domenica 10 gennaio 2010

Casadei, Thomas (a cura di), Lessico delle discriminazioni: tra società, diritto e istituzioni.

Reggio Emilia, Diabasis, 2008, pp. 259, € 20,00, ISBN 9788881035151.

Recensione di Lucia Dileo - 10/01/10

Filosofia del diritto, Filosofia politica

L’opera si presenta come un insieme di saggi – alcuni dal contenuto più pratico-giuridico, altri più squisitamente teorico – che, nel complesso, traccia un quadro delle modalità attraverso cui la discriminazione ha luogo oggi. L’indagine verte sulle forme che essa assume e dei problemi che essa pone dal punto di vista della società, da quello del diritto e delle istituzioni, tenendo conto di una serie di fattori che possono generarla, quali la razza o l’origine etnica, la religione, il genere, l’orientamento sessuale, la disabilità. Si tratta di discriminazioni particolarmente frequenti in ambiti come quello del lavoro o quello dell’accesso allo spazio pubblico, nonché di discriminazioni che non sempre sono dirette, esplicite, visibili, ma che hanno spesso bisogno di essere, per così dire, “smascherate”. Le discriminazioni, il più delle volte, non sono dovute tanto a singoli atti ma ad attitudini e prassi radicate nel tessuto sociale, oltre che a fattori legati all’organizzazione politica, economica e culturale degli Stati, e che pertanto esigono risposte più complesse di quelle poste su un piano meramente giuridico.

Il riferimento dei vari contributi è soprattutto al paradigma europeo di tutela che si è venuto affermando con il Trattato di Amsterdam del 1997, nel quale per la prima volta si è scelto di affrontare tale problema attraverso una “prospettiva plurale”, ovvero andando oltre il fattore più tradizionalmente noto del genere, intorno a cui è ruotata maggiormente, in Europa, l’attenzione per gli atti di discriminazione. A questo paradigma, centrato sulla tutela della persona umana e dei suoi diritti fondamentali nonché sull’idea normativa di eguaglianza, ha fatto seguito, attraverso alcune direttive, anche l’indicazione di strumenti e di misure idonei a contrastare i fenomeni in questione, quali le politiche di pari opportunità ad esempio, o più specificatamente le azioni positive, generalmente intese come misure di compensazione di svantaggi. Fatto salvo l’approccio che premia il merito individuale (la cd. parità di trattamento), per il quale si rende necessaria una sorta di “cecità” nei confronti delle differenze, si è riconosciuta infatti anche l’importanza di un approccio “differenzialista”, nel quale ci si impone al contrario di “vedere”, di riconoscere come certi fattori casuali siano all’origine di violazioni della dignità e dell’identità delle persone, e di trattare diversamente (ora singoli individui ora intere categorie di persone) al fine di trattarle da eguali.

L’opera esamina queste problematiche evidenziando le difficoltà che l’affermazione di un tale paradigma realisticamente incontra al livello degli Stati nazionali, tra cui l’Italia, ed esprimendo, già attraverso i saggi di Stefano Boni (pp. 23-41) e di Diletta Tega (pp. 42-69) che insieme definiscono gli “orizzonti” della ricerca, l’esigenza di integrare due prospettive: quella socio-antropologica da un lato – la quale individua nei meccanismi di formazione dello stereotipo e nell’attribuzione “faziosa” di valore agli esseri umani una delle cause principali delle prassi discriminatorie – e quella giuridico-istituzionale dall’altro lato – per la quale si rendono necessari, oltre a uno studio più approfondito e a una concreta applicazione del diritto antidiscriminatorio esistente, anche una reinterpretazione dei principi costituzionali, tra i quali appunto quello di eguaglianza.

I saggi in questione individuano così due dei problemi più urgenti che le nostre istituzioni sono chiamate ad affrontare, e cioè, rispettivamente, quello del riconoscimento della pari dignità di ogni essere umano, a prescindere da ogni categorizzazione, e quello della concreta realizzazione del principio della democrazia pluralista, come pari opportunità riconosciuta a tutti di partecipare ai processi decisionali dello Stato e all’organizzazione della società (nel caso specifico del contributo di Tega, con riferimento al tema della rappresentanza politica in un’ottica gender based).

Le analisi di Boni sul processo cognitivo-esplicativo dello stereotipo, come tentativo arbitrario di “essenzializzare” le categorie sociali estendendo qualità o modalità di condotta di qualcuno dei membri di una classe a tutti gli altri membri di essa mediante un meccanismo che Norbert Elias ha definito di pars pro toto (cfr. Un saggio teorico sulle relazioni tra radicati ed esterni, in N. Elias, J.L. Scotson, Strategie dell’esclusione, il Mulino, Bologna, 2004, pp. 15-60), si ricollegano direttamente all’esigenza espressa da Federico Olivieri, con riferimento al caso dei migranti, di un “critica dei pregiudizi” come tecnica per combattere le discriminazioni (pp. 73-94). Le discriminazioni verso i migranti sono la spia della mancanza di rispetto e di considerazione, soprattutto quando al fattore stigmatizzante dell’appartenenza culturale si uniscono atteggiamenti razzisti, per i quali il pregiudizio assume spesso la forma della “negazione” (cfr. Differenza razziale, discriminazione e razzismo nelle società multiculturali, a cura di Th. Casadei e L. Re, Reggio Emilia, Diabasis, 2007). 
Situazioni che divengono ancora più intollerabili se a questo quadro aggiungiamo le discriminazioni per motivi confessionali o religiosi, sulle quali si sofferma il contributo di Vincenzo Pacillo (pp. 95-108), e, ancora, il difficile problema delle opportunità e delle condizioni di lavoro di queste persone. Il contributo di Laura Calafà (pp. 124-138) suggerisce in proposito, sulla scorta delle direttive europee del 2000 in materia di lavoro e di occupazione, l’idea di un “concetto plurale di pari opportunità” come strumento che, oltre a favorire la “pari rappresentazione” per le donne, favorisca anche l’inclusione o l’integrazione sociale in presenza di tutti gli altri fattori di rischio discriminatorio (pp. 124-125). Con le suddette direttive, infatti, per la prima volta le azioni positive hanno acquistato un significato “neutro”, pur rimanendo aperto tuttavia, come l’autrice sottolinea, il problema della giusta interpretazione di queste misure, le quali dovrebbero guardare non tanto alle condizioni di partenza quanto ai “risultati”, a ciò che ognuno è effettivamente in grado di realizzare e di essere. Un’esigenza, questa, espressa anche da Antonella Besussi nella sua indagine filosofica sulle pari opportunità di genere (pp. 109-123), in cui alle azioni positive è attribuito soprattutto il fine di “dare visibilità” a categorie sottorappresentate. Tale visibilità, garantendo l’espressione della pluralità delle prospettive, dovrebbe creare al tempo stesso le condizioni per una “libertà dalle etichette stigmatizzanti” o, anche, una “libertà di autonominarsi” (p. 117), e dunque quelle per la libera scelta dei propri interessi e bisogni rilevanti.

La necessità di transitare da un approccio “differenzialista” per giungere ad uno in cui venga riconosciuta l’uguaglianza di tutti, vale anche per le discriminazioni dovute all’orientamento sessuale, sulle quali si sofferma il contributo di Matteo Bonini Baraldi (pp. 139-158). Un caso che forse, in questa prospettiva, è ancora più complicato se si pensa che la sessualità è stata sempre concepita come un aspetto della “vita privata” degli individui. Eppure, come l’autore spiega, se da un lato la differenza in questione è e deve rimanere irrilevante ai fini dell’attribuzione del valore personale, dall’altro la cecità del diritto e delle istituzioni nei confronti di essa può comportare una rischiosa mancanza di tutela di quella stessa sfera di autonomia che si vorrebbe intangibile. Il “pieno sviluppo della personalità”, che è il fine che il diritto dovrebbe avere, stando al nuovo paradigma europeo di tutela, non è sganciato e indipendente da come gli altri ci vedono e ci trattano. Pertanto, il porre al centro la persona fa tutt’uno con un approccio fondato sui diritti, nel caso specifico (e non solo in questo) con un fondamentale diritto all’identità personale o, se preferiamo, con un “diritto ad essere se stessi” (p. 147).

L’esigenza di partire dall’idea morale e politica di diritti umani per combattere le discriminazioni si trova espressa soprattutto nel contributo di Elena Pariotti sul caso della disabilità (pp. 159-175). L’autrice sottolinea come il linguaggio dei diritti sia necessario per realizzare il passaggio da un modello paternalistico di tutela a uno orientato all’empowerment degli individui con disabilità, e per sottrarre la tutela dei bisogni di queste persone all’arbitrio (p. 162). Il ricorso al linguaggio dei diritti vale anche in corrispondenza di forme di discriminazione inedite, come quella genetica e quella specista teorizzate, rispettivamente, da Jürgen Habermas (cfr. Il futuro della natura umana, Einaudi, Torino, 2002) e Peter Singer (cfr. La vita come si dovrebbe, Il Saggiatore, Milano, 2001) ed esaminate in una prospettiva filosofico-pratica da Marina Lalatta Casterbosa (pp. 176-185).

Con il contributo di quest’ultima si completa la “mappatura” delle forme di discriminazione che l’opera intende offrire. Dal canto loro, i saggi di Antonio D’Aloia (pp. 189-206), Tecla Mazzarese (pp. 232-251) e Chiara Favilli (pp. 207-231) insieme ne segnano gli “approdi”, attraverso l’esame di alcune questioni concernenti gli strumenti giuridici e istituzionali di contrasto.

Favilli esamina la questione del recepimento, nel diritto italiano, delle direttive europee in materia di discriminazione fondata sulla razza e l’origine etnica e in materia di parità di trattamento tra uomo e donna, esprimendo al tempo stesso la necessità di una normativa più organica. I saggi di D’Aloia e di Mazzarese, come pure quello già ricordato di Tega, si inseriscono invece nel dibattito giusfilosofico intorno al significato dell’articolo 3 della Costituzione italiana. D’Aloia si interroga sulla legittimità delle azioni positive, ricostruendo, da un lato, l’esperienza statunitense intorno alla “questione razziale”, dall’altro, quella italiana intorno alla ex-legge 125 del 1991. Per l’autore l’idea di eguaglianza sostanziale contenuta nel secondo comma dell’articolo 3 evoca già di per sé la legittimità di un “diritto diseguale”, un diritto cioè che sia adeguato “alle situazioni di fatto, alle esigenze sociali, alle condizioni soggettive”, nel quale le azioni positive possano trovare la loro giusta collocazione (p. 201; cfr., inoltre, A. D’Aloia, Eguaglianza sostanziale e diritto diseguale. Contributo allo studio delle azioni positive nella prospettiva costituzionale, CEDAM, Padova, 2002). Se tuttavia l’approccio result oriented si adatta bene al caso del lavoro o a quello dell’accesso allo spazio pubblico, non altrettanto si può dire per quello della rappresentanza politica, che come spiega anche Tega nel già citato saggio, rimane essenzialmente un diritto “neutro”, dotato cioè dei caratteri della generalità e universalità, soprattutto rispetto all’appartenenza di genere, essendo questo un fattore che “taglia in modo trasversale tutte le altre differenze” (p. 62).

Tecla Mazzarese affronta in particolare il tema della crisi del costituzionalismo, soprattutto alla luce delle critiche al formalismo del principio di eguaglianza e all’universalismo dei diritti formulate dalle varie teorie “differenzialiste” contemporanee, tra le quali la teoria della differenza di genere, il multiculturalismo e la Critical Race Theory (cfr. Legge, razza, diritti. La Critical Race Theory negli Stati Uniti, Reggio Emilia, Diabasis, 2005, a cura di K. Thomas e Gf. Zanetti). Contro queste critiche l’autrice dichiara di voler far propria la tesi già formulata da Luigi Ferrajoli (cfr. La differenza sessuale e le garanzie dell’eguaglianza, in «Democrazia e diritto», 33, 1993, n. 2, pp. 49-73) e da Letizia Gianformaggio (cfr. L’identità, l’eguaglianza, la somiglianza e il diritto, in Id., Filosofia e critica del diritto, Giappichelli, Torino, 1995, pp. 139-154), in base a cui il costituzionalismo non esclude ma implica una dimensione sostanziale della democrazia: “l’uguaglianza nei diritti fondamentali” costituisce così l’unico criterio da cui possa derivare “l’affermazione e la tutela dell’identità personale” e dunque una valorizzazione delle stesse differenze (p. 208), nonché una soluzione delle controversie più difficili in materia di diritti culturali.

L’idea, in generale espressa da tutta l’opera, è che l’individuo sia portatore di un “valore” che è al tempo stesso universale e particolare, che all’imparzialità del diritto e al riconoscimento del valore intrinseco di ogni vita umana debba accompagnarsi sempre la ricerca di risposte diverse a persone diverse, una realizzazione della dignità e dell’autonomia di ognuno che crei le condizioni per un’effettiva eguaglianza.

Indice

Presentazione, Paola Manzini 
Introduzione. Discriminazioni: una possibile mappa tra analisi sociale, istituzioni e diritto, Thomas Casadei 
ORIZZONTI. LA DISCRIMINAZIONE TRA STRUTTURE SOCIALI E DIRITTO 
Stereotipo, valore, discriminazione: considerazioni socio-antropologiche, Stefano Boni 
Discriminazione e diritto antidiscriminatorio: considerazioni istituzionali (a partire dal diritto costituzionale italiano), Diletta Tega 
MAPPE. LE MOLTEPLICI FORME DELLA DISCRIMINAZIONE 
La critica dei pregiudizi sui migranti come strategia contro le discriminazioni, Federico Olivieri 
La discriminazione nei rapporti tra Stato e confessioni religiose: il caso dell’”islamofobia”, Vincenzo Pacillo 
L’ideale antidiscriminatorio e la difesa dell’individualità con riferimento alla discriminazione delle donne, Antonella Besussi 
Lavoro e discriminazione: i lavoratori svantaggiati e le azioni positive. Appunti per la costruzione lavoristica della teoria del male minore, Laura Calafà 
Politiche pubbliche e vita privata: la discriminazione basata sull’orientamento sessuale, Matteo Bonini Baraldi 
Disabilità, diritti umani e azioni positive, Elena Pariotti 
Questioni di vita e di morte: la discriminazione genetica e quella specista, Marina Lalatta Costerbosa 
APPRODI. ISTITUZIONI, AZIONI POSITIVE E “DIRITTO DISEGUALE” 
Discriminazioni, eguaglianza e azioni positive: il “diritto diseguale”, Antonio D’Aloia 
Eguaglianza, differenze e tutela dei diritti fondamentali. Nuove sfide e crisi dello Stato costituzionale di diritto, Tecla Mazzarese 
La normativa italiana contro le discriminazioni per motivi di razza e di origine etnica alla luce della direttiva 2000/43/CE, Chiara Favilli 
Il sito LABdi: spazio aperto per riferimenti bibliografici e confronti sulla discriminazione, Elena Rossi


Il curatore

Thomas Casadei è dottore di ricerca in Filosofia politica e ricercatore assegnista in Filosofia del diritto presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Modena e Reggio Emilia. È membro del Comitato direttivo della collana Etica Giuridica Politica (Diabasis, Reggio Emilia). Tra le sue più recenti pubblicazioni ricordiamo Differenza razziale, discriminazione e razzismo nelle società multiculturali (2 voll., Reggio Emilia, Diabasis, 2007; con Lucia Re); Il senso della repubblica. Schiavitù (Milano, F. Angeli, 2009; con Sauro Mattarelli).

Link

http://www.labdi.it/
Sito del LABdi, Laboratorio su forme della discriminazione, istituzioni e azioni positive

5 commenti:

MAURO PASTORE ha detto...

Nei tre ultimi decenni l'Europa ed in particolare quella mediterranea è stata invasa da affermazioni confuse che di principi avevano ed hanno solo pretese, caratterizzate da uso subculturale della lingua inglese, che un esperanto mai potrebbe essere. Questo uso è invalso in ambienti di ex-comunismo-marxista, incapaci di rapporti rispettosi con realtà politica-culturale anglosassone e intenzionati a trasformare propri contropoteri ormai inservibili in poteri alternativi ma senza contenuto politico reale corrispondente ad intenzioni, perciò adatte solo per vendette postume cioè azioni quanto mai ingiuste e mai prima tanto inaccettabili quali purtroppo sono e restano attualmente; e queste cattive azioni profittano della spesso ardua diffusione occidentale ed extraoccidentale della lingua inglese, cui uso reso necessario da varie situazioni politiche importanti o preponderanti: Patto Atlantico, Commonwealth, ex colonialismo britannico. Il profitto è messo a segno aggiungendo confusione o finanche confusività alla scarsità comunicativa tra mondi culturali diversi ed ha scopo di assolutizzare idea di uguaglianza a discapito di idea di libertà; per quanto infatti i pretendenti invochino Diritto o I diritti, solo in questa alternativa valutandone singolarità e pluralità, essi stessi non sono realmente in grado di ricondursi a realtà politiche - legislative e sono perennemente divisi tra oblio di principi statuali e costituzionali ed ossessione di riverificarne, ciò accadendo per essi medesimi non in filosofiche tautologie né per sagge ovvietà ma ripetendo inopportunamente, antifilosoficamente ed impoliticamente ma in stessi consessi politici e dibattiti filosofici, ragioni di Stati e Costituzioni che in stesse pretese avevano negato... Ma dovendo i pretendenti ricusarsi per aver negato perché voglion evitarsi diretta estromissione politica, nel frattempo tale pretenzioso e pretestuoso antiliberalismo, incapace di opposizione statalista-socialista ed estromesso da guerra economica tra capitalismo americano e comunitarismo cinese, nega continuamente e continua a rinnegare idee del tutto necessarie di equità, per le quali non vale previo riconoscimento di differenze per successiva affermazione di egualità bensì all'inverso vale previa accettazione di basilari uguaglianze per successiva definizione di differenza ma ciò costituendo condizione necessaria non sufficiente per istanze di equità, che si attuano identificando differenze di oggetti ed eventi e le quali sono distinte dalle istanze di uguaglianza ma non separate. Gli estromessi da Guerra Economica Est-Ovest del mondo, mondiale non globale, non sono i volontari astenuti, tra i quali c'èxil vero Stato italiano; e dunque stessi estromessi sono inseriti in degenerazione parallela entro cui confliggono forze capitalistiche e forze associazioniste, da queste ultime presentandosi richieste di eguaglianza false e senza nessuna vera e vitalmente necessaria garanzia di equità e le richieste accadono pure con particolare violenza distruttiva contro istituzioni repubblicane oltre che autenticamente democratiche.
(...)

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

...

Dell'anonimato sessuale, schiere di dementi politici voglion fare generalità sessuale, che chiamano "terzo sesso" e costringendo nei contrasti di opinioni a tale appellativo; alla libertà e soddisfazione sessuale voglion sottrarre interpretazioni autentiche di leggi, confondendo atti deliberatamente osceni con nudità e ignorando sistematicamente pari non opposte ma altre esigenze di riservatezze, nonché offendendo puntualmente con gerghi, quasi sempre avvilenti solo per i maschi o più per maschi che per femmine...

della soddisfazione nel lavoro negano sia parte anche impegno non eccessivo e pieno; proclamano fatiche menzionando lavori e tutte le proteste o proposte che fanno sono relative a dedizioni del tutto contro regole del lavoro, perché non vogliono ammettere le eccezioni dovute ai bisogni fondamentali anche sessuali; ne faccio esempio importante: del caso di un impiegato o impiegata che ha bisogno di appartarsi per sopraggiunta emotività sessuale preponderante, essi distrattamente intolleranti affrontano eventuali racconti di costrizioni cercando con prepotenza di capire di persona perseguitata come vivesse ed abitudini sociali, poi non richiesti in ciò cercando di mutarne condizioni personali; e se tra le vittime di cui pretendon di farsi carico c'è anche chi in stessa pretesa, tutti costoro cioè uniti in stessa erranza invece che lottare per propri diritti reagiscono alle persecuzioni cambiandosi la vita e mai abbastanza per difendersi da nuove persecuzioni e poi pretendon pure in tanta dabbenaggine potenza politica, dimenticando che i casi di schiavitù sono casi di delitti non per sindacati neppure per sindaci; e così e con altri casi pure hanno rischiato in Italia di distruggere istituzioni comunali e di far chiudere sindacati...

antepongono diversità antropologiche a differenze etniche anche quando esigenze vitali sono di relazione principale etnica; così sottopongono il Paese ed i suoi abitanti a Cittadinanze di non solo paesani impedendo ai paesani di usar capacità e infelicitando permanenze per sole cittadinanze; giungono fino al punto di ignorare i rapporti naturali con gli ambienti, per i quali le distinzioni razziali sono diverse potenzialità oltre che possibilità; faccio esempio rilevante: non è possibile a cittadini italiani di etnia africana vivere in comunione naturale forte la natura europea ed italiana, viceversa non è possibile comunione naturale forte con natura africana a chi etnicamente europeo e colono in Africa; e ciò in minima ma importante facoltà naturale di vivere vale anche per nature umane e reciprocità di esse, tantoché fusioni etniche tra radicali differenze non hanno risultanza di convivenza di differenze bensì mutazione etnica essenzialmente con la prole e termine etnico dunque e ciò non sempre è desiderio naturale, a volte essendo naturale desiderio di non mutazione, assai vivo questo in tempi di Villaggio Globale e multiculturalismo... ma che i fautori della uguaglianza assoluta dimenticano mostrandosi in scarsità di vitalità etnica ma con scelte politiche invadenti e dunque rivelandosi etnofobici perché senza destino ne voglion togliere ad altri, palesandosi politicamente etnofobici ovvero delittuosi...

delle disabilità ignorano le difficoltà relative ad integrazioni ostinate, queste spesso causa di permanenza di disabilità che studiosi non sanno individuare restando pessimisti ed avvilenti...

del resto non intendono i rapporti con quel che fanno e appaiono pubblicamente come fossero schiere multiformi di saggi e potenti dimenticati o bisfrattati, ma onestamente avrebbero da presentarsi da sciagurati.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

In mio primo messaggio 'c'èxil' sta per:

c'è il .

Ecco intero testo con correzione inclusa (cui farò seguire anche secondo testo inviato) :

*
Nei tre ultimi decenni l'Europa ed in particolare quella mediterranea è stata invasa da affermazioni confuse che di principi avevano ed hanno solo pretese, caratterizzate da uso subculturale della lingua inglese, che un esperanto mai potrebbe essere. Questo uso è invalso in ambienti di ex-comunismo-marxista, incapaci di rapporti rispettosi con realtà politica-culturale anglosassone e intenzionati a trasformare propri contropoteri ormai inservibili in poteri alternativi ma senza contenuto politico reale corrispondente ad intenzioni, perciò adatte solo per vendette postume cioè azioni quanto mai ingiuste e mai prima tanto inaccettabili quali purtroppo sono e restano attualmente; e queste cattive azioni profittano della spesso ardua diffusione occidentale ed extraoccidentale della lingua inglese, cui uso reso necessario da varie situazioni politiche importanti o preponderanti: Patto Atlantico, Commonwealth, ex colonialismo britannico. Il profitto è messo a segno aggiungendo confusione o finanche confusività alla scarsità comunicativa tra mondi culturali diversi ed ha scopo di assolutizzare idea di uguaglianza a discapito di idea di libertà; per quanto infatti i pretendenti invochino Diritto o I diritti, solo in questa alternativa valutandone singolarità e pluralità, essi stessi non sono realmente in grado di ricondursi a realtà politiche - legislative e sono perennemente divisi tra oblio di principi statuali e costituzionali ed ossessione di riverificarne, ciò accadendo per essi medesimi non in filosofiche tautologie né per sagge ovvietà ma ripetendo inopportunamente, antifilosoficamente ed impoliticamente ma in stessi consessi politici e dibattiti filosofici, ragioni di Stati e Costituzioni che in stesse pretese avevano negato... Ma dovendo i pretendenti ricusarsi per aver negato perché voglion evitarsi diretta estromissione politica, nel frattempo tale pretenzioso e pretestuoso antiliberalismo, incapace di opposizione statalista-socialista ed estromesso da guerra economica tra capitalismo americano e comunitarismo cinese, nega continuamente e continua a rinnegare idee del tutto necessarie di equità, per le quali non vale previo riconoscimento di differenze per successiva affermazione di egualità bensì all'inverso vale previa accettazione di basilari uguaglianze per successiva definizione di differenza ma ciò costituendo condizione necessaria non sufficiente per istanze di equità, che si attuano identificando differenze di oggetti ed eventi e le quali sono distinte dalle istanze di uguaglianza ma non separate. Gli estromessi da Guerra Economica Est-Ovest del mondo, mondiale non globale, non sono i volontari astenuti, tra i quali c'è il vero Stato italiano; e dunque stessi estromessi sono inseriti in degenerazione parallela entro cui confliggono forze capitalistiche e forze associazioniste, da queste ultime presentandosi richieste di eguaglianza false e senza nessuna vera e vitalmente necessaria garanzia di equità e le richieste accadono pure con particolare violenza distruttiva contro istituzioni repubblicane oltre che autenticamente democratiche.
(...)

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

...

Dell'anonimato sessuale, schiere di dementi politici voglion fare generalità sessuale, che chiamano "terzo sesso" e costringendo nei contrasti di opinioni a tale appellativo; alla libertà e soddisfazione sessuale voglion sottrarre interpretazioni autentiche di leggi, confondendo atti deliberatamente osceni con nudità e ignorando sistematicamente pari non opposte ma altre esigenze di riservatezze, nonché offendendo puntualmente con gerghi, quasi sempre avvilenti solo per i maschi o più per maschi che per femmine...

della soddisfazione nel lavoro negano sia parte anche impegno non eccessivo e pieno; proclamano fatiche menzionando lavori e tutte le proteste o proposte che fanno sono relative a dedizioni del tutto contro regole del lavoro, perché non vogliono ammettere le eccezioni dovute ai bisogni fondamentali anche sessuali; ne faccio esempio importante: del caso di un impiegato o impiegata che ha bisogno di appartarsi per sopraggiunta emotività sessuale preponderante, essi distrattamente intolleranti affrontano eventuali racconti di costrizioni cercando con prepotenza di capire di persona perseguitata come vivesse ed abitudini sociali, poi non richiesti in ciò cercando di mutarne condizioni personali; e se tra le vittime di cui pretendon di farsi carico c'è anche chi in stessa pretesa, tutti costoro cioè uniti in stessa erranza invece che lottare per propri diritti reagiscono alle persecuzioni cambiandosi la vita e mai abbastanza per difendersi da nuove persecuzioni e poi pretendon pure in tanta dabbenaggine potenza politica, dimenticando che i casi di schiavitù sono casi di delitti non per sindacati neppure per sindaci; e così e con altri casi pure hanno rischiato in Italia di distruggere istituzioni comunali e di far chiudere sindacati...

antepongono diversità antropologiche a differenze etniche anche quando esigenze vitali sono di relazione principale etnica; così sottopongono il Paese ed i suoi abitanti a Cittadinanze di non solo paesani impedendo ai paesani di usar capacità e infelicitando permanenze per sole cittadinanze; giungono fino al punto di ignorare i rapporti naturali con gli ambienti, per i quali le distinzioni razziali sono diverse potenzialità oltre che possibilità; faccio esempio rilevante: non è possibile a cittadini italiani di etnia africana vivere in comunione naturale forte la natura europea ed italiana, viceversa non è possibile comunione naturale forte con natura africana a chi etnicamente europeo e colono in Africa; e ciò in minima ma importante facoltà naturale di vivere vale anche per nature umane e reciprocità di esse, tantoché fusioni etniche tra radicali differenze non hanno risultanza di convivenza di differenze bensì mutazione etnica essenzialmente con la prole e termine etnico dunque e ciò non sempre è desiderio naturale, a volte essendo naturale desiderio di non mutazione, assai vivo questo in tempi di Villaggio Globale e multiculturalismo... ma che i fautori della uguaglianza assoluta dimenticano mostrandosi in scarsità di vitalità etnica ma con scelte politiche invadenti e dunque rivelandosi etnofobici perché senza destino ne voglion togliere ad altri, palesandosi politicamente etnofobici ovvero delittuosi...

delle disabilità ignorano le difficoltà relative ad integrazioni ostinate, queste spesso causa di permanenza di disabilità che studiosi non sanno individuare restando pessimisti ed avvilenti...

del resto non intendono i rapporti con quel che fanno e appaiono pubblicamente come fossero schiere multiformi di saggi e potenti dimenticati o bisfrattati, ma onestamente avrebbero da presentarsi da sciagurati.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Sono dispiaciuto dell'inconveniente di scrittura, che purtroppo dipende da noie non solo a me arrecate delittuosamente da altri e durate tanto tempo e reiterate e necessitantimi altre urgenti attenzioni alternative e cui non ho voluto opporre maggior impegno per mio filosofico senso del limite ed istintiva mia saggezza, anche perché Internet non è una libreria ed allora basta reinvio cui ho già provveduto.

(Quest'oggi noto particolarmente attivi bambini messi a suscitar attacchi di insetti con timbri di voce, anche da lontano, peraltro con imitazione di modi di stupratori; non scrivo questo per negar teatrali capacità ma per beneficio di lettura dei miei messaggi, perché tali capacità son volte contro diritto ad operare per la vita anche europea; e con ciò non voglio negar maestrie in difese quasi assurde.)


MAURO PASTORE