venerdì 13 dicembre 2013

Garaventa, Roberto, Per una riforma radicale della chiesa. Con Hans Küng oltre Joseph Ratzinger

Napoli-Salerno, Orthotes, 2013, pp. 112, euro 10, ISBN: 978-88-97806-30-1.

Recensione di Daniele Iannotti - 17/08/2013

Maneggiare questo agile volume, in tempi come questi, non è operazione semplice, né scontata. L’analisi che qui viene proposta con straordinaria lucidità pone in luce uno sguardo sociologico e storico sull’istituzione ecclesiastica, accanto alla trattazione di alcuni nuclei teologici decisivi per l’incontro-scontro con il XXI secolo.
L’autore, in effetti, cerca di mostrare che cosa sia la Chiesa cattolica oggi attraverso la disamina di tutte le incrostazioni storiche che l’istituzione si è attribuita in modo più o meno coerente col dettato evangelico;

 tra di esse, in realtà, si cerca di vedere che cosa possa essere mantenuto e che cosa invece vada riformato (parola decisiva in questo contesto) per permettere alla stessa di sopravvivere ai cambiamenti e alle sfide del tempo corrente, e anche alla concorrenza religiosa di altre confessioni cristiane – a proposito delle quali il dialogo va reimpostato proprio centrando nuovamente l’idea stessa di cattolicità e il ruolo teologico e politico del Pontefice. 
L’operazione è certamente ambiziosa, perché viene intrapresa attraverso una lettura critica dell’opera del teologo H. Küng, a sua volta voce autorevole, seppur non maggioritaria, nel quadro polifonico che emerge nel dibattito dentro e fuori l’organo “Chiesa cattolica”.
L’inizio di questa trattazione si apre nell’Introduzione al volume, quando l’autore si interroga circa le conseguenze che le dimissioni del Pontefice Benedetto XVI comporteranno nella Chiesa, da molteplici punti di vista, essendo il Papa guida spirituale e autorità assieme teologica e politica. Conseguenze queste che vanno oltre l’immediata elezione del suo successore e ai rapporti che il “Pontefice emerito” potrà e vorrà intessere con lui, magari influenzandolo. 
In queste pagine, Garaventa si mostra molto critico nei confronti del magistero di Papa Ratzinger, il quale è in continuità con le posizioni già espresse da cardinale, poi confluite, come è noto, nel pensiero di Giovanni Paolo II e nelle sue encicliche. 
È necessario sottolineare che il testo, dato alle stampe prima dell’elezione al “soglio petrino” di Papa Francesco, evoca tutte quelle direttrici attraverso le quali il cammino della Chiesa dovrebbe avviarsi per poter di nuovo risplendere della luce dell’annuncio; essa è offuscata da scandali, mal governo (anche di meri strumenti quali lo IOR) e da una chiusura dottrinale che va di pari passo con lo stile di vita distaccato e mondano che larga parte del clero ha adottato. Chiaramente, queste indicazioni passano per una attenta esegesi del testo sacro – e qui il confronto con Ratzinger teologo è decisivo – ma anche e soprattutto per una riforma radicale in senso politico e giuridico della Chiesa. Il teologo Küng, infatti, insiste sulla necessità che vi sia una riforma reale della Chiesa, in quanto “non un mero adattamento acritico alla modernità, ma […] un ascolto del messaggio cristiano originario all’altezza dei tempi” (p. 16). In quell’aggettivo sostantivato “originario” si colloca non una puerile rivendicazione pauperistica, quanto piuttosto un ritorno al Cristianesimo delle origini, scevro da complicazioni politiche e sociologiche e molto più “leggero” rispetto a dogmi che sono, a giudizio dell’autore e del teologo Küng, di dubbia aderenza col messaggio consegnato da Cristo. Il “primato” papale, quindi, con tutto il carico dogmatico e di diritto canonico che gli è stato attribuito nei secoli, va rimesso in discussione, riportando la figura del vescovo di Roma al livello di un primus inter pares, quale appunto era nella Communitas dei primi secoli (cfr. pp. 15-16). A giudizio di chi scrive, tuttavia, occorrerebbe maggiormente interrogarsi, anche alla luce delle evidenze storiche, su quale sia stato il vero stato della primitiva cristianità; essa era certamente molto meno arricchita di dogmatica postuma, ma siamo realmente sicuri che fosse quella comunità quasi idilliaca minacciata solo dalle persecuzioni? La lotta delle eresie ha certamente comportato uno sviluppo e un allontanamento dalla semplicità del messaggio e dei riti originari (immediatamente successivi alla morte di Cristo). Ma non è questa la sede per apporre tali argomenti.  
Tornando al presente volume, possiamo dire che accanto a questo lavoro “per togliere” si presenta un lavoro “per aggiungere” che possa inerpicarsi lungo il difficile sentiero della guida dei fedeli in una modernità sia con i suoi caratteri di mostruosità, ma anche con le sue domande sull’etica, sulla morale sessuale ecc.; questo lavoro, inoltre, deve necessariamente passare per una seria riconsiderazione del ruolo delle donne che scavalchi la condizione attuale e, infine, concretizzarsi in uno sforzo per rendere la Chiesa davvero cattolica e quindi meno “euro-centrica” (cfr. 13-15) rinforzando l’azione e forme di autonomia del clero locale.


Il primo capitolo, infatti, si apre con una domanda impressa nel titolo: “Immutabilità della tradizione cattolica?”. In queste pagine, memori degli insegnamenti di Küng (specie nel testo: Salviamo la chiesa, Milano 2011), vengono analizzati i concetti stessi di tradizione e di testimonianza, dai quali e per i quali la Chiesa di Roma trae molta parte della legittimità del proprio magistero e della propria organizzazione politico-istituzionale, spesso con grave nocumento per il messaggio evangelico. Infatti la tradizione, anche per Benedetto XVI,  “coincide con la verità ” (p. 23). Il libro ripercorre in questo capitolo un interessante e ben articolato excursus su come si sia evoluta la Chiesa di Roma, in relazione alla crescente caratterizzazione politico-monarchica, specie dopo la “riforma gregoriana”, la quale allontanò definitivamente Roma dall’oriente bizantino – preparando poi la strada a quelle deformazioni dalla cui incubazione si genererà la “Riforma” di Lutero. 
Dogmi tardivi come quello della Immacolata Concezione e dell’infallibilità papale trovano una scarsa, se non alcuna, giustificazione in termini di Scrittura e fondamento, invece, in quella teologia della tradizione molto “romano-centrica”. 
Certo, la domanda sorge spontanea nelle menti di chi legge: quanto ha senso parlare di novità nella Chiesa cattolica? Si potrebbe rispondere che il materiale da riformare è sempre quello, il Verbo rivelato, il quale può “solo” essere accuratamente riletto con gli occhi e le esigenze della modernità, senza snaturarlo o senza svenderlo per essa. Küng sostiene, in rotta con l’amico divenuto Pontefice, che l’unico criterio di verità è il Vangelo stesso (p. 25, cfr., H. Küng, Teologia in cammino, Milano 1987, p. 140). Qui però si apre la vexata quaestio di quale criterio esegetico occorra seguire, perché molto spesso lo storicismo offusca la vista e l’esegesi letterale diventa troppo “esclusivista”. 
Ha senso, poi, introdurre istanze di democrazia (politica) in una istituzione che per definizione è (divenuta) verticistica? È comunque storicamente evidente il fatto che il progressivo assorbimento di prerogative e titoli imperiali (e pagani) si sia sviluppato solo nell’occidente latino – per ovvi motivi – e che quindi sia ormai ingestibile in un mondo post-medievale, in cui non ha più senso la continuità con l’impero (cfr. p. 27). I caratteri di monarchia (assoluta) elettiva e senescente avevano significato in un mondo che militarmente, oltre che culturalmente, accerchiava l’esistenza stessa della Chiesa, insidiando la testimonianza che essa rendeva nel mondo. 
Diverso, invece, appare il discorso per quanto concerne l’amministrazione della Chiesa e la cura della anime; ma su questo terreno, come per il precedente, è inevitabile il confronto col mondo protestante sul quale torneremo in seguito.


Il secondo capitolo è incentrato sul confronto con Joseph Ratzinger. L’autore giustamente sottolinea come siano presenti elementi di affinità (per esempio, il contesto di provenienza) e anche profonde differenze non solo biografiche quanto piuttosto di impostazione culturale. Entrambi sostengono una teologia che si fondi “sulla scrittura, sui padri e su un pensiero storico ” (p. 49), però l’ex Pontefice è il sostenitore di una teologia che non è sensibile alle “deviazioni” storiche, ammettendo un percorso parallelo tra tradizione e Scrittura. Mentre, invece, Küng introduce l’elemento critico sia nell’approccio alla Scrittura (Ibidem) sia in quello verso Cristo, che è sempre prima Gesù di Nazareth, quando per Ratzinger è vero il contrario (cfr. p. 52 e ss.). Importantissima è la nota 59 (p. 67) con la quale Garaventa illustra il metodo storico-critico a “fasi alterne” col quale, secondo lui, Ratzinger ha affrontato la stesura nel 2007 del suo libro su Gesù di Nazareth, mettendo tra parentesi la questione della storicità tutte le volte che introduceva un vulnus al corpus dogmatico esistente (ad esempio, storicità dei Vangeli, ecc).
Altro elemento di differenza è senza ombra di dubbio la visione che il “Papa emerito” ha della modernità (p.59), la quale cinge d’assedio la Verità con il relativismo dilagante e con la “dittatura dell’io”; la quale, come egli ha rimarcato anche con la travagliata vicenda dalle sue dimissioni, ha traviato anche il concetto stesso di servizio pastorale che il teologo ha in mente. Come dargli torto? Ma la modernità è non soltanto questa mortificazione dell’aspetto comunitario e del trascendente; è qui che forse la rottura tra i due massimi teologi si fa più radicale, perché concerne il rapporto che la Chiesa universale ha tanto col presente quanto col futuro. È dunque necessario, per reinterpretare la cattolicità stessa della Chiesa cattolica, sostantivare quell’universale a cui essa tende non solo eliminando le storture storiche, ma anche aprendosi a questa modernità che si sta rapidamente “de-ellenizzando” (p. 66), che cioè si sta scristianizzando sempre di più – avendo il Cristianesimo a suo tempo totalmente assorbito gli schemi concettuali del mondo greco. Non basta più “l’apologia” dell’obbedienza (p. 69), sostiene Küng. Perfino le conquiste più forti del Cristianesimo sono ridotte, come sostenne spesso Benedetto XVI, a una vaga e astratta forma di filosofia (direi senza Sophia), perdendo quel carattere di rapporto sostanziale col mistero dell’invisibile e della Rivelazione.  
Il pregio di Benedetto XVI è quello di creare una “forte identità simbolico-religiosa” (p. 70), mentre la forza di Küng è quella di tutte le aperture, perché guardano alla possibilità e anche al fallimento, specie se le resistenze sono ancora tante.


L’ultimo capitolo, infine, rappresenta una suggestiva interlocuzione tra H. Küng e K. Barth, raffinatissimo teologo protestante; chiaramente, essi prendono le mosse dallo “stato dell’arte” dei due approcci. Il limite di certo protestantesimo (specie ottocentesco), riscontrato da entrambi, è stato infatti quello di mescolarsi troppo con la modernità fino alla quasi totale passività etica e pratica nei confronti, per esempio, dell’avvento del nazionalsocialismo. Barth, invece, propone la risposta della sua “teologia dialettica” che rifiuta una troppo cattolica analogia tra Dio e l’uomo e che trova la conciliazione, l’incontro (la sintesi) in Cristo (cfr. p. 79). In realtà, l’analogia entis è una acquisizione spuria del cattolicesimo, derivata anche da forme di pietà popolare. Il vero cattolicesimo è per il teologo restio a quest’ultima. Se è universale (quindi cattolica), una teologia deve orientarsi solo a Cristo, vera ed unica parola del Signore. Questo merito della ritrovata centralità nella cristologia di Barth è riconosciuto da Küng.
Le pagine seguenti si intrecciano in analisi molto dense, le quali attraversano il cuore delle distinzioni teologiche che separano la galassia protestante dalla cattolicità (la quale a sua volta non è un monolite). Qui il teologo cattolico propone delle possibili sintesi, come per esempio attorno al tema della grazia e della giustificazione. La grazia non è posseduta come propria qualità dall’uomo, come vorrebbe un certo cattolicesimo della Controriforma, ma è sua solo in quanto dono di Dio – grazia eccedente – con cui Egli favorisce colui cui la destina; allo stesso modo, la grazia è unità di un dono che ci è dato da Cristo, anche se correttamente (secondo Küng) la teologia cattolica ha inteso sottolineare le varie modalità attraverso le quali essa opera nell’uomo, al contrario di quanto sosteneva Barth (p. 87). Grazia che in primo luogo è perciò data da Cristo sulla “Croce” e che contemporaneamente (“coestensivamente”) salva l’uomo (Ibidem). 
Sulla base di questo immenso dibattito e confronto tra i due teologi, non arroccati nelle loro posizioni, possiamo sostenere, per Küng, una sintesi teologica che il testo di Garaventa articola nei seguenti punti: a) la Bibbia è un documento non totalmente umano che rimanda a una trascendenza irriducibile, che l’uomo deve “riconoscere, comprendere e professare”; b) l’uomo è esortato a qualcosa di più rispetto a una mera “interpretazione neutrale” del messaggio; c) il compito della Chiesa è proclamare questo annuncio senza compromessi con la peggiore mondanità, affinché l’uomo possa “affidarsi” a esso; d) la centralità di Cristo rispetto ad ogni altra concezione (pp. 99-100).  
Il testo si conclude a p. 106 con l’auspicio del teologo cattolico, il quale si augura che la teologia possa prendere le mosse dal dato biblico, avendolo però prima studiato con metodo storico-critico; occorre praticare questo passaggio con un raggio di azione che si estenda verso tutti i dogmi cattolici o cristiani in genere. La necessità che si staglia dietro a queste considerazioni appare dunque duplice: in primo luogo creare un humus attorno al quale possa darsi di nuovo la comunione tra le chiese; secondariamente, evitare che il Cristianesimo depurato degli orpelli medievali faccia di ciò che “resta”, ossia Cristo, l’equivalente di un mito anti-moderno.
È un libro dunque molto interessante, che offre stimoli per la riflessione molto circostanziati, cercando di porre la questione del futuro del Cristianesimo tutto, oltre che della Chiesa cattolica, al di là delle avverse condizioni nelle quali ora “naviga la barca di Pietro” tra i flutti di una modernità che non la comprende e spesso non la vuole.


Indice

Introduzione;
UNO. Immutabilità della tradizione cattolica?
DUE. Hans Küng a confronto con Joseph Ratzinger;
TRE. Hans Küng a confronto con Karl Barth;
Indice dei nomi

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