venerdì 27 febbraio 2009

Paternoster, Alfredo, Il Filosofo e i Sensi. Introduzione alla Filosofia della Percezione.

Roma, Carocci, 2007, pp. 144, ISBN 978-88-430-4397-2.

Recensione di Alessandra Melas – 27/02/2009

Filosofia della percezione, psicologia, neuro-scienze.

Il testo di Alfredo Paternoster si presenta come la prima introduzione in lingua italiana alla Filosofia della Percezione e costituisce certamente un brillante esempio di fusione tra riflessione teorica e ricerca empirica.

Sono quattro i generi di domande che soggiacciono all’analisi di un campo allo stesso tempo affascinante e spinoso come quello della percezione:

Questioni esplicative: come funziona la percezione?

Questioni metafisiche: quali oggetti sono coinvolti nella percezione? Come è fatto il mondo?

Questioni semantiche: qual è il significato degli enunciati percettivi?

Questioni epistemologiche: quanto è affidabile la percezione?

Se sembra che la scienza abbia il compito di rispondere alla prima domanda e di spiegare, pertanto, il funzionamento dei meccanismi alla base dei processi percettivi, alla filosofia sembra spetti il compito di rispondere alle altre domande. Tuttavia, come sostiene l’autore, tale divisione appare alquanto semplicistica e emerge l’idea secondo cui non sia possibile rispondere ai problemi filosofici senza avvalersi del supporto delle varie discipline scientifiche coinvolte nello studio della percezione, come la psicologia cognitiva e le varie neuroscienze.

A mio avviso, è certamente in questo senso che l’autore inserisce il suo lavoro all’interno di quella corrente di pensiero oggi conosciuta come naturalismo cognitivo, capace di fungere da sfondo ai tentativi di naturalizzazione del mentale oggi condotti dalle scienze cognitive.

Il testo di Paternoster si apre con un capitolo dedicato ai più spinosi problemi della percezione. Cruciale e ricco di spunti appare il paragrafo dedicato alla distinzione tra percezione e sensazione, distinzione che viene tracciata, secondo il suggerimento dell’autore, attraverso tre differenti percorsi.

In primo luogo, ogni percezione si distingue per aspetto fenomenologico e aspetto intenzionale. Nel primo caso ci soffermiamo sulla sensazione soggettiva che ognuno di noi ha del percepito, nel secondo caso ci soffermiamo sugli stati percettivi come atti che hanno un preciso contenuto esterno (l’oggetto visto, udito, sentito, gustato, ecc.): «vedo (atto) un albero (oggetto), così come, ad esempio, desidero (atto) un dolce (oggetto). Da questo punto di vista gli stati percettivi sono stati intenzionali, cioè stati che vertono su qualcos’altro» (p. 20). L’intenzionalità, infatti, altro non è che la capacità degli stati mentali di vertere su qualcosa e gli stessi stati percettivi sono intenzionali, in quanto non si può percepire senza percepire qualcosa di preciso. Sembrerebbe, insomma, che l’impostazione fenomenologica parli di sensazione e graviti attorno ai vissuti di prima persona e l’impostazione intenzionale verta sulla percezione e sul mondo esterno.

Non esiste, tuttavia, una netta distinzione tra questi due ambiti e non è ammessa la percezione di un presunto oggetto esterno senza un dato vissuto fenomenologico: «ogni atto percettivo è accompagnato da un vissuto in prima persona: non c’è percezione senza sensazione» (p. 17). Esiste, pertanto, uno stretto nesso tra componente intenzionale e componente fenomenologica. Ma di che natura è questo legame? L’interpretazione intenzionale è in grado di spiegare appieno il problema della percezione, inglobando al suo interno anche l’aspetto fenomenologico?

A seconda della risposta data a quest’ultimo quesito si hanno teorie filosofiche della percezione differenti. Schematicamente l’autore distingue tre teorie fondamentali: teorie intenzional-rappresentative forti, teorie intenzional-rappresentative deboli, teorie intenzionali non rappresentative. I sostenitori della teoria rappresentativa, sia nella versione forte sia in quella debole, condividono la tesi secondo cui gli stati di esperienza percettiva sono rappresentazioni del mondo, cioè l’idea secondo cui i soggetti non si trovano in relazione diretta con l’ambiente circostante ma con rappresentazioni mentali. Inoltre entrambe le teorie rappresentative sostengono l’idea secondo cui sia l’aspetto fenomenologico che quello intenzionale vadano inclusi in una buona teoria della percezione. Tuttavia, la teoria intenzional-rappresentativa forte sostiene la riducibilità dell’aspetto fenomenologico all’aspetto intenzionale, mentre la teoria nella sua versione debole sostiene la non riducibilità dell’aspetto fenomenologico a quello intenzionale.

Contrariamente, le teorie intenzionali non rappresentative sostengono l’idea secondo cui nell’esercizio delle facoltà percettive i soggetti si troverebbero in diretta relazione con il mondo e rifiutano l’idea che l’aspetto fenomenologico sia rilevante per lo studio della percezione.

Altre importanti questioni legate al problema della percezione sono le seguenti: come è possibile che le percezioni siano allo stesso tempo determinate dai nostri sensi e siano anche “pezzi di mondo”? Com’è possibile che le nostre sensazioni, che appaiono così personali e soggettive, vertano su qualcosa di esterno? Questa questione è strettamente legata a ciò che è noto come “problema di interfaccia” e ad un’altra questione centrale quale quella del “realismo diretto/indiretto”, che funge da sottofondo a gran parte del testo di Paternoster.

Ma vediamo un altro senso in cui si può distinguere percezione da sensazione: la sensazione può essere considerata, infatti, un primitivo stadio del processo percettivo e la percezione uno stadio successivo di elaborazione delle informazioni. L’immagine della sensazione come intermediario della percezione trova la sua origine nell’empirismo inglese. Basti pensare allo stesso David Hume che parlava, al riguardo, di impressioni di sensazione e impressioni di riflessione, considerando le prime uno stadio primitivo delle seconde.

Un altro modo di caratterizzare la distinzione tra percezione e sensazione è quello basato sulla dicotomia kantiana tra spontaneità e ricettività. All’interno di questa distinzione la sensazione è mera ricettività, ossia una facoltà puramente passiva. Al contrario la percezione sarebbe una facoltà attiva che prevede lo sfruttamento di precise categorie concettuali.

Le ultime due vie di distinzione sollevano l’annoso problema filosofico del concettualismo o anti-concettualismo della percezione, e il problema della presunta modularità dei processi percettivi primari. Entrambi questi problemi sono brillantemente affrontati dall’autore, in maniera dettagliata, rispettivamente nel III e IV capitolo del libro.

La parte centrale del lavoro di Paternoster approfondisce le principali teorie filosofiche e psicologiche sulla percezione. La sezione riguardante le teorie filosofiche, precisamente il secondo capitolo, è costituita da un insieme di paragrafi che introducono i principali approcci filosofici al problema della percezione. Ciascun paragrafo presenta i nodi cruciali della teoria, le principali critiche e le repliche dei suoi sostenitori.

La prima teoria filosofica presentata è la cosiddetta sense-data theory. Per utilizzare le stesse parole dell’autore «la teoria dei sense-data si inscrive nel quadro teorico generale, caratteristico dell’empirismo inglese del Sei-Settecento, secondo cui il mondo viene percepito indirettamente per il tramite delle sensazioni» (p. 26).

La seconda teoria presentata, ossia la teoria avverbiale delle percezione, è innanzitutto una teoria semantica degli enunciati percettivi. Precisamente la teoria sostiene che un enunciato della forma “X percepisce un gatto”, debba essere parafrasata come “X percepisce gattamente”. Come dice lo stesso Paternoster «l’oggetto apparente del verbo percettivo è in realtà un attributo del mio stato psicologico» (p. 33). Questo colloca chiaramente la teoria avverbiale della percezione tra le teorie non intenzionali.

La terza teoria presentata, ossia la teoria causale delle percezione si basa sull’intuizione secondo cui se ho esperienza percettiva dell’oggetto allora c’è un oggetto nel mondo che ha causato la mia esperienza. Si tratta di una teoria rappresentativa, in quanto sostiene che le informazioni che abbiamo del mondo siano mediate dalla percezione. Si tratta, inoltre, di una teoria intenzionale in quanto l’atto percettivo è distinto dall’oggetto, contrariamente a quanto accade nel caso della teoria avverbiale.

L’ultima teoria filosofica presentata è quella disgiuntiva, nata in forte polemica con la teoria causale che a sua volta non sembra distinguere abbastanza tra il caso allucinatorio e il caso genuinamente percettivo. La teoria disgiuntiva, infatti, si fonda su una marcata distinzione tra l’aspetto fenomenologico e l’aspetto intenzionale. Così, per usare ancora una volta le parole dell’autore «l’enunciato ‘A X sembra di percepire O’ non implica che X percepisce un O» (p. 43).

Dopo la presentazione delle principali teorie filosofiche della percezione troviamo due paragrafi in cui vengono approfondite rispettivamente la controversia tra realismo diretto e realismo indiretto, e la teoria intenzionalista. La controversia tra realismo diretto/indiretto nasce all’interno delle teorie intenzionali, che distinguono, appunto, l’atto della percezione dal contenuto percepito. Sia il realismo diretto che quello indiretto assumono l’esistenza di un mondo indipendente da noi. «La questione su cui si dividono è se il mondo possa essere percepito direttamente oppure no» (p. 46). Il realismo diretto, di cui la teoria disgiuntiva rappresenta un buon esempio, sostiene un rapporto diretto con il mondo, contrariamente il realismo indiretto, di cui la teoria dei sense-data è il paradigma, sostiene un rapporto mediato con il mondo. La teoria intenzionalista si presenta, invece, come una via di mezzo tra il realismo diretto e il realismo indiretto, via di mezzo etichettabile come realismo rappresentativo. Non si tratta di realismo diretto poiché l’oggetto della percezione non è il mondo, ma piuttosto rappresentazioni di questo; non si tratta di realismo indiretto poiché i contenuti degli stati percettivi non sono assimilabili a oggetti che separano la mente dal mondo.

La sezione di carattere filosofico si conclude con il III capitolo, interamente dedicato alla questione delle relazioni tra vedere e pensare, ossia al problema del confine superiore delle percezione.

Usando le parole dello stesso Paternoster, possiamo affermare che «chiedersi dove finisce la percezione equivale a trovare un modo plausibile di tracciare una distinzione tra ciò che è propriamente intrinseco alla percezione e quelle che sono invece le sue conseguenze. Genericamente parlando, le conseguenze della percezione sono, da un lato, credenze o giudizi, dall’altro azioni» (p. 57).

All’interno di questo capitolo l’autore propone una carrellata delle teorie che si sono dedicate al problema della delimitazione della percezione. Il primo paragrafo è dedicato alla distinzione tra visione semplice e visione epistemica. Secondo questa distinzione avanzata da Dretske nel 1969, il vedere gli oggetti sarebbe un “vedere semplice”, ossia vedere qualcosa in modo preconcettuale, mentre vedere fatti corrisponderebbe ad un “vedere epistemico”, ossia vedere tramite una mediazione concettuale, con la conseguenza che la percezione semplice sarebbe la causa della percezione epistemica, ossia delle credenze percettive.

Alcuni hanno anche sostenuto l’idea secondo cui i livelli percettivi richiedono tre livelli di analisi: prima del livello epistemico, ma dopo il livello semplice, sarebbe opportuno, pertanto, introdurre «un livello intermedio protoproposizionale nel quale il mondo ci è dato come già strutturato in oggetti, proprietà e relazioni, senza che ciò richieda lo sfruttamento di concetti, conoscenze, processi di pensiero esplicito» (p. 66). Questo riporta la discussione alla già citata questione filosofica sulla possibilità di una percezione non concettuale, almeno nel suo stadio primitivo.

L’intero IV capitolo è dedicato alle teorie psicologiche della visione. All’interno di questa sezione viene analiticamente descritto il dibattito sulla visione passando per le due teorie fondamentali in competizione negli anni Ottanta del secolo scorso: la teoria computazionale e la teoria ecologica.

Secondo la teoria computazionale della visione il processo percettivo è un processo in cui l’organismo partecipa attivamente all’elaborazione dell’input che proviene dall’ambiente. Questo processo costruttivo avviene per mezzo di computazioni, che, per la maggior parte dei sostenitori di questa teoria, hanno luogo all’interno di moduli incapsulati, che hanno la caratteristica di essere estranei alle conoscenze e credenze del sistema nel suo complesso.

Paternoster evidenzia brillantemente il legame tra questa teoria psicologica della visione e la questione filosofica del contenuto non concettuale della percezione: «l’interesse filosofico di questa tesi risiede nel suo evidente legame con la teoria del contenuto non concettuale della percezione: nella misura in cui i concetti sono tipicamente considerati i costituenti atomici delle credenze, dire che la visione primaria è impermeabile alle credenze è come dire che elabora informazioni in modo non concettuale» (p. 85).

È indubbio che quest’approccio possa essere annoverato sotto la struttura teorica del costruttivismo, secondo cui il processo percettivo, come appena osservato, sarebbe un processo in cui l’organismo partecipa attivamente all’elaborazione dell’informazione proveniente dall’ambiente. Al contrario, la teoria ecologica si basa sull’assunto secondo cui l’unico contributo dell’organismo durante il processo percettivo sarebbe una sorta di registrazione passiva, o quasi, delle informazioni contenute nello stimolo ambientale. Questa teoria sottolinea il ruolo fondamentale dell’ambiente, relegando il contributo dell’organismo ad un ruolo marginale. Chiaramente, anche in questo caso, siamo in presenza di una teoria che presenta l’attività percettiva come non-concettuale.

Nell’ultimo paragrafo del capitolo Alfredo Paternoster presenta alcune recenti scoperte neurofisiologiche di rilievo e illustra due approcci che incarnano, in dosi differenti, la sintesi tra teoria computazionale e teoria ecologica: la teoria delle rappresentazioni visuomotorie (teoria computazionale duale) e il paradigma sensomotorio.

Una delle basi di convergenza tra il paradigma computazionale e quello ecologico è rappresentato dalla recente scoperta neurofisiologica sull’esistenza di due cammini della corteccia visiva, il cammino “ventrale” e il cammino “dorsale”. Secondo Milner e Goodale, il cammino dorsale sarebbe associato al controllo visivo dell’azione, mentre il cammino ventrale sarebbe associato all’identificazione dell’oggetto. Naturalmente esistono dati empirici su cui sono basate queste interpretazioni, dati attinti dalla ricerca neuropsicologica e neurofisiologica.

In che senso questa scoperta giova alla sintesi tra computazionalismo ed ecologismo? Per usare le parole dell’autore, possiamo dire che «l’idea è che ciascuna delle due cornici teoriche sia corretta relativamente a uno specifico dominio visivo. Il computazionalismo è una buona teoria del riconoscimento dell’oggetto, di quella che potremmo chiamare “visione finalizzata alla cognizione”, che corrisponde alla via ventrale; l’ecologismo descrive bene la visione orientata al controllo motorio, realizzata nella via dorsale». Tuttavia, come ancora lo stesso Paternoster sostiene, «articolare la sintesi tra ecologismo e computazionalismo su questa base, […], sarebbe un’operazione un po’ semplicistica, superficiale» (p. 97).

Sarebbe certamente più verosimile se anche il controllo dell’azione richiedesse processi di elaborazione di informazione. Ed è proprio questo che viene proposto dai sostenitori del paradigma computazionale duale, che introduce, appunto, il concetto di rappresentazione visuomotoria come schema anticipatorio all’azione. Diversamente, secondo il paradigma sensomotorio, la percezione sarebbe un tipo di attività possibile solo in virtù del possesso di un certo «sapere del corpo» (p. 101). Chiaramente, questa concezione nega che la percezione possa essere totalmente descritta come un sistema computazionale.

Se è vero che l’intero testo di Paternoster privilegia principalmente lo studio e l’analisi della visione, l’autore non dimentica di estendere la trattazione di alcune questioni importanti anche agli altri sistemi sensoriali, dedicando l’intero V capitolo alla riflessione filosofica sui sistemi sensoriali non visivi (in particolare udito e tatto). All’interno di questo capitolo l’autore si chiede se abbia senso formulare un teoria generale della percezione, cioè una teoria le cui risposte ad importanti questioni non dipendano dalla peculiarità di ciascun sistema sensoriale. Strettamente connesso a questa questione è il problema dell’individuazione dei sensi, individuazione che avviene secondo tre vie principali: la teoria eziologica, in base alla quale un senso è individuato dal tipo di recettore; la teoria del contenuto, secondo cui i sistemi sensoriali si distinguono per il tipo di oggetto e per il tipo di contenuto su cui vertono; la teoria qualitativa, secondo cui le differenze tra i sistemi sensoriali sono determinate dal tipo di esperienze in prima persona ad essi associate.

Sebbene il problema dell’individuazione dei sensi sia dominante, oggi si fa sempre più strada l’idea di una percezione intermodale, almeno a livello epistemico. Inoltre, come fa ben notare l’autore, la ricerca attuale non può prescindere dai numerosi casi attestati di sinestesia, che sembrano mettere in discussione la modularità dei sistemi sensoriali. Tuttavia, come Paternoster sottolinea riferendosi ai lavori di Pylyshyn, «l’idea è che le sensazioni intermodali caratteristiche della sinestesia non siano parte del contenuto percettivo della modalità di riferimento» (p. 116). Insomma, le persone sinestetiche non sentirebbero melodie a colori, ma sentirebbero melodie accompagnate anche da sensazioni di colore.

Da ciò l’autore può concludere «che non è semplice confutare su basi empiriche l’ipotesi di modularità» e anche che «una teoria della percezione in generale potrà essere costruita a condizione di riuscire a dar conto tanto degli elementi di autonomia quanto di quelli di sinergia che caratterizzano i sistemi sensoriali» (p. 117).

Alla fine di questa intensa carrellata Alfredo Paternoster tira le somme proponendo una soluzione personale, che prevede sostanzialmente la combinazione di tre idee: la natura non concettuale dell’esperienza percettiva, la natura diretta dell’interazione tra soggetto e ambiente a livello fenomenologico, la natura costruttivo-rappresentativa dei processi subpersonali.

L’autore sostiene esplicitamente la non-concettualità della percezione, percezione immune, quindi, a conoscenze e credenze generali del sistema/persona. Pur avendo un’impostazione fortemente kantiana, Paternoster sostiene che non è vero che “le intuizioni senza concetti sono cieche” e afferma, pertanto, la possibilità di percepire forme e superfici anche «pre-interpretativamente» (p. 119), anche se sarebbe comunque necessaria una successiva elaborazione delle primitive configurazioni di superfici.

La natura non concettuale della percezione consentirebbe pertanto ad Alfredo Paternoster di dare una risposta, qualora gli venisse posta, alla seguente domanda: come risolviamo il problema dell’aspetto culturale della percezione? A livello primario vediamo tutti le stesse cose, ossia configurazioni non concettuali di superfici, configurazioni non ancora influenzate da aspetti culturali, ossia da credenze e conoscenze.

Un altro aspetto cruciale del pensiero dell’autore consiste nel suo realismo rappresentativo empirico, una forma di teoria causale della percezione capace di riassumere in sé sia l’idea della natura diretta dell’interazione tra soggetto e ambiente, sia la natura costruttivo-rappresentativa dei processi subpersonali.

Secondo l’autore, i contenuti dell’esperienza visiva sono “cose” e non “enti mentali”. Tuttavia, la posizione di Paternoster prende le distanze da una forma di realismo ingenuo secondo cui il mondo ci apparirebbe come esso è. Utilizzando le parole dello stesso autore, possiamo dire che «poiché gli stati di esperienza percettiva sono ontologicamente dipendenti da stati e processi subpersonali computazionali e in ultima analisi neurofisiologici, è probabilmente più appropriato descrivere la mia posizione come un realismo rappresentativo, in una versione empirica più che intenzionalista. Parlo di versione “empirica” in opposizione a “intenzionalista” per sottolineare che l’aspetto rappresentativo non consiste nel fatto che gli stati percettivi hanno per contenuto un oggetto intenzionale, bensì nel fatto che il contenuto è veicolato da una struttura informativa subpersonale» (p. 120). Così per l’autore i contenuti della nostra esperienza non sono in senso stretto rappresentazioni, ma oggetti che conservano un loro specifico statuto ontologico: perché mai, infatti, una bottiglia dovrebbe diventare oggettiva quando la afferriamo e prima non dovrebbe esserlo? Se l’oggetto esiste quando agiamo non si vede per quale ragione non debba esistere quando percepiamo.

Quando osserviamo un oggetto, la cui superficie dista da noi qualche metro, e avanziamo di qualche passo per avvicinarci a quest’ultimo, focalizzando sempre lo stesso punto della superficie, notiamo che la nostra esperienza è cambiata: l’oggetto ora ci appare più grande. Se avanziamo ancora fino a toccarlo, variamo ancora la nostra percezione visiva. Ora, per quale ragione dovremmo ammettere che le nostre percezioni visive si riferiscono ad enti mentali e quella tattile, invece, ad enti reali?

Per l’autore i processi cerebrali non sono, pertanto, “muri” che ci separano dal mondo, ma ci mettono in contatto con questo e sono, come voleva Kant, le impalcature che rendono possibile la conoscenza. Così i colori non sarebbero interamente soggettivi, ma sarebbero piuttosto proprietà relazionali, dipendenti in parte dal soggetto e in parte dall’oggetto.

L’importanza del libro di Alfredo Paternoster è indubbia. Esso si rivela una prima e preziosa sintesi delle teorie più accreditate sugli aspetti più importanti della percezione, ed un’introduttiva ma precisa esposizione di interessanti teorie innovative, a cui solo il tempo e la ricerca potranno dare ragione. Come conclude lo stesso autore, quelle da lui proposte sono solo poche fra le tante possibili risposte a questioni molto controverse.

In conclusione, bisogna anche aggiungere che il testo di Paternoster convince in maniera decisiva sulla fecondità di un metodo secondo il quale l’analisi filosofica si intreccia brillantemente con i risultati della scienza empirica, in una proficua collaborazione tra Filosofia e Scienza.

Indice

Introduzione

1. I Problemi della percezione

La percezione tra scienza e filosofia
I problemi filosofici della percezione
Percezione e sensazione
Intenzionalità e fenomenologia

2. Teorie filosofiche della percezione

La teoria del dato sensoriale
La teoria avverbiale
La teoria causale
La teoria disgiuntiva

Che cosa percepiamo? La controversia tra realismo diretto e realismo indiretto

La teoria intenzionalista

Riepilogo

3. Vedere e pensare: il confine superiore della percezione

Visione semplice e visione epistemica
Vedere come
Contenuto concettuale, contenuto non concettuale

4. Teorie psicologiche della percezione visiva

La tradizione costruttivista
La teoria computazionale e la modularità della mente
La visione ecologica
Verso una sintesi: le rappresentazioni visuomotorie e il paradigma sensomotorio

5. Oltre la vista

L’individuazione dei sensi
La percezione uditiva
La percezione tattile
Modalità, intermodalità, modularità: qualche osservazione sui sensi in generale

6. Verso un quadro unitario

Note

Bibliografia

Indice dei nomi

Indice analitico


L'autore

Alfredo Paternoster insegna Filosofia e Teoria dei Linguaggi nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Sassari. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Introduzione alla Filosofia della Mente (2002) e Linguaggio e Visione (2001).

Links

Pagine web personali:

http://deisweb.uniss.it/ricerca/sez_antropo_sociologica/Paternoster_Alfredo.htm

http://scipol.uniss.it/docenti/alfredo-paternoster

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