mercoledì 17 settembre 2014

Gatti, Roberto, Il popolo dei moderni. Breve saggio su una finzione

Brescia, La Scuola, 2014, pp. 94, euro 8,50, ISBN 978-88-350-3744-6

Recensione di Francesco Giacomantonio - 13/05/2014

Il tema del popolo costituisce un elemento di riflessione che è stato sempre molto presente nella tradizione di studi della filosofia politica e della storia delle dottrine politiche, soprattutto nel corso della modernità. In questo agile saggio Gatti, cogliendo l’essenzialità di questo tema rispetto alle vicende storiche, si propone di sviluppare una critica della filosofia politica moderna che pone al centro il concetto di popolo, nel tentativo di vagliarne le implicazioni relativamente a un quadro più generale: la tentata, ma ad avviso di Gatti,

 “mai riuscita fondazione teorica dell’ordine politico, dopo la crisi della tradizione greco-romana e medievale” (p. 9). Gatti sostiene, infatti, che, a partire dalla modernità, il concetto di popolo subisce una rielaborazione rispetto al mondo classico e medievale in cui era forte la concezione aristotelica e ciceroniana dell’uomo come zoon politikon o come animal sociale et politicum. Il popolo nella modernità non è più visto come una formazione naturale, quanto piuttosto come una costruzione politica. Questo aspetto è colto in modo esemplare nella linea teorica che va in primo luogo da Machiavelli a Hobbes, attenta a sottolineare lo iato tra natura e politica: “Mentre la prima dispone gli uomini al conflitto e all’insocievolezza, la seconda deve creare le condizioni per un ordine che, dopo l’abbandono dell’uomo come animal sociale et politicum, non può che essere un ordine artificiale” (p. 31).  In questa linea teorica si iscrive pure il pensiero di Rousseau, di cui peraltro Gatti è attento studioso, avendogli dedicato anche altri suoi volumi specifici. Rousseau vede, infatti, in una ragione legislatrice attuta da un legislatore inteso come “mediatore secolarizzato” (p. 40) il fondamento della società: è in quest’ambito che il popolo viene istituito.  In Rousseau, come poi in Robespierre e nella tradizione giacobina, dunque, l’autonomia del popolo comporta una transizione nell’eteronomia guidata dal legislatore. In questo contesto, Gatti è anche interessato a sottolineare comunque la differenza specifica tra la posizione di Rousseau e quella di Hobbes: il primo conferisce al popolo “un’identità non solo giuridica, ma morale” (p. 57), mentre per il secondo “il popolo finisce per essere rappresentato nella sua dimensione meramente politico-giuridica e privato di ogni autonoma consistenza rispetto al sovrano” (p. 58). Il pensiero di Hobbes viene distinto molto chiaramente anche da quello di Locke, nella cui delineazione del popolo l’elemento del sociale resta più importante di quello del politico: “Quando appare il popolo come entità politica, emerge anche che il suo costituirsi in questa forma ha valore strumentale rispetto a ciò che rimane il valore  finale e decisivo, cioè la difesa del sociale” (p. 74) dagli elementi che ne potrebbero minacciare l’equilibrio. Esiste allora, alla luce di queste considerazioni, come osserva Gatti, un nesso rilevante  tra la categoria del popolo e le concezioni della natura umana che la sottendono: ma “con lo sviluppo delle correnti post-illuministiche tra fine ‘700 e metà ‘800, circa, questo nesso si allenta ancor più che in  passato” (pp. 77-78). E di qui deriva, anche nella scienza politica e sociale contemporanea (e in proposito Gatti richiama autori come Kelsen, Aron, Schumpeter e Sartori), la scomparsa dell’idea di “popolo” a vantaggio di quelle di “cittadinanza” e “identità politica” e la convinzione che il concetto di “popolo” non sia che una finzione: “Quanto troviamo nei regimi democratici, se guardiamo senza gli occhiali distorcenti dell’ideologia e dell’utopia, è semplicemente il comando di minoranze autorizzate a governare dal voto di uomini e donne che, nella maggior parte dei casi, non sono e non saranno mai in grado di esercitare un giudizio responsabile sulla sfera pubblica” (pp. 78-79). 
Esistono, dunque, modelli diversi tramite cui considerare il concetto di popolo e si può dire che, in definitiva, la linea repubblicana e rousseauviana del popolo si sia affermata nelle più importanti carte costituzionali democratiche, mentre la linea che possiamo ricondurre a Locke “ha trionfato nella realtà di fatto costituita dal capitalismo nelle varie trasformazioni che ha subito nel tempo” (p. 86). Il testo di Gatti, in ultima analisi, ci aiuta dunque, in modo scorrevole e preciso,  a mettere ordine e comprendere con maggior consapevolezza molte condizioni politiche della nostra epoca. Si tratta di un problema di grande rilevanza, come del resto confermano i dibatti della filosofia politica contemporanea (si pensi a quelli legati in particolare ai contributi rawlsiani, habermasiani e anche schmittiani) in vario modo dedicati ad esso. È per altro un problema che riguarda non solo la filosofia politica stessa, bensì le scienze sociali, in particolare la sociologia politica, e, più in generale, l’attenzione di ogni cittadino minimamente coscienzioso che voglia andare al di là di retoriche e strumentalizzazioni di mera circostanza.


Indice

1. Il popolo dei moderni
2. Alla ricerca di una teoria
3. Gli uomini ”rei” e il popolo “buono”
4. Il Legislatore come divino immanente
5. Moltitudine→ sovrano →popolo
6. Il trionfo del “sociale”
7. Una “finzione”?

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