mercoledì 26 ottobre 2005

Bauman Zigmunt, Vite di scarto.

Trad. it. di Marina Astrologo, Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 173, € 15,00, ISBN 88-420-7275-3.
[Ed. or.: Wasted lives. Modernity and its outcasts, Polity Press, Cambridge 2003]

Recensione di Laura Menatti – 26/10/2005

Sociologia (globalizzazione), Filosofia politica (Stato)

Zigmunt Bauman, nel saggio Vite di scarto, mette in evidenza un dato interessante che, nelle trattazioni sociologiche sul tema della globalizzazione, è passato spesso in secondo piano: la fine dello Stato.

Prima di soffermarmi sull’analisi del sociologo polacco vorrei evidenziare l’antecedente teorico a cui la tematica della “fine dello Stato” deve ricondurre: la riflessione del giurista tedesco Carl Schmitt. Sono ben consapevole delle divergenze teoriche che intercorrono fra i due pensatori, dello scarto temporale che li separa e della diversità politica che ne fa due opposte figure di intellettuali del Novecento. Analizzare un pensatore significa, tuttavia, esulare talvolta dal contesto di adesione politica in cui lo stesso è immerso.

Schmitt è stato tra i preveggenti analisti di una forza sradicante: la tecnica. Una forza nichilistica, desertificante che si esplica nell’idea di un nomos a-nomico e omologante, e nella inevitabile affermazione di una globalizzazione incombente e di un imperialismo emergente attuato nelle azioni politiche-militari degli Stati Uniti e dell’Inghilterra. Dopo la Seconda guerra mondiale, finita da molto l’adesione al nazionalsocialismo, deluso dagli esiti tragici di un pensiero escludente e terribile, Schmitt vedrà ben chiara la possibile configurazione della politica europea. L’eurocentrismo dello Jus publicum Europaeum è ormai in declino, così come la forma che di questo diritto ne è più rappresentativa: lo Stato-nazione. Schmitt osserva l’imminente fine della forma prettamente storica dello Stato, creazione del formalismo e del razionalismo occidentale, sussistente per quattro secoli a partire dalla modernità europea.

Schmitt prefigura, invece, la tendenza ad affermarsi di una forza, destinale e unificatrice, quella che da molti pensatori è stata definita una violenta “reductio ad unum” che cancella ogni molteplicità, ogni differenza e ogni varietà pluriversa di pensieri e popoli. Il giurista tedesco analizza con mirabile preveggenza l’affermazione di un modello politico e teorico, un pensiero unico che astrae da ogni forma diversificata. A questi temi di diritto internazionale dedica nel 1950 Il nomos della terra nel diritto internazionale dello “Jus publicum Europaeum”. Nell’età moderna il diritto pubblico europeo, diritto terraneo che ha determinato la forma (chiusa) dello Stato-nazione, è sulla inevitabile via del tramonto, tanto più per il fatto che ha il suo riferimento nella terra in opposizione al mare. Nell’affermazione dell’impero marittimo inglese sta il primo germe del decadimento di questa forma di Stato, si assiste alla trasformazione del diritto tra gli Stati in diritto privato internazionale, diritto commerciale, prodromo della forma, ormai conclamata ai nostri giorni, della globalizzazione.

Bauman ha variamente analizzato il concetto di globalizzazione nelle sfaccettature e nelle crepe dell’anima che si producono nel cittadino immerso nell’assordante magma globale (o glomus, come direbbe Jean-Luc Nancy) sradicato e deterritorializzato. Per Bauman, le politiche neoliberiste hanno posto le condizioni per lo sgretolamento del tessuto sociale e per la crisi dell’identità del cittadino contemporaneo.

Il modello del libero mercato, modello dominante la società postmoderna biodegradabile, come l’aveva definita in un saggio del 1999, La società dell’incertezza, e che ora chiama la società liquido-moderna, è luogo di produzione di rifiuti e di esseri umani di scarto. I rifiuti contemporanei sono persone private dei loro modi e mezzi di sopravvivenza, sono gli esuli, i richiedenti asilo e i rifugiati della contemporaneità. La modernità, in quanto progettazione delle forme della comunità umana, è luogo scarti umani, quelli che mal si adattano al modello progettato.

Bauman parla di comunità come cosciente e consapevole luogo di progettazione di modelli di ordine, legislativo, politico ed economico. Coloro che ne sono esclusi, e tuttavia in quanto tali rendono possibile tale ordine, sono paragonabili all’homo sacer di cui parla Giorgio Agamben. L’homo sacer è colui che nell’antico diritto romano era posto al di fuori della giurisdizione umana senza trapassare in quella divina. La vita di un homo sacer era priva di valore sia umano che divino: “Traducendo tutto ciò in termini laici e contemporanei, potremmo dire che nella sua versione attuale, l’homo sacer non è né definito da un insieme di leggi positive, né è portatore di diritti umani che precedono le norme di legge” (p. 41).

Proseguendo la lettura di Agamben, Bauman arriva ad affermare che lo Stato si definisce e si confina proprio per la sua facoltà di escludere gli homines sacri. Lo spazio politico della sovranità sarebbe stato costruito attraverso l’eccezione e l’esclusione di tali categorie di uomini. Il pensatore aggiunge in maniera incisiva: “Homo sacer è la principale categoria di rifiuti umani creati nel corso della moderna produzione di spazi sovrani ordinati (obbedienti alle leggi, governati da norme)” (p. 42).

Lo Stato nazionale è cresciuto, per Bauman, sulle macerie degli scarti umani, allorquando popoli di uno Stato escludano popoli senza Stato (esuli, richiedenti asilo); sul binomio di opposizione e di esclusione si è costruita l’identità statale, secondo una coincidenza tra identità di un popolo e confini dello Stato nazione, entro cui questo stesso popolo cresce e sviluppa la propria coesione escludente.

Oggi, tale monopolio dello Stato rimane incontestato; è, infatti, la singola entità statale, che nella pratica, valicando la teoria dei trattati internazionali in materia di scarti umani, legifera sull’accoglimento e sull’esclusione degli esuli. È ancora lo Stato che si definisce attraverso la chiusura o l’apertura dei propri confini: “Quel monopolio resta incontestato ancor oggi, malgrado si accumulino gli indizi della natura fittizia delle pretese dello Stato alla sovranità” (ibid.). Lo Stato contemporaneo rivendica ancora la pretesa del diritto di esenzione, nella convinzione di poter salvaguardare la propria progettualità e la propria esistenza agli occhi del cittadino. Tale pretesa è tuttavia fittizia, perché il panorama globale fa emergere un altro inquietante scenario: lo Stato si trova impossibilitato a garantire le sicurezze economiche e lavorative dei cittadini. Bauman inizia il suo testo parlando della depressione come uno dei malesseri più diffusi tra i giovani, tra le cause della quale vi sono l’incertezza lavorativa e la precarietà dell’esistenza che gli uomini e le donne contemporanei devono quotidianamente riprogettare a breve termine.

Lo Stato, come tutore del cittadino, inteso nel senso di protezione welfaristica della persona, è venuto meno in seguito all’affermarsi, nell’ordine della globalizzazione, di politiche economiche liberistiche. Ciò che legittimava lo Stato, ovvero il suo ruolo di difesa economica del cittadino, viene a cadere nell’era della contemporaneità globalizzata. La legittimità statale, se non può più fondarsi sulla definizione di criteri protezionistici economici a lungo termine, deve trovare altre basi di auto-legittimazione.

Lo Stato del welfare (con precipuo riferimento all’Europa) è ormai surclassato. L’ultimo - opinabile per Bauman - tentativo di auto-legittimazione dell’entità statale è la famigerata questione della sicurezza, inserita con ancor maggior fervore nell’agenda dei politici contemporanei, con tutti gli effetti mediatici e simbolici del caso, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001 e agli altri attentati avvenuti sul suolo europeo.

Oggi il potere politico cerca una pur debole legittimazione attraverso la tematica della sicurezza. L’immigrazione, gli esuli, gli scarti umani rientrano nel gioco delle paure tautologiche su cui la discussione mediatica fa leva: “I governi, spogliati di gran parte delle loro capacità e prerogative sovrane dalle forze di globalizzazione che non sono in grado di contrastare – e meno ancora di controllare – non possono far altro che scegliere con cura i bersagli che sono presumibilmente in grado di contrastare e contro cui possono sparare le loro salve retoriche” (p. 72). Gli scarti umani della nostra contemporaneità costituiscono un bersaglio facile su cui scaricare le ansie e i timori di una collettività precaria. Lo Stato, nell’ultimo esausto tentativo di darsi una definizione, raccoglie tali ansie e le arruola tra gli obbiettivi primari per riaffermare un’autorità erosa ed indebolita.

Si delinea, di contro alla territorialità statale, uno spazio extraterritoriale, una zona di libera politica che sfugge al controllo delle leggi nazionali, come uno dei principali effetti della globalizzazione e delle sue ripercussioni a livello economico e legale. Le stesse decisioni politiche determinanti vengono prese, come sottolineava Rorty, da una classe politico-economica supernazionale, mentre sono assenti una comunità politica globale o spazi politici globali. Lo spazio extraterritoriale è una zona di nessun potere, apparentemente, dove lo Stato nella sua definizione classica non ha alcuna ingerenza e dove dominano, invece, i poteri forti della globalizzazione. Ciò che rimane di apparente competenza dello Stato-nazione è la questione della sicurezza, poiché è avvenuta la trasformazione da Stato sociale a Stato penale, che ha al primo posto tra i suoi obiettivi la criminalizzazione degli scarti della società e il loro inserimento in una questione di sicurezza. È uno Stato nazione, quello contemporaneo, preoccupato delle proprie sicurezze, a cui tuttavia sfuggono di mano sia le questioni economiche, perché sono ormai sopranazionali, sia quelle militari, in quanto la stessa guerra, più o meno mascherata dietro interventi democratici, è deregolamentata dagli effetti della globalizzazione.

In sintesi, lo Stato ha rinunciato alle sue funzioni sociali ed economiche, ha scelto una politica di sicurezza come fulcro di una strategia mirante a recuperare l’autorità perduta e l’impronta protettiva agli occhi del cittadino. Ha inoltre acconsentito a progettare e creare nuovi luoghi sicuri per lo smaltimento dei rifiuti umani (banlieues, nuovi ghetti, campi per immigrati) diventando, afferma Bauman con un’espressione molto forte, uno “Stato caserma” (p. 106), uno Stato che protegge gli interessi dei grandi gruppi industriali moderni e intensifica la militarizzazione e la repressione sul fronte interno. Il tutto nel tentativo di costruire una sovranità che rimane, comunque, apparente e labile.

Indice

Introduzione
1. In principio fu il progetto. Ovvero i rifiuti della costruzione di ordine
2. Loro sono troppi? Ovvero i rifiuti del progresso economico
3. A ciascun rifiuto la sua discarica. Ovvero i rifiuti della globalizzazione
4. Cultura de rifiuti
Note

L'autore
Zygmunt Bauman, sociologo polacco è professore emerito di sociologia nelle Università di Leeds e Varsavia. In italiano ha pubblicato Modernità ed olocausto (Bologna 1992), Il teatro dell’immortalità. Mortalità, immortalità e altre strategie di vita (Bologna 1995), Le sfide dell’etica (Milano 1996), Il disagio della post-modernità (Milano 2002), Voglia di comunità (Bari 2004), Amore Liquido (Bari 2004), Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone (Bari 2005), Intervista sull’identità (Bari 2005), La società sotto assedio (Bari 2005) e Modernità liquida (Bari 2005).

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