martedì 9 gennaio 2007

Annalisa Verza, Il dominio pornografico. Femminismo e liberalismo alla prova.

Napoli, Liguori, 2006. ISBN 88-207-3987-9, € 16,50.

Recensione di Fabio Lelli – 09/01/2007

Parole chiave: Filosofia politica, Etica, Femminismo, Liberalismo

1. Un lungo percorso identificativo copre la prima parte del testo, una mossa preliminare alla strategia complessiva che l’autrice vuole mettere in atto sia per mettere alla prova alcuni limiti, o confini, del liberalismo e del femminismo, sia per operare un “disinnesco” della pornografia, non una sua banale e controproducente messa al bando. Si tratta evidentemente di un atteggiamento non neutrale nei confronti dell’oggetto analizzato, non motivato da moralismo ma da una precisa valutazione etico-politica.
Cosa è dunque la pornografia? Non la semplice esposizione di materiali sessualmente espliciti, ma anche e soprattutto la rappresentazione della “porné”, vale a dire della “puttana”, non certo della raffinata cortigiana, ma della donna dei postriboli, al più basso gradino della scala sociale; e ciò non avviene mettendo in scena storie di prostituzione (da notare come non venga mai raffigurato il pagamento della prestazione sessuale), ma pretendendo di raffigurare donne comuni, e quindi suggerendo, per sineddoche, che tutte le donne sono in realtà “porné”.
Ciò che è più grave in questo forma di diffamazione, è il suo nascondere una forma di dominio, un “potere erotizzato”, come sottolineato da Catherine MacKinnon: l’immagine della donna veicolata dalla pornografia è all’esatto opposto di quell’ideale di “costumatezza” che la stessa “comunità maschile”, creatrice e fruitrice della pornografia, ha imposto alle donne. La pornografia, quindi, rappresenta donne “svergognate”, degradate, che stanno inevitabilmente infrangendo il modello di comportamento che dovrebbero onorevolmente seguire. Si tratta in pratica di un doppio inganno: da un lato alla donna viene prescritto un certo modello di costumatezza, e dall’altro la stessa cultura maschile insinua per mezzo della pornografia che tutte le donne non possono mantenere questo codice di onorabilità.
Da questo raggiro, o meglio dalla sua incomprensione, nasce l’assurdità dei movimenti femministi “pro-sex” a difesa della pornografia, che possono vedere in essa o uno strumento di liberazione sessuale per l’intera società, o addirittura una rappresentazione di eguaglianza fra uomini e donne. In entrambi i casi si commette un grave errore: si scambia la pornografia con il sesso tout-court, cadendo nel suo inganno (la pornografia pretende di rappresentare la “reale” sessualità umana), avvalorando il modello di donna-porné (un’idea assolutamente maschile), per intraprendere una lotta contro la repressione sessuale, anch’essa di chiara derivazione maschile. La pornografia è dunque, nietzscheanamente, una menzogna che permette ad un certo gruppo (gli uomini) di dominarne un altro (le donne).
2. Se la pornografia fosse stata semplicemente identificata con un fenomeno di moralità privata (che coinvolge cioè unicamente adulti consenzienti), sarebbe stato estremamente difficile costruire e soprattutto giustificare quella strategia di “demistificazione” che viene proposta come alternativa alla mera censura. E sarebbe stato impossibile allontanarsi dalle prese di posizione di autori liberal come Ronald Dworkin, che difendono il diritto di espressione e che ritengono le usuali protezioni giuridiche sufficienti per affrontare gli eventuali abusi che possono essere originati dal fenomeno pornografico.
Il principio di Mill dell’harm to others quale limite e base fondamentale dell’etica e della politica liberale non deve essere scavalcato per poter agire contro la pornografia: la pornografia provoca effettivamente dei danni. Fra questi l’autrice ricorda la desensibilizzazione rispetto alla sessualità, l’imposizione sia agli uomini che alle donne di modelli di comportamento irraggiungibili e moralmente discutibili (l’esempio è l’ostentazione irresponsabile di ricchezza dei giornali patinati alla Playboy), e naturalmente gli abusi delle modelle, per le quali è poi estremamente difficoltoso dimostrare la mancanza di consenso. L’imposizione di una certa figura femminile, secondo alcune femministe fra cui Catherine MacKinnon e Andrea Dworkin, è causa inoltre della discriminazione del gruppo “donne”, e nei casi estremi anche di stupri. Le azioni legali condotte nel 1983 e nel 1984 ispirate alle tesi delle due femministe non si prefiggevano come obiettivo una censura preventiva, bensì un puro risarcimento per questi effettivi danni causati dal materiale pornografico.
Quello che qui interessa sottolineare, per rendere coerente la tesi di fondo del testo, è il danno intrinseco della pornografia, che consiste nel suo valore performativo: la pornografia è in quanto atto espressivo, una diffamazione ed uno svilimento, e quindi non può essere considerata, secondo l’autrice, alla pari di una qualsiasi altra libera espressione di un libero pensiero. Ecco perché occorre riflettere sulle strategie per affrontarla al di là delle mere “garanzie negative” e della problematica distinzione “pubblico/privato” propria della tradizione liberale. Ancora più complesso il problema del cosiddetto soft-porn, visto che nell’erotismo patinato spesso associato alla pubblicità si trasmette, sia pure in assenza di immagini sessualmente esplicite, la medesima mercificazione e svilimento della donna (e sempre di più anche dell’uomo) in modo ancora più subdolo, proprio a causa del suo non essere apertamente pornografico, privando quindi ogni eventuale fruitore della possibilità di evitarne la visione.
Si tratta, in ultima analisi, di un danno “di gruppo”, delle donne intese come gruppo; un danno estremamente grave se, come suggeriscono autori del calibro di Charles Taylor e di Joseph Raz, all’uguale rispetto e considerazione dei singoli cittadini è necessaria anche la protezione degli individui in quanto membri di gruppi specifici.
3. La pornografia si rivela in tal modo un banco di prova di grande efficacia, misurando “sul campo” i limiti estremi del classico ideale liberale della neutralità, e fungendo anche da discrimine per diverse forme di femminismo. Si può quindi leggere questo fenomeno, sempre più presente nella cultura e nell’immaginario, sia in senso negativo che in senso positivo, come un reagente eccezionale per rivelare i meccanismi interni delle ormai pacifiche idee di fondo della tradizione ben consolidata del liberalismo politico.

Indice

Prefazione

Parte prima: La cultura della pornografia
1 La pornografia e le sue contraddizioni
2 Pornografia e rappresentazione dell'uguaglianza sessuale

Parte seconda: Un tentativo di definire
3 Materiali sessualmente espliciti, oscenità, pornografia, erotismo, soft-porn

Parte terza: Pornografia, diritto e danno. Femminismo radicale e nuovi paradigmi
4 Alla fonte della produzione di pornografia: le donne rappresentate
5 Attraverso la pornografia prodotta: i danni a persone specifiche
6 Gli effetti della circolazione di pornografia: pornografia e danno collettivo

Appendice:
Pornotopia, fuga dalla realtà e patologia. Intervista al prof. Guerreschi sulla pornodipendenza

Bibliografia
Indice analitico


L'autore

Annalisa Verza è professore associato di Sociologia Giuridica e di Filosofia del Diritto presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bologna. Tra le sue pubblicazioni, La neutralità impossibile (Giuffrè 2000).

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