domenica 28 ottobre 2007

Ferrarin, Alfredo (a cura di), Congedarsi da Kant? Interventi sul Good-Bye Kant di Ferraris

Pisa, Ets, 2006, pp. 162, € 13,00, ISBN 88-467-1502-0.

Recensione di Francesco Tampoia - 28/10/2007

Il volume trae le sue origini da un dibattito svolto, in margine al libro di Ferraris, a Pisa il 7 novembre 2004 con relazioni di Ferrarin e La Rocca, a cui sono stati aggiunti interventi di Parrini e Barale e, in coda, la replica di Ferraris. Lo scopo principale del libro è anticipato nella Prefazione di Ferrarin, una sorta di invito alla lettura di Kant e la testimonianza comune ai coautori che, comunque si voglia giudicare la disanima sferzante e provocatoria di Ferraris, è “da salutare con piacere e soddisfazione da parte di quanti hanno a cuore una discussione filosofica scevra da toni ossequiosi e paludati e da una ricerca puramente filologica, erudita o evolutiva: e cioè un confronto aperto, vivace, insolitamente franco e senza riserve, nella fattispecie sull’attualità della filosofia kantiana” (p. 10).

1. Ferrarin, nel suo intervento, dichiara che non intende difendere Kant, del quale oggi non è possibile accogliere il linguaggio pesante e macchinoso, sia pure giustificato in nome di una maggiore precisione concettuale, che conduce in buona sostanza alla riduttiva conclusione di matematizzare la realtà. Ma pur apprezzando l’efficacia verbale, la disinvoltura di Ferraris, la sua utile semplificazione della Critica della Ragion Pura, Ferrarin non se la sente di accettare una sorta di interpretazione liberalizzata che rinuncia al rigore filologico. Si tratta soltanto di togliere un po’ di ruggine a un monumento per restituirlo all’attualità? Ferrarin rileva che a Ferraris sfugge “l’intima connessione tra metafisica e critica, così come gli sfugge la sintesi nella sua centralità in tutte e tre le Critiche” (p. 17). Rileva, ancora, che Ferraris, ripetendo l’affermazione kantiana che la metafisica è un brancolare nel buio e isolando la metafisica nella sua accezione negativa e critica, non si accorge che Kant non ha una sola idea di metafisica. Se l’approccio di Ferraris si ponesse nella direzione di considerare la Ragion Pura come metafisica dell’esperienza, il discorso potrebbe pendere dalla sua parte, ma nell’affermare che “una metafisica in senso positivo può solo significare un’ontologia” non appare convincente e dovrebbe spiegare più esplicitamente cosa intende per ontologia. Una giusta interpretazione della Dialettica, invece, gli avrebbe consentito di non “perdere di vista l’oggetto primario della Critica della ragion pura, che non è un’ontologia ma nient’altro che l’autonomia della ragione che non ha a che fare che con se stessa” (p. 18). Eppure, e certamente Ferraris lo sa, “tra tutti i grandi filosofi che hanno scritto su Kant è Hegel che ha capito che senza Dialettica e Architettonica non si fa molta strada nella comprensione della Critica della ragion pura. Sennonché a Hegel interessavano più di tutto le antinomie, mentre io ritengo che nella Dialettica, soprattutto nell’Appendice, si trovino le idee come direttive che la ragione dà a se stessa” (pp. 18-19).

2. La Rocca esordisce approfondendo la problematicità e il senso di un congedo, in questo caso da un grande maestro, congedo che comunque, a quanto pare, non è un parricidio bensì un semplice e umano allontanarsi dei figli dal padre. Poi ferma l’attenzione su alcune delle critiche rivolte a Kant: ritiene giusta la scelta di Ferraris di privilegiare la dicotomia realismo/idealismo e mettere in discussione il rapporto fenomeno/noumeno, intuizioni/schemi concettuali, ma gli rimprovera di lasciarsi sfuggire la portata radicale della rivoluzione copernicana. “Nessun discorso su oggetti (che abbia pretesa di validità) può considerarsi legittimo se non si è in grado di indicare in che modo qualcuno - chiunque egli sia - possa accedere a tali oggetti” (p. 39). Ferraris, in altri termini, si lascia sfuggire l’istanza di stabilire preliminarmente in che modo esperienza e discorso siano possibili. Per quanto riguarda l’in sé, aggiunge che “Kant non sottoscriverebbe mai la tesi ‘ciò che non si conosce, è come se non esistesse’, Kant non sottoscriverebbe mai la tesi che ‘le cose esistono solo in quanto ce le rappresentiamo in forma cosciente’, e nemmeno la tesi esse est percipi” (p. 41). Kant “sottoscriverebbe invece senza battere ciglio la tesi che ‘possiamo benissimo incontrare cose senza conoscerle’” (p. 42). Dunque, non è vero che le cose esistono solo in quanto ce le rappresentiamo in modo cosciente e, d’altronde, se non sapessimo indicare alcune vie di accesso ad esse, esisterebbero lo stesso. La Rocca affronta, poi, il vero problema di Ferraris: “L’ontologia kantiana è allora regolativa, ovvero non prescrive nulla all’oggetto (fuori di quanto indicato dalle categorie dinamiche, che vale però anche per enti meramente possibili) ma offre, scrive di nuovo Kant, ‘una regola per cercare (…) (qualcosa) nell’esperienza, e un contrassegno per ritrovarlo in questa’”(p. 45). Sì, l’ontologia kantiana è regolativa e non prescrittiva nei confronti del mondo esterno, ribadisce La Rocca, ma Kant non è stato né idealista, né ontologo alla maniera in cui lo si potrebbe intendere oggi. Tornando invece al ruolo dell’Io penso, al suo compito, l’Io kantiano è, come più volte è stato affermato anche dalla lunga tradizione esegetica del Novecento, da Cassirer fino a Putnam, una funzione o l’insieme di funzioni, funzioni di una possibile esperienza del mondo e non entità platoniche.

3. Parrini reputa lodevoli le intenzioni di Ferraris, quelle cioè di togliere la ruggine del tempo alla Critica della Ragion Pura e prendere congedo dal trascendentalismo in nome di quanto accaduto nella scienza e nella filosofia post-kantiana. Il neoempirismo, del resto, lo ha già fatto: “La critica neoempiristica alla teoria dei giudizi sintetici a priori ha mostrato l’insostenibilità della concezione trascendentale della conoscenza, almeno quando all’espressione ‘trascendentale’ si mantenga il significato più rigoroso datogli da Kant” (p. 70). Ed è forse consigliabile, ancora oggi, prendere spunto dai neopositivisti ”quando affermano che la fine del sintetico a priori kantiano trascina con sé anche la fine di una teoria trascendentale intesa, appunto, come un’epistemologia basata su affermazioni sintetiche apoditticamente certe” (pp. 71-72). Ma Parrini si chiede: è giunto il momento di negare ogni validità alle tesi epistemologiche di Kant? Intanto nessuno può negare la continua presenza di Kant nei duecento anni dalla sua morte fino ai nostri giorni, sol che si pensi ad alcune figure significative quali Strawson o Allison. Parrini imposta in seguito il suo intervento su due livelli: quello esegetico e quello teorico. Occorre preliminarmente riconoscere che ancora oggi, pur arricchiti dai recentissimi contributi di Dieter Heinrich, Robert Pippin, Paul Guyer, non abbiamo una lettura complessiva attendibile dei testi kantiani. Sul piano teorico, Ferraris è “disposto a concedere la validità della tesi kantiana circa il carattere sintetico e non analitico dei giudizi matematici, ma poi dà per scontato che si debba accettare la critica di Quine alla dicotomia analitico/sintetico e, suppongo, alla dicotomia a priori a posteriori (dico suppongo, perché Ferraris parla solo dell’analiticità, sebbene sia noto che, attaccando la prima distinzione, Quine ha inteso attaccare anche la seconda, se non altro per la sostanziale assimilazione di esse ad opera dei neoempiristi” (pp. 74-75). Sulla coppia Mente/Mondo, Ferraris pende verso il primo termine spostandosi disinvoltamente dall’una all’altra parte, dalle componenti formali a quelle materiali e così abbiamo due o più Kant. Ma, osserva Parrini, una cosa è certa, “sembra incontrovertibile che nell’epistemologia kantiana viene espressamente negato alla mente umana il potere di ricavare solo da se stessa le leggi di natura, facendo a meno dell’esperienza” (p. 77). Sull’altra coppia soggettivo/oggettivo, Ferraris dice che per Kant non vi è alcuna differenza; ma qui non resta che contrapporgli il testo kantiano, soprattutto la lettura della Seconda analogia.

4. Per Barale, Ferraris ha diversi e indiscutibili meriti, ma pecca nel prendere in considerazione solo la prima Critica, anzi solo l’Estetica e l’Analitica. Non è una grande scoperta il fallimento della prima Critica, ce lo dice lo stesso Kant. E allora ci chiediamo: qual era lo scopo di Kant? Kant “intendeva porre le condizioni di una comprensione, che definiva ‘trascendentale’, delle forme in cui le nostre esperienze si rendono possibili” (p. 103). Per speculare sull’eventuale ontologismo di Kant è quantomeno necessario interpretare nella sua interezza la Critica della Ragion Pura e le tre critiche insieme. Fatta tale scelta, non si scopre confusione tra epistemologia e ontologia. Ancora, Ferraris ha pensato, con buone ragioni, che Kant avesse a che fare con qualche ontologia, ma quale? Per scoprire tracce evidenti di ontologismo in Kant, intanto sarebbe bene fare riferimento a Suarez e Wolf, non certo a Strawson o Heidegger: “Dal fatto che ‘metafisica generale’ è per tutti (per Kant non meno che per Suarez e Wolf) sinonimo di ‘ontologia’ e che proprio a tale titolo (declinandola come ontologia) Kant abbia ritenuto di poter continuare a fare e insegnare metafisica, ci si ritiene autorizzati a concludere che il tema dell’ontologia che Kant ammette di aver praticato non può essere diverso da quello di una ‘metafisica generale’ nel senso di Suarez e di Wolff” (pp. 105-106). Aggiungasi che Kant intende l’ontologia alla maniera di Suarez e Wolf ed è, nel contempo, intenzionato a combatterla: “La rivoluzione copernicana in null’altro sarebbe consistita se non in una inversione del cammino da seguire, ispirata al principio che partire dal soggetto piuttosto che dall’oggetto apra percorsi più sicuri per arrivare a stabilire che cosa non può non essere ciò che in generale è e, pertanto, di quali universali proprietà ogni ente debba ritenersi portatore” (pp. 106-107). E, chiudendo su questo punto, Barale afferma che se di ontologia in Kant si deve parlate, non è certo quella cui si riferisce Ferraris. Altro punto. È la ricerca kantiana a puntate, a capitoli? Come noto, oltre alla separazione delle tre critiche, alcuni hanno pensato alla separazione tra Analitica e Dialettica, all’interno della stessa prima Critica. Inoltre, “Ferraris ricava dalle nozioni kantiane di spazio, tempo, sostanza, causa, io, cinque tesi che non per nulla definisce ontologiche e che (nei termini in cui egli le riformula) sono il risultato di una medesima fallacia naturalistica: di un’identica tendenza a trasformare le forme kantianamente intese in ben più realistici contenitori” (p. 109) e sul posizionamento e rapporto tra intuizioni e concetti pone in posizione privilegiata il concetto o i concetti. Ferraris, a giudizio di Barale, tratta con disinvoltura le categorie kantiane, le ritiene una razionalizzazione delle categorie della tradizione scolastica, mentre le categorie kantiane “ci avvertono, si sforzano di avvertirci, che il loro orizzonte di riferimento non è più quello delle vecchie ontologie pregiudizialmente realistiche, ma quello di una nuova ontologia che all’aggettivo ‘trascendentale’ ha affidato i propri tratti distintivi” (p. 125). Le categorie kantiane, non lo si dimentichi, sono pur sempre categorie di una logica trascendentale. È da scartare, pertanto, una lettura metafisica della deduzione trascendentale. Per quanto riguarda l’Io penso, Barale, contro Ferraris, sostiene nettamente che non è un immenso contenitore “nel quale tutto troverebbe posto e all’interno del quale tutto sempre accadrebbe, è come se si attribuisse a Kant la tesi che qualcosa come un Io penso ‘accompagna di fatto, in ogni momento, tutte le nostre rappresentazioni’. E non solo le accompagna, ma le ospita e le coordina. Peccato che la tesi di Kant sia, anche letteralmente un’altra” (p. 131). Kant per primo è stato consapevole delle difficoltà del sintetico a priori, leggi tra i tanti passi che lo comprovano dalla Seconda Prefazione. Ma forse il problema di Kant è meglio esposto nell’Appendice alla Dialettica e nell’ultima delle tre critiche.

5. Nella sua replica, Ferraris scrive che essere fedeli a Kant richiede una certa infedeltà. Sulla relazione ontologia/epistemologia, riconferma il suo giudizio sulla compiutezza della Critica della Ragion Pura, alla quale Kant, nella seconda edizione, non aggiunse materiale veramente nuovo; ripropone, contro Parrini, la differenza tra epistemologia e ontologia; infine, riferendosi a Ferrarin, giunge alla conclusione che Kant ormai non è più utilizzabile.

Va riconosciuto all’editore di aver pubblicato un dotto, piacevole, inedito dibattito a più voci su un classico, ancora oggi da leggere, che richiede una certa arte o mestiere, the art of going slow, procedura che, seguendo l’insegnamento di Heidegger, sovverte l’impazienza, la fretta dei risultati così caratteristica del nostro tempo. In secondo luogo, pur accogliendo, per la sua fecondità speculativa, una sorta di interpretazione liberalizzata che rinuncia al rigore filologico e che apre nuovi percorsi teorici e interpretativi, personalmente ritengo che la Critica della Ragion Pura vada interpretata nella sua interezza e insieme alle altre due, che di certo non sono “dottrine non scritte”.


Indice

Prefazione di A. Ferrarin
Goodbye is too good a word. Sulle difficoltà del congedo di Ferrarsi di A. Ferrarin
Lontano da dove. Congedarsi da Kant? di C. La Rocca
Quale congedo da Kant? di P. Parrini
Rileggere Kant di M. Barale
Kant fuori dagli schemi di M. Ferraris

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