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mercoledì 16 aprile 2014

Ferraris, Maurizio, Lasciar tracce: documentalità e architettura

A cura di Federica Visconti e Renato Capozzi Milano-Udine, Mimesis, 2012, pp. 93, euro 10, ISBN 978-88-5750-990-7.

Recensione di Giuseppe Malafronte – 03/10/2013

Il testo di Maurizio. Ferraris pone al centro la discussione sull’architettura, l’arte che per antonomasia è più legata a ciò che egli definisce “documentalità”, cioè la necessità, puramente umana, di lasciar tracce. Il libro raccoglie la Lectio Magistralis tenutati a Napoli il 19 gennaio 2011 nella Facoltà di Architettura dell’Università Federico II. La scelta dei curatori è stata quella di pubblicare la relazione nella sua forma puramente discorsiva, lasciando spazio, anche nel testo, agli interventi e alle domande ma, soprattutto, non snaturando il discorso tenuto dal professore torinese.

domenica 31 gennaio 2010

Ferraris, Maurizio, Documentalità. Perché è importante lasciar tracce.

Roma-Bari, Laterza, 2009, pp. 430, € 24,00, ISBN 9788861591950.

Recensione di Matteo Sozzi - 31/01/2010

Filosofia teoretica (ontologia, epistemologia)

Su Il Sole 24 Ore (supplemento della Domenica, 6 dicembre 2009, p. 30) Remo Bodei alla richiesta di indicare il libro di filosofia più interessante tra quelli pubblicati nel 2009, ha indicato il presente testo di Maurizio Ferraris. I motivi di interesse di quest’opera sono diversi e rilevanti, anche in relazione ai diversi contributi che offre. Un primo apporto di ordine metodologico è rinvenibile nell’indicazione di una proposta filosofica di tipo metafisico descrittivo, con il dichiarato intento di tracciare una chiara differenza tra ontologia ed epistemologia, superando così alcune posizioni tipiche del postmodernismo. Un secondo motivo di ricchezza del testo è la generosa presentazione di contenuti originali all’interno di un quadro storico-filosofico ben delineato, in cui costanti sono i riferimenti e le citazioni alle concezioni di pensiero che sono sottese, sottoposte a critica e confutazione o semplicemente richiamate dall’autore. L’ultimo elemento di interesse da segnalare è relativo proprio al contenuto della riflessione di Ferraris: la specificità degli oggetti sociali come atti iscritti, che conduce al riconoscimento del fondamento della società non sulla comunicazione, ma sulla registrazione: “nulla di sociale esiste fuori dal testo” afferma più volte l’autore modificando la famosa asserzione derridiana.
Il volume si articola in sei parti.
Nella prima parte viene presentata la prospettiva ontologica di Ferraris, che inizia con la distinzione tra soggetti e oggetti. Peculiarità dei soggetti è L'avere rappresentazioni, mentre gli oggetti non ne hanno. A loro volta, gli oggetti vengono distinti in tre classi: gli oggetti naturali, che esistono nello spazio e nel tempo; gli oggetti ideali che esistono fuori dallo spazio e dal tempo; gli oggetti sociali, che esistono nello spazio e nel tempo e, al contrario dei primi due, dipendono dai soggetti che li producono, ma non sono soggettivi.
Nella seconda parte, l’autore si sofferma sulla differenza tra ontologia ed epistemologia con un serrato confronto, in particolare, con la prospettiva trascendentale di tipo kantiano, per proporre una ontologia indipendente dall’epistemologia, capace di fondare una pertinente teoria dell’esperienza, ricuperando la filosofia trascendentale unicamente in riferimento agli oggetti sociali.
Gli oggetti sociali e solo questi, come viene illustrato nella terza parte, dipendono necessariamente dall’intervento dei soggetti. L’autore sviluppa quindi la tesi secondo cui Oggetto sociale è l’Atto iscritto, all’interno di una prospettiva di “testualismo debole”: si sostiene che le iscrizioni siano decisive nella costruzione della realtà sociale, escludendo invece che siano costitutive della realtà in generale. L’affermazione di Derrida “nulla esiste fuori dal testo”, viene modificata così in “nulla di sociale esiste al di fuori del testo”. Il riferimento polemico sotteso a questa concezione è il pensiero di Searle, la cui ontologia sociale considera gli oggetti sociali come oggetti di ordine superiore rispetto a quelli naturali e fa dipendere la costruzione degli oggetti sociali dall’intenzionalità collettiva, concetto peraltro non ben chiarito da Searle.
Nella quarta parte, l’autore si sofferma proprio sulla natura, la funzione e le tipologie di iscrizione, dal momento che è proprio l’iscrizione che costituisce la condizione di possibilità dell’oggetto sociale. In questa prospettiva si comprende che non è la comunicazione, ma la registrazione a fondare la società. È solo attraverso registrazioni che si danno imitazioni, riti, comportamenti; ossia: è solo attraverso la registrazione che si attua il passaggio dalla natura alla cultura. Queste osservazioni appaiono certamente preziose in un periodo come quello attuale dove si assiste a un enorme allargamento delle comunicazioni; in realtà, questo fenomeno certamente reale è solo superficiale. L’esplosione delle comunicazioni, infatti, è sempre accompagnata da una diffusione potente della registrazione delle comunicazioni attraverso supporti sempre più efficaci ed è questo aumento delle registrazioni il fenomeno principale su cui si concentra l’analisi dell’autore.
Nella quinta parte, viene esaminato il concetto chiave di “documentalità”, nel senso che i documenti sono in senso forte iscrizioni di atti. Si passa quindi a una trattazione dei documenti in senso stretto, ossia di quelle iscrizioni che acquisiscono un potere, che stabiliscono un nesso tra documento e governo, attraverso una efficace esemplificazione del caso concreto dell’Unione Europea. Viene inoltre esaminato il caso di documenti che hanno semplici finalità pratiche o mirano all’evocazione di sentimenti; è questo, ad esempio, il caso particolare dell’opera d’arte. Ferraris propone, a tal proposito, di riconoscere in ogni opera dello spirito il risultato di iscrizioni, poiché nessuna produzione dello spirito potrebbe sussistere senza la lettera, la registrazione, il documento. Questo vale sia per lo spirito soggettivo (l’anima come tabula), lo spirito oggettivo del mondo delle istituzioni e lo spirito assoluto dell’arte, della religione e della filosofia, all’interno di una consapevole concezione dello spirito di chiara origine hegeliana.
Nella sesta parte viene esplicitato il senso della firma, quale manifestazione dell’individualità, che dipende proprio dalle specifiche e singolari deviazioni dalla norma. Ogni individuo con la propria peculiarità risulta così ineffabile e non afferrabile, ma il segno della sua individualità si manifesta nel documento, nello stile iscritto in un atto.
La proposta metodologica di Ferraris emerge con chiarezza, come pure estremamente abbondante è la fondazione storica delle affermazioni dell’autore: i costanti confronti con i filosofi classici forniscono non solo l’orizzonte di significato all’interno del quale prendono forma le affermazioni dell’autore, ma anche il senso di una complessità e della salienza delle questioni trattate. Il tema infine appare davvero rilevante per una attenta comprensione della natura della società, dei rapporti al suo interno e dei suoi “oggetti”, mostrati nella loro essenza di “atti inscritti”, un’analisi questa che presenta spesso tratti di acuta originalità.
L’andamento di quest’opera è coinvolgente e decisamente agevole. Nonostante infatti la complessità delle tantissime problematiche filosofiche che solleva, discute e con cui si confronta, l’autore riesce sempre a mantenere il lettore all’interno di un percorso saldamente tracciato, nel quale la presenza di esempi e aneddoti permette una lettura piacevole e mai banale.

Indice

Matrimoni e anni di galera
Istruzioni per l’uso
1. Catalogo del mondo
2. Ontologia ed epistemologia
3. Oggetti sociali
4. Icnologia
5. Documentalità
6. Idiomi
Note
Nota al testo
Indice dei nomi


L'autore

Maurizio Ferraris è professore ordinario di filosofia teoretica nella Facoltà di Lettere e filosofia dell'Università di Torino, dove dirige il Centro Interuniversitario di Ontologia Teorica e Applicata. Tra i suoi libri Storia dell'ermeneutica (Bompiani 1988), Estetica razionale (Cortina 1997), Il mondo esterno (Bompiani 2001) e tra i più recenti Goodbye Kant! Cosa resta oggi della Critica della ragion pura (Bompiani 2004); Dove sei? Ontologia del telefonino (Bompiani 2005); Babbo Natale, Gesù Adulto. In che cosa crede chi crede? (Bompiani 2006), Sans Papier. Ontologia dell'attualità (Castelvecchi 2007), La fidanzata automatica (Bompiani 2007).

Link

http://www.labont.it/ferraris/

martedì 25 agosto 2009

Ferraris, Maurizio (a cura di), Storia dell’ontologia.

Milano, Bompiani, 2008, pp. 826, € 30,00, ISBN 9788845261404.

Recensione di Giovanni Tuzet - 25/08/2009

Filosofia teoretica (ontologia), Manuali

Questo libro è uno strumento utilissimo per avere un quadro del dibattito contemporaneo in ontologia e dei suoi antecedenti storici. Contiene un tale numero di spunti, informazioni e domande da costituire un’opera imprescindibile per chiunque voglia intraprendere lo studio dell’ontologia ai nostri giorni.
Il curatore introduce il volume chiedendosi il perché della rinascita dell’ontologia (data per spacciata dopo Kant e ancora con il Circolo di Vienna). Seguono due risposte (p. 8 e ss.): una “facile” secondo cui gli sviluppi dell’informatica pongono un’esigenza ontologica, cioè quella di “organizzare e classificare gli oggetti presenti nel mondo”; una “difficile” che consiste nel ripercorrere la filosofia moderna a partire (almeno) da Kant, nel vedere che questa ha sostituito l’epistemologia all’ontologia e nel rendersi conto di come essa si sia infine dimenticata del mondo, riducendosi al relativismo postmoderno cui oggi si contrappone un antirelativismo confessionale. Contro questi esiti, il curatore rivendica da un lato l’indipendenza del mondo (o almeno di sue larghe parti) da teorie e condizionamenti culturali, dall’altro l’ammissibilità del relativismo morale. In sintesi: il relativismo sui fatti è da rigettare, quello sui valori no. Il bersaglio principale è comunque il primo, con la sua confusione fra ontologia ed epistemologia.
“Se la koiné postmoderna asseriva che nulla esiste al di fuori degli schemi concettuali, il ritorno dell’ontologia consiste proprio nell’affermare che il mondo ha le sue regole e le fa osservare” (p. 13). In questo sono d’accordo con Ferraris: essere non è essere conosciuto. (Semmai, si potrebbe dire che essere è essere conoscibile, ma questo ci porterebbe lontano).
Interessante è anche la teoria dell’esperienza (p. 20 e ss.) proposta dal curatore, il quale parteggia per un’ontologia del senso comune più che per un’ontologia in continuità con la scienza empirica come invece auspicato da molti analitici americani (sulla scorta di Quine e il programma di naturalizzazione della filosofia).
Dopo l’Introduzione del curatore si avvicendano cinque sezioni intitolate rispettivamente Origini e sviluppo, Fenomenologia, Filosofia analitica, Stato dell’arte, Questioni aperte. La prima consta di saggi che da Parmenide e Platone, passando per Tommaso d’Aquino e Duns Scoto, portano a Wolff e Kant. La seconda tratta della scuola di Brentano e in particolare di Husserl. La terza conduce, dal neoidealismo britannico passando per Russell e Wittgenstein, ad Austin e Quine. Nella quarta sono raccolti dei contributi sulle scienze cognitive, le neuroscienze, la biologia, le scienze sociali, il diritto, l’informatica, l’estetica e la matematica nel dibattito contemporaneo. La quinta raccoglie dei lavori sui dibattiti più recenti, come quello fra tridimensionalismo e quadridimensionalismo nella teoria degli oggetti, la discussioni sulle entità fittizie, sui mondi possibili e la vaghezza.
Ottimo per chiarezza e ricchezza di stimoli è il saggio di Achille Varzi sulla vaghezza (nella quinta parte), così come quello di Guido Bonino e Fabio Minocchio (terza parte) sull’ontologia secondo il dibattito analitico che va da Frege e Russell a Wittgenstein.
Scriverei, per competenze personali, sul saggio giuridico, se non fosse che è così eclettico e generico (parla di interpretazione, applicazione, conoscenza del diritto, scienze cognitive, ontologia giuridica, analisi economica, diritto privato, comparazione) da scoraggiare dei commenti circostanziati. (Peraltro, a fronte di tanti e tali temi la bibliografia mi pare piuttosto inadeguata).
Non che i filosofi del diritto siano necessariamente una garanzia, ma sorprende che in questo libro si verifichi quello già accaduto in altra sede (Diritto, giustizia e interpretazione, a cura di J. Derrida e G. Vattimo, Laterza, Roma-Bari, 1998), cioè che discettando di diritto e filosofia non venga chiesto il contributo dei filosofi del diritto – che per mestiere dovrebbero occuparsene – bensì di filosofi o giuristi (in questo caso un comparatista), come se non esistesse quella terra di mezzo in cui tali questioni sono coltivate.
Pertanto mi occuperò qui di un altro saggio, quello del curatore stesso, sull’ontologia delle scienze sociali. Di che cosa si occupano le scienze sociali? È molto semplice: di oggetti sociali. Meno semplice è capire in cosa consista un oggetto sociale.
Riprendendo uno spunto che è già nell’introduzione e in altri suoi lavori, Ferraris divide gli oggetti del mondo in tre grandi categorie: fisici, ideali e sociali. Mentre lo status ontologico dei primi e dei secondi è indipendente dall’epistemologia, i terzi “esistono perché noi pensiamo che esistano (senza per questo essere soggettivi: se non ne siete convinti, provate ad autoridurvi il prezzo del caffè” (p. 24). In questo senso, Ferraris dice che la loro ontologia “è sempre subordinata a una epistemologia” (p. 24). Non mi convince l’uso di “epistemologia” in questa sede, poiché direi che una cosa è la loro costituzione, un’altra è la loro conoscenza, ma condivido a grandi linee l’impostazione di Ferraris, a parte alcuni dettagli.
Dice Ferraris che “gli oggetti sociali sembrano porsi a metà strada fra la materialità degli oggetti fisici e l’immaterialità degli oggetti ideali” (p. 476) in quanto gli oggetti fisici esistono nello spazio e nel tempo e indipendentemente da noi, quelli ideali esistono fuori dallo spazio e dal tempo e indipendentemente da noi, mentre quelli sociali hanno una durata temporale e un’estensione spaziale ma non indipendentemente da noi (pp. 485-486). Perché questi ultimi non sono ontologicamente indipendenti da noi? Perché “diversamente dagli oggetti fisici e da quelli ideali, gli oggetti sociali esistono solo nella misura in cui degli uomini pensano che ci siano” (p. 476). Questo mi sembra corretto, sì. L’autore vi associa la preoccupazione che questa tesi venga scambiata per un volgare volontarismo: egli intende combattere “un equivoco concettuale variamente diffuso”, che cioè “gli oggetti sociali siano del tutto relativi, o che siano la semplice manifestazione della volontà” (p. 476). Anche questo mi sembra giusto. Non è affatto relativo che l’attuale Presidente del consiglio sia Silvio Berlusconi, sebbene dipenda da una serie di nostre credenze e assunzioni. Ma con ciò non negherei il rilievo della volontà e degli atti autoritativi nella determinazione della realtà sociale e istituzionale. Non si tratta solo di credenze e assunzioni di sfondo. Molti giuristi – credo – confermerebbero che la volontà di legislatori, giudici e funzionari di vario genere conta e non poco nella determinazione di quegli oggetti sociali in cui consiste il diritto. Beninteso, se tutti cessassimo di credere che Berlusconi è il Presidente del consiglio, egli cesserebbe di esserlo. Ma una spiegazione dettagliata di come egli lo sia non può ridursi a un insieme di credenze, pensieri o assunzioni di sfondo; deve tenere in conto il ruolo di norme, poteri, autorità. Altra questione delicata è capire quali e quanti siano i soggetti i cui atteggiamenti sono decisivi per la determinazione della realtà sociale: se tutti pensassimo che Berlusconi non è il Presidente del consiglio egli non lo sarebbe; ma se lo pensasse solo una parte di noi?
Ferraris afferma la natura mentale degli oggetti sociali ma non vuole negare con ciò che siano “oggetti”; a questo proposito fa l’esempio della promessa come “oggetto” (p. 477) che continua ad esistere anche quando dormiamo o cambia la volontà del promittente. Ma in virtù di che cosa continua ad esistere? In virtù di qualche atteggiamento sociale. Ma quale? Non semplici credenze (su ciò che è), ma anche norme (atteggiamenti in merito a ciò che deve essere). Non è una norma sociale a far sorgere gli obblighi dalle promesse? Perché Ferraris e nessun altro in questo volume si interroga davvero sul ruolo e la natura delle norme?
Il modo in cui Ferraris cerca di rendere conto degli oggetti sociali è quello di una teoria della documentalità capace di superare i limiti della teoria di Searle. In cosa consiste quest’ultima? Nell’idea che – grosso modo – quelli sociali sono oggetti di ordine superiore rispetto agli oggetti fisici e sono rappresentati dagli Y nella nota formula “X conta come Y in C”, dove X è un oggetto fisico, Y è un oggetto sociale e C è il contesto di riferimento. Nel contesto dell’Italia di oggi, ad esempio, un certo individuo fisicamente determinabile conta come il Presidente del consiglio.
Uno dei problemi della teoria di Searle (rilevato da Barry Smith) è costituito dalle entità Y indipendenti, cioè da quegli oggetti sociali che non hanno un (preciso) supporto fisico. Il quadro teorico di Searle non sembra in grado di renderne conto. Smith li intende in termini di “rappresentazioni” (come una scacchiera pensata da giocatori sufficientemente abili, senza che ci debba essere una scacchiera fisica). Ferraris ribatte che qualcosa di fisico deve pur esistere, e a questo riguardo fa l’esempio del denaro e dei debiti/crediti registrati in qualche documento: “è difficile – anzi, francamente impossibile – sostenere che, nel caso del denaro trasformato in tracce sul computer, ci siano solo rappresentazioni e non qualcosa di fisico che le sostiene, sebbene con una fisicità non imponente” (p. 483).
Ferraris riformula così il noto slogan derridiano: “nulla di sociale esiste fuori dal testo”. (Falso è dire in generale che nulla esiste fuori dal testo; vero è dirlo degli oggetti sociali, secondo Ferraris). Anche questo mi sembra giusto a grandi linee, ma qui vengono al pettine alcuni nodi. Ferraris dice che su tale base gli oggetti sociali sono atti iscritti (p. 485). Cosa vuol dire? Mi sembra che questo modo di intendere la questione suggerisca un’identità fra atti e oggetti. Ma se così fosse si tratterebbe di un errore categoriale, palesato dal fatto che le proprietà di un oggetto sociale sono diverse da quelle del relativo atto (basta pensare al fatto che un atto, come la composizione di una poesia, ha delle coordinate spazio-temporali che non coincidono con quelle del relativo oggetto, come una poesia, la quale sussiste al di là di esse). Non credo infatti che Ferraris voglia dire questo. Si tratta ad ogni modo di una formulazione ambigua, suscettibile di almeno due letture. Se vuol dire che un oggetto sociale è identico all’atto che lo ha iscritto, diremmo che una poesia è identica all’atto di comporla, e questo è chiaramente falso. Se vuol dire che un oggetto sociale è identico all’atto che viene iscritto, la tesi è di nuovo falsa, poiché non è vero che il contenuto di una poesia consista sempre in un atto. Probabilmente Ferraris vuole dire altro. Io direi che un oggetto sociale è qualcosa come il risultato, o il prodotto, di un atto sociale. Ma questa è un’altra storia.
Inoltre ho il sospetto che, almeno in qualche misura, Ferraris confonda gli aspetti costitutivi di atti e oggetti sociali con i loro aspetti probatori. Chi ha una sufficiente dimestichezza con gli atti giuridici sa che per certi atti è richiesta la forma scritta e per altri è consigliata, non tanto perché senza di essa l’atto non potrebbe costituirsi, quanto per la necessità di provarlo con maggiore sicurezza. Non tutti i contratti richiedono una forma scritta. Non tutte le forme di diritto la richiedono (si pensi al diritto consuetudinario). Non tutte le norme la richiedono (si pensi alle norme morali).
Qui Ferraris potrebbe replicare che sono comunque necessarie delle “iscrizioni”, per lo meno nella testa delle persone che hanno a che fare con tali atti e oggetti. Dice infatti che “gli oggetti sociali sono atti sociali (tali che avvengano almeno tra due persone) caratterizzati dal fatto di essere iscritti, su un documento, in un file di computer, o anche semplicemente nella testa delle persone” (p. 485). Senza iscrizioni non ci potrebbe essere memoria di tali oggetti. Sì, ma se i “documenti” e le “iscrizioni” hanno un senso così ampio, comprendono ogni forma di linguaggio e di pensiero. In questo senso si potrebbe dire correttamente che anche Carlo Magno era capace di iscrizioni, nonostante il suo analfabetismo e malgrado apponesse una “X” al posto di una firma. Un uso così ampio dei termini “documento” e “iscrizione” lascia però perplessi, se non permette di distinguere fra persone alfabetizzate e non (che siano della grandezza di Carlo Magno non rileva). Non abbiamo i termini “pensiero” e “linguaggio”? Non abbiamo già il generico “segno”? Che utilità hanno i termini “documento” e “iscrizione” quando non si riferiscono a qualcosa di scritto ma sono presi nel senso così ampio che Ferraris conferisce loro?

Indice

1. Origini e sviluppo
2. Fenomenologia
3. Filosofia analitica
4. Stato dell’arte
5. Questioni aperte


Il curatore

Maurizio Ferraris (http://www.labont.it/ferraris) è professore ordinario di Filosofia teoretica nella Facoltà di Lettere e filosofia della Università di Torino, dove dirige il Centro Interuniversitario di Ontologia Teorica e Applicata (CTAO). Ha scritto più di trenta libri, tra cui Storia dell’ermeneutica (Milano, Bompiani 1988), Estetica razionale (Milano, Cortina 1997), Una ikea di università (Milano, Cortina 2001), Il mondo esterno (Milano, Bompiani 2001), Ontologia (Napoli, Guida 2003), Introduzione a Derrida (Roma-Bari, Laterza 2003), Goodbye Kant! Cosa resta oggi della Critica della ragion pura (Milano, Bompiani 2004), Dove sei? Ontologia del telefonino (Milano, Bompiani 2005), Babbo Natale, Gesù adulto. In cosa crede chi crede? (Bompiani, Milano 2006), Sans Papier. Ontologia dell’attualità (Roma, Castelvecchi 2007) e La fidanzata automatica (Milano, Bompiani 2007).

giovedì 8 novembre 2007

Ferraris, Maurizio, La fidanzata automatica.

Milano, Bompiani, 2007, pp. 201, € 12,00, ISBN 8845259579.

Recensione di Francesca Rigotti - 08/11/2007

Estetica, Ontologia

Benché il titolo piccante faccia pensare a un romanzo pornografico –come riconosce lo stesso autore– il nuovo libro di Maurizio Ferraris si occupa in realtà di teorie estetiche, proponendo una teoria insieme normativa e normalista dell'arte. Normativa perché dà dei criteri stabili per fondare una filosofia dell'arte; normalista in quanto, opponendosi alle teorie eccezionaliste e straordinariste che privilegiano gli aspetti secondari e marginali che definiscono l'arte qualcosa di speciale, tale teoria pensa invece all'arte come esperienza ordinaria, basata su un'umanità media e non sulle frange estreme rappresentate da geni intuitivi, veri o presunti, o da critici d'arte, onesti o cialtroni.
Il normalismo di Ferraris è dunque normativo perché introduce dei criteri per delimitare quali fenomeni possano diventare opere d'arte e quali no. Né relativista né realista – già che entrambe le posizioni, curiosamente, finiscono per sostenere che «qualunque cosa può diventare un'opera d'arte» – il normativismo normalista afferma che l'oggetto artistico può essere soltanto un oggetto: non un soggetto dunque, non un evento o un fenomeno naturale, nemmeno un numero, un teorema o una dimostrazione matematica, bensì un oggetto, un oggetto insieme fisico e sociale.
Per comprendere questa classificazione bisogna inserirla nel sistema ontologico elaborato da Maurizio Ferraris che classifica il mondo in soggetti (che hanno rappresentazioni) e oggetti (che non hanno rappresentazioni) i quali a loro volta si suddividono in oggetti ideali (che esistono fuori dello spazio e del tempo, indipendentemente dai soggetti, per es. i numeri e i teoremi); oggetti fisici (che esistono nello spazio e nel tempo, indipendentemente dai soggetti, per es. gli alberi e le rocce ma anche i tavoli e le sedie) e oggetti sociali (che esistono nello spazio e nel tempo dipendentemente dai soggetti, per es. i passaporti e gli Stati). Le opere d'arte fanno parte della categoria degli oggetti fisici e sociali che per ò «fingono di essere soggetti»: l'opera d'arte, ecco svelato il titolo, è la Fidanzata Automatica.
L'immagine della Fidanzata Automatica introdotta da Ferraris è ripresa da un esperimento mentale ideato da William James: un corpo privo di anima indistinguibile da una fanciulla che adempie a tutti i doveri femminili [«Doveri femminili»? Anche se il punto in discussione in questa recensione non è il maschilismo di W. James (per questo ricordato in nota), è impossibile non soffermarsi a riflettere con una certa angoscia sul fatto che i doveri femminili sono per lui quelli di esprimere riconoscimento e ammirazione verso il gongolante io maschile. Alla faccia dei flussi di coscienza!] potrebbe essere considerato l'equivalente di una fanciulla dotata di coscienza? No, risponde James, perché non ci offrirebbe ciò che più d'ogni altra cosa desideriamo, cioè riconoscimento e ammirazione[*Tocca adesso a Ferraris, che ha soltanto ripreso la citazione di Williams, d'accordo, ma che una paroletta di commento sul fatto che sia compito delle donne adulare, riconoscere e ammirare i loro fidanzati poteva anche dirla.]. L'ipotesi dunque, conclude James, non può essere presa per seria. Invece Ferraris, tanto per non smentire la sua fama di enfant terrible della filosofia, dice che sì, lui la considera una cosa seria, così seria da poter essere assunta quale descrizione di un fatto reale, l'opera d'arte. Come la Fidanzata Automatica, anche l'opera d'arte che finge di essere una persona suscita in noi sentimenti ed emozioni, provoca gioia e piacere. Ma che altro fanno le opere d'arte, mi chiedo, la musica, i romanzi (che Ferraris da trent'anni non legge più [p. 52] ed è un vero peccato; nel caso voglia ricominciare consiglierei La strada e Il buio fuori di Cormac McCarthy), che cosa hanno sempre fatto le opere d'arte letterarie, figurative, musicali ecc., ripeto, se non suscitare piacere intellettuale (e poi magari, accidentalmente, anche conoscenza, o anche sgomento, commozione, angoscia...)?
Ora: la tesi di Ferraris è ben costruita e solidamente argomentata, è chiara, logica, convincente ed è pure espressa in uno stile gradevole. Non contesterò quindi la teoria estetica, non essendone tra l'altro neppure esperta, anzi non contesterò nulla (se non magari la messa in ridicolo della psicoanalisi), ma mi limiterò a esporre un paio di riflessioni nate dalla lettura del libro e legate soprattutto a due dei suoi protagonisti, le cose e gli oggetti.
La prima riflessione nota che nella ripartizione del mondo compiuta da Ferraris le cose sono presentate come sottospecie di oggetti fisici: la cosa è dotata di esistenza tridimensionale, è coesa, è persistente, è di taglia media, è osservabile a occhio nudo e manipolabile con le mani, costituisce un arredo della nostra vita, è soggetta a serialità e varietà. Tuttavia un'altra tradizione filosofica dice che la cosa è qualsiasi entità concreta e astratta, è il «mondo», è la realtà tutta, che come dice il nome (realitas) è l'insieme delle res, delle cose. In questo senso sarebbe l'oggetto fisico a essere una sottospecie di cosa e non viceversa. La cosa anzi, come pure il pragma di Aristotele e la Sache di Hegel, non è nemmeno l'oggetto fisico quanto un luogo in cui convengono intuizioni e significati umani nascosti sotto il velo dell'oggetto. In questa tradizione le cose si distinguono dagli oggetti che sono, quelli sì, gli ostacoli e i problemi (oggetto in greco si dice pró-blema, ciò che si para davanti), pezzi di materia, resistenze contro le quali si urta.
La seconda riflessione è ancor più generale e si chiede se oggi, nella società virtuale e astratta dell'informazione, della comunicazione e della mediatizzazione, abbia ancora senso pensare gli uomini come soggetti del mondo e il mondo come loro oggetto. Riprendendo temi cari a Vilém Flusser, pensatore dei media, ci si domanda qui come mai oggi l'ontologia fisica e sociale continui a interrogarsi sulle cose e gli oggetti duri e palpabili quando nel nostro ambiente la loro durezza (hardware) viene rimossa e sostituita da programmi, relazioni, immagini morbide (software), impalpabili e percepibili al pi ù da due sensi, che sono poi i sensi nobili della vista e dell'udito; quando non più cose si esigono, scarpe o vestiti (per Ferraris non di Versace, per favore) bensì informazioni e relazioni, e quando le cose prodotte in serie con materiali di bassa qualità diventano per lo più ciarpame e paccottiglia, persino molte opere d'arte spacciate per tali da una critica disonesta.

Indice

0. Estetica Normale
Eccezionalismo
Straordinarismo
Normalismo
1. Non c' è arte senza opere
Artworld
Artwork
Artword
2. Articoli da emporio di modeste dimensioni
Sensibilità
Manipolabilità
Ordinarietà
Relazionalità
3. Teoria Documentale dell'Arte
Teorie
Livelli
Stile
Istituzioni
4. Credere di sapere
Mimesis
Ecstasy
Aisthesis
5. Il piacere del teschio
Emotivismo
Disinteresse
Realismo
6. Cose che fingono di essere persone


Il curatore

Maurizio Ferraris è professore ordinario di filosofia teoretica nella Facoltà di Lettere e filosofia dell'Università di Torino, dove dirige il Centro Interuniversitario di Ontologia Teorica e Applicata. Tra i suoi libri Storia dell'ermeneutica (Bompiani 1988), Estetica razionale (Cortina 1997), Il mondo esterno (Bompiani 2001) e tra i più recenti Goodbye Kant! Cosa resta oggi della Critica della ragion pura (Bompiani 2004); Dove sei? Ontologia del telefonino (Bompiani 2005); Babbo Natale, Gesù Adulto. In che cosa crede chi crede? (Bompiani 2006) e Sans Papier. Ontologia dell'attualità (Castelvecchi 2007).

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www.labont.it

venerdì 27 ottobre 2006

Ferraris, Maurizio, Jackie Derrida. Ritratto a memoria.

Milano, Boringhieri, 2006, pp. 115, € 10,00, ISBN 88-339-1685-5.

Recensione di Maria Maistrini - 27/10/2006

Storia della filosofia (contemporanea)

“Primo: è stato l’uomo più innamorato della vita che io abbia mai conosciuto. Secondo: l’uomo, per come ho potuto conoscerlo, era all’altezza delle sue opere, il che, in effetti, è rarissimo” (p. 69).
Così, ben lungi dalla mera ricostruzione di stampo filologico di altri ritrattisti famosi (si pensi tanto per dire a un Vasari, che, pur nella sua grandezza indiscussa, di un Tiziano Vecellio poteva dirti anche a che ora era nato senza farti sapere quasi alcunché di quello che pensava), Maurizio Ferraris offre alle stampe una breve raccolta di suoi scritti su Derrida: in pratica tutto quello che serve, a studenti e studiosi, per avere sottomano una panoramica che completa il discorso di Ferraris su e con il grande francese, e soprattutto agli altri lettori, per venire a sapere – si spera con conforto – che anche in tempi di “magra etica” come i nostri, si può ancora trovare in Accademia un esempio (“innamorato della vita”) o un testimone (“era all’altezza delle sue opere”).
Gli scritti vanno da articoli del «Sole» (Scripta manent) e del «Manifesto» (Fratello Hitler;L’uomo del Café Flore e l’uomo del Lutétia), a saggi brevi per «Rivista di estetica» (Ontologia ansiosa), per «aut aut» (Il filosofo-figlio), a conversazioni inedite (Resistenze; Innamorato della vita), fino al discorso di conferimento della laurea honoris causa conferito a Derrida a Torino nel 1998, pronunciato dallo stesso Ferraris («Vous, Monsieur, qui êtes phénoménologue...»).
La “memoria” dell’autore, accompagnando il lettore nella vita e nell’opera di Derrida, scorre lieve tra fatti e pensieri, ricordi e riflessioni scientifiche che alla fine non si distinguono nemmeno più: traccia evidente di un’esistenza vissuta, almeno regolativamente, nell’ideale dell’autenticità.
I contenuti spaziano dall’invenzione della decostruzione al complicato rapporto di Derrida con il materialismo, ma anche con la politica (cfr. pp. 16 – 17), ovviamente con la scrittura, con Heidegger, con Husserl, etc., ma – e tale aspetto è forse più nuovo e intrigante - anche fino al rapporto di Derrida con la morte.
Della sua grande produzione sappiamo già, infatti, ma metterla in relazione con l’ansia e la paura di morire al punto di parlare di “ontologia ansiosa” è invenzione che va riconosciuta a Ferraris e gustata fra i molti aneddoti del libro (cfr. per es. p. 25), non come boutade, ma come vera e propria chiave di lettura: “La decostruzione è stato fare i conti con tutte queste ansie, e con tutte le ansie del mondo (…). Potremmo aver sbagliato tutto, ecco il punto” (pp. 37 - 38) .
Ed è forse questa la paura che ci costringe tutti - filosofi inclusi o anche per primi – a non liberarci mai dei nostri genitori? Sembra suggerirlo implicitamente, tra le altre provocazioni del libro, Il filosofo-figlio (da p. 41).
Ma la raccolta, sotto le spoglie di un’iniziativa editoriale in fondo di semplice struttura, mira a nostro avviso a un discorso ancora più complesso e innovativo, sebbene posto decisamente con toni low profile e soltanto nello scritto posto a mo’ di introduzione (“Parlandone da vivo”), e cioè a rispolverare senza retorica e senza esaltazione la bellezza e l’autenticità del rapporto fra Maestro (tale viene considerato da Ferraris l’a volte anche controverso Derrida) e allievo, di cui dopo Platone sentiamo parlare di solito, appunto, o in termini tutti esteriori (pseudogratitudine, incensamento gratuito, finanche servilismo); o - forse pure peggio - con toni da amiconi e pacche sulle spalle.
Invece laddove anche qui il nome “Jackie” dato al titolo per nominare Derrida avrebbe potuto far sorgere dubbi di quest’ultimo tipo, Maurizio Ferraris tiene a precisare che non si tratta di prendersi confidenze ingiustificate e fuor di pudore, ma solo di far conoscere il nome all’anagrafe del filosofo (p. 13), di solito non noto. Quello che rende complessa la questione è l’indagine, qui appena abbozzata, ma forse quanto basta – sul senso e sul significato più profondi della relazione medesima; mentre ciò che le conferisce, a nostro avviso, un carattere innovativo è il parlare della propria biografia.
Un aspetto, questo che si rivela essere in linea con lo spirito dei tempi che cambiano. Ad esempio, in Italia Romano Màdera ha da poco fondato a Milano una Scuola Superiore di Pratiche Filosofiche la cui finalità si fonda sulla necessità di intrecciare biografia e produzioni scientifiche in modo non estrinseco, come in passato è stato fatto, anche abbastanza noiosamente (tipo psicoanalizzare l’opera, e amenità del genere). Una provocazione, questa, che come ricorda Ferraris, lo stesso Derrida aveva lanciato al mondo accademico, in occasione del ritiro del Premio Adorno, col cuore in mano e non timoroso di farsi dare eventualmente anche dell’imbecille o quanto meno del poco accorto dal lettore (“C’è stato dunque un periodo in cui credevo di essere a mille miglia da Jacques (…). Ma non era così, me ne sono reso conto nel 2004”, (p. 11 e p. 13)), pur di presentarsi come essere umano e non come professorone.
La relazione - “credo gliene importasse poco (…) aveva le spalle larghe”, (ivi) - è qui presentata in termini che dal punto di vista fenomenologico si potrebbero assumere come hegelianamente dialettici (“ho capito che proprio quando in apparenza credevo di essere più lontano stavo semplicemente rielaborando per conto mio quello che avevo imparato da lui”, p. 13), non per dare a tutti costi un’etichetta a quello che fluisce così facilmente e spontaneamente nel discorso del libro, ma per parlare di spirito, categoria del tutto formalmente assente dalla trattazione del libro, ma presente, secondo noi, nella sostanza, dalla prima all’ultima sillaba, sia perché Ferraris utilizza le parole con cui Hegel descrive il travaglio e l’esito del lavoro della famosissima coscienza infelice: osservazione questa che risulterebbe banale e superflua se non ci trovassimo contingentemente in tempi di eccesso di interpretazione, e perciò con un troppo di soggetto (Lacan avrebbe detto “di realtà”, nel senso che l’immaginario prende il posto della realtà stessa), che impedisce, alla fine, di scorgere proprio quella realtà che si vorrebbe intendere. Ed allora, forse, non è male ricordare che, volenti o nolenti, esiste anche un’oggettività . Detto altrimenti, a volte il singolo non fa altro che percorrere un percorso già tracciato, a dispetto della nostra vanità, nel quale incontra cose che già ci sono – per quanto sempre in un testo, magari. Ma questo sarebbe un altro discorso! Sia perché dopo tanta e tale cultura, l’opera successiva di Ferraris si occupa di religione – altra tappa ineludibile per chi nutra un sincero desiderio di sapere – e lo fa con un linguaggio leggero, segnale interessantissimo, questo, quando si pensi all’irrangiungibile Derrida, quando nel ‘74 parla di Hegel – aigle – l’aquila, proprio a proposito del rapporto maestro/allievo: “Allievo: è un termine che, al pari della cosa, assumo qui in tutti i sensi.- L’allievo. Cos’è allevare in generale? ([al]levamento, [e]levazione, [sol]levamento? Contro cosa si pratica un allievo? Di cosa si ri-leva? Cosa ri-leva? Cosa vuol dire rilevare un allievo? – C’è leggerezza in tutto ciò. Il sogno dell’aquila è di alleggerire. Ovunque ciò (in)(at)terra” (Glas, tr. it. Milano, Bompiani 2006, p. 106).
E Derrida ci credeva tanto profondamente, nella decostruzione, che il suo amico e allievo potrà narrare poi che, nel 2001, all’uscita de Il mondo esterno – niente di ermeneutico e ancor meno di programmaticamente decostruttivo -, “Jacques fece qualcosa che ritengo incredibile (…), estrasse (…) il mio libro e mi chiese di scrivergli la dedica”, (p. 11), lasciandosi a quanto pare tanto serenamente quanto leggermente superare e “decostruire” da lui.
Ma non troppo sorprendente, forse, per il vecchio Tedesco: recitava infatti la Fenomenologia nel 1807: “il vero è l’essere- ritornato nella semplicità”.
Concludendo: se è vero che la grandezza di un Maestro si misura (anche!) dalle spalle larghe, per continuare nel gioco hegeliano, a Maurizio Ferraris non resta che ritrovarsi alla fine, superato e felice, quantomeno con l’analisi del tema natale – e magari una bella lettura di tarocchi – nel libro di un allievo o di un’allieva. Noi glielo auguriamo con tutto il cuore.
Gli chiederà una dedica?

Indice

Parlandone da vivo
Scripta manent
Ontologia ansiosa
Innamorato della vita
Fratello Hitler
Resistenze
L’uomo del Café Flore e l’uomo del Lutétia
«Vous, Monsieur, qui êtes phénoménologue…»

L'autore

Maurizio Ferraris è professore ordinario di Filosofia teoretica a Torino, dove dirige il Centro interuniversitario di Ontologia Teorica e Applicata. Ha scritto una trentina di libri, fra cui: Postille a Derrida (1990); «Il gusto del segreto» (1997); Storia dell’ermeneutica (1988), A Taste for the secret (con Derrida, 2001), Ontologia (2003), introduzione a Derrida (2003), Good bye Kant (2004), Dove sei?Ontologia del telefonino (2005), Babbo natale, Gesù adulto. In che cosa crede chi crede? (2006)

Links

Scuola superiore di Pratiche Filosofiche

venerdì 17 febbraio 2006

Ferraris, Maurizio, Dove sei? Ontologia del telefonino.

Milano, Bompiani, 2005, pp. 294, € 8,50, ISBN 88-452-3446-0.

Recensione di Maria Maistrini – 17/02/2006

Filosofia teoretica (ontologia, ermeneutica, metafisica)

Dedicato a Jacques Derrida, “sine quo non”, e anticipato dal domenicale del Sole24ore del 28 agosto 2005 come da alcune altre autorevoli testate, è uscito il 31 dello stesso mese il nuovo lavoro di Maurizio Ferraris, testimone, qualora ancora se ne dubitasse, della verità - se non della lettera -quantomeno dello spirito della teoria dell’evoluzione di darwiniana memoria, perché esso non solo prefigura ma scrive, anzi inscrive, forse definitivamente, una nuova e più evoluta, appunto, specie di filosofo nella storia del pensiero moderno.

Con l’audacia e la forza speculativa che gli sono proprie – non disgiunte da certo accentuato gusto per la provocazione - Ferraris certifica con questo libro che arrivano gli ontologi, anzi che sono già qui fra noi (si pensi ad Achille Varzi, Barry Smith, Francesco Orilia, al gruppo di studio afferente al sito Labont, al CTAO, alla Società degli ontologi analitici, a Frederic Nef – per fare solo qualche nome) e che ci guardano, ci studiano, ci scrutano perfino nelle nostre più intime fibre, nei recessi più nascosti della nostra persona, anche addirittura nella tasca dei calzoni, della nostra pochette, della nostra baguette, finanche della nostra nuova doctor o shoppingbag.

Perché è lì, proprio lì, fra i vostri più cari oggetti del desiderio, che il nostro novello colombo (nel senso di Cristoforo, ovviamente, nonché nuovo consulente filosofico del sociale), l’ontologo, scopre la sua America, il suo nuovo (di zecca) lavoro, perché è lì che di solito, odiato e amato, curato o dimesso, di tendenza o retrò, che alberga - gelosamente nascosto o sfacciatamente ostentato - quello che fino a poche settimane fa potevate ancora incautamente considerare un vostro oggetto personale e che dal primo settembre del 2005 non lo è più: il telefonino.

Da questa data infatti l’ontologo se n’è impossessato, lo ha rivoltato da tutte le parti, ne ha decretato il nuovo status di oggetto sociale, anzi perfino di oggetto sociale per eccellenza, e voi (noi) non ci potete fare più nulla, perché è l’ontologo, oggi, che vi dice chi è e dove va il vostro telefonino, o in altri termini: che cos’è.

Davate forse per scontato di sapere ormai tutto di lui? Illusi. Qualsiasi cosa pensavate di sapere in merito (ne avevate approntate categorie estetiche? Era per voi fonte di interrogativi morali? O di tormento finanziario? Gli avete forse anche dedicato qualche verso?): dimenticate tutto. L’ontologo è al lavoro per voi.

Vivace, allegra, dotata di argomenti non certo ancora deboli, poco succube del cattivo infinito ermeneutico, meno depressa, più speranzosa e per giusta conseguenza meno deprimente dei pur simpaticissimi fossili che l’hanno preceduta, questa nuova specie di filosofi riesce a fare perfino della metafisica divertendovi (prima si divertivano soltanto loro), o almeno senza farvi innervosire troppo.

Si intenda allora oggi per ontologia “la parte più generale della metafisica”, questo appunto il suo legame con la metafisica, la quale però nella sua parte speciale si occupa del mondo umano, cioè delinea una teoria dell’esperienza che riesce a diventare ontologia applicata “per formalizzare quelle parti di esperienza che non risultano regolabili dalla scienza”, come nel caso del telefono mobile che prefigura una teoria della mobilità - per così dire - sotto specie di mobile ontology.

Questo nuovo stile di conversazione potrebbe prestarsi però a volte anche a qualche nostalgia del passato: provate infatti a controbattere oggi al più diabolico di tutti gli ontologi, Maurizio Ferrraris, che con questo libro, armato di tutto punto, deciso a non mollarvi un attimo, smonta il vostro telefonino e vi fa vedere che dentro c’è tutto il mondo, ma il mondo vero, non una favola (e neppure un’interpretazione), disposto forse a mostrarsi debole solo nel caso debba personalmente procurarvi un credito per acquistarne uno nuovo, di telefonino (in fondo anche le stelle che poteva ammirare Orazio si riusciva a vederle solo di notte).

Egli mostra infatti nella prima parte del libro che “il telefonino è una macchina per scrivere” molto più che per parlare, ma non nel – solo – senso che siamo tutti diventati o stiamo diventando maniaci degli sms; bensì nel senso che esso si inscrive, materialmente e metaforicamente, nella più generale storia della scrittura e delle inscrizioni che l’umanità già conosce e sperimenta da secoli, però con un carattere rivoluzionario (rispetto anche all’altro genere di scrittura virtuale che tutti ormai pratichiamo, l’email) che risiede nel fatto che il telefonino in realtà porta con sé – e lo farà sempre di più – anche tutti gli altri strumenti/generi di scrittura – perfino commerciali, astrologici, gastronomici, scientifici, oltre che personali ovviamente - e tutto questo mentre semplicemente lo stringiamo in una mano.

Sempre nella prima parte, Ferraris spiega - su ispirazione di John Searle – il fondamento del suo discorso, che cioè è indispensabile portare a tema l’iscrizione se si vuole fare della buona ontologia sociale, ovvero cercare di capire che cosa c’è fra cielo e terra (nel caso presente, il vostro telefonino), anche per provare a dare una qualche risposta al povero Amleto che sono secoli che aspetta di saperlo (e chi di noi può affermare a cuor leggero di non essersi tormentato almeno una volta chiedendosi se Orazio scherzava, se in fondo Shakespeare sia solo un poeta, e allora il dialogo Amleto-Orazio solo testimone di come si possa fare, pur in versi sublimi, cattiva filosofia o…).

Ma se davvero ci fosse qualcosa che è sfuggito finora a tutte le nostre filosofie? Ferraris qui propone “ obblighi, promesse, scommesse, battesimi e funerali, matrimoni e divorzi, premi Nobel e anni di galera […] Più o meno, tutta la felicità el’infelicità della nostra vita” .

E per chiarire meglio esplicita in primo luogo una teoria della scrittura riferita in particolare al telefonino, perché questo nuovo oggetto sociale ci provoca quanto meno a un aggiornamento delle nostre precedenti visioni (in primis ovviamente quelle ispirate al Maestro cui come abbiamo detto è dedicato il libro), perché “è dappertutto, ci lega con un filo invisibile – giacchè non ne possiede uno - e contemporaneamente disloca la presenza, diversamente dal telefono fisso”; ma il dato che più provoca evidentemente è che i telefonini hanno una tastiera per scrivere, gioia e dolore di tutti noi, la quale, a meno che non si usi solo per ricevere e trasmettere le previsioni del tempo – e chi di noi lo fa? -, costruisce giorno per giorno – questo afferma Ferraris – una nuova realtà, quella che appunto l’ontologia sociale è interessata a descrivere e a conoscere, e finalmente nei fatti non solo restando nel chiuso delle accademie, ove si consideri che questo libro ha già venduto 10.000 copie.

In questo senso il telefonino non è più soltanto uno dei nostri più diffusi feticci, ma assume una dimensione sociale che a giusta ragione conduce poi l’autore nella seconda parte del libro ad allargare il discorso per formulare una innovativa e interessante teoria di tutti gli oggetti sociali, come quelli su elencati, inseriti nel quadro teoretico di un confronto serrato fra realismo e testualismo (con una nuova originale proposta di lettura del celeberrimo “Nulla esiste al di fuori del testo”), e di una conseguente critica, senza dimenticare peraltro il confronto con i contributi che a questa tradizione speculativa hanno già in precedenza fornito filosofi vecchi e nuovi quali Aristotele, Geertz, ancora Searle, Austin, più di recente Smith, e molti altri, giungendo finanche a parlarvi del matrimonio di Derrida.

Vi state chiedendo che c’entra col vostro telefonino? Io non lo so, ma l’ontologo si, e ci tiene a farvelo sapere: scrivete a Maurizio Ferraris, www.ontologiadeltelefonino.diablogando.it, ma se poi vi risulta simpatico e volete farlo felice… non dimenticate di mandargli almeno un messaggino per Natale (anzi, già che ci siete, videochiamatelo, magari ci scappa un altro libro).

Indice

1. Perì mail
Il telefonino del Faraone
Scrivere
Registrare
Costruire

IL DIAVOLO NELLA BOTTIGLIA

2. Oggetti sociali
Realismo e testualismo
Realismo forte
Testualismo forte
Realismo debole
Testualismo debole

Epilogo

L'autore

Maurizio Ferraris (http://www.labont.it/ferraris/) insegna Filosofia teoretica nella Università di Torino,dove dirige il Centro Interuniversitario di Ontologia Teoretica e Applicata (Ctao). Ha pubblicato una trentina di libri. Tra questi, da Bompiani, Storia dell’ermeneutica (1988), Nietzsche e la filosofia del Novecento (1989), Mimica. Lutto e autobiografia da Agostino a Heidegger (1992), Il mondo esterno (2001), Goodbye Kant! (2004), giunto in pochi mesi alla quarta edizione.