sabato 28 febbraio 2009

Galzigna, Mario (a cura di), Foucault, oggi.

Feltrinelli, Milano 2008, pp. 308, € 20,00 [ISBN 978-88-07-10437-4]

Recensione di Luca Maria Possati

Storia della filosofia contemporanea

«Io, gli autori che amo, li utilizzo». Così, a chi gli chiedeva quale fosse il suo rapporto con Nietzsche, aveva risposto Michel Foucault nel corso di un’intervista del 1975. Il solo segno di riconoscenza che si possa testimoniare a un autore – diceva il filosofo di Poitiers – è utilizzarlo, metterlo alla prova, renderlo uno strumento del proprio appetitus philosophandi, deformarlo, «farlo stridere». La fedeltà non c’entra.
Ma la realtà delle cose è un’altra. A dispetto di Foucault, sembra essere quasi il destino d’ogni autore quello di essere fossilizzato, oggettivato, spartito tra diversi gruppi di interpreti, pronti a creare e a sposare nuove ortodossie, formule da ripetere sotto forma di slogan da proclamare in continuazione, da svendere sulle piazze accademiche più accreditate. Il pensiero scompare, restano gli oggetti. Tornare al pensiero, alla vivacità dell’idea, questo è il compito vitale del filosofo. «Io sogno – diceva Foucault a Henri Lévy nel 1977 – l’intellettuale distruttore delle evidenze e delle universalità, colui che individua e indica nelle inerzie e nelle costrizioni del presente i punti di debolezza, le aperture, le linee di forza, colui che, senza tregua, si sposta, senza che si sappia di preciso dove sarà né cosa penserà domani, perché è troppo attento al presente» (p. 41).
In quest’ottica, il pregio del volume collettivo Foucault, oggi (Milano, Feltrinelli, 2008, p. 308), a cura di Mario Galzigna, sta nello sforzo di aprire una strada diversa nella sterminata letteratura foucaultiana. Una strada che vuole sfruttare il potenziale messo a disposizione da Foucault – la sua opera, quel che egli stesso amava definire una «cassetta degli attrezzi» – per capire il mondo attuale, con le sue lacerazioni e i suoi drammi. La società globalizzata, il nuovo «Leviatano». Una macchina analitica per un’«ontologia di noi stessi».
Ma che cos’è, nella sua materialità, l’opera di Foucault? Corsi, libri, «linee di articolazione» espresse nei Dits et écrits. Un materiale eterogeneo, difficile, che chiede una lettura attenta e critica, consapevole delle difficoltà di un sapere che si costruisce attraverso continui spostamenti, passi avanti e passi indietro, promesse non mantenute, ri-problematizzazioni. Non si tratta allora – e arriviamo così al taglio fondamentale del volume che stiamo recensendo – di fare un commentario, di proporre un’altra interpretazione, un’esegesi, ma di creare «un libro mobile, plurale» (p. 7), che vuole correre un rischio, uscire da sé e collocarsi nella radicalità di questo pensiero e del suo intrinseco militantismo.
Diagnosticare il presente di una cultura è il grande compito dei filosofi. Adempierlo significa aprire lo spazio del pensiero genealogico, pensiero dei limiti e del loro superamento, pensiero – in ultimo luogo – del soggetto e dei suoi processi di costituzione, in quanto prodotto dei dispositivi del sapere e del potere. Come mettono in rilievo i saggi di Mario Galzigna, «La disciplina e la cura», e di Remo Bodei, «Il dire la verità nella genealogia del soggetto occidentale», il soggetto foucaultiano non è costituente, ma costituito, lontano tanto dagli ego della fenomenologia e dai Dasein dell’esistenzialismo, quanto dai motivi kantiani all’opera negli scritti di Lévi Strass – un «kantismo senza soggetto trascendentale», diceva Ricoeur – e in tutto il cosiddetto strutturalismo. Con Foucault – per dirla in breve – assistiamo al passaggio dal soggetto alle pratiche della soggettivazione, quelle pratiche che storicamente hanno costruito l’ego trascendentale teorizzato da Kant, da Husserl, il cogito di Descartes così come la nostra fede in esso. Fin dall’inizio – con la sua tesi sulla antropologia kantiana – Foucault apre una crisi nell’idea di trascendentale, in chiave antiheideggeriana. Mettere a fuoco quella specifica commistione tra empirico e trascendentale che egli vede all’opera nel testo kantiano significa avviare una dissoluzione della soggettività costituente imposta dalla nostra cultura e aprire le porte ad esperienze diverse, come quella del buddismo zen.
La «critica della questione antropologica» resta un punto fondamentale nel lungo itinerario di Foucault, e forse una chiave di accesso feconda a molte sue tematiche. Ad essere in ballo è il senso dell’imperativo «conosci te stesso». Foucault ci vede il desiderio di produrre soggettività, contrassegno dell’imperialismo dell’uomo occidentale. Ma la verità per Foucault è sempre rischiosa, è sempre una sfida al potere, all’autorità della tradizione, il rifiuto delle menzogne ufficiali. Verità è parrhesia: sovvertimento di sé, de-prensione, de de-prendre de soi, ma al contempo è il coraggio di un modificarsi, di un auto-sovvertirsi. L’ultimo Foucault elabora questa lunga meditazione sulla verità a contatto con i modelli proposti dalla filosofia antica, «che tende a trasformarsi piuttosto che a formare – spiega Remo Bodei nel saggio dedicato alla genealogia del soggetto occidentale – a mutare la direzione dell’anima piuttosto che ad aumentare la conoscenza, a cambiare la vita» (p. 127).
Il problema è che nella storia del pensiero occidentale questa scelta del bios filosofico come terapia dell’anima, modificazione di sé, è scomparso poco per volta con il cristianesimo prima e il cartesianesimo poi. Mosso da questa convinzione Foucault opera una vera azione genealogica, in perfetto stile nietzscheano: la conoscenza oggettiva ha poco per volta superato e cancellato la spiritualità. Nell’Ottocento, tuttavia, il bisogno di spiritualità rinasce, con Hegel, Nietzsche, Schelling, Schopenhauer, lo Husserl della Krisis, Heidegger, fino a Lacan: «Ci si accorge, infatti, che il sapere non basta, se staccato dalla vita o dalle sue manifestazioni concrete nella storia» (p. 130). Il progetto anticartesiano contemporaneo – scrive Bodei – «consiste nel rinunciare a concepire se stessi come una res cogitans autocentrata, un sole psichico attorno al quale ruota il mondo, nel cogliere se stessi – alla maniera di Valéry – come qualcosa che si costruisce mentre sfugge, che si situa paradossalmente solo attraverso la dislocazione in un altro luogo e in un altro luogo e in un altro tempo, che plasma la sua identità in una lotta incessante con la propria alterità» (p. 131).
Come sottolinea giustamente Mario Vegetti, a partire dal 1980 è avvenuta una volta radicale nella ricerca di Foucault, con i due corsi al Collège de France sul pensiero antico, poi culminata con la pubblicazione nel 1984 dei due volumi della Storia della sessualità. Foucault – scrive Vegetti - «passava qui dallo studio dei dispositivi di assoggettamento e di soggettivazione messi in opera dal potere e dal sapere all’etica delle pratiche di autoliberazione del soggetto (che fino ad allora aveva concepito solo come il “prodotto passivo delle tecniche di dominazione”)» (p. 150). Insomma, “costruendo” l’antico, più che scoprendolo, Foucault pone seriamente quale filo conduttore della propria ricerca il tema della cura di sé – intesa come liberazione di sé – e opera un cambiamento profondo nella propria metodologia, pur mantenendo tutta la vocazione critica e politica del suo pensiero. Momento centrale in questo processo è l’interpretazione dello stoicismo romano e delle sue pratiche intellettuali – epistolari, scrittura di sé, autoesame, che Foucault contrappone alla pratica cristiana della confessione resa a superiore, ad un’autorità che sovrasta. Proprio grazie a questa analisi avviene il passaggio dal binomio assoggettamento-soggettivazione (le forme della soggettività sono prodotti delle forme di dominio e di sapere che governano gli insiemi sociali) all’autocostruzione liberata dell’io senza storia e contro la dinamica politica dei saperi. Ma come si realizza? Foucault ha ben chiari i limiti dello stoicismo e critica aspramente il freudismo e il marxismo (altri due modelli di liberazione). Quale strada sceglie?
Tale interrogativo motiva il saggio di Arnold I. Davidson, «Michel Foucault e la tradizione degli esercizi spirituali». La liberazione politica passa attraverso il compito urgente di un’etica del sé. È forse il ritorno alla solitudine dell’ideale romantico dell’io ribelle? No. Il termine chiave per Foucault è resistenza perché – come afferma egli stesso nella Storia della sessualità – la possibilità della resistenza è costitutiva di qualsiasi relazione di potere. Viene a galla con sempre maggiore insistenza – come mostra Davidson – il problema della volontà e degli esercizi spirituali, il compito – accennato poc’anzi – di reintegrare la spiritualità nella filosofia. Ma non si tratta di adeguarsi a valori trascendenti: «Foucault cercava una morale de l’inconforte, un’etica dell’inquietudine per rendere mobile l’immobilità» (p. 175). Davidson – aprendo in tal modo una traccia di ricerca che andrebbe approfondita – la definisce una estetica dell’esistenza: «L’estetica dell’esistenza strappa dei segni di esistenza dal loro sonno, dalle tenebre; essa è soprattutto una creazione, una creazione di se stessi. E come la vita di Socrate l’estetica dell’esistenza porta i lampi di possibili tempeste» (p. 176). Non una morale del dovere, ma un’etica della trasformazione, una tecnica del sé, «una tecnica di vita che comporta un nuovo atteggiamento verso noi stessi, un atteggiamento critico» (p. 176).

Indice

Introduzione di Mario Galzigna
Leggere Foucault, oggi di Alessandro Fontana
La disciplina e la cura di Mario Galzigna
Michel Foucault e lo psichiatra di Vanna Berlincioni e Fausto Petrella
Il dire la verità nella genealogia del soggetto occidentale di Remo Bodei
Identità, natura, vita: tre decostruzioni biopolitiche di Judith Revel
L’ermeneutica del soggetto di Mario Vegetti
Michel Foucault e la tradizione degli esercizi spirituali di Arnold I. Davidson
Michel Foucault e l’Europa di Yves Hersant
Dalla ragion di Stato al liberalismo: genesi della “governamentalità” moderna di Michel Senellart
Biopolitica e filosofia a partire da Michel Foucault di Roberto Esposito
Il soggetto che non c’è di Pier Aldo Rovatti
Biopolitica, sovranità, lavoro. Foucault tra vita nuda e vita creativa di Ottavio Marzocco
Fenomenologia e genealogia di Elisabetta Basso
Foucault e Kant di Roberto Nigro
Verità, soggettività, filosofia nell’ultimo Foucault di Frédéric Gros


Il curatore

Mario Galzigna insegna all’università Ca’Foscari di Venezia Storia della scienza ed Etnopsichiatria e psichiatria clinica. ha svolto attività seminariali presso l’École des hautes études en sciences sociales di Parigi e all’Università di Ginevra. È autore di numerosi articoli e saggi.

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