domenica 9 aprile 2006

Paoletti, Giovanni (a cura di), Pensiero storico e filosofia analitica.

Pisa, Ets, 2005, pp. 257, € 18,00, ISBN 88-467-1252-8.

Recensione di Delia Belleri - 09/04/2006

Storia della filosofia (antica, contemporanea), Filosofia della storia, Filosofia del linguaggio

Pensiero storico e filosofia analitica è una raccolta di contributi eterogenea, frutto del lavoro di ricerca di studiose e studiosi del Dottorato in Discipline Filosofiche presso l’università di Pisa nell’anno accademico 2001/02. Il volume è suddiviso in tre sezioni, corrispondenti a tre diverse aree tematiche: studi di filosofia antica, storia e storiografia, attorno a Wittgenstein.
Gli articoli della prima sezione approfondiscono aspetti del rapporto tra filosofia e altri ambiti della cultura greca antica. Il primo saggio, di Giovanni Panno, si concentra sulle Baccanti di Euripide viste come rappresentazione del declino della polis, nonché ultimo atto della parabola tragica greca. La tragedia euripidea mette in scena la scissione della città dalla sua stessa fondazione religiosa, mitica e rituale. A causa del suo irrigidirsi in una legalità formale ed esteriore, la polis è divenuta incapace di riferirsi al divino, che è il suo altro più remoto, ma anche la radice della sua esistenza. Il destino di Penteo, re di Tebe, sarà lo smembramento, così come il destino della polis sarà la disgregazione. L’unità compromessa rende impossibile vivere la tragedia come momento catartico di recupero dell’identità collettiva. La perdita di unità è perdita del divino e viceversa. Lo spirito del tragico è portato da Euripide al suo estremo compimento sul piano poetico, storico e metafisico.
Platone e Tucidide sono gli autori messi a confronto nello “studio in parallelo” svolto da Claudio Ternullo. L’intento del saggio è mostrare i punti di contatto tra lo storico e il filosofo in merito al valore della storia in generale. Ciò che emerge è un comune interesse verso la “dinamica” della storia, intesa come un movimento costante in cui si alternano figure necessarie e ben determinate sotto il profilo logico (come nel susseguirsi delle tipologie di governo). Il rapporto tra storia e mito è visto da Tucidide con una diffidenza quasi positivistica; Platone esalta invece le virtù pedagogiche, scientifiche e fondative del mito, che narra storie “ideali”. In entrambi si legge la volontà di inserire ogni fatto in un orizzonte più ampio: quello della vita, della storia umana, della ricerca della verità e della possibilità di progettare un futuro a partire dalla comprensione del passato.
L’ultimo contributo della sezione, firmato da Stefano Bellanda e intitolato Ontologia della techne, istituisce un paragone tra il senso della vicenda mitologica di Prometeo nel Prometeo incatenato di Eschilo e il “parricidio” filosofico perpetrato da Platone nel Sofista. Da un lato il titano, latore del fuoco presso gli umani, è punito con l’immobilità; dall’altro il filosofo ateniese, in cerca di una definizione di techne, si arresterà sul punto altamente aporetico del parlare di ciò che non è. Prometeo merita l’immobilità per aver dato agli uomini la possibilità di uscire dal dominio della necessità. Lo scacco metafisico di Prometeo si ripresenta come contraddizione logica nel dialogo platonico, laddove per definire la techne ci si avventura nell’impresa proibita di predicare il non-essere. Il senso filosofico delle due vicende sembra il medesimo: l’impossibilità di violare l’unicità dell’essere, la sua necessità, l’ordine logico e metafisico che esso sancisce.
Gli articoli della seconda sezione perseguono sempre un intento storico-filosofico, applicato questa volta a questioni di filosofia della storia e filosofia della storiografia. Il primo contributo, l’unico a discostarsi leggermente dall’area tematica della sezione, firmato da Olivia Catanorchi, analizza la ricezione della Repubblica e delle Leggi di Platone nell’ambiente intellettuale del Quattrocento italiano. Nel XV secolo si assiste a un recupero del pensiero platonico. Si registra un interesse condiviso dagli intellettuali fiorentini, milanesi e veneziani nell’utilizzare le elaborazioni teoriche dell’ateniese per interpretare e giustificare gli assetti politici vigenti. Si discute sulla forma di governo ideale, sui principi morali cui il legislatore debba ispirarsi, sui nessi tra filosofia platonica e pensiero cristiano.
Luca Basso esplora il ruolo del male nella storia in Leibniz e Voltaire. Per l’autore della teodicea, il male nel mondo si da come fattore necessario, che non contrasta l’avanzamento del cosmo verso una maggiore perfezione. Il perseguimento di un bene assoluto può tollerare la presenza del male, che è sempre relativo, parziale, particolare. Voltaire critica la nozione di migliore dei mondi possibili tacciandola di ottimismo, e nega qualsiasi intervento di Dio nella storia. Chi fa la storia sono gli uomini con le loro azioni. Anche il male è ridotto alla sua accezione empirica, come male fisico o morale (la nozione di male metafisico è tolta). Il rimedio al male nella storia è tutto nelle mani dell’uomo, che con l’azione sociale guidata dalla ragione può arginarne gli effetti. Il progetto illuministico voltairiano è quanto di più estraneo alla prospettiva leibniziana, che integra essenzialmente il male nella storia - suggestiva è la metafora dell’ombra o della dissonanza -, e cattura una visione del progresso storico più complessa e ricca di ciò che l’illuminista francese riesce a cogliere.
Il terzo articolo, di Carlo Altini, attraversa le elaborazioni teoriche di tre pensatori, appartenenti a tre tradizioni diverse, mettendone in risalto contrasti e similitudini. L’uno, Robin George Collingwood, filosofo oxoniense, è esponente di uno storicismo di stampo idealistico, i cui principi cardine sono una concezione della storia come processo del pensiero, e del compito dello storico in termini di recupero dello spirito che è “anima” dei fatti. Leo Strauss, filosofo ebreo tedesco trapiantato negli USA con l’ascesa del nazismo, rileva l’autocontraddittorietà dello storicismo, che afferma come verità assoluta la relatività storica di ogni pensiero. A una prospettiva ermeneutica che lascia allo storico un potere assoluto di interpretazione e critica, Strauss contrappone un approccio “leale” nei confronti dell’oggetto d’indagine, in cui lo storico si assume la responsabilità dell’oggettività e della verità. Arnaldo Momigliano si muove sempre in un orizzonte metodologico che esalta il ruolo veritativo della storiografia. Lo storico non si trova di fronte a fatti, ma a documenti che attestano realtà non più esistenti. Lo storico è chiamato a ricostruire queste realtà perdute, lavorando analiticamente sui dati, e occasionalmente ricorrendo alla propria sensibilità culturale. Lo studioso, che vive e opera pur sempre nella storia, deve riuscire ad armonizzare la ricostruzione scientifica con la comprensione dei fatti alla luce del presente.
L’ultimo contributo, firmato da Francesca dell’Omodarme, è una riflessione sull’opera di Otto Weininger, filosofo austriaco attivo nella Vienna di fine Ottocento. Il suo pensiero è affidato a due libri: il primo, Sesso e carattere, vuole essere una metafisica della sessualità. Vi si individuano due possibili modelli di approccio al mondo: un principio maschile (U), razionale e autocosciente, e un principio femminile (D), istintuale e irriflesso. La liberazione dell’uomo dall’irrazionalità sta nella redenzione della donna, nella neutralizzazione del suo ascendente caotico sulle cose umane. Nel suo secondo libro, raccolta di scritti uscita postuma con il titolo Delle ultime cose, Weininger si propone di tracciare una metafisica a partire dalle categorie psicologiche dell’uomo. Ora, secondo l’autrice i progetti filosofici di Weininger sono supportati da una medesima preoccupazione morale: quella di resistere alla disgregazione del soggetto etico, e di tentare di ripristinare un’aderenza dell’uomo a se stesso e al mondo.
La terza sezione, intitolata Attorno a Wittgenstein, tratta temi che toccano in punti diversi il percorso teorico del filosofo austriaco. Il saggio di Debora Maccanti ha come fulcro la nozione di “vedere” in epistemologia e in filosofia del linguaggio. Il vedere non è un fenomeno passivo, ma un atto operativo di organizzazione del reale. Così, una teoria scientifica è più un peculiare modo di articolare il mondo che un rispecchiamento pedissequo della sua struttura (posto che esista). Nella sua teoria del linguaggio, Wittgenstein si serve del concetto di immagine per mostrare come, alla base delle pratiche linguistico-comunicative, stia un’immagine del mondo, cioè un punto di vista, una prospettiva, un “vedere-le-cose-in-un-certo-modo”. La “visione” è però qui intesa come articolazione concettuale, che non accoglie i dati passivamente, ma è sempre accompagnata da un accostarsi al mondo teorizzante, interpretativo, pensante.
Il rapporto oralità-scrittura nel pensiero wittgensteiniano è il tema dell’articolo di Andrea Moneta. Secondo alcuni studiosi, il passaggio dall’oralità alla scrittura ha prodotto una mutazione antropologica, provocando lo sviluppo delle capacità intellettive che stanno alla base della scienza, della filosofia, dello studio del linguaggio. Così non è per Wittgenstein: la scrittura in sé non può aver prodotto alcun cambiamento sostanziale della prospettiva umana sul mondo che fonda qualsiasi linguaggio (gestuale, orale, scritto). Questa prospettiva o “immagine del mondo” è la nostra “forma di vita”, l’orizzonte delle nostre azioni. Il linguaggio è un insieme di pratiche e usi che determinano i significati. Se il linguaggio ha come fondamento il comportamento peculiare della nostra specie, nessuna istituzione razionale (quale è la scrittura) potrà veramente cambiare l’essenza antropologica del linguaggio.
Nel terzo e ultimo contributo, l’autore Luca Mori si chiede quali possano essere i risvolti etico-politici della filosofia di Wittgenstein. L’assunto di fondo è il seguente: il discorso sul bene e il male eccede già i limiti di ciò che possiamo dire, e si connota come insensato. Come possiamo sperare di dire qualcosa di vero in questo campo? Per riscattare il discorso morale e politico dobbiamo ritenere che le proposizioni etiche non esprimano fatti, ma “modi di vedere” il mondo. Ne consegue che i sistemi etici e le strutture politiche rientrano in “giochi linguistici” di volta in volta emergenti da quella base della comunicazione umana che è la “forma di vita” del linguaggio. Posto che dal linguaggio non si può uscire, tutto ciò che possiamo fare è esplorare dialogicamente i modi di vedere il mondo che le norme e le pratiche linguistiche ci mettono a disposizione. La rilevanza etico-politica di questo discorso sta nell’illuminare i limiti intrinseci del linguaggio, nel prendere coscienza della condizione dell’uomo nella società e nella storia, sospendendo il giudizio tra preferenze conservatrici e progressiste.

Indice

I. STUDI DI FILOSOFIA ANTICA
Giovanni Panno, Disiecta membra della polis nelle Baccanti di Euripide
Claudio Ternullo, Tucidide e Platone. Appunti per uno studio in parallelo
Stefano Bellanda, Ontologia della tèchne: nel Prometeo incatenato e nel Sofista di Platone

II. STORIA E STORIOGRAFIA
Olivia Catanorchi, Platone nel ‘400: il caso della Repubblica e delle Leggi
Luca Basso, Storia e Presenza del male tra Leibniz e Voltaire
Carlo Altini, Oltre lo storicismo: Collingwood, Strauss, Momigliano
Francesca dell’Omodarme, Alcune riflessioni sul simbolismo di Otto Weininger

III. ATTORNO A WITTGENSTEIN
Debora Maccanti, La concettualizzazione della visione
Andrea Moneta, Se un leone potesse scrivere? Linguaggio e scrittura nella filosofia di Ludwig Wittgenstein
Luca Mori, L’emergenza del dire etico e politico in Ludwig Wittgenstein.

Il curatore

Giovanni Paoletti ha conseguito il dottorato di ricerca in Filosofia all’Università di Pisa nel 2000. Attualmente insegna Filosofia e Storia in un liceo scientifico.

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