mercoledì 16 ottobre 2013

Amato, Pierandrea, Miglino, Gianluca (a cura di), Lo stile di Dioniso. La filosofia di Nietzsche nella letteratura tedesca del Novecento

Milano-Udine, Mimesis, 2012, pp. 289, euro 24, ISBN 978-88-5751-233-4.

Recensione di Salvatore Spina - 08/04/2013

Il confronto teorico con una raccolta di saggi scritti da autori diversi comporta sempre delle difficoltà notevoli, riassumibili plasticamente in due direttive di ordine generale. Da un lato, il rischio è quello di allestire un discorso generico che non riesce a dar conto dei particolari offerti dai singoli contributi, dall’altro, la tentazione polare di un’analisi dettagliata dei vari saggi pone in atto il pericolo di non cogliere il fil rouge che li tiene uniti, proponendo così una mera indagine descrittiva fine a se stessa.
La recensione a Lo stile di Dioniso. La filosofia di Nietzsche nella letteratura del Novecento

non sfugge a questa “regola”. E ciò è ancor più comprensibile per un testo su un autore, Nietzsche, la cui porosità concettuale – ma non solo – lo rende “evanescente” per definizione.
Il volume in questione avanza, attraverso un vorticoso e multiforme ventaglio di proposte ermeneutiche, una serie di ricognizioni sulla penetrazione della figura di Nietzsche nella letteratura tedesca del Novecento. Ovviamente, come evidenziato dai curatori del testo, è «superfluo notare che un compito del genere […] è in ogni caso destinato allo scacco» (p. 8). Tuttavia proprio l’impossibilità di circoscrivere e delimitare una volta per tutte l’influenza della filosofia nietzscheana sulla letteratura, e l’arte in generale, a lui successiva, pronunciando così l’ultima parola sull’aporetico rapporto Nietzsche-letteratura, rappresenta lo stimolo per un confronto fecondo con un autore che ha fatto dell’infedeltà – quindi dell’impossibilità di una stabilizzante chiusura – la cifra più propria di fedeltà al pensiero. 
In altri termini, come dimostra il volume che è qui in esame, l’infinita possibilità ermeneutica offerta dai testi nietzscheani, lungi dal rappresentare una impasse storiografica, chiama in causa niente meno che “la cosa stessa del pensiero” [die Sache des Denkens] di Nietzsche.
Lo stile di Dioniso, come appare chiaro dall’introduzione dei curatori – introduzione che ha il grande merito, tra le altre cose, di mostrare l’unitarietà di fondo che soggiace alla molteplicità dei saggi proposti –, presenta due tesi ben definite, che rimandano l’una all’altra reciprocamente.
La prima, facendosi carico di una provocazione teorica di uno dei massimi interpreti nietzscheani, Heidegger, ossia che con Nietzsche la filosofia è giunta nel luogo del suo compimento, in quanto ha esaurito tutte le possibilità che in essa erano inscritte fin dalla sua origine, prova a pensare al di là delle coordinate concettuali proposte dal dispositivo ermeneutico heideggeriano.
Non si tratta di considerare Nietzsche come l’ultimo metafisico, l’ultimo pensatore che ha scavato, con la sua opera, la fossa a quel cadavere di blanchotiana memoria con cui ha a che fare chi si occupa di filosofia oggi. Nietzsche è il primo post-metafisico, filosofo eretico par excellence in quanto «conduce la filosofia oltre se stessa. La lascia insistere sulla soglia della sua estinzione perché possa ancora, nell’età della morte di Dio, cioè nel tempo in cui si corrode la validità di qualsiasi principio assoluto, esistere» (p. 7).
Proprio nel solco scavato da questa provocazione concettuale si inseriscono i saggi che compongono il testo qui in analisi. Se la filosofia, per essere tale, deve presupporre, seppur spesso ciò accada via negationis, il nesso tra la verità e la possibilità della sua estrinsecazione – della sua dicibilità – appare, dunque, evidente che nell’epoca in cui la filosofia giunge nello spazio della sua estinzione è necessario individuare un modo diverso di “comunicare” la verità stessa.
Quando la lingua dei filosofi, l’armamentario retorico che ha caratterizzato per più di due millenni la storia dell’occidente, non ha più nulla da dire sul mondo e sull’uomo, si spalanca lo spazio per una rilocalizzazione del nesso tra la verità ed il “linguaggio” che se ne fa interprete. Heidegger, nei suoi Contributi alla filosofia (1936), delineando un pensiero non più caratterizzato metafisicamente e inaugurando un periodo di scrittura per molti versi affine allo stile aforistico nietzscheano – non dimentichiamo che appartiene agli stessi anni (1936-46) il confronto serrato con il pensiero di Nietzsche –, scriveva: “Il tempo dei sistemi è finito”.
In virtù di queste premesse teoriche si comprende la grande diffusione del pensiero nietzscheano, a-sistematico per definizione, all’interno degli spazi concettuali tracciati dalle avanguardie artistiche della prima metà del Novecento: «quando la filosofia non parla più la sua lingua – la lingua dei filosofi – ma un’altra lingua – sublime, poetica, indicibile – la filosofia indossa una nuova maschera, lasciando affiorare altre illimitate possibilità di nominare l’evanescenza delle cose» (p. 7).
In altri termini, lo stile di Nietzsche, e con ciò anche il suo pensiero, condensa la possibilità di considerare il compito epocale della filosofia al di là della filosofia stessa. È proprio per rimanere fedele a se stessa, ossia per nominare quel nesso inestricabile tra la verità e la sua dicibilità, che la filosofia deve tradirsi e “disperdersi” così nei mille rivoli dell’arte e della letteratura. In breve: solo una risemantizzazione della filosofia, al di là della filosofia stessa, offre la chance per la sua salvaguardia.
Lo stile di Dioniso segnala, attraverso i vari saggi che ne compongono la tramatura, il rapporto aporetico e, dunque, inesauribile tra la filosofia nietzscheana e la letteratura – ma non solo – tedesca del Novecento. Proprio in virtù di questo rapporto complesso e dal “mostruoso parto” che ne deriva si innestano una serie di problematiche che, andando al di là del discorso estetologico ed individuando in Nietzsche lo spazio concettuale di violente battaglie ideologiche, rimandano al cuore di questioni fondamentali per la storia e l’identità tedesca del Novecento (basti pensare ai due saggi conclusivi del testo – quello di T. Körber e quello di S. Maffeis – nei quali viene analizzata la diversa ricezione di Nietzsche nella Repubblica Federale Tedesca e nella DDR).
La seconda tesi forte che innerva il testo va in direzione opposta alle considerazioni testé evidenziate, seppur a partire da presupposti pressoché identici. Se fino al 1989 nel nome di Nietzsche in Germania venivano combattute delle vere e proprie battaglie ideologiche, oggi, nell’epoca della fine delle grandi narrazioni, la «funzione effettiva di Nietzsche nella produzione letteraria in lingua tedesca risulta sostanzialmente ininfluente» (p. 9).
Nello spazio concettuale e politico in cui domina la conciliazione, e la differenza che genera differenza è considerata l’anomalia da riportare all’ordine della medietà, dando origine così al dominio dell’in-differenza, Nietzsche, il filosofo ‘polemico’ per eccellenza, diventa ingombrante e, dunque, viene accantonato. 
A partire da questa premessa Lo stile di Dioniso propone «un’elaborazione genealogica forse capace di contribuire a un’interrogazione delle ragioni che presiedono all’evaporazione di Nietzsche nello stile tedesco» (p. 10).
Nel recensire un testo collettaneo solitamente si dovrebbe rimanere “neutrali” nei confronti dei vari testi che lo compongono; tuttavia in questa sede mi permetto di rinviare ad un saggio che non a caso i curatori pongono in appendice al volume: mi riferisco a La voce del pensatore di Durs Grünbein, uno dei più importanti poeti tedeschi contemporanei.
Questo saggio, che non è stato pensato espressamente per questo volume e riporta, invece, la traduzione di un discorso tenuto dall’autore nell’agosto del 2004, dimostra come il “caso Nietzsche” non possa essere considerato come una mera questione storiografica. Nell’epoca della fine della storia, dell’esaurimento di ogni conflitto, Nietzsche rimane ancora «un punto interrogativo ambulante» collocato «ai margini della società» (p. 284), che, proprio in virtù dell’ineffabile portata poetica delle sue opere, pone instancabilmente il pensiero di fronte ad una provocazione concettuale continua. 


Indice

Introduzione (P. Amato e G. Miglino)

La rivoluzione per l’elementale. Nietzsche e l’espressionismo (P. Primi)
La chiarezza della distruzione. Appunti su Nietzsche e Hofmannsthal (M. Rispoli)
La magia dell’estremo e la magia del centro. Nietzsche secondo Salomo Friedlaender/Mynona (D. Thiel)
Selbstüberwindung. Thomas Mann, Nietzsche e la dialettica dell’illuminismo (G. Miglino)
Il suddito di Heinrich Mann, o Nietzsche contra Nietzsche (S. Sbarra)
Scrivere con le zampe. Il bestiario di Kafka e Nietzsche (C. Caradonna)
La «passione dei suoni» Nietzsche e Rilke (D. Liguori)
Nichilismo e vita. Il problema della forma tra Nietzsche e Jünger (P. Amato)
La ricezione di Nietzsche nella Germania occidentale (T. Körber)
(Ri)appropriazioni. Nietzsche nella DDR e nella Germania riunificata (S. Maffeis)

Appendice. La voce del pensatore (D. Grünbein)

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