venerdì 19 settembre 2014

Bazzani, Fabio, Vitale, Sergio, Lanfredini, Roberta (a cura di), La verità in scrittura

Firenze, Clinamen, 2013, pp. 146, euro 17, ISBN 978-88-8410-196-9.

Recensione di Massimiliano Chiari - 22/12/2013

L’opera è il frutto di un’iniziativa seminariale promossa da alcuni docenti del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Firenze. Se da un lato l’obiettivo principale del seminario era quello di dare avvio ad una riflessione sistematica sulla scrittura filosofica, dall’altro i contributi contenuti nel testo in esame si spingono ben oltre, andando a lambire i rapporti profondi che intercorrono tra la scrittura, il tema della verità (in scrittura, appunto) e l’indagine filosofica nel suo complesso, con rimandi non occasionali anche alla prassi della

 ricerca scientifica. L’opera, nello specifico, propone i contributi di nove autori (Landi, Parrini, Oneroso, Ademollo, Perrone Compagni, Erle, Mauriello, Civitarese, Handjaras) che, in ultima istanza, cercano di rispondere al seguente quesito: come si dà la verità in scrittura, ovvero, che rapporto esiste tra la verità in quanto pensata e la verità in quanta scritta? Vi è assoluta coincidenza tra le due, tra i due luoghi (pensiero e scrittura) in cui la verità si esprime? Ed ancora: rispetto alla verità del pensiero e della scrittura, come si colloca la verità dell’essere, non necessariamente esprimibile in nessuna delle due precedenti dimensioni?
E’ chiaro che le questioni sollevate vanno ben oltre le possibilità di un’iniziativa seminariale; esse rappresentano, per certi aspetti, il cuore di tutta la filosofia occidentale, in particolare della sua anima epistemologica. Vano sarebbe, quindi, pensare di individuare nel testo proposto delle risposte risolutive ed ultimative. Direi, invece, che l’opera contiene delle interessanti suggestioni, anche per quanto attiene, ad esempio, il tema della verità scientifica che, per sua natura, appartiene tutta alla dimensione della scrittura.
E proprio a questo riguardo, in un’ottica comparativa tra il tema della verità filosofica e quello della verità scientifica, si legge un’importante considerazione proprio nelle prime pagine del libro, nella premessa dei tre curatori: “[…] le verità dei filosofi non posseggono la stessa aggressività letale di altre verità, come quella di ambito scientifico, dove la sua affermazione equivale alla morte di una verità preesistente. La dinamica interna alla filosofia non fa vittime, al contrario di quanto produce il conflitto tra teorie scientifiche rivali” (p. 7); in filosofia, ritengono i curatori, non vi sono verità indiscutibilmente vincenti o indiscutibilmente perdenti, ma vi è, piuttosto, “un gioco sempre in corso di rimandi reciproci e di opposizioni” (ivi). Secondo gli scientisti, i dogmatici che fanno dei risultati della ricerca scientifica un vero e proprio idolo oggetto di venerazione, coloro ai quali la lezione epistemologica di P.K. Feyerabend non è mai giunta, secondo costoro, dicevo, questo tratto di non definitività della verità filosofica appare una debolezza, piuttosto che una ricchezza; peccato che proprio in casa loro, nell’ambito della ricerca scientifica appunto, a partire dal secolo scorso, siano stati minati – come vedremo – i fondamenti di questa granitica certezza epistemologica.
Come ha ricordato Oneroso, questa visione dogmatica è stata messa in crisi, – addirittura all’interno della matematica, cioè in una struttura di conoscenza apparentemente saldissima -, con “la formulazione, da parte di Kurt Gödel, del teorema di indecidibilità, in base al quale una proposizione assiomatica può non essere né vera né falsa, ma, appunto, indecidibile” (p. 42). Se noi andiamo ai fondamenti, alle proposizioni assiomatiche del pensiero matematico, non sempre siamo in grado di decidere, tra assiomi contrastanti, quale sia vero e quale sia falso. “Allo stato attuale, infatti, vi sono molte matematiche, più geometrie (una geometria euclidea e le geometrie non euclidee) e differenti logiche. Vi sono quindi più concezioni del tempo e dello spazio. Certamente il pensiero contemporaneo ha affermato la non certezza della verità, di qualsiasi verità” (p. 45).
Qualcosa di simile è accaduto anche nella ricerca fisica, in particolare nella meccanica quantistica. Nel 1927 Heisenberg formulò il principio di indeterminazione che governa, appunto, alcune possibilità di conoscenza a livello quantistico; egli stabilì che “in ragione del carattere intrinseco delle particelle subatomiche (i quanti) e del loro peculiare e imprevedibile comportamento dovuto alle duplici dimensioni in campo, l’ondulatorietà e la matericità, non è possibile individuare alcuna verità onnicomprensiva dal momento che le due dimensioni [posizione e velocità] sono osservabili solo separatamente, e mai simultaneamente” (ivi). In altre parole, il comportamento delle particelle subatomiche non è prevedibile, semmai può essere oggetto solamente di una probabilità statistica. Con la teoria dei quanti vengono stabiliti inquietanti rapporti tra il reale ed il possibile, “tra il non visibile e l’osservabile”, tra l’immaginario e il reale, rapporti tradizionalmente ritenuti appannaggio non certo del campo scientifico, semmai del campo filosofico-artistico-letterario” (ivi).
E’ chiaro, quindi, che alla luce di tali problematiche acquisizioni avvenute anche in campo scientifico (matematica e fisica), il tema della verità e della sua possibilità di scrittura assume un’immagine poco confortante, per nulla salda. Russel sosteneva che ciò che gli uomini vogliono veramente non è la conoscenza, ma la certezza, o meglio: delle certezze. Se le cose stanno come abbiamo mostrato, emerge che anche la non certezza della verità è una verità, con gli annessi rischi di cortocircuito che l’affermazione comporta.
Si capisce, allora, perché tra i diversi contributi raccolti nell’opera in esame si passa da quello di Parrini, il quale ci ricorda che, fin dai tempi di Aristotele, l’argomentazione dimostrativa è ritenuta la forma classica della scrittura filosofica, fino a quello di Handjaras che – con un interessante rimando tra filosofia e letteratura – ci ricorda come “la verità non è solo questione di contenuti da acquisire e registrare. La verità è soprattutto il mantenere in vista il divenire della ricerca, è il trascorrere costante tra prospettive diverse, è la difficoltà di modulare, nella comprensione, la voce del soggetto-interprete col risuonare-insieme delle altre voci”; porsi al cospetto della verità, insomma, significa affacciarsi a “questo «concerto di voci» sia filosofiche che letterarie”, significa rivolgersi a “idee, figure, passioni, contesti, situazioni, tempi, prospettive che pervengono alla loro effettività nel flusso discontinuo delle interrogazioni (o delle letture) incrociate” (p. 126).
Ademollo, invece, analizza nel suo intervento il rapporto tra Platone e la scrittura filosofica, riprendendo la classica “questione del perché Platone abbia scritto dialoghi anziché opere di genere diverso, per esempio trattati filosofici” (p. 55), spingendosi poi ad esaminare il famoso passo della VII Lettera attribuita all’allievo di Socrate che molti interrogativi ha suscitato tra gli storici: “sulle questioni filosofiche più importanti, quelle «alle quali mi interesso seriamente» (341c1), «non c’è alcun mio scritto, né mai potrà esserci» (c3-4)” (p.66). Il riferimento alle cosiddette “dottrine non scritte” di Platone, introduce idealmente al contributo della Compagni la quale mostra come in epoca rinascimentale uno dei luoghi della verità di maggior successo sia divenuto il corpus non omogeneo di alcune opere esoteriche: nel tardo ‘400 si afferma “la volontà di riunire disparate tradizioni dell’antichità (Platone, Orfeo, i Dicta Magica di Zoroastro, Ermete Trismegisto, gli Oracula Sybillina, la tradizione della cabbala ebraica)” (p. 74), nella salda convinzione che le verità più profonde siano, debbano rimanere, celate in un “parlare velato” (p. 73) non accessibile ai più. Anche in questo caso, quindi, si mostra chiaramente il rapporto tra la verità e la scrittura o, sarebbe il caso di dire, della verità nascosta nella scrittura.
Giorgio Erle ci offre una riflessione sull’esperienza vocale letta alla luce di un’espressione (l’uomo come “macchina parlante”) utilizzata da Kant nella Metafisica dei Costumi, mostrando come “la voce dell’essere umano che dichiara non soltanto oggettivamente , ma anche soggettivamente […], quella voce ci dice che non siamo solo meccanismo, che non siamo automi spirituali, che non siamo marionette. La voce testimonia l’unità vivente dell’uomo fenomenico e dell’uomo noumenico” (p. 93), come a rimarcare l’esistenza di un altro luogo autentico della verità, quello della voce, dell’intenzionalità, oltre a quello più filosoficamente classico della scrittura.
Mauriello ci conduce, attraverso l’esempio di Kierkegaard, al punto di incontro più stretto tra verità e scrittura, giungendo a sostenere che per il filosofo di Copenaghen “verità nella scrittura e verità come scrittura hanno coinciso, poiché la scrittura non è stata solo lo strumento della verità, ma la sua più autentica sede, il suo spazio di manifestazione” (p. 99).
A quest’ultimo riguardo, mi sia concessa una (solo apparente) digressione: nel 1982 W.J. Ong pubblicava un saggio molto interessante, “Orality and literacy. The technologizing of the word” (trad. it., Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, 1986), con il quale venivano studiate le modificazioni e le trasformazioni legate al crescere dell’uso della parola scritta nella storia del pensiero occidentale. In altre parole, Ong esaminò – anche avvalendosi di studi antropologici – come si modificava la capacità di pensare degli uomini a seguito del passaggio da una cultura prettamente orale (“comunità senza scrittura”) ad una cultura chirografica (caratterizzata dalla presenza di scrittura). Egli scoprì, ad esempio, che “il pensiero analitico […] non può essere comunicato, e neppure pensato, in una cultura che non conosca la scrittura alfabetica: le culture ad oralità primaria […] non hanno filosofia” (p. 8) e, aggiungerei, non hanno neppure scienza. Con queste precise parole si esprimeva W.J. Ong: “Differenze di fondo sono state scoperte in anni recenti tra i modi della conoscenza e dell’espressione verbale nelle culture ad oralità primaria, vale a dire culture senza scrittura, e quelli delle culture profondamente influenzate dall’uso della stessa. Con sorprendenti implicazioni: molti dei tratti per noi ovvi del pensiero e dell’espressione letteraria, filosofica e scientifica, nonché della comunicazione orale tra alfabetizzati, non sono dell’uomo in quanto tale, ma derivano dalle risorse che la tecnologia della scrittura mette a disposizione della coscienza umana” (p. 19). Paradigmatico è il caso degli studi compiuti da A.R. Luria su illetterati e su persone a bassa alfabetizzazione nelle aree più remote dell’Uzbekistan e della Kirghizia in Unione Sovietica negli anni 1931 e 1932. Queste persone, poste di fronte al banale sillogismo: “I metalli preziosi non arrugginiscono. L’oro è un metallo prezioso. Arrugginisce o no?”, rispondevano (erroneamente) come segue: “ Arrugginiscono o no i metalli preziosi? L’oro arrugginisce o no?”, oppure, “I metalli preziosi arrugginiscono. L’oro prezioso arrugginisce” (p. 83). Cosa mostrò Luria, e Ong con lui? Che la logica (sillogistica, aristotelica), anche quella più elementare, ha una base chirografica, cioè non si dà al di fuori della cultura alfabetizzata, della scrittura.
Ebbene, se così stanno le cose, allora potremmo anche pensare di osare una modifica al titolo dell’opera che abbiamo esaminato: non più “La verità in scrittura”, ma piuttosto “La verità della scrittura”, nel senso che la verità che si esprime, si dà, si manifesta nella scrittura è una verità profondamente permeata, condizionata dalla scrittura stessa, potremmo dire: è una verità ad immagine e somiglianza della scrittura. Questo non significa, naturalmente, che fuori dalla scrittura non via sia verità, che la verità non sia dia anche nelle culture ad oralità primaria, ma si tratta di una verità altra, diversa, non riconducibile alla prima, per dirla con Kuhn si tratta di una verità incommensurabile rispetto alla verità della scrittura.


Indice

Premessa dei curatori

Paolo Landi
Il linguaggio, la scrittura e la significazione filosofica

Paolo Parrini
La scrittura filosofica

Fiorangela Oneroso
La verità elegante

Francesco Ademollo
Linguaggio della filosofia e filosofia del linguaggio in Platone

Vittoria Perrone Compagni
Parlare velato: trasmissione esoterica della verità nel Rinascimento

Giorgio Erle
Kant, la voce e la macchina parlante

Marta Mauriello
Kierkegaard. Scrivere l’esistenza

Giuseppe Civitarese
“Evidenze” di Bion e lo stile della teoria

Luciano Handjaras
Filosofia e letteratura. Il riconoscimento dell’altro e la verità dello scetticismo in Stanley Cavell

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