venerdì 9 dicembre 2011

Lavazza, Andrea, Sartori, Giuseppe (a cura di), Neuroetica. Scienze del cervello, filosofia e libero arbitrio

Bologna, il Mulino, 2011, pp. 253, euro 22, ISBN 978-88-15-14651-9

Recensione di Tiziana Gabrielli –  28/02/2011

Negli Stati Uniti e nel mondo anglosassone, da un paio di decenni, si è andato sviluppando un importante dibattito internazionale sulle nuove acquisizioni delle neuroscienze e sulle loro ricadute sul piano etico, sociale e giuridico. Lo scopo del volume, curato da Andrea Lavazza e Giuseppe Sartori, è quello di fare il punto sullo statuto di una nuova disciplina – la neuroetica – attraverso il contributo dei massimi esperti italiani della materia, che si confrontano nel rispetto del pluralismo delle rispettive posizioni.

Nel primo capitolo Lavazza ripercorre la genesi storico-concettuale del termine neuroetica per definirne il campo d’indagine. La rivoluzione delle neuroscienze ha origini lontane: basti pensare alle trapanazioni craniche praticate dagli Egizi, che comportavano modificazioni nei comportamenti e nella personalità, ad Aristotele, che individuava nei ventricoli cerebrali la sede delle forze vitali, a Scribonio Largo, che raccomandava l’applicazione di torpedini per combattere l’emicrania, ad Agostino, che pensava che il cervello fosse diviso in tre ventricoli e ad Alberto Magno, che collocava l’intelletto nella zona prefrontale (p. 19). Nel Settecento, poi, furono per primi i filosofi (da Leibniz a Julien Offroy de La Mettrie) ad opporre la visione materialistico-meccanicistica del rapporto spirito/mente e corpo/cervello a quella innatistica, di matrice platonico-cartesiana, legata strettamente con l’antropologia cattolica e con l’idea dell’immortalità dell’anima immateriale. Sarà, però, solo con l’Ottocento (da Broca a Wernicke e Gage), che si arriverà, attraverso lo studio dei deficit funzionali e delle relative lesioni corticali, ad «un’associazione tra capacità della mente e meccanismi del cervello» (p. 21). Conferme in questa direzione provengono da studi recenti dell’Università di Harward sulle lesioni della corteccia cerebrale prefrontale, e, in particolare, di quelle aree deputate alla mediazione tra le componenti emotive e quelle cognitive, fondamentali per le decisioni morali (p. 21). Nel Novecento un notevole passo in avanti è stato compiuto con l’elettroencefalogramma, in grado di rilevare dall’esterno l’attività elettrica del cervello (1924). Negli ultimi due decenni del secolo scorso, la tomografia a emissioni di positroni (PET, Positron Emission Tomography) e la risonanza magnetica funzionale (fMRI, functional Magnetic Resonance Imaging) hanno permesso una «misurazione, seppure ancora indiretta, dell’attivazione di specifiche aree cerebrali in corrispondenza temporale dell’esecuzione di compiti cognitivi» (ibidem, n. 2). Secondo Kanwisher, sono ormai state identificate le specifiche funzioni di varie regioni corticali, deputate ai processi sensoriali e motori di base, alla percezione di alto livello di volti, luoghi, corpi, parole, e alla percezione astratta di pensare ai pensieri di un’altra persona. Gli studiosi concordano, inoltre, sulla localizzazione del linguaggio, delle abilità musicali e di alcuni aspetti delle abilità matematiche (p. 22). Restano, tuttavia, molti interrogativi aperti: quali sono i circuiti neuronali che permettono a ciascuna area di espletare la propria funzione mentale? Quali sono i meccanismi ed i vincoli genetici che consentono lo sviluppo delle regioni corticali e come quest’ultime interagiscono tra loro? Può una regione essere coinvolta nello svolgimento di una nuova funzione? Siamo, dunque, solo all’inizio dell’«esplorazione del genoma umano e delle sue manifestazioni epigenetiche» (p. 23). 
Lavazza ricorda che la prima attestazione del termine «neuroeticista» risale al 1989 e che, successivamente, la riflessione ha interessato anche le implicazioni o conseguenze della neuroetica, cui sono seguiti pareri e indicazioni dei comitati nazionali di bioetica e un inquadramento accademico con una rivista scientifica («Neuroethics») nata nel 2008 (p. 24). Rispetto alla distinzione proposta dalla filosofa e neuroscienziata Adina Roskies tra l’«etica delle neuroscienze» – che riguarda l’analisi delle applicazioni delle neuroscienze – e le «neuroscienze dell’etica» – che vertono sull’indagine metaetica –, Lavazza chiarisce che «il terreno specifico della neuroetica dovrebbe attenere alla riflessione circa ciò che apprendiamo su noi stessi e il nostro “funzionamento” grazie principalmente (ma non esclusivamente) alle neuroscienze. In altre parole, è la naturalizzazione forte dell’indagine sull’essere umano a rendere pertinente una metadisciplina che si occupi dell’ambito multidisciplinare descritto. A essere oggetto di studio per il suo carattere nuovo e controverso, quindi, non sarebbe ciò che possiamo fare, ma ciò che sappiamo o che crediamo attendibilmente di sapere» (p. 26). L’esempio fornito da Lavazza è legato al concetto prescrittivo di «autonomia», che potrebbe essere suscettibile di nuove declinazioni, se si approfondisse la perdita della capacità di valutazione nei malati di Alzheimer e se si considerasse il funzionamento del sistema dopaminergico, ovvero la reale base dell’assunzione compulsiva di droghe (pp. 28-40). 
Nel secondo capitolo Michele Di Francesco sostiene l’irriducibilità della complessità della vita personale ad un mero fondazionalismo neurobiologico. L’affermarsi della «neurocultura» (termine usato da Giovanni Frazzetto e Suzanne Anker in un articolo pubblicato nel 2009 su «Nature Neuroscience») – che, secondo Di Francesco, può considerarsi all’origine di una nuova antropologia («Io sono il mio cervello», p. 43) – ha indotto lo studioso a proporre un modello di «mente estesa», in cui linguaggio, ambiente e società sono componenti essenziali per la costruzione dell’Io (pp. 61-64).
Mario De Caro, nel terzo capitolo, ripensa l’antica questione del libero arbitrio, mettendo a confronto due posizioni apparentemente inconciliabili: quella, d’ispirazione kantiana, secondo cui pensiero e azione sono «manifestazioni essenziali e irriducibili della nostra libertà e della nostra razionalità», e quella, deterministica, per la quale gli esseri umani sono «un agglomerato di particelle materiali» (pp. 70-71). Sulla base dei discussi esperimenti di Benjamin Libet (nei quali si chiedeva ai soggetti di guardare un grande orologio e di indicare il momento esatto in cui avvertivano l’impulso a flettere il dito, mentre l’elettroencefalogramma misurava l’attività elettrica del loro cervello), non vi è libertà nell’uomo, dal momento che questi «eventi neuronali sono i veri determinanti causali tanto delle azioni che compiamo quanto delle (pseudo)deliberazioni consce cui erroneamente attribuiamo la genesi causale delle nostre azioni» (p. 72). Più avanzati, ma ugualmente limitati, sono gli studi di Soon, Brass, Heinze e Haynes, che utilizzano la risonanza magnetica funzionale. Uno degli esperimenti è stato pubblicato nel 2008 su «Nature Neuroscience», in un articolo dal titolo Unconscious determinants of free decisions in the human brain (I determinanti inconsci delle decisioni libere nel cervello umano), nel quale gli autori giungevano alla conclusione che «la sensazione soggettiva della libertà è illusoria, perché dal punto di vista oggettivo la libertà non esiste» (p. 75). Efficace la replica di De Caro: «i risultati sperimentali da loro apportati sono compatibili con tutte le teorie classiche della libertà – sia quelle negative (illusionismo, misterianismo) sia quelle positive (compatibilismo, libertarismo)» (p. 80), e «rispetto al problema della libertà, il piano concettuale e quello empirico si intrecciano saldamente» (p. 83). 
Nel quarto capitolo Laura Boella s’interroga sulle implicazioni etiche delle neuroscienze. Esiste un «cervello morale»? È possibile stabilire una corrispondenza tra aree cerebrali e concezioni morali? (p. 87). Per la filosofa le future applicazioni delle scienze del cervello non riguarderanno soltanto la neuropsicologia, ma anche la vita individuale e sociale: dalla psicologia cognitiva al diritto e all’educazione (p. 89). La ricerca delle neuroscienze in ambito morale ha seguito diverse procedure: a) combinando tecniche di neuroimaging con gli esperimenti morali (dilemmi morali: una metodologia classica dell’etica filosofica); b) studiando l’effetto di lesioni cerebrali o di patologie psichiche sulla capacità di giudizio e sulla condotta morale; c) usando come modello sperimentale i giochi economici (gioco dell’ultimatum, dilemma del prigioniero). Gli esperimenti hanno poi analizzato l’esperienza morale secondo due direzioni: 1) il giudizio morale intuitivo (moral sense) e il corrispondente ruolo delle emozioni nel ragionamento morale; 2) la simpatia/empatia alle origini della capacità morale (p. 96). Nella ripresa di un tema caro alla filosofia inglese tra Seicento e Settecento (Hume, Smith), l’attuale dibattito tende a mettere in luce l’«inaffidabilità del giudizio morale intuitivo» e, al contrario, «l’importanza della modulazione di attività emotiva e cognitiva» (p. 97). Secondo Boella, occorre individuare, nell’ambito delle «neuroscienze dell’etica», «un ponte tra natura e cultura» proprio nell’empatia, «in una capacità fortemente radicata nella “natura” umana, ma al tempo stesso suscettibile di sviluppo solo se viene esercitata in un costante scambio con un mondo sociale e culturale di relazioni e significati» (p. 107).   
Antonio Da Re e Luca Grion, nel quinto capitolo, si occupano della ridefinizione del concetto di «persona» alla luce dello sviluppo delle neuroscienze. Gli autori rilevano come nel dibattito neurofilosofico contemporaneo sia assente il concetto classico di persona nella sua dimensione ontologico-metafisica (p. 111), benché nella filosofia analitica (si vedano, in particolare, Strawson, Ayer, Wiggins, Parfit, Baker) «la riflessione sull’identità personale rappresenti ancor oggi uno dei più studiati nuclei tematici» (112, n. 7). Dopo aver preso in esame la prospettiva riduzionistico-eliminativistica (Farah e Heberlein), secondo cui non soltanto è illusorio «pensare come originaria la distinzione tra cose e persone», ma soprattutto è illusoria e fallace «l’immagine tradizionale della coscienza», sulla quale – da Locke a Williams – si è costruito il «criterio psicologico dell’identità personale» (p. 123), Da Re e Grion precisano che «il problema che l’approccio naturalistico pone sul tappeto sta tutto qui: ci sono ragioni per riconoscere all’uomo una speciale dignità? Ed, eventualmente, quali indizi abbiamo di tale differenza qualitativa? Autori come Strawson o Haldane – e soprattutto la tradizione che essi interrogano – sono persuasi che tali ragioni vi siano e che la persona sia la parola che meglio esprime l’evidenza di tale differenza qualitativa» (p. 133). 
Il sesto capitolo, scritto a sei mani da Sartori, Lavazza e Sammicheli, è dedicato alla disamina del problema del rapporto tra neuroscienze, diritto e giustizia. Gli autori si sono soffermati su tre ambiti paradigmatici dell’impatto delle neuroscienze sul diritto. In primo luogo, sono state analizzate le tecniche di lie-detection e di memory-detection, che insieme alle più recenti risorse diagnostiche stanno offrendo preziosi contributi, in particolare, per i malati in stato vegetativo. In secondo luogo, in relazione alla «decodifica» dell’agire criminale patologico, è stato affrontato il tema dell’imputabilità quale esempio di «possibili torsioni o modifiche dell’approccio classico della giustizia penale». Infine, i tre studiosi hanno prospettato «una concezione non più retributiva della giustizia penale», ma «codici che letteralmente guardino avanti (forward thinking), progettati non al fine di infliggere la giusta pena per i crimini precedenti, piuttosto per incoraggiare buoni comportamenti e proteggere la società» (p. 139). 
Massimo Marraffa, nel settimo capitolo, si concentra sull’analisi del rapporto tra evoluzione, cognizione e cultura. Lo studioso muove da una «sintesi fra la psicologia computazionale modularistica e la biologia evoluzionistica», che ha gettato le basi per una «prospettiva cognitivo-evoluzionistica sulla cultura», in cui «la variazione culturale è spiegabile solo all’interno di uno spazio di possibilità vincolato da ontologie intuitive evolute» come, ad esempio, le «credenze religiose, che pongono vincoli sulle rappresentazioni culturali, facilitandone l’acquisizione, il ricordo e la trasmissione» (p. 188). Questa tesi non è in contrasto con una prospettiva culturale sulla cognizione, a sua volta prodotto dell’evoluzione, in quanto «la cultura influenza non solo il contenuto delle nostre credenze, ma anche le strategie di elaborazione dell’informazione impiegate per conoscere il mondo» (si pensi, ad esempio, alla contrapposizione tra la strategia olistica orientale e quella  analitica occidentale) (p. 188). La proposta teorica di Marraffa è «una visione interattiva e integrativa del rapporto fra il livello neurocognitivo di spiegazione e quello culturale» come «la via da percorrere per lasciarsi definitivamente alle spalle gli anacronismi del culturalismo relativistico» (p. 189).    
L’ottavo ed ultimo capitolo ospita una riflessione di Rino Rumiati e Lorella Lotto sui contributi della psicologia cognitiva e delle neuroscienze cognitive nell’approfondimento delle conoscenze sui processi decisionali che riguardano valutazioni e azioni morali. Se per un verso, com’è stato documentato da De Martino et al., le decisioni prese in condizioni conflittuali coinvolgono sia la componente emozionale sia quella cognitiva, per altro verso nelle decisioni che implicano giudizi etici, in cui vengono soppesati i costi e i benefici di determinate azioni, entrano in gioco principalmente le componenti emozionali, come emerge dagli esperimenti di Greene et. al. (p. 217). La scienza sta portando alla luce quelle distorsioni inconsapevoli negli schemi di risposta, che determinano un comportamento spesso inadeguato. Grazie agli studi di Zuckerman e Kuhlman, oggi sappiamo, ad esempio, che i soggetti dotati di un profilo genetico che connota una personalità amante del rischio e alla ricerca di sensazioni forti (sensation seeker) hanno una maggiore propensione per comportamenti pericolosi e asociali (pp. 215-216).  
Il senso del volume – che ha il merito d’iscriversi a pieno titolo nel vivace dibattito sulla neuroetica – va ricercato non solo nell’alto profilo multidisciplinare dell’indagine, ma anche in un’interrogazione aperta intorno a questioni fondamentali per la nostra vita: «quello che non possiamo fare – scrivono infatti Lavazza e Sartori – è trascurare le acquisizioni delle scienze del cervello o – al contrario – farci contagiare da una neuromania allo stato attuale ancora ingiustificata. Una riflessione equilibrata, che si giovi di tutte le risorse conoscitive a nostra disposizione, sembra la via privilegiata. Via che qui si tenta di percorrere» (p. 15). 


INDICE


Introduzione, di Andrea Lavazza e Giuseppe Sartori

I. Che cosa è la neuroetica, di Andrea Lavazza

II. L’Io tra neuroni e mente estesa, di Michele Di Francesco

III. Libero arbitrio e neuroscienze, di Mario De Caro

IV. La morale e la natura, di Laura Boella

V. La persona alla prova delle neuroscienze, di Antonio Da Re e Luca Grion

VI. Cervello, diritto e giustizia, di Giuseppe Sartori, Andrea Lavazza e Luca Sammicheli

VII. Evoluzione, cognizione e cultura, di Massimo Marraffa

VIII. Decisioni e decisioni morali, tra razionalità ed emozioni, di Rino Rumiati e Lorella Lotto

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