mercoledì 18 novembre 2009

Williams, Bernard, Il senso del passato. Scritti di storia della filosofia.

Milano, Feltrinelli, 2009, pp. 430, € 45,00, ISBN 9788807104503.
[Ed. or.: The sense of past. Essays in the History of Philosophy, Princeton University Press, Princeton 2006, trad. it. di Cesare De Marchi]

Recensione di Simon Francesco Di Rupo – 18/11/2009

Storia della filosofia

Il testo in esame è una raccolta postuma di saggi scritti da Bernard Williams inerenti alla storia della filosofia. A dispetto di ciò che si possa presumere di un testo del genere, non ci si trova di fronte a un’elencazione manualistica dei passaggi chiave della storia del pensiero unanimemente riconosciuti, bensì innanzi a una sequenza di saggi in grado di testimoniare con precisione l’approccio di Bernard Williams alla storia della filosofia e, di conseguenza, alla filosofia stessa.
Il legame che lega l’una all’altra è il perno della posizione del filosofo inglese, il quale attua una separazione fra un modello di storia delle idee e uno di storia della filosofia. La prima, di fatto, è assimilabile, grosso modo, al concetto che ci viene tradizionalmente tramandato, ossia un modello di storia delle idee, come Williams stesso la chiama, che privilegi un tono contestualistico della filosofia di ogni tempo, in cui la formazione di un pensiero è irrinunciabilmente legata al contesto storico-sociale e storico-filosofico del suo tempo. La storia della filosofia che invece Williams ha in mente cambia prospettiva dal momento in cui prende coscienza dell’importanza di affrontare importanti autori del passato “filosoficamente”. Sebbene la labilità del confine fra i due modelli sia chiara a Williams, la portata del suo contributo si gioca fortemente su questo terreno, in cui, a scapito di una sequenza di saggi che tenga esclusivamente conto della linearità storica fra gli autori, si favorisce uno sguardo su grandi figure della filosofia che abbia costanti di approccio e, soprattutto, di stimoli per il pensiero dell’uomo di oggi – di qualunque “oggi”.
L’interesse che il filosofo inglese, lungo la sua ricca esperienza di lavoro, di pensiero e di vita, ha manifestato per la filosofia morale e i suoi relativi problemi per l’uomo di qualunque epoca, in questo senso, può essere considerato il leitmotiv anche di quest’opera; si considerino in proposito l’attenzione e l’equilibrio equivalenti con i quali considera le riflessioni sulla moralità dell’uomo in Platone, Aristotele e Nietzsche. In tale prospettiva, infatti, possiamo sostenere che il lavoro di Williams miri al passato richiamandone la sua continua attualità, più che la sua partecipazione ad una tradizione consolidata da rinchiudere in una “giusta sepoltura” archivistica.
Del resto è proprio il “consolidato” in quanto tale ad essere più e più volte sotto torchio nell’indagine del nostro autore, il quale, con uno spiccato antifondazionalismo, tende a mostrare una chiara inclinazione verso il pensiero di autori spiccatamente antisistematici (cfr. Nietzsche, Wittgenstein) o verso un tipo di lettura asistematica a sua volta di autori notoriamente più legati a una forma di razionalità teoreticamente organizzata in un corpus (cfr. Aristotele, Descartes).
Una scelta di questo tipo risponde all’esigenza che bene Salvatore Veca vede nella sua prefazione all’opera,, quando contestualizza l’opera williamsiana oltre le tendenze di filosofi “delusi” che “assegnano alla filosofia un singolare primato rispetto alla conoscenza scientifica (Prefazione, p. XVIII): una filosofia che possa riconoscersi come indagine critica sul senso della realtà di chi filosofa nel suo tempo e per il suo tempo non può fare a meno della coscienza della sua incompletezza, come anche della vivibilità intellettuale, di questa incompletezza; ed è il pregio complessivo che Veca riconosce a Williams sintetizzando con “responsabilità intellettuale, disciplina metodica e serietà morale” (Prefazione, p. XIX) il concetto di Williams che si è legittimamente fatto attraverso la lettura di questo come altri importanti lavori del filosofo inglese, Vergogna e necessità (1993) su tutti.
La “storia della filosofia fatta filosoficamente” consiste proprio in questo equilibrio filosofico che, per reperire soddisfazione per la domanda di senso del proprio tempo, recupera il senso del passato come imprescindibile stimolo al legame con l’umanità di ogni tempo e, necessariamente, alla propria umanità.
È così che, ad esempio, introduce Platone e Aristotele dichiarando: “sarà la forza e la profondità delle loro argomentazioni specifiche a ispirare ammirazione e interesse, più che l’ampiezza e ambizione dei loro sistemi” (p. 12). Un saggio di questo approccio lo si riscontra direttamente quando Williams non può né vuole soffermarsi sui presocratici per concentrare la sua ammirazione e il suo interesse, appunto, su Platone e Aristotele: non è per caso che i saggi che ne compongono l’illustrazione vertano su “la costruzione della bontà intrinseca in Platone”, “Platone contro l’immoralista”, “l’analogia dello stato e dell’anima nella repubblica di Platone”. A Williams interessa la lezione di vita intellettuale e se nel caso di Platone, conclude riconoscendo a questi le più grandi doti del filosofo: “forza e profondità intellettuali; padronanza della scienza; senso della negatività non meno che della creatività umane; ampiezza d’orizzonte e immaginazione fertile; riluttanza ad accontentarsi di sicurezze superficiali” (p. 199), nel caso di Aristotele Williams adopera proprio questi strumenti platonici per dissentire da Aristotele stesso (coraggiosamente!) come ad esempio nel caso della tematizzazione della pleonexìa (l’avidità), la quale non può essere, secondo Williams, la motivazione principe della disposizione umana all’ingiustizia: “chi è pleonettico di certe cose per solito non lo è di tutte […] chi segue le orme della trattazione aristotelica sbaglia nel cercare altrove che in questa stessa radicata indifferenza [per la giustizia, NdA] il vizio dell’ingiustizia e, dopo averlo cercato, nell’individuarlo in tali motivazioni” (p. 237). La preferenza di Williams per Platone piuttosto che per Aristotele è nota anche all’amico e collega Myles Burnyeat, autore dell’Introduzione al volume, in cui, oltre questo e altri aneddoti sull’anticompartimentismo dei saperi professato da Williams, sottolinea come questo sia associato a un distacco del nostro autore nei confronti di divisioni come “filosofi anglofoni” e “continentali”, verso cui l’ironia pungente di Williams riportata da Burnyeat è emblematica: “questa classificazione ha sempre comportato una contaminazione piuttosto bizzarra di metodologia e topografia, come se si volessero classificare le automobili in automobili a trazione anteriore e automobili giapponesi” (Introduzione, p. XXX). Efficace ironia ai margini del volume che noi invece in questa sede vogliamo premiare per acume e brillantezza.
Cosa invece per nulla ai margini dell’opera è la presenza più che frequente della figura di Descartes: più volte citato anche nei saggi sulla filosofia greca, il filosofo francese noto per aver aperto le porte della modernità ha occupato importante parte dello studio filosofico di Williams nella sua vita così come in questo volume. Del resto, quell’equilibrio mediano fra scetticismo e “serietà morale” cui prima ci si riferiva pensando alla stima di Veca per Williams, non poteva essere da questi stimolata che da una figura filosofica e intellettuale come quella di Descartes.
Di questi Williams apprezza in particolar modo il legame fra dubbio iperbolico che “non solo consente per la prima volta di supporre che qualsiasi percezione sensoriale possa essere illusoria, ma cancella anche il passato e Dio; inoltre getta ombra sull’attendibilità dei procedimenti puramente intellettuali” (p. 256). Aspetto che, se da un lato, lo affascina similarmente nel caso del Nietzsche che citerebbe “ogni venti minuti” (cfr. O'Grady, Jane. Professor Sir Bernard Williams, The Guardian, June 13, 2003), da un altro lo porta alla massima considerazione del Descartes che, nonostante questo dubbio incedente, non rinuncia alla scienza, poiché “il suo interesse riguarda in sostanza una pratica di chiara concentrazione intellettiva” (p. 262), punto cruciale della tensione filosofica di Williams lungo tutto il testo. Cruciale al punto di rendere, detto in onestà, i saggi su Hume, Sidgwick, Collingwood e Wittgenstein degli affluenti. Nel caso di Wittgenstein, è il caso di dirlo, il piccolo saggio che lo riguarda pare il meno felice, senza particolare verve e senza particolare collegamento con il resto, se non per la scelta di un filosofo notoriamente innovativo. Se nel caso di Sidgwick, Williams si muove all’interno della praticabilità della teoria in ambito etico, nel caso di Hume elogia l’antifanatismo che contraddistingue questi in merito al problema della religione. Nel caso di Collingwood, più semplicemente, troviamo un saggio che ha il tono di un debito e di una resa d’onore nei confronti di un maestro che Williams riconosce, soprattutto sotto l’aspetto della scrittura filosofica che impone “una certa responsabilità al lettore, una sorta di pazienza” (p. 370). Pazienza e responsabilità che Williams adopera con maggiore intensità e con maggiore interesse per noi lettori nel caso di Nietzsche.
Il Nietzsche che citerebbe ogni venti minuti è quello dell’impostazione che consente di “individuare un eccesso di contenuto morale nella psicologia richiamandosi in primo luogo a ciò che un interprete onesto, acuto e non ottimistico comprenderebbe della condotta umana” (p. 326). Se ciò ci suggerisce l’impressione che l’aspetto più eminentemente teoretico (e.g. Il concetto dell’“eterno ritorno”) di Nietzsche non trovi grande spazio nelle riflessioni di Williams, di certo questo passaggio, invece, accomuna e lega il tipo di interesse di Williams per Platone, Descartes e Nietzsche, come si può evincere da quanto sin qui detto. In questo quadro la profonda riflessione del capitolo 20 “La psicologia morale minimalistica di Nietzsche” sul ressentiment trova una coerenza che va riconosciuta in questa ottica di continuità fra i tre pensatori sotto il profilo dell’intellettualità indefessa e anticonvenzionale, ottica che ci permettiamo di ritenere il fulcro di questa raccolta di saggi e di quel senso del passato che Williams intende rispolverare nel sincero amore e interesse per l’umanità riflessiva, inaggirabile, valutativa quanto avalutativa sempre nella cifra della coscienza dei propri limiti come della propria creatività, in ogni tempo e per ogni tempo; interesse e amore dai quali ogni filosofo, ogni storico della filosofia – e in generale ogni uomo – non può sottrarsi soprattutto oggi, in cui la povertà di domanda e di reperimento di senso rischiano di non essere nemmeno più una posa post-moderna, ma una vertiginosa realtà di fronte alla quale un lavoro come quello di Bernard Williams può rappresentare una fra le pertinenti e preziose opportunità di rivalsa di cui l’uomo contemporaneo può godere.

Indice

Premessa di Patricia Williams 
Prefazione all’edizione italiana di Salvatore Veca 
Introduzione di Myles Burnyeat 
I GRECI IN GENERALE 
L’eredità della filosofia greca 
Le trachinie: narrazioni, pessimismo, etica 
Capire Omero, letteratura, storia, e antropologia locale 
SOCRATE E PLATONE 
Giustizia Pagana e amore cristiano 
Introduzione al Teeteto di Platone 
Platone contro l’immoralista 
L’analogia dello stato e dell’anima nella Repubblica di Platone 
La costruzione della bontà intrinseca in Platone 
La teoria dei nomi di Cratilo e la sua confutazione 
Platone: l’invenzione della filosofia 
ARISTOTELE 
Agire come agisce l’uomo virtuoso 
Aristotele sul bene: un profilo formale 
La giustizia come virtù 
Ilemorfismo 
DESCARTES 
L’uso dello scetticismo in Descartes 
Saggio introduttivo alle Meditazioni di Descartes 
Descartes e la storiografia filosofica 
HUME 
La religione in Hume 
SIDGWICK 
Il punto di vista dell’universo: Sidgwick e le ambizioni dell’etica 
NIETZSCHE 
La psicologia minimalistica di Nietzsche 
Introduzione alla Gaia Scienza 
Ci sono molti occhi diversi 
Sofferenza insopportabile 
COLLINGWOOD 
Saggio su Collingwood 
WITTGENSTEIN 
Wittgenstein e l’idealismo


L'autore

Sir Bernard Arthur Owen Williams (Westcliff-on-Sea, 1929 – Roma, 2003) è stato un filosofo britannico. Professore Knightbridge di filosofia all'Università di Cambridge per più di un decennio e Rettore del King's College (Cambridge) per quasi altrettanto, Williams divenne noto a livello internazionale per il suo tentativo di far tornare alle origini lo studio della filosofia morale: dalla storia alla cultura, dalla politica alla psicologia e, in particolare, ai Greci. A Cambridge dal 1979 fino al 1987, quando si trasferì presso l'Università della California a Berkeley. Ritornò in Inghilterra nel 1990 per diventare Professore della Cattedra White di Filosofia Morale ad Oxford, una carica che occupò fino al 1996, quando fu nominato Professore di Filosofia a Berkeley. Rimase ad Oxford fino a quando morì di cancro. Piuttosto curioso e importante nella ricostruzione del personaggio extra accademico ricordare che Williams presiedette e fece parte di un numero di Commissioni Reali e comitati governativi. Negli anni settanta, presiedette la Commissione dell'Oscenità e della Censura dei Film. Si occupò con profondo interesse anche di femminismo e pornografia, droghe e gioco d’azzardo, confermando la sua inclinazione per un sapere volto anche alla pratica mondana degli aspetti morali.

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