domenica 3 aprile 2011

Tuzet, Giovanni, Dover decidere. Diritto, incertezza e ragionamento,

Roma, Carocci, 2010, pp. 275,  € 25,00, ISBN 978-88-430-5456-5

Recensione di: Michela D’Alessandro – 03/04/2011

Nella presente raccolta di saggi Giovanni Tuzet discute, attraverso un approccio analitico di tipo pragmatista, la natura incerta del ragionamento giudiziale e dell’applicazione del diritto, sostenendo allo stesso tempo la possibilità di misurare la loro correttezza attraverso standard inferenziali. Come sottolinea l’Autore, il ragionamento giudiziale ci appare oggi confuso, incerto, ampiamente discrezionale e, pertanto, innegabilmente distante dal modello illuminista del sillogismo. Ciò nonostante una riduzione di questo iato sarebbe possibile attraverso l’individuazione di criteri atti a disciplinare l’esercizio del ragionamento, essendo questa l’unica via ritenuta praticabile per poter comunque giustificare l’abduzione e la scelta discrezionale. 

Nella prima parte, dedicata al ragionamento giudiziale, viene esaminata l’inferenza, «una condotta mentale, una pratica che può essere migliorata o peggiorata secondo la volontà, gli interessi e il senso morale di chi la conduce (p. 10)», e in particolare quella abduttiva, cioè incerta e ipotetica perché esercitata in condizioni di informazione incompleta. Tuzet specifica quattro diversi usi giuridici dell’abduzione: l’inferenza da fatti a norme, l’inferenza da norme a principi, l’inferenza da fatti a fatti e l’inferenza da caratteri a concetti. Sebbene l’abduzione costituisca la prima parte del processo logico che porta al giudizio, quest’ultimo presenta anche una componente deduttiva. 
In accordo con il metodo scientifico di Peirce, l’Autore sottolinea che quaestio facti e quaestio juris possono essere interpretate come fasi processuali in cui vale l’articolazione di abduzione, deduzione e induzione. Secondo questo modello, infatti, i fatti rilevanti e le norme ad essi relative sono determinati da un’abduzione che viene prima sviluppata deduttivamente e, successivamente, testata induttivamente (cfr. pp. 25-26). L’equilibrio interno alla triplice articolazione inferenziale rispetterebbe comunque la tradizionale distinzione tra fase fattuale e fase normativa ma, diversamente da altri modelli, avrebbe il merito di garantire conclusioni più affidabili.
Pur nel suo essere incerta, l’inferenza abduttiva può essere messa alla prova grazie a test, criteri e inferenze più stringenti che ne attestino la validità. Questo tipo di esame viene affrontato per il ragionamento probatorio, nella qualificazione giuridica dei fatti, nell’individuazione dei principi e nel ragionamento analogico. Tre sono le tesi fondamentali a monte della ricognizione dell’abduzione nel ragionamento probatorio: «l’accertamento della verità è il fine principale dell’abduzione, anche nelle sue forme giuridiche; […] il concetto di prova implica il concetto di verità; […] il concetto di prova implica inoltre il concetto di inferenza (p. 42)» in esso implicato in quanto «non può esserci prova che non sia prova del vero (p. 49)».
Uno dei problemi del ragionamento giudiziario consiste nel qualificare giuridicamente i fatti. Il modello ermeneutico ha evidenziato che è il caso concreto a guidare l’individuazione delle norme, le quali selezionano ciò che è rilevante tra gli aspetti fattuali. Invero, l’Autore ammette che una distinzione più analitica è possibile attraverso l’uso di abduzioni classificatorie, ovvero di «ipotesi basate su concetti e rappresentabili tramite una logica dei predicati (p. 53)». I comportamenti osservati non sono sufficienti per inferire una regola che, tuttavia, può essere conosciuta a partire dalle inferenze articolate. Accanto a questa problematica di ordine cognitivo, Tuzet pone anche due questioni normative: quale regola bisogna seguire in circostanze generali e quale in circostanze particolari? Nel primo caso «si deve cercare di abdurre la regola da seguire e si deve cercare di testare l’ipotesi, considerando pure il fatto che sapere quale regola è stata seguita offre spesso degli indizi preziosi sulla regola da seguire (p. 68)». Nel secondo caso non può, invece, valere la stessa metodologia perché, piuttosto che affidarsi alla responsabilità della comunità interpretante (community view), deve valere il principio della responsabilità personale. Il giudizio individuale non deve, però, essere inteso come totalmente “privato” o “intuizionista” poiché la deliberazione ha pur sempre una natura “pubblica” e ciò in virtù del fatto che, per dirla con Mead, il Sé nasce sempre dal confronto con l’altro da sé (cfr. pp. 67-68).
Circa l’abduzione dei principi e la loro applicazione si pone il seguente quesito: se i principi presentano tra loro una certa incoerenza, si può parlare di conflitto o incongruenza? Conflitto e congruenza sono tra loro inversamente proporzionali; tuttavia, anche se è impossibile quantificare le relazioni tra questi elementi, occorre tener presente che «la congruenza non è un test decisivo della giustificatezza dell’abduzione di un principio, ma un test atto a rafforzare o indebolire le ipotesi […] che dovrebbe far escludere le ipotesi poco congruenti senza d’altro canto richiedere una congruenza massima ai fini della loro giustificatezza (p. 89)».
Un ulteriore problema teorico e pratico concerne i criteri di valutazione delle conclusioni analogiche del giudizio. Come per l’abduzione, l’analogia, intesa come inferenza complessa, basilare e creativa utilizzata nel ragionamento ordinario e pratico, non produce conclusioni certe, che devono comunque essere testate perché, a detta dell’Autore, ciò «non costituisce inferenzialmente uno scacco […] piuttosto un principio di responsabilità inferenziale (p. 105)». 

La seconda parte del volume è dedicata alle norme giuridiche e al giudizio. Dopo aver distinto norme morali e norme giuridiche, Tuzet si focalizza su un requisito di queste ultime: la novità. Egli distingue la novità delle norme generali (legislative) da quella delle norme individuali (giudiziali), sostenendo che sia sul piano ontologico, sia sul piano concettuale la prima forma di novità si configura come assoluta, mentre la seconda come relativa. Questa distinzione ha conseguenze in termini di responsabilità di scelta perché presuppone che, dinnanzi a norme nuove e non inferibili, la responsabilità dell’autorità normativa dipenda proprio dalla novità delle norme, e non viceversa (cfr. pp. 109-132).
Altro requisito delle norme giuridiche sono le relazioni pragmatiche in cui sono coinvolte; relazioni che richiamano il problema dell’indeterminatezza del diritto, ovvero la difficoltà di discernere in modo preciso i casi che rientrano nella denotazione di un concetto giuridico da quelli che non vi rientrano. Tale indeterminatezza trova, qui, risposta sul piano pragmatico della comunicazione e dell’interazione tra soggetti e in quello semantico del principio di significazione (cfr. pp. 131-158).
L’applicazione delle norme giuridiche non si riduce all’essere un’operazione meccanica perché, dal momento che il diritto, la giustizia e i cittadini non sono delle macchine, richiede una sensibilità morale e un’agire responsabile che sappia dar conto delle conseguenze (cfr. 159-177).
Ciò è testimoniato dalla dimensione pubblica e processuale del giudizio, di cui Tuzet enuncia tre tesi: la tesi ontologica, che riguarda il contenuto di un atto di giudizio; la tesi aletica, che considera il giudizio come attribuzione di un valore di verità ad una proposizione; la tesi genetica, che rende conto della dimensione temporale e riflessiva del giudizio, concepito come processo il cui risultato è l’attribuzione di un valore di verità (cfr. pp. 179-195).

La terza parte del volume affronta il tema della conoscenza e della varietà dell’esperienza giuridica, colta nella sua dimensione proposizionale, valoriale, pratica e interpretata in senso ampio come conoscenza del, nel e dal diritto (cfr. pp. 199-222). 
Tuzet, inoltre, non manca di interrogarsi sulla legittimità di una filosofia cognitiva del diritto, il cui compito sarebbe quello di indagare i processi mentali per mezzo dei quali i giuristi organizzano le informazioni ed elaborano il diritto. A tal fine egli distingue quattro ambiti d’indagine, pur nella convinzione che essi non esauriscono lo spettro dei possibili campi di ricerca: la cognizione del processo, delle norme, per la produzione e la revisione di norme e, infine, per la costruzione di artefatti mentali. Secondo l’Autore, questo nuovo approccio cognitivo permetterebbe una migliore comprensione dei processi cognitivi che presiedono al giudizio e, dunque, non solo della dimensione pubblica della giustificazione, ma anche della sfera privata e psicologica del decisore (cfr. pp. 223-236).
Il volume si chiude con un approfondimento della nozione di esperienza giuridica, pragmaticamente recepita nella sua varietà e ricchezza, nonché nei suoi quattro sensi fondamentali: singolare, pratico, ermeneutico ed empirico. Attraverso una chiarificazione delle componenti pratiche e conoscitive dell’esperienza e dei vantaggi operativi cui porterebbe la sua adozione, Tuzet scorge la possibilità di riconsiderare il sillogismo come un modello prescrittivo della decisione giudiziale. Rispondendo alla critica di Holmes al sillogismo come modello descrittivo dell’attività giudiziale o legislativa, egli argomenta che, oltre ad appiattire il sillogismo ad un modello meramente descrittivo, il punto in questione non è tanto stabilire se i giudici debbano limitarsi a premesse “già preconfezionate”, ma se possano attingere a premesse tratte dalla morale o da altre discipline. Così facendo, però, si finirebbe col sostituire le premesse giuridiche con premesse di altra natura (cfr. pp. 237-249).

Sullo sfondo di questa interessante ricognizione del ruolo dell’incertezza nelle decisioni giudiziali  emerge la proposta dell’Autore di rendere più giusta possibile la «dolorosa» pratica del dover decidere, un compito a cui tutti dovrebbero contribuire in vista del bene comune.

Indice

Introduzione

Parte prima: Sul ragionamento giudiziale
Abduzione: quattro usi giuridici
Le prove dell’abduzione
Come inferire la regola da seguire
L’abduzione dei principi
L’analogia come inferenza complessa

Parte seconda: Sulle norme e il giudizio
Norme e novità
Pragmatica dell’indeterminato
Il diritto non è una macchina
Tre tesi sul giudizio

Parte terza: Sulla conoscenza giuridica
La conoscenza giuridica
Una filosofia cognitiva del diritto?
Le varietà dell’esperienza

L'autore

Giovanni Tuzet è dottore di ricerca in Filosofia del diritto presso l’università di Torino e in Filosofia della conoscenza e ontologia presso l’Università di Paris XII. Oltre a numerosi articoli su riviste nazionali e internazionali, ha pubblicato il libro La prima inferenza. L’abduzione di C. S. Peirce fra scienza e diritto (Giappichelli 2006) e ha curato i volumi I pragmatisti italiani. Tra alleati e nemici (Albo Versorio 2007, con G. Maddalena) e The Rules of Inference. Inferentialism in Law and Philosophy (Egea 2009, con D. Canale). Ha trascorso periodi di ricerca nelle università di Losanna, Navarra, Yale, Oxford. Insegna Filosofia del diritto presso l’Università Bocconi di Milano. 

Links
Pagina dell’Università Bocconi di Milano
http://didattica.unibocconi.it/docenti/cv.php?rif=49852&cognome=TUZET&nome=GIOVANNI

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