli, 1983, 364 p.
Carlo Sini, “Etica della scrittura”, Milano, Il Saggiatore [La cultura], 1992, 227 p.
Raffaele Simone, “La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo”, GLF Editori Laterza, [Economica Laterza], 2003, [Seconda edizione], XVI, 152 p.

Gli autori

Claudia Bianchi, insegna Epistemologia e Teorie della comunicazione presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Frans H. Eemeren, insegna Analisi del discorso, Teoria dell’argomentazione e Retorica all’Università di Amsterdam.

Maurizio Ferrarsi, insegna Filosofia teoretica nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino.

Peter Houtlousser, è Lecturer al Dipartimento di Analisi del discorso, Teoria dell’argomentazione e Retorica all’Università di Amsterdam.

Andrea Moro, insegna Linguistica generale all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Eva Picardi, insegna Filosofia del Linguaggio presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Bologna.

Nicla Vassallo, insegna Epistemologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Ugo Volli, insegna Semiotica del Testo all’Università di Torino

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