martedì 19 maggio 2009

Zuolo, Federico, Platone e l’efficacia. Realizzabilità della teoria normativa.

Sankt Augustin, Academia Verlag, 2009, pp. 165, € 19,50, ISBN 978-3-89665-465-6.

Recensione di Clara Mandolini - 19/5/2009

Filosofia politica, Storia della filosofia (antica)

Il testo ha il sicuro merito di affrontare una questione di notevole interesse per la riflessione politica e morale: tocca infatti il tema della concretizzazione politica di norme e valori, degli orizzonti del dover-essere e della loro incarnazione nel mondo storico. L’intento specifico dell’autore è quello di scandagliare, tramite il vantaggioso esame dell'opera di Platone, le condizioni del collegamento possibile tra la proiezione normativa dell’ordine giusto della città, ipotizzato quale forma regolativa ottimale della città stessa, e l’ambito storico e reale della concreta esperienza umana. In tal modo, concomitanti alle analisi testuali e alla discussione di diversi dialoghi platonici, si trovano nel testo utili indicazioni intorno alla più generale questione del rapporto tra norme e fatti.
L’indagine condotta da Zuolo non si profila tanto come esame di una forma di realismo politico, quanto delle condizioni, del fondamento di realizzabilità politica di un quadro teorico normativo. L’autore sembra aver ben presente la necessità di circoscrivere con precisione il problematico ambito della propria analisi, secondo quanto egli osserva già nel primo capitolo, al fine di scansare gli equivoci e la confusione con le idee di efficienza ed effettività che il termine stesso di “efficacia” può ingenerare. Non si tratta di sondare una generica capacità di fare ascrivibile al soggetto “politico”, valutandola storicamente sulla base della maggiore o minore penetrazione di un modello ideale nel corso degli eventi e nelle forme particolari delle istituzioni. Ci si pone piuttosto dal punto di vista della stessa teoria politica, cercando di rilevare le condizioni che, al suo stesso interno, e cioè entro il piano delle strutture concettuali di una teoria normativa, ne giustificano l’eventuale capacità di attuazione, di realizzazione. La precisazione di tale assunto è in effetti necessaria per cogliere la validità dell’approccio metodologico assunto nel testo, che intende rilevare le indicazioni che Platone dà circa le risorse di autoefficacia del suo modello teorico di politica.
La disamina si articola dunque nella forma di un attraversamento critico di importanti dialoghi politici, per lo più maturi e tardi. Dopo quello introduttivo, i tre successivi capitoli del testo posano lo sguardo rispettivamente sulla Repubblica, sul Politico, sulle Leggi (effettuando passaggi anche attraverso il Timeo, l’Eutidemo, il Carmide) e, senza temere di rilevare cesure e discontinuità nel pensiero platonico, evidenziano le forme entro le quali si avvista il tema dell’efficacia della teoria politica e dell'azione dell'attore politico. Inevitabilmente, pertanto, Zuolo si porta in corrispondenza dell’incrocio tra teoria politica e teoria etica. Apprezzabile è il suo tentativo di mantenere l’equilibrio interpretativo tra questi due aspetti del pensiero platonico, senza cedere a unilaterali esclusive sottolineature di uno dei due corni implicati dal problema dell’efficacia.
E infatti è effettuata nel secondo capitolo una critica delle linee interpretative le quali tendono a sottrarre dalla lettura della Repubblica l’aspetto politico, il suo legame a quello etico, o che, come nel caso di Leo Strauss, ne sottolineano il carattere addirittura impolitico, negatorio nei confronti della possibilità stessa di una teoria politica. Conseguentemente trova spazio uno studio delle implicazioni dell’analogia tra anima e città, il diverso senso della tripartizione nel caso della kallipolis, la città giusta, il necessario esame dei modi d’intendere le valenze della giustizia alla luce del ricorso argomentativo all’idea di possibilità. La rilevazione dei livelli concettuali di possibilità, realizzabilità, esistenza, coinvolti nella teoria della città giusta, consente di identificare lo spazio proprio dell’efficacia sulla base dello spostamento teorico del pensiero platonico dalla contrapposizione tra i piani prescrittivo e descrittivo, alla loro mediazione possibile, cioè al collegamento tra norme e storia. Posta su questo piano, la riflessione infatti chiede conto delle condizioni attraverso cui si può realizzare il cambiamento dalla forma storica della città a quella teorizzata, conferendo in tal modo alla teoria stessa una necessaria valenza cautelativa nei confronti dell’astrattezza dei “pii desideri” e della possibile deriva utopistica del modello. Interessante è l’esame intorno al carattere contrastante della figura del “buon tiranno” e la discussione sui limiti dell’analogia tra archetipo ideale e kallipolis, secondo il modello della realizzazione di un artefatto materiale. Il rapporto con la concezione tecnica, peraltro, costituisce un filo conduttore rilevante dell'intera trattazione di Zuolo, capace di prestarsi a ulteriori preziosi confronti in sede di teoria politica e dell’azione.
Sostanziale è il riconoscimento della relativa autonomia di valore del modello teorico della giustizia: esso non perde dignità né validità neanche accertata la sua parziale o imperfetta possibilità di realizzazione. Da questo punto di vista, emergono l’autonomia del paradigma dalla sua realizzazione pratica, ma anche il suo doppio valore di criterio pratico per l’azione. Ciò significa che, mentre “l’ordine di fatto” non inficia il valore del modello ideale, quest’ultimo, proprio in quanto ideale e dunque generale, riesce a mantenere in sé un sostrato di possibilità, anche se minima. Focalizzando l’idea di città giusta e le condizioni del suo funzionamento, l’autore ha modo di enucleare anche la presenza di alcuni importanti residui utopici nel progetto della Repubblica, che egli raccoglie attorno al ruolo dell’educazione del ceto dirigente, ritenuto essenziale nell’opera di persuasione della cittadinanza, e alla fiducia nella connessione di conoscenza, bontà morale e capacità pratica di governo, ciò che Zuolo chiama “l’utopia del sapere”.
Affrontando il Politico, il terzo capitolo può concentrarsi sul significato di techne politica, come teoria dell’azione politica, e dunque sui requisiti e i compiti propri del soggetto politico. Particolarmente interessante è l’analisi della valenza della techne in Platone: non troppo distante dalla scienza stessa (episteme), techne è termine che racchiude, oltre agli aspetti conoscitivi, quelli morali e pratici di un ambito caratteristico dell’azione. Con l’idea di techne – come dimostra l’esame del ventaglio di usi del concetto – Platone «cerca di mantenere uniti il sapere che, il sapere perché e il sapere come» (p. 72), utilizzando un modello tecnico senza però articolare una vera e propria teoria dell’azione. In particolare si analizza il mito di Crono, il rifiuto dell’analogia tra politica e attività pastorizia, il ricorso alle varie metafore (medico, allenatore) quali figure paradigmatiche utili alla comprensione della funzione del politico. Di queste sono studiate in particolare quella della giusta misura e della tessitura. Quest’ultima è intesa a mostrare la necessità di convogliare la molteplicità dei tipi umani e delle virtù nell’unità ordinata della città, dal momento che «l’azione del vero politico non è quella di fare rispettare il principio di divisione funzionale, ma di omogeneizzare e legare le diverse virtù» (p. 81). In questo modo si può anche comprendere la critica alle implicazioni e ai presupposti carenti del ricorso platonico al modello tecnico nella sua applicazione all’attività e al ruolo del politico, e valutarne anche la distinzione rispetto alle altre arti pratiche e conoscitive: la città ben governata dal vero politico – colui che possiede vera scienza e che perciò può anche stare sopra le regole – è infatti simile a una sua opera, i cui caratteri però non sono corporei e il cui fine non è puramente quello di generare qualche effetto.
Il confronto con la phronesis aristotelica, come capacità di azione efficace in ordine alla realizzazione di fini buoni – esame positivamente “eccentrico” rispetto al testo platonico –, serve all’autore per rilevare per contrasto, sulla base delle esigenze di una teoria dell’azione più generale, la carenza in Platone di una sufficiente distinzione tra la peculiarità dell’agire politico (pensata da Aristotele in seno alla complessità del concetto di praxis) e di quello tecnico o produttivo (riferibile invece alla poiesis). Altri confronti critici vengono dedicati all’idea di efficacia in Machiavelli, che contempla il ruolo essenziale all’idea di fortuna, e al concetto di legge.
L’argomento dell’efficacia nelle Leggi sta al centro delle riflessioni del quarto capitolo, che si avvantaggia anche di un confronto con Rousseau. In particolare è affrontata la questione, invece che della trasformazione di una città esistente, della fondazione di una nuova città, di una colonia. Sono pertanto considerati i caratteri e la fondazione di Magnesia (città “di secondo grado” come modello di città per uomini “reali”), l’idea di nomos, oltre a quello di educazione e persuasione. Il capitolo, portando a compimento i diversi “attraversamenti” critici dei vari dialoghi, ipotizza la relativa diminuzione del ricorso teorico platonico alle funzioni della dialettica e dell’alto sapere filosofico nella sfera “antropologica” del politico, a vantaggio di un diverso equilibrio tra le classi e di una qualità più completa del ceto dirigente. E ciò sembra derivare da una maggiore attenzione alle esigenze che il radicale modello di riforma richiederebbe alla cittadinanza di siffatta città: nelle Leggi, grazie all’assunzione di un certo realismo antropologico, muterebbe secondo Zuolo anche il rapporto tra sapere, virtù, necessità e compiti del governo della città. Lo stesso rapporto tra le Leggi e la Repubblica, pertanto, si riconfigura come un rapporto tra due modelli, e non piuttosto tra un modello e un caso concreto, dotati rispettivamente di una diversa pretesa di realizzabilità. Trova spazio nello stesso capitolo anche l’analisi della portata del modello demiurgico applicato alla politica, evidenziata tramite un confronto tra il quadro del Timeo e quello emergente nelle Leggi, con lo spunto specifico del tema e dell’interpretazione del ruolo della persuasione delle leggi.
A uno sguardo generale, il testo – che forse si sarebbe ulteriormente avvantaggiato di un ricorso più ravvicinato ai luoghi testuali – si confronta coraggiosamente con un concetto dotato di “efficace” valenza storiografica e d’indubbia attualità, risultando utile strumento di approfondimento specie per coloro che muovono lo spettro delle proprie ricerche – a prescindere da limiti di periodizzazione storica – nella problematica area d’intersezione tra piano normativo e storico-fattuale e nella regione intermedia della riflessione politica.

Indice

Il concetto di efficacia nella filosofia politica
L’efficacia nella Repubblica: aporie della realizzazione
Il sapere del politico tra conoscenza e saper fare
L’efficacia nelle Leggi. Come realizzare la virtù in una nuova città


L'autore

Occupatosi di Spinoza e Platone, è ora assegnista di ricerca presso L’Università di Pavia, svolgendo ricerca nel campo della filosofia politica. Ha anche collaborato a Trento per il progetto EuroEthos, nell’ambito del Sesto Programma Quadro della Commissione Europea.

Link

La pagina web dell’autore - http://cfs.unipv.it/compo/zuolo.htm

Nessun commento: