sabato 30 settembre 2006

Sfez, Lucien, Tecnica e Ideologia. Una questione di potere.

Milano, Spirali, 2006, pp. 329, Euro 28,00 ISBN 88-7770-676-7.

Recensione di Gennaro De Falco - 30/09/2006

Sociologia (tecnica, comunicazione, globalizzazione)

Tecnofobi o Tecnofili? È questa la classificazione (pp. 23-24) in cui sono inseriti, in modo semplificante, come fa notare Lucien Sfez, gli studiosi che odiano e quelli che amano la tecnica. Una tale contrapposizione – che fa venire alla mente un certo manicheismo della peggior specie – è già indicativa di come la tecnica abbracci ormai trasversalmente tutta la società e di come, più che cercare una sintesi tra visioni contrapposte, bisogna accettarne o meno, integralmente, la fede.
Nelle pagine interessantissime di questo libro, l’autore riesce ad illustrare ampiamente, anche facendo ricorso a fatti accaduti nella Francia degli ultimi anni, l’importanza che ormai ha acquistato la tecnica sulla nostra vita.
Premessa indispensabile di Sfez è che, in realtà, tutte le questioni poste dalla tecnica e riguardanti la sua utilità, la sua moralità, etc, sono relative (p. 27).
Si crea, dunque, una situazione ibrida, fatta di finzioni (p. 13) in cui addirittura termini quali “scienza” o “tecnica”, oppure “scienziato” o “tecnico” non hanno più distinzioni nette: “con le nuove tecnologie, il tecnico è un programmatore” (p. 56).
Uno dei punti su cui più fortemente insiste l’autore è “il matrimonio morganatico tra tecnica e sistema di decisione” (p. 74), laddove bisogna ricondurre la decisione alla sfera della politica che ovviamente non può riconoscere il suo legame con la tecnica (p. 75).
La domanda che ci si deve porre infatti è quanto indispensabile sia la tecnica intesa come innovazione – e differente dalla invenzione intesa come scienza – alla vita dell’uomo (pp. 108 sg.).
È proprio questo il punto: non vi è nessun fondamento che legittimi la presenza di un oggetto tecnico(p. 80) ed è quindi inevitabile che, per irrompere nella vita dell’uomo, ha bisogno di un sostegno che è dato, allo stato attuale, dalla “tecnoeconomicopolitica” (p. 91), tale nome rendendo i lettori certi dell’identità dei protagonisti di questo intreccio e del quale, ad esempio, Sfez cita le vicende legate alla riforma della France Telecom (pp. 96-101).
Una lettura superficiale del legame fra tecnica e politica potrebbe portare a pensare che, in fin dei conti, siccome la politica dovrebbe essere la rappresentazione del volere collettivo, le tecniche di uso comune ne siano l’espressione.
In realtà la collettività, senza rendersene pienamente conto, è sottomessa alla tecnica: dimostrazione ne è data dai gruppi che si riuniscono su internet, dove si perde il legame con la comunità a tutto vantaggio di una dimensione virtuale (p. 146).
E c’è un’altra domanda da porsi: quale società viene fuori da questa applicazione indiscriminata della tecnica? Si tratta, e anche questo preclude la visione di una gran parte della realtà, di una società di persone che, vivendo in condizioni agiate e non avendo problemi di salute, si perdono in questioni superficiali come la scelta dell’automobile più potente (p. 136).
Tale sorta di problemi, legati alle macchine più o meno veloci o ad altre stupidità come queste, ci danno anche l’immagine di una società leggera e superficiale che, intenta a spendere in prodotti tecnologici, dimentica i problemi della Terra e del mondo, confermando i caratteri descritti da Bauman e da altri sociologi del suo livello.
E’ dunque la tecnica che plasma la società e la collettività, soddisfacendo i bisogni prima ancora che nascano (p. 153).
Altro interessante aspetto di cui si occupa l’autore è il ruolo degli investitori nell’assicurare il legame fra la tecnica e la politica: gli investitori si muovono, già da qualche anno oramai, in un mercato feroce dove gli Stati sono soltanto dei regolatori (pp. 175-176), e a volte non riescono nemmeno a essere tali.
Se si parte dalla considerazione che Sfez ha degli investitori, rappresentanti di una “ideologia camuffata da utopia e ibridata di pragmatismo” (p. 180), appare chiaro che questi ultimi vogliono un ritorno, in termini di profitto, dei soldi investiti. E se la tecnica in sé non è necessaria, è altrettanto chiaro che gli investitori devono farla percepire necessaria.
Come?Veicolandola in modo subdolo, vendendo non i meri prodotti, ma i grandi ideali: infatti il lato puramente commerciale dei prodotti viene lasciato da parte, prevale un marketing di idee (p. 191).
In sostanza bisogna far circolare idee, seppur utopiche, ma idee che creino nell’uomo positività, identificazione e fiducia: ritornando al caso della France Telecom, questo nuovo nome dato alla vecchia DGT (la direzione generale delle telecomunicazioni francese), dimostra la scelta volontaria di mettere nel dimenticatoio le Poste (che ormai rappresentavano il passato), nonostante avessero realizzato prodotti e servizi meritevoli di attenzione (pp. 184-190). In questo come in altri casi viene fuori una “realtà soltanto costruita, e le tecnologie che la costruiscono divengono le qualità intrinseche di ciò che costruiscono”(p. 210).
Altri spunti degni di nota del testo di Sfez riguardano le considerazioni della tecnica come finzione: senza volersi abbandonare in discorsi fittizi e con una debita premessa (p. 232), l’autore analizza le caratteristiche della finzione verosimile che si ripetono nella tecnica (pp. 238-240). La conclusione dell’analisi porta Sfez a sostenere che la finzione sia alleata della tecnica ed insieme a quest’ultima riesca a sedurre l’uomo (p. 246).
Dimostrazione a contrario di questa seduzione è la paura che l’uomo ha di perdere la sua amata tecnica, paura dimostrata da tutte le precauzioni adottate dagli Stati ricchi in occasione del bug informatico, in corrispondenza del passaggio all’anno 2000 (p. 251). Pensiamo, a tal proposito, anche al comportamento che hanno i traders professionisti, gli investitori che, grazie alle nuove tecnologie, operano in borsa direttamente da casa: il terrore che, nel bel mezzo di un’operazione di borsa, siano abbandonati dalla loro connessione ad internet o dal loro pc, li spinge a moltiplicare connessioni e pc in modo tale da averne altri immediatamente disponibili (con somma gioia dei fornitori di servizi e dei produttori).
E’ indubbio che l’analisi di Sfez, per quanto in alcuni punti particolarmente complicata, porta alla luce un mondo dove la tecnica non è neutrale, ma impregna di sé la vita quotidiana e le nostre abitudini; anche Umberto Galimberti, diversi anni fa, nel suo libro Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, avvertiva di questo pericolo quando scriveva che “la tecnica non è neutra, perché crea un mondo con determinate caratteristiche che non possiamo evitare di abitare e, abitando, contrarre abitudini che ci trasformano ineluttabilmente”.
La tecnica, nel suo intreccio morganatico, non ha limiti se si pensa che l’ingegneria genetica sarà sostituita dalle nanotecnologie, campi di ricerca interdisciplinari che studiano e manipolano la materia atomo per atomo.
Lo sviluppo delle nanotecnologie ci mostra come la corsa non si è arrestata e come chi possiederà queste conoscenze così specifiche – e cioè le grandi transnazionali che sono ormai centri di potere, che affiancano gli Stati e talvolta li sostituiscono – governerà anche il mondo.
Il film, The Manchurian Candidate, di produzione statunitense (2004) e ispirato all’omonimo romanzo di Richard Condon, è molto significativo in tal senso in quanto è la storia di un uomo che, per una serie di vicende intricate, è candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Costui, in realtà, è pilotato da una grossa multinazionale che gli ha installato nel cervello un chip grazie al quale esegue tutti gli ordini che gli sono impartiti. Una storia del genere potrebbe significare il dominio dei pochi?
La tecnica diviene l’unico soggetto capace di dischiudere agli uomini mondi inesplorati e – ancor peggio – altamente desiderabili, tanto è che, per citare ancora Galimberti: “la scienza non è più al servizio dell’uomo, piuttosto è l’uomo al servizio della tecnoscienza”.
E senza dover essere grandi studiosi, basta analizzare un po’ più a fondo ciò che ogni giorno le metropoli, i giornali, le televisioni ci offrono in modo martellante per comprendere quanto ciò sia una terribile ed incontrovertibile realtà.

Indice

Apertura – Racconti sparsi
1. Technopolis, un discorso di finzione
2. Un’impregnazione ideologica
3. Temi riccorrenti e punti critici
Prima parte - Il racconto tecnopolitico fondante
Capitolo I I marcatori della tecnica
Capitolo II Il matrimonio morganatico tra tecnica e decisione
Capitolo III Teorie della tecnica politica
Seconda parte – Le immagini del racconto tecnopolitico
Capitolo I Immagini della tecnica e loro costellazioni
Capitolo II Le immagini tecnosociali degli investitori (industriali e finanzieri)
Capitolo III L’emergere delle immagini e delle pratiche tecnonaturali
Finale – La tecnica è una finzione istituente?
1. La tecnica come finzione?
2. La finzione della tecnica è istituente?
3. La tecnica, finzione che manca di simbolicità
Postfazione La resa dei conti o i vantaggi della nozione di finzione
Appendici
Bibliografia
Indice dei nomi


L'autore

Lucien Sfez è docente all’università di Parigi I Panthéon Sorbonne, dove dirige il dottorato Comunicazione, tecnologie e potere. È autore di molte opere, tra cui Critique de la décision (1973, 1992), La politique symbolique (1988, 1993), e Critique de la communication (1988, 1992; trad. it. Firenze 1995), che hanno contribuito al rinnovamento della scienza politica.

Bibliografia

Bauman, Zygmunt, Globalization. The Human Consequences. Cambridge, Polity press, 1998. Traduzione di Oliviero Pesce: Dentro la globalizzazione: le conseguenze sulle persone. Roma, Editori Laterza, 2001.
Galimberti, Umberto, Psiche e teche: l’uomo nell’età della tecnica. Milano, Feltrinelli, 1999.

Links

Di Zitti, Ermanno, et al., Nanotecnologie e Ict: potenzialità e prospettive. In: “Mondo digitale”, 3 (settembre 2004), 
Galimberti, Umberto, Il dominio della tecnica. In: “La Repubblica”, 15 agosto 2003, 

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