lunedì 26 gennaio 2015

Giacomantonio, Francesco, D’Alessandro, Ruggero, Nostalgie francofortesi. Ripensando Horkheimer, Adorno, Marcuse e Habermas

Milano-Udine, Mimesis, 2013, pp. 99, euro 12, ISBN 978-88-5751-916-6

Recensione di Denise Celentano - 04/03/2014

A dispetto del titolo, gli autori non intendono limitarsi a un omaggio sentimentale ai pensatori della Scuola di Francoforte; queste “nostalgie” sono piuttosto legate “all’idea che i contributi della teoria critica possano ancora avere qualcosa da dire, anche concretamente” (p. 9). Più che arricchire il dibattito di nuovi spunti, il testo ripercorre alcuni momenti già noti della teoria critica, che “come la filosofia, […] si oppone all’acquiescenza alla realtà, al positivismo soddisfatto; ma, a differenza della filosofia, trae i suoi obiettivi soltanto dalle


tendenze presenti del processo sociale” (p. 13). Si intende per questa via prendere le distanze da ogni deriva postmodernista.
Max Horkheimer viene descritto come il pensatore che ha conosciuto meno “impatto mediatico” rispetto agli altri francofortesi. Caratteristico della sua sociologia è di essere “anche, necessariamente, una filosofia sociale, perché racchiude sempre in sé la riflessione critica sui fenomeni che studia” (p. 16). Del resto, lo stesso approccio interdisciplinare che ha caratterizzato sin dall’inizio l’Istituto di Francoforte, di cui Horkheimer è stato primo direttore, risponde all’obiettivo fondamentale di “rendere […] il sistema meno arbitrario e ingiusto nei confronti degli individui e, quindi, meno bisognoso di trasfigurazione” (p. 17). Giacomantonio ripropone alcuni tratti della critica della razionalità occidentale dell’autore di Eclissi della ragione: la denuncia della soggettivizzazione e formalizzazione della ragione in seno all’organizzazione sociale, ratificata dalle visioni pragmatistiche e positivistiche, si lega in prima istanza alla questione dei fini, data l’importanza di non occultare la realtà del dominio con visioni che risultano, a conti fatti, ideologiche, quando pretendono di collocarsi in un altrove astratto rispetto ai conflitti sociali esistenti. Senonché, quel che distingue Horkheimer dallo Husserl della Crisi delle scienze europee nella diagnosi critica del ruolo della scienza, è appunto – fra l’altro – la preoccupazione per il destino sociale e l’interesse emancipativo. Ciò non ha tuttavia impedito una deriva conservatrice e “addirittura in qualche misura teologica” (p. 23) nell’ultimo Horkheimer, benché l’autore tenda a mettere  maggiormente in discussione le caratterizzazioni di Horkheimer in termini reazionari; di contro invita ad apprezzare l’attitudine del filosofo a rifuggire da “interpretazioni monolitiche e eccessivamente cristallizzate” (p. 24) della realtà sociale.
La lezione di Horkheimer, rileva Giacomantonio, resta complessivamente priva di eredi diretti: “nel panorama delle scienze sociali, non pare particolarmente diffusa o, comunque, favorita, dal punto di vista istituzionale e accademico, la singolare capacità di Horkheimer di saldare la riflessione filosofica alla scienza sociologica” (p. 26). Se nell’ambito francofortese l’accostamento con Habermas si limita a una serie di deboli parallelismi biografici - non senza rilevare un rapporto di “assimilazione critica” dal punto di vista teorico -, nel panorama filosofico occidentale l’autore accenna a una vicinanza indiretta a Foucault, Zizek e Bauman, rispetto ai quali tuttavia le distanze restano da molteplici punti di vista notevoli.
Quanto al collaboratore e amico di Horkheimer, Theodor Adorno, D’Alessandro vi dedica un profilo mirato nel secondo capitolo. A un ritratto biografico, che a un tratto indugia persino nel privato personale del filosofo, si intreccia una discussione sul nesso tra riflessione estetica e critica sociale, che nel pensiero di Adorno si fondono alla luce del “rapporto dialettico dell’opera con il tempo” (p. 41): esso richiede che si vada tanto “al di là de l’art pour l’art, quanto de l’art engagé” (p. 40). Tale carattere dialettico fa sì che l’arte sia “profondamente aporetica, giacché mentre è parte del mondo è anche ‘altro’ dal mondo” (p. 35) e condivida “con la filosofia tanto la resistenza di fronte all’inautentico, quanto l’istinto di salvare il non identico” (ibd.). Il resoconto sull’intensa riflessione estetica di Adorno non preclude a un accenno critico, avanzato sulla scorta di Martin Jay, là dove se ne rilevano gli aspetti più “etnocentrici”, che hanno impedito al francofortese di cogliere la specificità di linguaggi musicali come il jazz o, in generale, di altre forme artistiche non europee. Più ampio è il focus dedicato a Marcuse, definito da D’Alessandro come il più “popolare” tra i francofortesi, con i quali condivide diverse caratteristiche, notoriamente “l’essere tedeschi, di famiglia altoborghese, ebrei, marxisti critici, alcuni anche simpatizzanti della sinistra rivoluzionaria degli anni Dieci/primi anni Venti, studiosi multidisciplinari e principalmente di filosofia e sociologia, letteratura e psicologia” (p. 55). Fuor di biografia, a livello teorico, se il riferimento a Marx è un punto di partenza comune, quel che fra l’altro distingue Marcuse dagli altri pensatori di Francoforte è l’ammirazione per Heidegger, che lo porta alla “rilettura della diarchia Hegel-Marx alla luce del magistero heideggeriano” (p. 59); un debito teorico rispetto al quale tanto Adorno quanto Horkheimer sono - giova ricordare, in quanto spesso ad esso assimilati - decisamente estranei. In un secondo momento il quadro teorico marcusiano si arricchisce, com’è noto, con lo studio critico di Freud, sullo sfondo di un’attenzione costante per il concetto di utopia e di una filosofia valorizzata nella dimensione del “possibile”.
Il breve volume si conclude con un focus dedicato a Habermas, che Giacomantonio caratterizza in termini di “illuminismo politologico”. Di Habermas si ripercorre la teoria dell’agire comunicativo ma anche le prime riflessioni, risalenti agli anni Sessanta e Settanta, sull’epistemologia nelle sue implicazioni politico-sociali e sulla sociologia nell’ambito del tardo-capitalismo; per proseguire negli anni Novanta, in cui la riflessione si svolge intorno ai concetti di “democrazia, Stato e multiculturalismo” nella direzione di una concezione deliberativa della politica. Giacomantonio preferisce infine mettere in luce i meriti della teoria, spesso - non senza ragione - accusata di “eccesso di idealismo” e criticata per “la sua interpretazione ‘pacificatoria’ del progetto della modernità” (p. 94). Tra gli aspetti positivi, l’autore rintraccia generalmente il rifiuto di “chiusure e estremismi” ideologici (p. 95) e il carattere dialettico della riflessione; tanto più che secondo Giacomantonio il pensiero di Habermas costituirebbe “uno degli ultimi esempi di Grande teoria […] che pensa ancora l’umanità nella sua pienezza, pur con tutte le questioni e difficoltà che ciò comporta” (p. 95). Avrebbe probabilmente giovato arricchire la rassegna con il contributo dell’ultimo francofortese, Axel Honneth, non solo perché ha molto riflettuto sui limiti del formalismo di Habermas, ma anche perché rappresenta una prosecuzione originale delle istanze francofortesi come esponente di terza generazione della Scuola.
Dato il carattere divulgativo e la semplicità del linguaggio, nonché la predilezione per lo spirito generale delle teorie, affrontate per nuclei tematici senza sostare in argomentazioni dettagliate, ci sembra che il testo possa essere utilizzato per lo più per un primo avvicinamento al pensiero della Scuola di Francoforte.


Indice

Nota degli autori
Introduzione
Max Horkheimer: ragioni della sociologia e sociologia della Ragione
Theodor Adorno: politica, estetica e impegno
Herbert Marcuse: società, utopia e dinamiche di liberazione
Jürgen Habermas: verso un Illuminismo politologico

Bibliografia

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