sabato 27 giugno 2009

Merker, Nicolao, Filosofie del populismo.

Roma-Bari, Laterza, 2009, pp. 216, € 20,00, ISBN 9788842089186.

Recensione di Gianmaria Merenda - 27/06/2009

Storia della filosofia (moderna), Filosofia politica

Nicolao Merker avvisa il lettore che questo saggio sul populismo potrebbe trovare dei facili riscontri nella realtà odierna. Ciò accade – spiega Merker – perché “gli attori populisti di oggi” (p. 14) utilizzano le vecchie e consunte maschere, spacciate per modernissime, della filosofia del populismo. Nel saggio, però, Merkel non si occupa di questi moderni attori. Lo studio è, infatti, un agile ma approfondito percorso storico tra quei pensatori che direttamente o indirettamente concorsero alla creazione del concetto di populismo. Fra le personalità che vengono indicate da Merker sono presenti anche filosofi e pensatori che oggi non saremmo indotti ad inserire nella categoria politica del populismo, o perché antecedenti al populismo vero e proprio, o perché non direttamente interessati allo studio del populismo: tra questi si possono ricordare Burke, Schlegel, Novalis, Hegel, i nostri Mazzini e Gioberti. Altra precisazione fatta da Merker è che nel testo – non essendo quello lo scopo dello scritto – non si troveranno i populismi di matrice socialista o derivanti dal movimento operaio, che pure furono presenti.
Ma che cos’è il populismo? Il termine deriva dal People’s Party americano del 1899-90 (p. 116), ed è una ideologia politica che in nome del popolo si serve del ‘popolo’ stesso – il suo concetto è una “regressione” ad un’idea di popolo ‘assolutizzato’, aprioristico e mitizzato (p. 11). Il populismo è il governo della massa che fa leva sui miti, sul protezionismo, sulla presenza di un capo carismatico e, preferibilmente, su una religione esclusiva.
L’esclusione dell’altro da sé, l’isolamento preventivo e protezionistico del proprio piccolo back yard, non permette il naturale contatto con lo straniero, e il conseguente meticciato, che la vita di ogni popolo ha storicamente conosciuto. I protezionisti, paladini della difesa ad oltranza della purezza etnica, con la loro antimodernità, con il loro rifiuto opposto all’evolversi dei diritti dell’uomo sono “dei disabili fin dalla nascita” (p. 21), secondo Merker. Le filosofie del populismo hanno il loro sviluppo su questo punto principale, sull’esclusione di una parte degli uomini che formano la società. L’origine di questa ideologia politica la possiamo trovare nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789, scaturita dalla Rivoluzione francese. La dichiarazione produce in Europa un effetto dirompente che mira a scardinare ogni sistema di governo in essere. Immediate le prese di posizione – cfr. pp. 21-28, per le Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke – utili a conservare quei limiti che permettevano di poter continuare a controllare una massa, i cittadini, che grazie alla dichiarazione dei loro diritti potevano esigere diverse condizioni di vita. Le differenze principali, tra popolo e popolo, che vengono messe in campo riguardano l’appartenenza etnica, quella religiosa e quella linguistica: “a seconda di particolari costellazioni ideologiche-politiche, la presunta identità primaria di un popolo viene riposta o nella ‘religione’, oppure nella ‘lingua’, o nella ‘tradizione’ e ‘cultura’, o nel ‘territorio’ dove il popolo è insediato, o nella vetustà e purezza della sua ‘razza’ ed ‘etnia’” (p. 11). Saranno le presunte identità segregazioniste ad attecchire con particolare vigore nell’Europa nazionalista di fine Ottocento e inizio Novecento: “sono già, belli e definiti, i due cardini – la comunità autoctona e lo scontro tra le nazioni – che daranno sostegno e forza, nel secolo e mezzo successivo, al populismo in Europa” (p. 39). Abbiamo detto che uno dei tratti principali della fortuna del populismo si trova nello sfruttamento di una religione. Religione che deve incidere “sulla coscienza identitaria della comunità” (p. 85). Questa dinamica conduce al “popolo di Dio” (pp. 85 ss.), concetto che Merker descrive all’interno del VII capitolo, sviluppando le idee politiche di Mazzini e Gioberti. Il popolo di Dio è il risultato della ecclesiocrazia, ovvero il punto di convergenza tra la vita politica civile e i precetti della religione. L’esclusione che una religione può causare, se questa è utilizzata per escludere e non per includere, nell’Europa di inizio Novecento vira velocemente vero altri tipi di esclusione. Il biologismo, il razzismo, in particolar modo l’antisemitismo, l’etnocentrismo, saranno i fulcri su cui poggeranno le leve del Führerprinzip ideato nella Germania guglielmina (cfr. pp. 131-134). Il popolo, che occupa il centro delle filosofie populiste, secondo il ‘principio del condottiero’ non è in grado di gestire le dinamiche politiche messe in opera dalla Rivoluzione francese. Perciò, sul calco del potere attribuito al capo religioso, viene alimentato il mito di un capo, un condottiero, un duce, che possa far gravare solo sulle sue spalle l’intero fardello delle difficoltà di un intero popolo. Basando la partecipazione del popolo alla sola presa di coscienza ‘immediata’, irrazionale e istintiva, plebiscitaria – tendendo ad una sua esclusione dalla partecipazione attiva o rappresentativa della cosa pubblica – solo il Führer può gestire la massa spacciando per decisioni del popolo ciò che, invece, è solo una decisione del ‘condottiero’. È nell’interessantissimo capitolo X (pp. 136-148) che Merker sviluppa la figura politica del capotribù, del Führer. Figura, quella del condottiero, che si rispecchia benissimo in quella del duce Mussolini, in Italia, e del caudillo Franco, in Spagna.
Carl Schmitt ha un ruolo importante nella formulazione del populismo nazista (cfr. p. 137). La sua riduzione della politica allo scontro tribale tra amico, cioè colui che è riconosciuto come parte del popolo, e nemico, cioè colui che è semplicemente straniero al popolo, mette in luce le basi mitiche, mistificatorie, su cui si fonda il mito del condottiero: “quanto più il concetto di popolo si risolve in quello di etnia, l’etnia nel concetto biologico di discendenza, questa, poi, nel postulato della ‘purezza del sangue’, e infine il sangue nel magico veicolo di ogni qualità fisico-morale della razza, tanto più l’insieme di tutte queste componenti equivale a quello che è tecnicamente definibile come populismo razziale nazionalsocialista” (p. 140).
Merker, dopo aver ampiamente esposto le filosofie che si nascondono dietro ogni prassi populistica, conclude il suo saggio ribaltando l’assioma di esclusione del populismo stesso: solo la garanzia dei diritti generali può garantire i diritti di ogni specificità etnico-culturale e “la nazione-demos plurietnica non è un parto cerebrale, bensì una realtà che la società civile va imponendo da tempo” (p. 175).
Da segnalare che Merker alla fine di ogni capitolo include una nota bibliografica ragionata, vi sono indicati alcuni testi che nell’immediato possono essere utili per sviluppare alcuni o tematiche del capitolo appena concluso. I saggi citati sono poi ripresi nella bibliografia di fine testo.

Indice

Cosa c’entrano i filosofi?
L’odiato 1789
Il sangue, la religione, il popolo plebe
Dai romantici a Fiche
Hegel, il popolo e l’eurocentrismo metafisico
Nietzsche, il populista elitario
Il popolo di Dio
L’America di Thoreau e del populismo
Populismo e etnocentrismo
Il capotribù detta il diritto
Gli sciamani della tribù
I feticci di guardia al recinto
Bibliografia
Indice dei nomi


L'autore

Nicolao Merker è professore emerito della Facoltà di filosofia dell’Università di Roma La Sapienza. È autore, tra l’altro, di Il sangue e la terra. Due secoli di idee sulla nazione (Roma 2001), Atlante storico della filosofia (Roma 2004), Europa oltre i mari. Il mito della missione della civiltà (Roma 2006), Alle origini dell’ideologia tedesca. Rivoluzione e utopia nel giacobismo (Roma-Bari 1977), Il socialismo vietato. Miraggi e delusioni da Kautsky agli austromarxisti (1996).
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http://cc.fondazionesancarlo.it/fsc/Viewer?cmd=dettagliopersona&id=868 (pagina dedicata a Nicolao Merker presso la Fondazione Collegio San Carlo di Modena)

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