lunedì 14 ottobre 2013

Freud, Sigmund, La questione dell’analisi laica

a cura di Antonello Sciacchitano e Davide Radice, Milano-Udine, Mimesis, 2012, pp. 124, euro 14, ISBN 978-88-5750-979-2.
[ed. or. Die Frage der Laienanalyse – Unterredungen mit einem Unparteiischen, Wien, Internationaler Psychoanalytischer Verlag, 1926]

Recensione di Raoul Frauenfelder - 24/11/2013

La riproposizione del testo in traduzione italiana a cura di Antonello Sciacchitano e Davide Radice nasce dall’esigenza di rispondere ad una questione ancora aperta in psicanalisi. In quest’opera del 1926 Freud tenta di definire, ed in certa misura argomentare, la necessità di una analisi “laica” (Laienanalyse), ovvero una analisi esercitata da non medici. La questione riguarda lo statuto stesso della psicanalisi ed il suo rapporto con le istituzioni. 
Il compito di traduzione e commento è nato dall’esigenza di una traduzione maggiormente fedele alle sfumature insite

al linguaggio freudiano e talvolta tralasciate dai traduttori italiani che si erano precedentemente confrontati con tale testo; non a caso la traduzione italiana di Laienanalyse con analisi laica viene introdotta per la prima volta in questa edizione. L’importanza che essa riveste non va attribuita esclusivamente ad un interesse filologico nei confronti dell’originale tedesco, ma fa segno verso la carica rivoluzionaria rintracciata dai curatori nella laicità della pratica analitica. Tale laicità sembra costituire l’unica strada per un’analisi effettivamente emancipata, dunque è essenziale per il futuro della psicanalisi e va salvaguardata. 
Il testo si snoda sotto forma di dialogo tra Freud ed un “imparziale” la cui figura, con tutta probabilità, è stata ricalcata sulla personalità di un funzionario governativo coinvolto nel caso Reik. Freud, nel Poscritto del ’27, sostiene infatti di aver consegnato al funzionario austriaco una perizia privata sul caso e di aver scambiato con esso alcune battute in merito al ruolo della psicanalisi ed alla necessità di una sua regolamentazione. Nel dibattito psicanalitico dell’epoca non vi era uniformità di giudizio rispetto alla liceità dell’analisi laica, inoltre ad incrementare le differenti vedute contribuivano le molteplici legislazioni in merito. In Germania e negli Stati Uniti la legge consentiva la pratica analitica anche a coloro i quali non possedevano titoli adeguati all’esercizio della professione medica. Tali guaritori o ciarlatani, seguendo il doppio senso di Kurpfuscher, si assumevano piena responsabilità delle loro azioni ed erano tenuti a comparire dinanzi alla legge solo nel caso in cui avessero arrecato danni ai soggetti sottoposti ad analisi.
 A Vienna invece la legge non tollerava affatto l’esercizio dei non medici, ai quali era interdetta la cura analitica. 
Per questo Freud sottolinea nell’Introduzione al testo che il dibattito analitico del primo Novecento era fortemente influenzato dal contesto, divenendo da un lato puramente accademico (nei paesi in cui agli analisti laici veniva concesso di esercitare), pratico invece laddove era loro proibito. 
Lo scritto di Freud si inserisce quindi in un contesto che impedisce ai laici di mettere a frutto le conoscenze e le esperienze acquisite presso le società psicanalitiche a partire da una legge che deve essere modificata. Vi è dunque l’esigenza di modificare il contesto culturale in cui operano gli analisti, istruendo gli imparziali circa la natura della psicanalisi. 
La matrice originaria del pregiudizio nei confronti dell’analisi laica va cercata nell’erronea equiparazione tra psicanalisi e medicina. Poiché i soggetti affetti da nevrosi sono ritenuti malati e la psicanalisi è la terapia per uscire dalla nevrosi, si è dedotto che solo ai medici dovesse essere affidata la loro cura. Tuttavia, sostiene Freud, vi sono delle eccezioni che la legge, essendo estremamente semplicistica, non contempla. Testimonianza ne è l’assoluzione del non medico Theodor Reik. L’assunto di Freud si basa sul fatto che i “nervosi” non siano equiparabili agli altri malati, per questo una formazione medica non sempre è la più adeguata per curarli, a differenza di alcuni laici che hanno seguito un’apposita formazione ed hanno acquisito una notevole esperienza pratica. Tale stato di cose poggia, e questo è un limite per i due curatori, sul dualismo ancora operante in Freud tra Körper e Seele, cioè tra il corpo meramente materiale, inanimato, e la psiche. I medici sarebbero infatti addetti alla cura somatica, mentre per malesseri psichici sono necessarie altre tipologie d’intervento. Coloro i quali sono addetti alla cura delle anime si distinguono in preti e psicanalisti. Freud si trova a dover fronteggiare le numerose obiezioni dell’imparziale, tra cui quella secondo cui non vi sarebbe grande differenza tra l’analisi e la confessione cattolica. In effetti Freud stesso mette in relazione le due pratiche, dal momento che entrambe sono rivolte alla cura psichica, con la sola eccezione che la psicanalisi cura le anime mondane. La differenza passa attraverso l’inconscio. Il modello della confessione resta ancorato al pregiudizio filosofico secondo cui si esprime verbalmente solo ciò di cui si è coscienti. Tale assioma tra psichico e cosciente è ciò che la distingue dall’analisi. L’analista conduce il malato lungo un percorso che porta quest’ultimo a dire più di quel che sa, lasciando emergere la parte inconscia della sua sfera psichica. L’inconscio, con l’effetto a ritardo, costituiscono per i curatori il fondamento della struttura scientifica del testo sull’analisi laica. Dunque anche per questo si allontana dalla medicina; essa diverge dalla psicologia scolastica che ignora l’inconscio, puntando tutto su fisiologia ed analisi quantitative. Essa si è fermata all’opinione comune secondo cui ciò che sfugge alla coscienza non possa rientrare tra gli atti psichici e dunque non sia oggetto della psicologia; ciò porta però, secondo Freud, ad ignorare l’insieme di stadi preliminari del pensiero di cui il soggetto non sa nulla, può solo «retrospettivamente (Nachträglich) rendere coscienti queste formazioni preparatorie del pensiero, come in una ricostruzione» (p. 40). Tale diversificazione funzionale obbliga dunque a parlare di «apparato psichico», al cui interno ogni parte è «in una relazione spaziale stabile […] c’è un “davanti” e un “dietro”, un “superficiale” e un “profondo”» (p. 36). In posizione più avanzata, quindi la più superficiale, si trova l’Io, cioè l’organizzazione psichica volta a mediare tra gli stimoli provenienti dal mondo esterno e la motilità del soggetto. Alle sue spalle, più in profondità, vi è l’Es ossia il profondo, «lo psichico vero e proprio» (p. 39). Per spiegare all’imparziale il rapporto che intercorre tra essi, Freud ricorre ad una metafora bellica: «Pensi alla differenza tra il fronte e le retrovie così come è andata formandosi durante la guerra. Non ci meravigliammo allora che al fronte le cose andassero diversamente che nelle retrovie, dove erano permesse molte cose proibite al fronte. L’influenza determinante era esercitata dalla vicinanza del nemico. Ma per la vita psichica, determinante è la vicinanza del mondo esterno» (pp. 38-39). Tale descrizione permette di addentrarsi nel quadro pulsionale tracciato da Freud, ritenuto, dai curatori del volume, assolutamente non scientifico in quanto la nozione freudiana di pulsione (Triebe) rimanda alla causalità aristotelica, efficiente (sessualità) e finale (morte), piuttosto che alla biologia del suo tempo. Ad ogni modo l’Io farebbe da tramite nel rapporto tra le pulsioni cieche provenienti dall’Es e le resistenze ad esse imposte dal mondo esterno. Esso differisce la soddisfazione delle pulsioni, soprattutto quando la soddisfazione minaccia di arrecare danno al soggetto; subordinando così il principio di piacere al principio di realtà. Quando l’Io non è più in grado di guidare le pulsioni, rompendo l’equilibrio con l’Es, insorge uno stato patologico. Ciò accade quando un Io non sufficientemente strutturato subisce una forte spinta pulsionale. Incapace di opporsi ad essa decide di scappare, operando una rimozione della pulsione. In tal modo rinuncia al potere futuro su quella pulsione, che da par suo continuerà a cercare soddisfazione irrompendo attraverso altri processi psichici, generando la nevrosi che l’analisi si prefigge di curare restituendo all’Io il dominio sull’Es. All’analista spetta quindi il compito di guidare l’analizzante verso il rimosso, superando le resistenze che quest’ultimo oppone. L’arma più efficace a disposizione dell’analista è l’influenza personale, la quale conduce il paziente al transfert con l’analista, cioè «trasferisce sull’analista atteggiamenti psichici già pronti in lui, che erano intimamente connessi con l’insorgere della nevrosi. […] Quel che ci mostra è il nucleo della propria biografia intima. In tal modo, invece di ricordarlo, lo riproduce concretamente come se fosse attuale» (p. 78). 
Nella parte centrale del testo Freud ha quindi riassunto aspetti fondamentali della teoria psicanalitica per mostrare all’imparziale come la psicanalisi, in quanto “scienza nuova”, si differenzi nettamente dalla medicina. Essa infatti, avendo come oggetto lo «psichicamente inconscio», necessita di una formazione peculiare, non comparabile allo studio della medicina. Quest’ultima si è sempre mossa alla ricerca di fatti oggettivamente osservabili per spiegare le patologie; gli stessi psichiatri approcciano i disturbi psichici cercandone le cause nell’alterazione dello status neurofisiologico. Non a caso gli sviluppi in campo psicologico tra XIX e XX secolo hanno riguardato per lo più la fisiologia delle sensazioni. Il proibizionismo austriaco rispetto all’analisi laica viene per questo giudicato da Freud come inadeguato ed ingiusto; esso interdice dall’analisi i membri non medici delle associazioni psicanalitiche, formati e con esperienza, per favorire l’accesso a medici talvolta assolutamente privi di competenze analitiche. Questi ultimi, non considerando a sufficienza i fattori psichici della nevrosi, non curano la patologia e sono dannosi per il futuro dell’analisi. Essi, scrive Freud, sono dei ciarlatani psicologici (Kurpfuscher); il che non deve avere come conseguenza l’allontanamento dei medici dalla psicanalisi. Numerosi allievi di Freud provenivano da una formazione medica, inoltre egli stesso ha ammesso, nel confronto con l’ascoltatore imparziale, l’esistenza di un certo vantaggio del medico sul laico nell’analisi: «Questi miei allievi possono essere influenzati da certi fattori che nella pratica analitica assicurano al medico un indubbio vantaggio sul laico» (p. 96). Tale vantaggio interviene qualora non si riesca ad attribuire con certezza la nevrosi a cause psichiche, anziché somatiche. La diagnosi differenziale può essere condotta solo da un medico; l’unico ad avere le competenze necessarie per costatare la natura psicogena o meno di una patologia. Seppure i dubbi circa la genesi della patologia sopravvenissero in corso d’analisi, il risultato sarebbe il medesimo. Infatti sia l’analista medico che il laico sono tenuti ad abbandonare l’analisi per rivolgersi ad un medico esterno, il quale valuterebbe lo stato di salute somatica del paziente al di fuori di ogni relazione con esso. Freud sconsiglia all’analista, anche se medico, di effettuare direttamente l’esame fisico del paziente qualora esso viva una relazione di transfert. Una volta accertata la genesi psichica della patologia scompare nuovamente ogni distinzione, in analisi, tra medico e laico.
Tale stato di cose testimonia quindi la distanza dell’analisi dalla medicina; essa non consiste unicamente in una pratica terapeutica, per questo va salvaguardata da un possibile riassorbimento nella psicologia, anzi ne va allargato il raggio d’azione. La psicanalisi ha l’opportunità di esplodere nelle altre scienze, divenendo decisiva per l’indagine circa l’origine della civiltà e delle istituzioni. Inoltre, nella postfazione, scritta un anno dopo la Questione dell’analisi laica, Freud indica la necessità di avere al fianco di analisti medici anche analisti umanisti. Non offre una spiegazione sufficiente la decisa presa di distanza dai laici nel mondo psicanalitico statunitense; essa infatti risulta da un problema pratico contingente, legato alla superficialità di molti analisti laici che con i loro errori arrecano danni all’analisi in generale. Ne indica quindi l’utilizzo per scopi puramente conoscitivi ed in pedagogia. Per tali scopi occorrono analisti la cui preparazione medica non è fondamentale. L’importante è che essa corregga la pressione che la società esercita sui singoli, facendone dunque uno strumento contro la nevrosi civile. Il lavoro analitico conduce al guadagno scientifico, perché è cura che non cura; perché in essa opera un nesso, Junktim, tra cura e ricerca. Freud scrive: «Sin dall’inizio in psicanalisi è esistito un legame inscindibile tra cura e ricerca (Ein Junktim zwischen Heilen und Forschen). La conoscenza portava al successo. Non si potevano fare trattamenti senza imparare qualcosa di nuovo. Non si otteneva alcun chiarimento senza sperimentarne l’effetto benefico. Il nostro procedimento analitico è l’unico che conserva questa preziosa coincidenza» (p. 115), in un rapporto continuo tra acquisizione di conoscenza e cambiamento; oltre l’idea di conoscenza come adaequatio e di psicanalisi come ripristino di uno stato di salute originario, modificatosi in seguito alla malattia.
A tal fine Freud pone la necessità di non inibire l’analisi, di non negarle le ulteriori possibilità di sviluppo con regolamentazioni preventive e sintomatiche. 


Indice

Prefazione dei traduttori
Ringraziamenti
Introduzione
Capitolo I
Capitolo II
Capitolo III
Capitolo IV
Capitolo V
Capitolo VI
Capitolo VII
Poscritto alla questione dell’analisi laica (un anno dopo)
Variante del poscritto
Bibliografia

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