mercoledì 16 aprile 2014

Ferraris, Maurizio, Lasciar tracce: documentalità e architettura

A cura di Federica Visconti e Renato Capozzi Milano-Udine, Mimesis, 2012, pp. 93, euro 10, ISBN 978-88-5750-990-7.

Recensione di Giuseppe Malafronte – 03/10/2013

Il testo di Maurizio. Ferraris pone al centro la discussione sull’architettura, l’arte che per antonomasia è più legata a ciò che egli definisce “documentalità”, cioè la necessità, puramente umana, di lasciar tracce. Il libro raccoglie la Lectio Magistralis tenutati a Napoli il 19 gennaio 2011 nella Facoltà di Architettura dell’Università Federico II. La scelta dei curatori è stata quella di pubblicare la relazione nella sua forma puramente discorsiva, lasciando spazio, anche nel testo, agli interventi e alle domande ma, soprattutto, non snaturando il discorso tenuto dal professore torinese.

Nel leggere quindi questa piccola, ma preziosa, opera non si potrà prescindere dal carattere occasionale dello scritto e dalla forma orale in cui è stata pensata e presentata.
L’approccio di Ferraris al problema dell’architettura è quello filosofico, non essendo lui, per sua stessa ammissione, né un esperto in materia né un teorico: il punto focale analizzato nella lectio sarà «il nesso che c’è tra l’architettura e i documenti» (p. 20).
Si parte proprio dal concetto di arte e di opera d’arte che, sempre più distante dal contesto in cui si è realizzata o lo scopo per cui la si è fatta, resta a disposizione del fruitore in quei contenitori anonimi che sono i musei. Eppure proprio negli ultimi decenni anche questo contenitore è divenuto oggetto di riflessione e di arte, gareggiando con le stesse opera in esso contenuto: «il Museo è diventato uno degli ambiti elettivi nei quali l’architettura si mette alla prova» (p. 25).
L’architettura degli ultimi decenni ha, così, fatto un ideale percorso verso la sua affermazione come arte che, però, deve fare i conti, differentemente dall’opera arte pura, con la funzionalità.
Per comprendere il rapporto tra architettura, funzionalità ed estetica Ferraris si dedica all’analisi di quella «specie di architettura su scala ridotta» (p. 25) che è rappresentata dal Design. Il design, alla ricerca ossessiva di un canone di bellezza estetico univoco, spesso rinuncia alla vocazione pratica degli oggetti: così scompare il pulsante dell’accensione dai televisori oppure i pulsanti degli ascensori diventano un enigma insolubile per i fruitori. Si apre difatti una spaccatura per cui sembra che «mentre la ricerca di bellezza è molto forte all’interno del discorso architettonico (Architettura e Design) invece, in maniera assai curiosa, assistiamo a un fenomeno in controtendenza nell’arte visiva, che proclama esplicitamente di non cercare la bellezza» (p. 30). Questo fenomeno, secondo il professore torinese, è dovuta alla pura gratuità dell’arte visiva – pittura o scultura che sia – che, anzi, viene pagata per essere esposta nei musei, mentre le arti che devono “essere comprate” in massa – quali gli oggetti di design ma anche il cinema e la letteratura – cercano di essere appetibili a un pubblico quanto maggiore possibile. L’arte visiva degli ultimi decenni non ha più il canone della bellezza come suo fine ultimo, si pensi alle opere di Duchamp, ma, nel senso opposto, ha ritrovato un'idea di bellezza “seriale” nel pop di cui rappresentante principale è Warhol. Esiste quindi «una specie di contraddizione tra la teoria dominante che vuole che l’arte visiva sia indifferente alla bellezza e l’effettiva pratica di quest’arte» (p. 35).
Ferraris, tornando al punto di partenza e lasciando insolute le suggestioni sull’arte visiva, si accosta alla differenziazione teorica tra un oggetto ordinario e uno di design. Che cosa fa la differenza nel «confronto tra una caffettiera di tipo ordinario e una caffettiera di design?» (p. 35). Può essere solo il criterio per cui una cosa è di design se ne è conosciuto l’autore? Oppure la scarsa praticità, a fronte di un elevato livello estetico, sono le chiavi che fanno riconoscere un oggetto di design?
Secondo Ferraris, è più facile che un oggetto qualsiasi – un orinatoio per esempio – divenga un opera d’arte da mettere sotto una teca, che questo stesso oggetto possa assurgere al grado di oggetto di design: «è necessario che ci sia un quid estetico in più, una “stranezza”» (p. 36). Tutto questo perché l’ideale estetico si è spostato dall’opera d’arte, che non ha più il dovere di piacere, ai suoi contenitori: siano essi le grandi opere di architettura come i musei oppure le opere di design che accompagnano la vita quotidiana di ciascuno e che devono essere apprezzabili agli occhi. Gli esempi che fornisce lo studioso sono diversi, resta però fermo un punto: «il piacere o dispiacere è un criterio primario del giudizio estetico» (pp.36-37) da cui l’arte visiva si è discostata ma non può essere fatto dall’architettura né, tantomeno, dal design.
Chiariti questi punti sulla differenza tra le opere d’arte e l’architettura, Ferraris passa ad analizzare gli ultimi due punti della sua riflessione: le questioni della documentalità e dell’archivialità. Si tratta di rispondere alla domanda: «perché è così importante registrare, cioè lasciare delle tracce?» (p. 39).
Il docente torinese comincia a tracciare una genesi della documentalità a partire dalla necessità umana di “avere una storia”: la storia inizia «nel momento in cui cominciano a esserci delle tracce, quando alcune cose cominciano a venir registrate» (p. 40). Trovarsi in un deserto e affermare di essere in mezzo a milioni di anni di storia sarebbe una vera stonatura, eppure quella sabbia deriva da massi che hanno davvero alcuni milioni di anni; ma a nessuno verrebbe in mente di dire una frase del genere: la storia sono testimonianze, tracce, scritti, reperti. Per fare storia è necessario avere documenti, i quali sono oggetti sociali «che esistono solo nella misura in cui le persone sanno che esistono» (p. 40).
Il problema degli oggetti sociali è che esistono solo nella memoria, persino un libro, senza la memoria del concetto di libro e senza la conoscenza della lingua in cui è scritto, resterebbe lettera morta e senza contenuto documentale. La post-modernità dona all’uomo, inaspettatamente, un surplus di memoria inaspettato e sempre disponibile: si è partiti dalle macchine fotografiche, per poi passare agli oggetti capace di registrare l’audio e il video, fino a oggi, in cui migliaia di dati possono essere contenuti in dimensioni ridottissime. «Adesso siamo invasi da strumenti di registrazione e in fondo la grande svolta tecnologica – imprevista – è il fatto che noi ci troviamo ad avere dei Giga di memoria in tasca» (p. 44).
A fronte però di questo “ampliamento di memoria” questi nuovi strumenti patiscono di una fragilità estrema, sia in termini di sofisticazione e falsificazione che in termini di perdita tout court. Di fronte a questo problema «è davvero interessante da questo punto di vista proprio il fatto che l’architettura diventi la più duratura e tenace delle scritture, delle iscrizioni, e talvolta addirittura in connessione con le opere d’arte» (p. 45). L’architettura fa si che la memoria resti durevole e diffusa: un opera architettonica – ad esempio il Memorial di Peter Eisenman per i milioni di ebrei morti nella Seconda Guerra Mondiale – ricorda un evento e fa si che non lo si possa dimenticare grazie alle sue dimensioni e alla sua posizione pubblica.
Ferraris termina, poi, la sua riflessione ricordando che la memoria non può avere termini assoluti, anche quella più tecnologica, perché gioca un ruolo fondamentale la scelta di chi vuol tenere tale memoria: «molto spesso nel momento in cui selezioni una memoria determini anche un “oblio” di altre cose che non sono comprese in quella particolare “memoria”» (p. 48).
Il testo poi continua con il vivace dibattito suscitato dalla relazione del professore con alcuni interventi molti interessanti degli studenti e in cui vengono ribaditi e ampliati alcuni punti della Lectio Magistralis.
L’opera resta godibile nello stile e nella scrittura, facendo emergere tutta la freschezza dell’oralità; il corpo di note cerca di inquadrare i problemi emersi nel loro contesto, così come la piccola bibliografia di riferimento. Le immagini di supporto, utilizzate dallo stesso docente durante la relazione, aiutano e completano il discorso pur trattandosi della loro riproduzione solamente in bianco e nero. In definitiva Lasciar tracce: documentalità e architettura non riesce – per la sua natura occasionale – a soddisfare le esigenze di un lettore, ma ha il grandissimo vantaggio di accattivare l’attenzione e stimolare un approfondimento delle tematiche emerse e dello stesso pensiero del professor Ferraris. È un testo da leggere avendo sulla scrivania almeno un altro dei libri scritti dallo studioso sullo stesso tema per capire fino in fondo la problematica della documentalità.


Indice

Introduzione (Federica Visconti)
Presentazione (Renato Capozzi)
Lectio (Maurizio Ferraris)
Dibattito
Bibliografia di riferimento
Indice dei nomi

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