lunedì 19 marzo 2012

Azzarà, Stefano G., Un Nietzsche italiano. Gianni Vattimo e le avventure dell’oltreuomo rivoluzionario

Roma, Manifestolibri, 2011, pp. 255, euro 30, ISBN 978-88-7285-691-8

Recensione di Maurizio Brignoli – 17/10/2011

Azzarà si propone di ricostruire, attraverso l’evoluzione di uno dei più importanti interpreti italiani di Nietzsche quella “profonda trasformazione culturale che ha completamente ridefinito l’orizzonte di significato della filosofia e della politica nella nostra epoca” (p. 8).
Dopo la fine della seconda guerra mondiale inizia un processo, che ha illustri precedenti in Löwith e Jaspers negli anni ’30, volto a ‘denazificare’ Nietzsche: si punta alla tranquillizzante lettura, in chiave esistenzialistica, 


di un Nietzsche ‘filosofico’ e depurato dagli elementi politici del suo pensiero. In Italia culmine di questo cambiamento si ha fra il 1968 e il 1977 quando Nietzsche viene recuperato a sinistra come critico della società borghese.
“L’evoluzione della lettura che Vattimo dà di Nietzsche... è soprattutto un capitolo della storia della società italiana e dei suoi intellettuali” (p. 16). In un primo momento, con Ipotesi su Nietzsche (1967), Vattimo si preoccupa di respingere l’accusa di irrazionalismo protofascista di Lukács e Nietzsche viene ricondotto a Kierkegaard e all’ultimo Schelling come precursori apolitici di una concezione esistenzialistica della storia che esalta il primato dell’individuo in contrapposizione alla dialettica hegeliana, anche se, sulla scorta di Heidegger, l’appello alla trasvalutazione dei valori supera i limiti della decisione individuale e, delineandosi come preparazione di una nuova storia, pone le premesse per una ripoliticizzazione del pensiero nietzscheano.
Il ciclo di lotte del 1968-1977 rinnova fortemente la lettura di Vattimo che nel 1974 pubblica Il soggetto e la maschera. La decisione dell’eterno ritorno non è più una scelta esistenziale del singolo, ma diventa l’atto istitutivo di un’umanità nuova che deve liberarsi dalla forma di dominio sociale capitalistica. Ma se anche le società che si definiscono socialiste condividono la razionalità repressiva del capitalismo Nietzsche offre allora la possibilità di un autentico processo di liberazione e il dionisiaco, che si sottrae alla sottomissione alla ragione, diventa ribellione contro ogni forma di dominio sociale. Nietzsche viene assimilato a Marx come profeta della rivoluzione totale che il comunismo novecentesco non è stato capace di realizzare. Azzarà sottolinea come l’incontro con il movimento del ’68 porti Vattimo a riformulare un’idea integrale di rivoluzione a partire dalla contestazione del primato della ragione vista come radice del totalitarismo. Non è una semplice contestazione della metafisica ma “un radicale sospetto verso la ragione in quanto tale” (p. 52).
Il dionisiaco, inteso come mondo di libertà e creatività, diventa uno strumento per eliminare le barriere sociali e si trasforma in fattore di sovversione politica tramite la contestazione del mondo apollineo edificato dalla ragione metafisica che ha portato alla divisione della comunità e all’emergere delle differenziazioni di casta e di classe. Azzarà evidenzia il paradosso con cui il movimento socialista, di fatto educato alla dialettica da Marx, viene da Vattimo ricondotto alla lotta del dionisiaco contro la ragione come via d’uscita rivoluzionaria dalla società capitalistica. La Kultur, intesa come ‘produzione di simboli non funzionalizzati’ si trasforma in un elemento di resistenza di fronte alla violenza della ratio. La liberazione del simbolico dalle costrizioni della ragione tende allora a trasformarsi nell’interpretazione di Vattimo (che risente delle letture di Marcuse e Bloch) in liberazione reale, in rivoluzione. Secondo Azzarà vi è qui un’ulteriore contraddizione: Vattimo si sforza di distinguere il pensiero ‘genealogico’ dalla dialettica, ma in realtà questo non è nient’altro che una forma di pensiero processuale volto alla costruzione di un ordine nuovo e di una nuova storia.
Secondo Vattimo il fatto che Nietzsche sia comunque un intellettuale borghese fa sì che ciò vanifichi il suo impegno rivoluzionario con elementi nichilisti, d’altro canto anche il movimento socialista sconta la mancanza di un nesso organico con l’avanguardia borghese in rivolta e la rivoluzione comunista resta limitata a una dimensione economicistica e produttivistica. Avendo ereditato il razionalismo hegeliano il movimento comunista rimane all’interno della ratio socratica. È per questo che Vattimo osservando la composizione sociologica del movimento post-sessantottino individua nella ribellione dell’intellettuale borghese una funzione insostituibile. La ‘liberazione del simbolico’ è liberazione dall’autorità di una società caratterizzata dall’interiorizzazione della disciplina produttiva. La contestazione del capitalismo di Nietzsche diventa un complemento imprescindibile e affine a quella di Marx. Come sottolinea Azzarà la messa in discussione dei fondamenti della modernità si trasforma in contestazione rivoluzionaria del capitalismo solo a condizione di identificare la razionalità capitalistica con la ragione moderna in quanto tale.
Per Vattimo Nietzsche è più coerente di Marx in quanto rompe col processo dialettico hegeliano che non è altro che un’espressione delle strutture di dominio. La nozione di volontà di potenza deve essere fatta propria dal comunismo perché viene a coincidere con la decisione rivoluzionaria dell’eterno ritorno intesa come vera e propria rivoluzione permanente. Vattimo fa sua la critica che Nietzsche aveva avanzato alla socialdemocrazia tedesca di fine ottocento estendendola al movimento comunista degli anni ’70 del novecento, ma la contestazione studentesca e le nuove forme che sta assumendo il movimento operaio portano Vattimo a ritenere che la prassi rivoluzionaria sia matura per recuperare gli elementi etici innovativi elaborati all’avanguardia borghese.
Vattimo nella seconda metà degli anni ’70, a partire  da una riflessione sull’ultimo Heidegger e sul concetto di ‘differenza’ di Deleuze, inizierà a mettere in discussione le tesi del Soggetto e la maschera giungendo a ribaltarle completamente negli anni ’80. Una trasformazione, ribadisce Azzarà, che corrisponde a quella di molti altri intellettuali nei confronti dell’idea di una trasformazione integrale della società. La liberazione viene ora intesa come liberazione dai dogmi metafisici, un diverso atteggiamento dello sguardo ermeneutico sul mondo. Non c’è più un soggetto da liberare, l’idea del ‘tramonto del soggetto’ è in realtà il tramonto di ogni idea di trasformazione sociale e di prassi rivoluzionaria. Il mondo può essere liberamente interpretato ma non trasformato. È questo un processo che riguarda tutta la cultura europea e che si manifesta nella contestazione della dialettica (condotta in Francia da Deleuze e Foucault) e che culmina nella “completa rimozione delle contraddizioni reali della società e della vita politica” (p. 139).
La riflessione di Vattimo è strettamente connessa con la realtà storica e per il filosofo torinese non solo il carattere oppressivo dei regimi dell’Europa orientale è la logica conseguenza della filosofia della storia di Marx, ma non esiste un concetto di rivoluzione che non sia violento e che non abbia aspirazioni assolutistiche e totalitarie; il terrorismo non è quindi una deviazione dalla pratica rivoluzionaria, ma è la sua più coerente applicazione fondandosi sull’idea che la storia umana abbia un valore finale da realizzare.
È necessario sottolineare la distanza di Nietzsche da ogni prospettiva dialettica: la storia non ha senso quindi nessuna rivoluzione è necessaria. Inizia a delinearsi il ‘pensiero debole’ come negazione della progettualità storica e della legittimità della trasformazione a opera di un soggetto. Non si tratta più di cercare un significato unitario dell’essere ma accettare la molteplicità dei valori e la possibile pluralità laica delle loro interpretazioni. La cosiddetta ‘liberazione del simbolico’ non istituisce più un mondo nuovo liberato dal dominio, ma dà vita ad un mondo in cui si sviluppano le ‘produzioni simboliche’ come ‘interpretazioni’ dal reale. 
All’interno del nuovo orizzonte costituito dalla postmodernità Nietzsche e Heidegger mostrano la rinuncia all’idea moderna di ‘superamento’ che implica un riferimento a strutture stabili dell’essere tutte interne all’orizzonte ‘fondamentalistico’ e totalitario della modernità. Il postmoderno per Vattimo si delinea ora come esperienza della ‘fine della storia’, il modo di produzione capitalistico si è ormai consolidato come orizzonte epocale stabile. L’idea di superamento è sostituita dall’idea heideggeriana di ‘svolta’ che consiste nel rifiutare l’illusione delle istanze emancipative della modernità. Visto che non c’è via d’uscita dalla ratio si tratta di vivere positivamente la postmodernità apprezzandone la natura di età post-metafisica.
Il problema che Vattimo affronta negli anni ’80, problema che riguarda un’intera generazione di intellettuali, è quello di trovare una via d’uscita dal marxismo con l’approdo al ‘pensiero debole’: la realtà è quella del campo liberale delle differenze e delle pluralità, non bisogna più cercare un ordine nuovo, ma puntare a un ‘ingentilimento’ di quello esistente attraverso la destrutturazione di ogni assoluto. Nietzsche e Heidegger devono aiutare l’intellettuale a sostituire l’affermazione alla negazione e a riconoscersi nella realtà data. La volontà di potenza mostra a questo punto tutta la sua natura ermeneutica interpretativa con il conseguente abbandono della politica e l’approdo a quell’insieme di pratiche sociali (femminismo, liberazione omosessuale, ecologismo, lotta per i diritti civili) che Vattimo interpreta come processi de-strutturanti volti a delineare punti di fuga da ogni egemonia.
Un moto di sorpresa, rileva l’autore, suscita l’ultimo sviluppo del pensiero di Vattimo con la pubblicazione di Ecce comu (2007) dove si afferma che si tratta di ridiventare comunisti. Anche se è più un ‘comunismo’ con un forte retroterra religioso che non un ritorno alla tradizione del materialismo storico, resta il fatto che Vattimo parli della necessità di riappropriarsi dell’eredità di Marx, la cui previsione sulla proletarizzazione della società è oggi evidentemente realizzata. Per Azzarà rimangono ampi margini di ambiguità nella proposta volontaristica e ‘fichtiana’ dell’ultimo Vattimo, ma la sua è comunque una provocazione intellettuale che mostra degli interessanti mutamenti con un imprevedibile processo di radicalizzazione dei ceti intellettuali che sembrano di nuovo tornare a prendere atto delle grandi trasformazioni in svolgimento. Il pensiero debole aveva rispecchiato una posizione, ampiamente diffusa nel mondo intellettuale, volta a dar ragione della riduzione della lotta sociale all’interno del pieno dispiegamento della vittoria del capitale, ora la situazione è cambiata: “La proclamazione della fine della storia, infatti, non ha affatto aperto quella prospettiva di ‘debolezza’ dell’essere come comunicazione infinita e pacifico dispiegamento della natura pluralistica e interpretativa del reale... ma ha semmai sancito l’affermazione di un dominio ancora più forte e ‘totalitario’” (p. 195). Si tratta allora per Vattimo di rivendicare la legittimità del conflitto come unica possibilità di garantire un futuro alla democrazia. Inoltre Vattimo riconosce come il nietzscheanesimo libertario fosse solidale col neoliberismo aggressivo che spiegava la sua forza di fronte alla crisi del welfare state. Più che una radicalizzazione di Vattimo secondo Azzarà siamo di fronte a un grave arretramento della situazione oggettiva, dopo l’annuncio della fine delle verità metafisiche è caduto ogni assoluto tranne la forma dominante del pensiero neoliberale o neoconservatore. Che gli intellettuali di fronte a questa situazione siano costretti a tornare a prendere posizione rappresenta per l’autore una rivincita della dialettica.
Chiude il volume un’intervista con Vattimo che ripercorre tutti i punti rilevanti e le trasformazioni del pensiero del filosofo torinese.


Indice
Nietzsche da destra a sinistra
Il primo incontro di Vattimo con Nietzsche
Nietzsche “rivoluzionario”
Il crollo del mito rivoluzionario e la lettura “ermeneutica” di Nietzsche
Conclusione dialettica: il ritorno della storia
Appendice. Nietzsche, la rivoluzione, il riflusso. Intervista con Gianni Vattimo

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