mercoledì 7 dicembre 2011

Corriero, Emilio Carlo, Volontà d’amore. L’estremo comando della volontà di potenza

Torino, Rosenberg & Sellier, 2011, pp. 178, euro 18, ISBN 978-88-7885-104-7

Recensione di Irene Treccani - 24/06/2011

Volontà d’amore. L’estremo comando della volontà di potenza raccoglie e rielabora i risultati a cui Corriero era giunto nei suoi libri precedenti: Nietzsche oltre l’abisso, 2007, e Vertigini della ragione, 2008, apparendo come l’ultimo lavoro di una trilogia dedicata a Nietzsche. Se il primo lavoro, infatti, era la trattazione della ricezione nietzscheana in Italia a partire dalla discussione dello spazio, dell’abisso, 




storicamente aperto dalla morte di Dio, e il secondo studio il tentativo di un accostamento teorico tra Schelling e Nietzsche sulla base dei rispettivi naufragi della ragione, l’ultimo scritto non può che apparire come il naturale proseguimento e la legittima conclusione di questo percorso. Al centro della sua trattazione sta difatti l’accostamento tra quel comando assolutamente libero che è la volontà d’amore delle Ricerche filosofiche sull’essenza della libertà umana di Schelling e l’estrema imposizione del Wille zur Macht nietzscheano, concepiti entrambi quali possibilità di un nuovo inizio per “la filosofia nell’assoluta libertà del non-fondamento” (p.12). 
Nel primo capitolo, L’Assoluto, però senza Dio, Corriero riprende il tentativo già compiuto da Heidegger, nel corso tenuto all’Università di Friburgo nel 1937, di un avvicinamento tra l’Assoluto delle Ricerche schellinghiane e “il carattere complessivo dell’universo” dell’aforisma 109 della Gaia scienza:
“quella che qui Nietzsche pratica in riferimento all’universo è una specie di teologia negativa che cerca di cogliere l’Assoluto nel modo più puro possibile, evitando tutte le determinazioni relative, cioè riferentesi all’uomo. Solo che la determinazione nietzscheana dell’universo è una teologia negativa senza il Dio cristiano” (p. 27).
Così aveva parlato Heidegger che nel ’37, aveva concluso da appena un anno le lezioni sull’opera di Schelling sopra citata. Così prosegue Corriero sottolineando come “gli aspetti legati all’Assoluto sottolineati da Schelling” (1. il carattere diveniente dell’Essente; 2. la sua indipendenza; 3. la natura come a-razionalità, caos, o, detto in termini umanamente più comprensibili, volere; 4. la sua inconoscibilità e il successivo distinguo tra il sapere del possibile rivolto alla Realität e la sapienza dell’Assoluto in quanto indeterminato e indeterminabile – distinguo che ritornerà in Nietzsche con la dualità di apollineo e dionisiaco; 5. la distinzione tra l’Assoluto della Wirklichkeit e il relativo della Realität) “sono certamente presenti anche nel carattere complessivo dell’universo delineato da Nietzsche” (p. 25). Essi appartengono cioè a quel Chaos eterno che è il mondo, il quale non è risolvibile in concetti ma raggiungibile, semmai, tramite l’estasi dionisiaca; sono i caratteri di una natura pura che è, come dice Nietzsche, ritrovata e redenta perché liberata dagli antropomorfismi, dalle cosiddette ombre di Dio. In quella natura che Nietzsche ha descritto, al pari di Schelling, ex negativo, il Dio cristiano è allora – secondo l’autore, come secondo Heidegger – assente, come assente è ogni forma di teleologia. Questo il risultato teoretico a cui giunge Corriero dopo aver preso in esame la progettata dissertazione nietzscheana filosofico-scientifica La teleologia a partire da Kant e Sul concetto di organico a partire da Kant.
E se è un assoluto senza Dio quello che Corriero pone al centro dell’ontologia nietzscheana, è l’identità tra necessità e libertà ciò che egli colloca al centro della concezione della storia in Nietzsche. Prendendo in esame i due scritti del 1862, Fato e storia e Libertà e volontà, e riportandoli alla lettura della Condotta di vita e dei Saggi di Emerson che Nietzsche aveva effettuato nello stesso anno, Corriero mostra come l’identità nietzscheana di necessità e libertà non sia affatto lontana dall’originaria identità schellinghiana di natura e spirito o da quella emersoniana di fato e potenza.
Nel secondo capitolo, Tra Platone e Kant, Corriero passa all’elaborazione dei risultati di una Quellenforschung che aveva visto, la presenza di Platone e Kant agli albori del filosofare tanto di Schelling quanto di Nietzsche. Le assonanze intercorrenti tra filosofia schellinghiana e quella nietzscheana, che qui Corriero porta alla luce a partire dal “fruttuoso intreccio” delle letture platoniche e kantiane che i due filosofi avevano compiuto, risultano molteplici: il confronto con l’organicismo (il mondo quale Gesamtorganismus, zóon noetón) e il teleologismo proposto, in maniera diversa, sia da Kant che dal Platone del Timeo e del Filebo; la rielaborazione (e capovolgimento) del dualismo idee-oggetti sensibili, noumeno-fenomeno, alla base delle ontologie e gnoseologie platoniche e kantiane; il celato utilizzo della più o meno illecita attribuzione platonica della priorità ontologica alla materia, assoluta prima posizione della Wirklichkeit; il recupero del Kant autore de L’unico argomento possibile per la dimostrazione dell’esistenza di Dio, ed in particolare della sua concezione dell’esistente quale fondamento del reale sia da parte di Schelling sia da parte di un Nietzsche che, come ricorda l’autore, non solo aveva programmato di leggere, nel 1868, La storia universale e teoria del cielo e L’unico argomento possibile per la dimostrazione dell’esistenza di Dio, ma aveva anche letto altri libri che consentirono lui un avvicinamento a Kant: la Geschichte der Materialismus di Lange, il Grundriss der Geschichte der Philosophie di Überweg e la Geschichte der neuern Philosophie di Kuno Fischer. 
Il terzo capitolo, Chaos sive natura, costituisce il tentativo di un avvicinamento al pensiero dell’ultimo Nietzsche, ovvero al pericoloso concetto di Wille zur Macht, che viene interpretato quale organizzazione coordinata di forze analizzando alcune precise letture nietzscheane. Tra queste sono presi in considerazione non solo i più noti Lange, Boscovich, Emerson, e soprattutto Roux, La lotta delle parti nell’organismo, ma anche i testi citati in una lista di letture programmate nel 1868 in cui vi era lo Schelling delle Idee per una filosofia della natura e del Sistema dell’Idealismo trascendentale, due opere che, quantunque non abbiano testimonianza diretta di una lettura da parte di Nietzsche, sarebbero giunte alla sua considerazione tramite la mediazione del Grundriss di Überweg.
Come mostra il titolo, tra i protagonisti del capitolo trova una posizione centrale Spinoza, che Corriero presenta quale precursore tanto di Schelling quanto di Nietzsche. Riguardo quest’ultimo, è Nietzsche stesso, in una lettera a Overbeck, a dichiarare la propria vicinanza al filosofo olandese, mentre Corriero mostra efficacemente un’influenza dell’amor Dei intellectualis sull’amor fati, e soprattutto, come rivela la testimonianza contenuta nel frammento postumo 11 [197] del 1881: “Chaos sive natura: della disumanizzazione della natura”, come Nietzsche avrebbe sostituito il Chaos al Deus, vedendo in quest’ultimo una mera antropomorfizzazione della natura.
Proprio ritornando alla concezione della natura, Corriero riprende il parallelismo tra Schelling e Nietzsche, mettendo in evidenza come le rispettive filosofie della natura escludano il finalismo, e, di più, tengano insieme gli opposti di necessità e libertà. Certo, la volontà di potenza è lungi dal poter essere banalmente paragonata alla platonica anima mundi, alla Weltseele o alla più tarda Liebe schellinghiana, ma in quanto Lebensprinzip, può essere letta come possibilità dinamica dell’intero processo del divenire, “volontà d’amore che crea in forza di una pienezza incontenibile e traboccante nella forma dell’assoluta e gratuita donazione” (p. 131). 
Il testo si conclude con il capitolo L’ultimo sigillo e l’estremo comando, nel quale l’autore stabilisce un serrato confronto tra la filosofia nietzscheana e il cristianesimo. Non a caso vengono riprese le lettere di Nietzsche del 13 febbraio 1883 al suo editore, Schmeitzner, e quella dell’aprile dello stesso anno a Malwida von Meysenbug nelle quali Nietzsche aveva definito il suo Così parlò Zarathustra rispettivamente come quinto Vangelo e come libro sacro. Motivo di tali ardite definizioni, secondo Corriero, è il fatto che nel libro “per tutti e per nessuno” Nietzsche avrebbe tentato una riconsiderazione delle strutture assiologiche delle produzioni religiose e, nello specifico, un ripensamento del carattere peculiare dei Vangeli. Partendo da ciò Corriero affronta una comparazione tra la dinamica nietzscheana del dono e quella della religione cristiana. I due aspetti che più accomunano le due concezioni vengono individuati nella gratuità del dono e nella volontà kenotica che ne è alla base. Di contro, gli aspetti che segnano profonde differenze sono la relazione d’amicizia da cui è caratterizzato il donare nietzscheano (rispetto alla quale viene proposta l’influenza di Gifts and Presents di Emerson), vale a dire una donazione tra amici e non tra Dio e uomo; la necessità e ineluttabilità fisica del donare nietzscheano che fa del dono di Zarathustra un qualcosa di simile al calore e alla luce irradiate dal sole, ossia un dovere non morale (Sollen) bensì fisico-naturale (Müssen), una volontà conforme al tutto, un eterno Mögen; e, infine, l’origine del dono, collocata non nell’alterità divina bensì nel comune fondo di anima e natura, nel Chaos des Alles. Quest’ultimo aspetto farebbe sì che mentre la dinamica della donazione kenotica cristiana si attui nella storia, quella dell’amore totale nietzscheano si compia invece, inattualmente, nell’immediato rapporto con una natura originaria e originante ogni storia, nel “Chaos smarrito e obliato in ogni singola storia dell’essere” (p. 164). In questo senso il dono d’amore di Nietzsche, il suo Übermensch, continua e perfeziona la lieta novella: la compie fuori dal tempo, in un’aspirazione infinita verso l’amore per il tutto. 
Da ciò emerge uno dei risultati più interessanti del lavoro di Corriero che, capace di oltrepassare un troppo rigido storicismo e di scavalcare le ovvie differenze contenutistiche e terminologiche intercorrenti tra le filosofie di Schelling e Niezsche, rinviene nei loro pensieri un comune denominatore: quell’estremo comando d’amore che altro non è se non il primo e ultimo suggello della possibilità di un semper adveniens ri-fidanzamento dell’uomo col mondo.


Indice

1. L’assoluto, però senza Dio…
La definizione ‘negativa’ di Assoluto
Il carattere complessivo dell’universo di Nietzsche
L’Assoluto senza Dio
L’origine dell’intelletto
Fato, storia e libera volontà
2. Tra Platone e Kant
Un fruttuoso intreccio
La materia e l’‘anima del Mondo’
Excursus. Ingiustizia o assenza di commensura?
Excursus. All’origine il puro volere
L’assoluta posizione… del divenire
3. “Chaos sive Natura”
Ancora sull’antico modello di organismo
Spinoza, che precursore! Dall’amor dei all’amor fati
Fonti schellinghiane per il giovane Nietzsche
Dell’Anima e della Vita
Excursus. Lo specchio di Dioniso
4. L’ultimo sigillo e l’estremo comando
L’amore del «quinto vangelo»
Excursus. La ‘nuova’ umanizzazione dell’Übermensch 
Dono d’amore e dono di Weisheit
Bibliografia e abbreviazioni

12 commenti:

MAURO PASTORE ha detto...

F. W. J. Schelling fu filosofo idealista poi in certo senso idealista-realista, infine in certo modo realista; indicò il carattere indistintivo ma referenziale delle Idee mostrandone la autorivelazione naturale, che impedisce alla indistinzione di prevalere con la incomprensione; da questa intuizione filosofica derivò un sistema intellettuale fisico-metafisico, descrizione della realtà degli impulsi naturali e dei pensieri e della determinazione non corrispondenza tra gli eventi improvvisi, anche della stessa mente, e gli accadimenti ordinati, anche volontari; quindi si dedicò a mostrare la realtà della armonia universale scaturente dalle differenze particolari; e tutto ciò per contrastare le coincidenze negative, ai suoi tempi e luoghi assai inquietanti e già rischiose, con la manifestazione semplice della bellezza e gioia di vivere. Schelling constatava un difficile passaggio storico e metteva in guardia dall'affidarsi alle astratte considerazioni etiche sulla bontà della umanità e sui beni universali, perché non descriveva i drammi universali per unirne la menzione alla felicità della vita, inversamente diceva della felicità della vita e poi dei drammi universali ponendo interrogativi, generando risposte, mostrando impossibilità. Questa saggezza filosofica non era contraddetta dal pessimismo filosofico, nato per contrastare le illusioni del falso ottimismo, dunque il pessimismo di A. Schopenhauer (e di G. Leopardi) era senza dubbio una forma di relativismo che teneva per ovvio l'occasione che lo necessitava, negando le spiegazioni ulteriori e dunque preferendo alla rinomanza popolare la bestemmia e autocondanna e confessione e penitenza del volgo e dei suoi sottoposti.
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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE :

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Il pessimismo di Wilhelm Friedrich Nietzsche quanto a identità culturale ed intellettuale non era cosa differente dalla prudenza di F. W. J. Schelling, però con la particolarità di un impegno politico fondamentale, non solo quale scopo ma quale inizio di stesso filosofare, che era mosso dalla necessità, improvvisa anche per difficoltà personali e familiari, ovvero: la orfanità imprevista, il tradimento della fraternità, cui W. F. Nietzsche dovette far fronte da solo e nella indifferenza poi diffidenza sociale. Questo destino mondano Nietzsche stesso lo addebitò a realtà religiosamente inaccettabile e politicamente insostenibile: del cieco filantropismo e dello strapotere del consorzio umano inetto ad accogliere i bisogni della flora e della fauna assieme ai propri; della socialità sviluppata ed evoluta a discapito della attenzione ai luoghi e alla vita dei luoghi. Ugualmente a Goethe, che alla ricerca di autentiche manifestazioni umane cristiane trovava solo beffe o messaggi opposti, Nietzsche della religione del Cristo conobbe prima un attinente non appartenente umanismo, quello anticamente già posto al veto da Porfirio e Proclo, poi la falsità più grave, il rifiuto alla verità del destino, al Fato cioè, che Egli invece insegnava a scorgere anche nelle tristezze dei destini relativi, in ciò assurgendo ad ultimo grande pensatore del pessimismo estremo, relativo perché le sue motivazioni principali erano per contese ultime e queste pur coinvolgendo le religiosità dei tempi erano questioni politiche, contro l'assolutismo socialista che i pessimisti stimavano disastroso eco dell'assolutismo monarchico moderno.
Ma alle conclusioni dell'idealismo tedesco Nietzsche preferiva il Ritorno agli Antichi, definito con l'Opera poetica "Così parlò Zarathustra" attraverso gli studi filologici sulla antica Ellade e circa la mitografia e mitologia elleniste.
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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE :

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Il testo del "Così parlò Zarathustra" è fissato in unità duplice, per cui dalla rievocazione e ricreazione della saggezza morale, agnostica, di Zarathustra si può accedere al riferimento alla spiritualità, monoteista, di Zoroastro; la prima era per controversia al cristianesimo del volgo allora invadente ed avvilente; la seconda era per alternativa al monopolio, europeo solo in parte mondiale, della religione, di fatto costruito dalla teologia tedesca di allora; nei fatti costituendo tale originalità ed originarietà un esempio di iniziazione monoteista e pagana che Nietzsche fermamente offrì in qualità di vero e proprio capo carismatico, sia pur assai provvisorio.
Il noto Libello, con non incluso postumo ordine a procedere in opposizione, senza Autore ma da Egli presentato e rivolto contro l'esistere di una religione cristiana non naturale, era stata maledizione fino a che non aveva Egli ricevuto ragguagli adeguati sulla realtà del rito cristiano orientale cioè bizantino, quindi era diventato un annuncio per maledizione, fattene esenti le manifestazioni cristiane naturali; e mentre si prospettava e precisava questo, la completa intolleranza ai suoi danni da parte dei suoi nemici cristiani e sedicenti cristiani lo indusse a ordinar fine di intero loro religioso mondo, che doveva esser realizzata in Germania e dalla Germania coloniale per intero Orbe! E intuendo Egli la parzialità della realizzazione in quanto ne era scagionato il cristianesimo greco e filoellenico, decideva di ricorrere a precisione teologica, in ciò colmando a suo modo la mancanza procuratagli dalla morte precoce del padre, pastore evangelico e sacerdote riformato; perché il controesempio dell'Anticristo è espressione cristiana, dottrinaria, di un necessario potere di congedo, mediante esatta stima dei mancati valori, per tale biblicamente teologicamente annoverato, ovvero potere di giustizia e di vita.
Nietzsche non si fidò dei progressi sociali cristiani ma si oppose solo a parte del cristianesimo storico e dunque in fin dei conti riuscì ad esimersi dal restare anticristiano anche perché dedicandosi 'in fin dei conti' a spiritualità pagana monoteista preferì rispetto nel possibile e distacco e indifferenza nel restante.
In scritto postumo detto "Sul nichilismo europeo" enunciò la possibilità di un nuovo e non esecrabile cristianesimo delle moltitudini per lo stesso mondo da cui Egli lo aveva voluto separare: infatti era davvero accaduto, per vicenda giudiziaria della pubblicazione del suo libello e delle reazioni ufficiali e pubbliche, che le forme di religiosità cristiana avversate da Egli medesimo fossero giudicate inautentiche e soprattutto inaccettabili da Autorità tedesche direttamente quindi da Autorità di intera Europa e di Occidente e poi anche di Oriente. Non fu novità, perché questi atti accaddero entro le azioni di forza già avviate per intero mondo da Napoleone Bonaparte contro la prepotenza nella religione, continuate anche da suoi stessi nemici; e W. F. Nietzsche non cercava di più perché in questo agiva a favore della convivenza tra monoteismo del paganesimo non solo religioso e monoteismi religiosi teologici; e con la sua Opera poetica tratta dal passato religioso persiano non si limitò solo ad azione indiretta né esclusivamente filosofica.
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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE :

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Troppo poco è stato generalmente detto sulla spiritualità nietzschiana, sul ruolo che W. F. Nietzsche ebbe per la nascita del Neopaganesimo in Europa; troppo è stato discusso sulla nozione filosofica di Volontà di Potenza nel pensiero di Nietzsche, che Egli non volle definire in monografia e non per le insorgenti difficoltà di salute e che restò un concetto - guida, per lui medesimo e per molti che ne ascoltavano pensieri, relativamente a certo periodo e prima che fosse fatto da Egli stesso relegare in diaristica e non di sua diretta redazione; e di quel che era riuscito ad evitare alle ambizioni totalitariste della sua ex sorella nonché redattrice degli Appunti sulla volontà di potenza se ne confuse e se ne confonde con la forza di negazione di cui ella fu capace; e ciò non giovò né giova alla causa antitotalitaria né alla filosofia, che per propria saggezza, in potenza o atto che fosse, non può e non potrebbe mai accettare il totalitarismo politico neppure in qualità di estremismo.
Degli Appunti sulla volontà di potenza se ne poteva e se ne può trarre, esternamente e basandosi su principi di saggezza filosofica, possibile motivo per negazioni di negazioni, con minimamente dovuta giustizia a stessa redattrice che era stata criminosa non criminale; invece si lasciò per il criminale A. Hitler pubblicazione e se ne lascia fraintendimenti ad incapaci, mentre quegli Appunti non confermati e non negati da Nietzsche sono per le altrui brame oggetto sognato in tristi elucubrazioni assolutiste o ipotetiche proposte, entrambe impossibilità ed errori intellettuali e disastri culturali che non vanno imputati a W. F. Nietzsche, che anzi si era pure preso la briga di additare la nascente violenza razzista antisemita dopo aver additato la violenza assai meno grave e già presente di un razzismo sionista.
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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE :

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La Volontà di Potenza era stata da Nietzsche pensata quale Desiderio di Contesa non individuale né superindividuale ma singolare. Era già diffusa in cultura europea e tedesca sua definizione generale, che si riferiva a realtà individuale, concetto che in Fichte era introdotto per definire non il volere qualcosa ma la volontarietà di ciascuna persona che desiderando non trova limiti se il desiderio è ideale e non ancora reale; in Opera pseudonima di "Max Stirner" se ne trova definizione quale volontà di potere alcunché non qualcosa; in pensiero di Nietzsche si ritrova in qualità di: volere il potere; dunque si tratta di politologia e non psicologia, infatti psicologicamente e scientificamente la volontà di potenza fu descritta successivamente da A. Adler ma evidentemente per tramite della cultura politica di sinistra, perché Adler aveva iniziato a definirne in psicosocialità, osservandone le sopravvalutazioni assolutiste e sociologiche, per cui della convenzione sociale autostabilita 'che tutto può ciò che vuole perché tutto stabilisce con arbitrio' se ne tentava di fare strumento civile e con immani disastri politici, sociali, di stessa civiltà; dei quali Adler psicoanalizzava individuali circostanze, trovando poi motivazioni per costruire la disciplina di studi scientifici della psicologia individuale, con scopi terapeutici. I fallimenti sociali drlescritti dalla psicologia individuale non furono della idea nietzschiana della volontà di potenza, che egli riferiva previamente alle capacità, in particolare politiche; per questo non ha senso pensare che le sue meditazioni su tal Volontà fossero incauti ed insavi atti mentali e psicologici; tanto che i veri studi sulla sua mentalità indicano da (e ovviamente non per) ossessione momentanea archetipale suoi momentanei episodi schizofrenici (si diede resoconto che morisse per paralisi fisica cagionata in ultimo da cause fisiche non psicofisiche e che fosse non schizocrenico né psicotico già da molto tempo prima).
La espressione Wille zur Machte era dai letterati stata intesa quale 'voglia di lottare' ma essendosi non ancora del tutto stabilizzato il vocabolario tedesco in dizionario. Stessa espressione era stata poi specialmente dai sociologi intesa quale "impulso alla forza di realizzare" — Io non parlo tedesco nonostante ciò trovo possibile intenderne espressioni o discorsi arcaici e personalmente intuisco Wille zur Machte in codesto senso: auspicio della guerra, piacere del rifiuto... Tale interpretazione che definirei di matrice prussiana fu anche di Nietzsche che della Prussia aveva sapienza bellica della ' resistenza non partecipante ', grazie alle opposizioni napoleoniche ed antinapoleoniche in Prussia riottenuta dopo periodo di assenza e poi devoluta con la autodissoluzione dei poteri imperiali prussiani.
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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

In messaggio precedente 'drlescritti' sta per: descritti.
Reinvierò intero testo corretto per agio di lettura.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

In messaggio precedente "Machte" stia per: Macht.
Reinvierò intero testo corretto per agio di lettura.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Preciso meglio:

In messaggio precedente, cioè non negli invii immediatamente precedenti a scopo di sola indicazione verbale ma in invio con intero (non completo) contenuto,

"Machte" stia per: Macht.

Reinvierò intero testo corretto per agio di lettura.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE :

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La Volontà di Potenza era stata da Nietzsche pensata quale Desiderio di Contesa non individuale né superindividuale ma singolare. Era già diffusa in cultura europea e tedesca sua definizione generale, che si riferiva a realtà individuale, concetto che in Fichte era introdotto per definire non il volere qualcosa ma la volontarietà di ciascuna persona che desiderando non trova limiti se il desiderio è ideale e non ancora reale; in Opera pseudonima di "Max Stirner" se ne trova definizione quale volontà di potere alcunché non qualcosa; in pensiero di Nietzsche si ritrova in qualità di: volere il potere; dunque si tratta di politologia e non psicologia, infatti psicologicamente e scientificamente la volontà di potenza fu descritta successivamente da A. Adler ma evidentemente per tramite della cultura politica di sinistra, perché Adler aveva iniziato a definirne in psicosocialità, osservandone le sopravvalutazioni assolutiste e sociologiche, per cui della convenzione sociale autostabilita 'che tutto può ciò che vuole perché tutto stabilisce con arbitrio' se ne tentava di fare strumento civile e con immani disastri politici, sociali, di stessa civiltà; dei quali Adler psicoanalizzava individuali circostanze, trovando poi motivazioni per costruire la disciplina di studi scientifici della psicologia individuale, con scopi terapeutici. I fallimenti sociali descritti dalla psicologia individuale non furono della idea nietzschiana della volontà di potenza, che egli riferiva previamente alle capacità, in particolare politiche; per questo non ha senso pensare che le sue meditazioni su tal Volontà fossero incauti ed insavi atti mentali e psicologici; tanto che i veri studi sulla sua mentalità indicano da (e ovviamente non per) ossessione momentanea archetipale suoi momentanei episodi schizofrenici (si diede resoconto che morisse per paralisi fisica cagionata in ultimo da cause fisiche non psicofisiche e che fosse non schizocrenico né psicotico già da molto tempo prima).
La espressione 'Wille zur Macht' era dai letterati stata intesa quale 'voglia di lottare' ma essendosi non ancora del tutto stabilizzato il vocabolario tedesco in dizionario. Stessa espressione era stata poi specialmente dai sociologi intesa quale "impulso alla forza di realizzare" — Io non parlo tedesco nonostante ciò trovo possibile intenderne espressioni o discorsi arcaici e personalmente intuisco Wille zur Macht in codesto senso: auspicio della guerra, piacere del rifiuto... Tale interpretazione che definirei di matrice prussiana fu anche di Nietzsche che della Prussia aveva sapienza bellica della ' resistenza non partecipante ', grazie alle opposizioni napoleoniche ed antinapoleoniche in Prussia riottenuta dopo periodo di assenza e poi devoluta con la autodissoluzione dei poteri imperiali prussiani.
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MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

MAURO PASTORE :

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Non c'è dubbio che la pubblicazione "Volontà d’amore L’estremo comando della volontà di potenza“ abbia avuto o possa avere il pregio di una moderazione necessaria, ma soggettivamente condotta non oggettivamente determinata; soggettivamente con scopo di frenare la violenza del moralismo a sua volta soggettivo ma antioggettivo che ne resta dunque inetto; dunque la utilità della pubblicazione è provvisoria e soltanto relativa al cosiddetto "nietzschianesimo" ovvero 'niccianesimo', non direttamente ad Opere di W. F. Nietzsche.

Difatti, ho cercato di mostrarlo e di spiegarlo, la concezione filosofica che Nietzsche ebbe della Volontà di Potenza era politicamente determinata e particolarmente impiegata e per scopo di negare politicamente; certo riferendone alla saggezza filosofica dell'Amor Fati non se ne trova astratta contraddittorietà; ma questo amore... era in Nietzsche magnanimo astio contro una vasta parte della umanità che Egli aveva giustamente accusato di esser distratta con la natura fino a meritare morte o insensatezza del nascere. Si sa che i conflitti mondiali del secolo successivo diedero ampia dimostrazione della verità di questo giudizio di Wilhelm Friedrich Nietzsche; e questo non significandone universalità del suo giudicare: perché fu il suo giudizio anche una deliberazione personale, una lotta improbabile e mirabile, per la vita non per la morte, attraverso quasi o totale indicibilità di altrui disvalori sociali e altrui nullità civili.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Sono dispiaciuto dell'inconveniente di scrittura occorso, dipeso da altrui noie non solo a me arrecate delittuosamente e necessitantimi altre urgenti attenzioni alternative.
A tali noie non ho voluto opporre maggior impegno per mio filosofico senso del limite ed istintiva mia saggezza.
Internet non è una libreria allora basta ultimo sufficiente invio.

MAURO PASTORE

MAURO PASTORE ha detto...

Cosa accade al verbo filosofico di Friedrich Wilhelm Nietzsche quando se ne tenta uniformazione ai precetti morali che guidarono la storia occidentale dal Rinascimento fino ai suoi tempi? Il caso del libello "L'Anticristo" è emblematico. Lo stesso Nietzsche lo trattò come un copione teatrale e c'è da supporre che ne potesse o volesse poi farne rappresentazione scenica ma quel che è certo è che esso era stato fatto per il teatro della vita ma non per sé né per il mondo che Egli amava, per dare manifestazione e termine alcuno sia ai negatori delle assenze dei valori sia a chi ne affermava. Così se ne può comprendere previo disconoscimento e giudizio contro la disponibilità dell'Editore: per il Redattore dei testi e Autore solo di scritto che serviva ad eccepire, cioè per W. F. Nietzsche, si trattava di sottoporre alle Autorità tutti i protagonisti della bega, anche coloro che volendo la fine delle chiese e culti cristiani quali si erano presentati a lui medesimo fino alla redazione non erano intenzionati a praticarne saggio distacco mentale e sociale; perché non erano da accettarsi le affermazioni contro la vita che avevano prevalso in certi ambienti del cristianesimo ed erano inescusabili anche coloro che a tali affermazioni volevano dare àdito per contraddirle. In tal senso da stesso Redattore era dato un futuro non indipendente al libello, segno da lasciare assieme a ciò che esso segnava; infatti la mancanza del suo nome alla fine e sua presenza con diverso significato in inizio erano perché tutti i protagonisti della bega sedotti dalla vuota retorica si autoconsegnassero a proprie vere autorità; e non era la morale tradizionale a poterli giudicare perché essa non era abbastanza estrema. Da filologo Nietzsche aveva delineati i tratti storici ed il ritratto concettuale della 'morale'; e conducendo ad estreme opposte significanze i disamori altrui coi propri sdegni, le mancanze di vitalità del mondo da lui detestato e la perdurante vitalità del proprio, davvero non ebbe più senso il ricorso alla morale né alle argomentazioni o discorsi morali quando per proprio intervento politico e culturale mutava i corsi civili e culturali in Germania e non solo per la Germania. Difatti accadeva ciò per soli rapporti di forza e di debolezze a causa della estemizzazione e riduzione a piacere e dolore, a vita e morte. Parve amoroso destino un futuro senza più alcun precetto morale, ma la sospensione della moralità era una coincidenza ricercata per provvisoria: era confinato infatti nella prospettiva degli studi filologici l'annullamento dei giudizi e l'astensione dal moraleggiare; perché evidentemente alla stasi politica sarebbero seguite le nuove esigenze morali cui però era dato destino di maggior consapevolezza. Lo stesso libello "L'Anticristo" era stata una iniziativa letteraria escogitata per sentenza morale, questa assente dagli scritti in esso contenuti e solo redatti e senza suoi nomi e cognome. Rivelandosi Egli in alcune circostanze figura reale di intollerante ed austero moralista, se ne palesa sua volontà di dividere, di porre contro; in questo l'Amor Fati non era atto collettivo ed unanime, ma differenza, èsito altro: perché quel Fato era a taluni spietato e indifferente mentre per lui giusto e affascinante.

MAURO PASTORE