mercoledì 21 settembre 2011

Natorp, Paul (a cura di M. Ferrari e G. Gigliotti), Tra Kant e Husserl. Scritti 1887-1914

Firenze, Le Lettere, 2011, pp. 194, euro 30, ISBN 978-88-6087-311-8

Recensione di Daniele Petrella – 27/6/2011

La preziosa silloge di testi di Paul Natorp, tradotta e curata da Massimo Ferrari e Gianna Gigliotti, offre al lettore italiano un fulgido spaccato del pensiero del grande filosofo neokantiano, preso in considerazione nel suo momento di confronto con la fenomenologia di Husserl, così come questi l’aveva messa a punto nelle Ricerche logiche (1900-1901) e nel primo volume delle Ideen (1913).
Un punto sul quale si registra una convergenza tra i due pensatori risiede nella polemica antipsicologista che entrambi conducono dai rispettivi fronti teorici ed esplicitata da Natorp stesso nella nota conferenza Kant e la scuola di Marburgo tenuta a Halle nel 1912 presso la Società kantiana: «A questo riguardo, non ci resta perciò molto altro da imparare neanche dallebelle esposizioni di Husserl (nel primo volume delle Ricerche logiche), che non possiamo che salutare con gioia» (p. 118). Il riferimento da parte di Natorp al primo volume delle Ricerche logiche diHusserl implica, sì, un franco apprezzamento delle ricche e puntuali argomentazioni dispiegate da Husserl contro il tentativo di edificare qualsivoglia sistema di logica su fondamenta psicologistiche, ma anche una presa d’atto in virtù di cui per Natorp la battaglia antipsicologista non era da considerare come una esclusiva di Husserl. Infatti, nel saggio Sulla fondazione oggettiva e soggettiva della conoscenza (1887)Natorp aveva chiaramente affermato che «(…) l’intero significato della logica come teoria generale che fonda la verità della conoscenza viene annullato se si fa dipendere la logica, per quanto attiene al suo principio, da una scienza particolare, ossia dalla psicologia» (p. 77). E non a caso Husserl nei capitoli terzo e ottavo dei Prolegomeni ad una logica pura (primo volume delle Ricerche logiche) esprime il proprio accordo nei confronti del saggio appena menzionato e dell’Introduzione alla psicologia secondo il metodo critico (1888) di Natorp, sicché sarebbe davvero di grande interesse – come suggerisce opportunamente Ferrari nella sua pregevole introduzione all’opera – indagare nella sua complessità l’influenza, non tanto di Frege, quanto quella di Natorp sulla presa di congedo da parte di Husserl dall’impostazione psicologistica della Filosofia dell’aritmetica (1891). Se sulla pars destruens compiuta da Natorp e Husserl rispetto alla fondazione psicologistica della logica c’è una comunanza di vedute, le divergenze tra i due filosofi si mostra allorché Natorp nella recensione Sul problema del metodo logico. Con riferimento ai Prolegomeni a una logica pura di Edmund Husserl (1901) dissente non solo dal tentativo da parte di Husserl di schiacciare la teoria critica della conoscenza di Kant su una teoria della conoscenza di impianto psicologistico, ma anche dal tentativo di annoverare in generale gli studiosi neokantiani, riconducibili a Friedrich Albert Lange, tra gli esponenti di una teoria psicologistica della conoscenza. Inequivocabili risultano a tal proposito le parole di Natorp:«Purtroppo egli ne [sc. di neokantiani] cita però solo uno – e cioè Lange – la cui riconduzione dell’apriori all’“organizzazione” è stata già da tempo riconosciuta come un errore ed è stata decisamente rifiutata da Cohen e da coloro che hanno imparato da Cohen» (p. 107). Tra questi studiosi va annoverato chiaramente anche Natorp. Ed è proprio su questo presupposto teorico che è possibile apprezzare le differenze prospettiche tra Natorp e Husserl in relazione allo statuto concettuale da accordare al dato sensibile. Già nella prima edizione della Teoria kantiana dell’esperienza (1871) Cohen, infatti, avanzava l’esigenza di superare il dualismo tra pensiero ed intuizione del dato sensibile in direzione di un primato della spontaneità sintetica dell’intelletto, tale da configurarsi quale la vera condizione di possibilità dell’Estetica trascendentale. Se in un simile quadro teorico diviene altresì fondamentale la mediazione della matematica quale strumento teorico nel definire lo statuto scientifico-concettuale dell’oggetto in genere, allora si comprende come Natorp nella conferenza del 1912 possa affermare che l’intuizione del dato «(…) è pensiero, non solo puro pensiero legale, ma pieno pensare oggettivo (…) La datità diventa così un postulato della realtà, acquista un significato modale»(p. 123). Per Husserl, al contrario, la datità sensibile manterrà sempre un profilo di autonomia teorica, non del tutto esauribile e solvibile da parte del momento sintetico dell’intelletto, tanto che nella lettera del 18 Marzo 1909 indirizzata da Husserl a Natorp –in questa parte centrale riportata da Ferrari nella sua introduzione (p. 47) – si può leggere che «noi di Gottinga [sc. Husserl a quel tempo insegnava nella locale Università] (…) riteniamo che ci sia non soltanto un “basso” empiristico o psicologistico, bensì anche un autentico “basso” idealistico, dal quale si possa risalire passo a passo fino all’alto». Su questo fondamento la fenomenologia di Husserl e la psicologia critica di Natorp divergono nei propri esiti teorici, allorché essi delineano a parte subiecti il rispettivo profilo teorico capace di corrispondere, da un lato, alla salvaguardia del dato e, dall’altro lato, alla risoluzione del datonel pensiero. Infatti, al dato inteso come produzione del pensiero corrispondeva nell’Introduzione alla psicologia una concezione della coscienza qua «nesso costitutivo logico-universale» di tutti i contenuti di coscienza, e dunque di per sé inoggettivabile. Alla psicologia non restava altro compito che indagare ciò che si dà alla coscienza come contenuto soggettivamente dato alla coscienza e ricostruibile, pertanto, non nella sua immediatezza, ma solamente apartire dall’oggettività già costituita. Per Husserl, al contrario, le colorazioni di senso (percezione, immaginazione,ricordo, etc.) mediante cui il dato si offre alla coscienza si riverberano in analisi tese a delimitare le peculiarità dei rispettivi atti di coscienza, che diventa così oggetto di esame da parte di Husserl nella sua complessa e articolata stratificazione disignificato. A conferma di questa differenza tra psicologia critica e fenomenologia vale la pena citare un altro passaggio dalla lettera di Husserl a Natorp del Marzo 1909: «Si mostra in maniera molto caratteristica la differenza che intercorre tra la Sua psicologia e la mia fenomenologia dal punto di vista della loro collocazione gerarchica nei confronti della filosofia trascendentale (…) la fenomenologia non necessita in alcun modo di una filosofia trascendentale che la preceda, mentre la Sua psicologia deve venire dopo la filosofia trascendentale, come Lei stesso ha del resto notato» (p. 47). Al di là delle differenze teoriche che intercorrono tra l’Introduzione alla psicologia e la successiva Psicologia generale (1912) di Natorp, la centralità dell’oggettività costituita nel piano della ricostruzione è tale da circoscrivere il nodo concettuale che non consentirà a Natorp, e più in generale al neokantismo marburghese, di accordare credito alla concezione husserliana del dato delimitato nel suo statuto teorico già sul piano preteoretico dell’esperienza. Per questo nella recensione Le Idee per una fenomenologia pura di Husserl (1914) Natorp può scrivere che «nulla è allora dato, ma diviene “dato”»a partire dalla ricostruzione (p. 145). E in relazione al noto paragrafo 24 delle Idee, secondo cui «tutto ciò che si offre originariamente nell’“intuizione”, (per così dire nella sua realtà in carne ed ossa), è da assumere semplicemente come ciò che si dà, ma anche soltanto nei limiti in cui si dà», si comprende come Natorp possa sostenere, in virtù del primato del momento sintetico del pensiero, che «anche l’“intuitus”, la visione intellettuale o interiore, non può significare se non la visione penetrante, nella continuità del pensiero, di ciò che è posto come discreto, con una delimitazione scelta liberamente, e che sorge solo a partire dal e nel pensiero che pone» (p. 146). Se questo è il nodo concettuale che sancisce la differenza fondamentale tra la fenomenologia di Husserl e la psicologia di Natorp, non sono mancati altresì tentativi da parte dei due pensatori – soprattutto nel loro carteggio privato – di porre in evidenza anche le analogie tra le due prospettive filosofiche professate. A questo riguardo, infatti, la svolta costitutivo-trascendentale che impronta di sé la fenomenologia husserliana, così come consegnata alle Idee, sottopone a revisione la critica che Husserl nelle Ricerche logiche aveva sollevato nei confronti della concezione natorpiana dell’io puro. In quest’ottica il tentativo da parte di Husserl di attingere l’io puro si configurava agli occhi di Natorp come una ricostruzione mediata e, a tal proposito, risultano illuminanti le parole spese da Ferrari e dalla Gigliotti sulle affinità che contraddistinguono le due opzioni filosofiche sull’io puro. Il merito di questo volume curato da Ferrari e dalla Gigliotti risiede dunque non solo nell’aver reso disponibile per la prima volta in lingua italiana questi contributi di Natorp, ma soprattutto nell’aver illuminato il quadro delle convergenze e divergenze tra Husserl e Natorp.

Indice:

Introduzione. Natorp tra Kant e Husserl. Il neokantismo di Marburgo di fronte allafenomenologia, di Massimo Ferrari

I. Sulla fondazione oggettiva e soggettiva della conoscenza (1887)

II. Sul problema del metodo logico. Con riferimento ai Prolegomeni a una logica pura di EdmundHusserl (1901)

III. Kant e la scuola di Marburgo (1912)

IV. Le Idee per una fenomenologia pura diHusserl (1914)

Postfazione. Ricostruzione o riduzione. L’eredità kantiana della sintesi nel neokantismo e nella fenomenologia, di Gianna Gigliotti

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