lunedì 27 ottobre 2014

Rella, Franco, Forme del sapere. L’eros, la morte, la violenza

Milano, Bompiani, 2014, pp. 205, Euro 20, ISBN 978-88-452-7684-2

Recensione di Tiziana Gabrielli - 04/09/2014

In un’epoca in cui sembra prevalere la tentazione del “neutro”, il volume di Rella costituisce invece un importante invito a una riflessione sul compito del pensiero e sulle sue radici e implicazioni etico-politiche. Sulle orme di Adorno e Foucault, infatti, l’autore richiama la necessità di un “lavoro critico del pensiero su se stesso” (pp. 40 e 186), di un pensare altrimenti (l’Andersdenken di Musil, su cui si era soffermato in uno dei suoi primi libri, Miti e figure 

del moderno, uscito nel 1981, p. 188), che possa riconsegnare la filosofia alla sua vocazione originaria. “La filosofia probabilmente – scrive Rella – deve dislocarsi fuori dal suo habitat quotidiano, muovendo in esilio dalle sue pratiche abituali, se vuole ritrovare la domanda profonda che l’ha generata, quella domanda che ha messo in campo l’amore e la morte” (p. 11). 
Il libro consta di sei capitoli intervallati da una sequenza di “assaggi”, di “approssimazioni”, che l’autore chiama “micrologie”, ovvero riflessioni a margine che interagiscono produttivamente con essi, e da un epilogo.
Nei primi due capitoli, intitolati rispettivamente “Una sublimazione imperfetta. Eros e conoscenza” e “Un cadavere eccellente. La nascita della filosofia”, Rella ripensa la questione della nascita della filosofia in due dialoghi fondamentali di Platone: il Simposio e il Fedone. Nel primo capitolo emerge come la via erotica alla sapienza, nel corso della storia del pensiero, da Platone a Goethe, da  Schopenhauer a Wagner e Nietzsche, da Mann a Musil, da Heidegger a Sartre, si trasformi in cinismo, tedio, disordine, abisso, vizio, depressione, noia, nausea, nichilismo, fino a rovesciarsi con Bataille in un eros che fonda il “non-sapere” e “anima l’esperienza interiore” (p. 30). Il merito di Bataille è certamente quello di aver tolto il confine platonico tra l’erotismo dei corpi e la spinta dell’anima, ma il suo limite, secondo Rella, è quello di non aver dato un fondamento politico al suo pensiero, come ha fatto invece Platone. Pertanto Bataille “vive nell’età del nichilismo senza la tensione profetica di Nietzsche. In un certo senso Bataille recupera la dimensione erotica che era assente in Nietzsche, ma non riesce ad articolare un’ipotesi ulteriore di nuova umanità, di oltreuomo” (ibidem). Ma è proprio da questo fallimento che occorre ripartire per cercare un nuovo inizio del pensiero. 
La morte di Socrate nel Fedone identifica l’altra genesi della filosofia immaginata da Platone. Nel secondo capitolo, infatti, Rella rilegge il tema della morte in rapporto al sapere e all’eros, prendendo in esame le riflessioni di Hegel, Kierkegaard, Nietzsche e, soprattutto, dell’ultimo seminario di Foucault, Il coraggio della verità (1984), in cui si legge il seguente brano: “la filosofia è il discorso ‘dell’irriducibilità della verità e del potere e dell’ethos ed è, al tempo stesso, il discorso della loro relazione necessaria, cioè l’impossibilità di pensare la verità (aletheia), il potere (la politeia) e l’ethos fuori da una mutua relazione essenziale e fondamentale tra questi tre livelli’ (…). È dentro questa tensione alla verità, dentro questa necessità politica e etica, dentro una filosofia che chiude in sé il paradosso, che emerge la figura di Socrate. Il Socrate morente e la sua eredità” (pp. 36-37). Va ricordato che, per Nietzsche, Platone non è che “uno dei giovani greci innamorati che s’inginocchiano adoranti ai piedi dell’immagine del Socrate morente”, benché alla fine entrambi ne riconoscano la sconfitta. “Dioniso – sconfitto nella Nascita della tragedia – ha vinto, dice l’ultimo Nietzsche, sul suo grande antagonista, Socrate. Lo stato e le leggi hanno vinto. L’atopia, l’extraterritorialità di Socrate sono state definitivamente sconfitte, dice Platone nella sua ultima opera, nelle Leggi” (p. 79).
Segue, nella forma di intermezzo, un terzo capitolo, “Micrologie I. Annotazioni su estetica e politica. Su arte e violenza”, in cui Rella propone alcune osservazioni sulla violenza che abita non solo la filosofia ma anche l’arte e la poesia. “L’opera disgrega e riorganizza la vita e la lettura critica disgrega l’opera e la ricompone nel suo universo di senso, attraversato però da altri possibili universi di senso. Pablo Picasso, ha scritto Gottfried Benn, nel Violino scomposto ha vibrato questo violino ‘come un’ascia contro questa realtà’. Ha fatto esplodere la vita e il mondo in frammenti e li ha poi ricomposti ‘a formare un violino di sangue’, a formare una nuova immagine del mondo” (p. 70). Nella Premessa Rella precisa: “È quella che Kafka chiama una zerstörende Aufbau der Welt, una costruzione che distrugge per poter dare forma al mondo. Questo capitolo porta nel suo titolo anche la parola ‘annotazioni’. Affronta infatti questa tematica usando un linguaggio volutamente frammentario. Mi pareva così di poter afferrare meglio la possibilità di definire la violenza necessaria al saggio per contrastare la volontà neutralizzante della filosofia e della politica dominanti” (p. 9).
Il tema del rapporto tra violenza e arte viene ripreso nel nono capitolo, “Micrologie IV. Colpe e punizioni”, in cui Rella, attraverso Proust e Kafka, mette in luce gli effetti più estremi della violenza artistica. Scrivere è “un servizio del diavolo” (p. 162), diceva Kafka, la cui opera è “uno dei più grandi tentativi di dire l’indicibile” (ibidem). Colpa e punizione, anche per questo. Così per l’opera di Beckett, Van Gogh e Kline, Bacon, Fontana e Rothko. La violenza è costitutiva dell’opera (come testimonia l’aforisma 58 della Gaia scienza di Nietzsche), ma anche della critica: da Steiner ad Adorno, da Musil a Bataille. Ne Il Canone Occidentale di Bloom la figura centrale del XX secolo è quella di Kafka. “Anche Nietzsche, filosofo col martello, – osserva Rella – , è percorso da una tensione violenta. Ma sembra che la punizione lui l’abbia scontata nel suo corpo, nella sua anima, nella sua mente. La sua opera invece si apre al dono: il dono dell’eterno ritorno, che è l’affermazione della vita, così forte da dire di sì a ciò che è nell’attimo che sto vivendo tanto da volerne la ripetizione, l’eterna ripetizione. È il dono di una gioia così profonda da riscattare anche il dolore” (p. 171). 
Nel quarto capitolo, “Ma è tardi, sempre più tardi. Il sapere nel Moderno”, Rella, ispirandosi alla categoria adorniana di “stile tardo”, riferita a Ludwig van Beethoven (categoria poi riarticolata da Said come “esilio”), affronta il tema della scrittura saggistica, attraverso cui si costruisce la forma del sapere moderno. Nella categoria di “stile tardo” Rella inscrive anche Tiziano e Rembrandt, Rimbaud e Baudelaire, Giacometti e Bacon, Beckett e Celan, Artaud e Pasolini. Per le figure dell’esilio ineludibili i richiami a Kafka, Milosz, Montale, Bataille e Benjamin. “Il saggio accademico conclude. Il saggio come modalità di scrittura e di pensiero non conclude mai” (p. 93). La filosofia saggistica non ha più la pretesa hegeliana di attingere una verità assoluta. “Anzi, come dice Benjamin, rompe la ‘falsa e aberrante totalità’ per riportarsi alla verità del frammento. Benjamin ha anche detto che l’allegoria moderna guarda all’allegoria del barocco. Noi possiamo dire che anche le teorizzazioni della scrittura saggistica – sue e di Lukács e di Adorno – guardano all’indietro, guardano a Montaigne e poi ovviamente a Nietzsche” (p. 9).
Il saggio è la grande scrittura teorica della modernità: da Michel de Montaigne a Benjamin (Dramma barocco tedesco), fino all’Adorno non solo di Minima moralia e Prismi, ma anche di Dialettica negativa, che infatti termina “appellandosi allo sguardo mitologico ‘che spezza la scorza di ciò che è irrimediabilmente individuato (…) e fa saltare la sua identità’, avviando dunque anche qui un avvicinamento dell’inavvicinabile che Adorno articola nel nome della metafisica nell’attimo della sua caduta” (p. 93).
Rella torna sulla questione della violenza dell’opera d’arte nelle sue annotazioni del quinto capitolo: “Micrologie II. La forza, la violenza. La forza delle immagini”. “L’arte delle ‘sfigurazioni’ del Novecento, da Giacometti a Bacon a Fontana, la poesia di Mallarmé ad Artaud, le narrazioni frammentarie da Kafka a Beckett e McCarthy mostrano come questa violenza agisca sul corpo stesso dell’opera, sul suo linguaggio” (p. 10). Del resto, è stato Foucault a illuminare il nesso violenza-potere. “È in questa direzione – afferma Rella – che sto cercando di muovermi. Due modalità di rappresentare la violenza. Come ha detto Ricœur, una modalità di eccesso e una modalità di scavo, di riduzione. Un andare verso il più e un andare verso il meno” (p. 112). 
Nel settimo capitolo, “Micrologie III. Del Leviatano e di altri mostri” viene radicalizzato il rapporto tra violenza e potere, attraverso l’analisi delle osservazioni di Pasolini in Petrolio sull’inesorabilità del potere. Petrolio è “un romanzo contro il potere, anche contro il potere della forma letteraria, che Pasolini ha tentato e sconvolto moltiplicando e ibridando tutte le forme possibili” (p. 141). Più avanti Rella scrive: “L’arte chiude in sé, come un tempio anche il mito, mostri. Sono i mostri che comunque possiamo agire contro l’immane mostro del potere, contro il Leviatano, il quale sembra non poter mai essere sconfitto. Eppure è attraverso le parole che le arti e le filosofie ci hanno insegnato che possiamo parlarne, metterlo in questione. Sono queste parole che ci hanno convinto a non esserne complici” (p. 144). 
Nel viaggio dell’uomo verso il postumano la nozione di soggetto risulta “ingombrante, pletorica” (p. 115). Del soggetto che si configura nella forma dell’“io” che narra o racconta che si occupa il sesto capitolo, “Narrazioni. Io racconto, io mi racconto”. Rella muove qui da una suggestione di Valéry sul parallelismo tra l’indefinibile della morte e l’indefinibile dell’io, per giungere, attraverso l’arte e la filosofia, a chi la scrive, tenendo sullo sfondo la domanda di Don De Lillo: “Quanto possiamo avvicinarci all’io senza perdere tutto?” (p. 116). La tradizione filosofica che da Descartes a Kant e Husserl ci ha restituito l’io come regolatore o come oggetto non ha colto il cuore dell’io, che è invece inabissamento, abiezione, vergogna ed esaltazione. Essere e nulla (Heidegger, Sartre, Kafka, Flaubert, Proust). Il tema della scrittura e il suo pathos implica necessariamente il confronto di chi scrive con il linguaggio. Rileggendo l’Odissea Rella dice che “scrivere è forse stare come Odisseo su un confine, sul bordo tra un dentro e un fuori, tra il qui e l’altrove” (p. 126). Nella narrazione di Descartes (Discorso sul metodo, Meditazioni sulla prima filosofia), di Hegel (Fenomenologia dello spirito), di Kierkegaard (Diario), e di Nietzsche (Così parlò Zarathustra), ciò che vale la pena sottolineare non è che le opere di filosofia siano romanzi, magari anche poco riusciti, bensì che “anche il pensiero filosofico, il pensiero che incide sulle nostre condotte intellettuali, emerga nel pensatore come una esperienza di pensiero. L’esperienza non è mai del tutto concettualizzabile. Contiene sempre un residuo” (p. 130). 
Nell’ottavo capitolo, “Di viaggi e di conquiste”, Rella, attraverso la lettura di Dante, cerca di definire come il soggetto si costruisce nel farsi dell’opera. C’è nel filosofo la convinzione della produttiva ibridazione tra filosofia e poesia, proprio sulla scia di Marsilio Ficino, che chiama il filosofo poeta, l’autore di una grande narrazione che fonda il sapere e un’immagine del mondo. “Dante, certo, – scrive Rella – fonda un sapere, e lo fonda attraverso l’amore e attraverso la morte. Questo è l’immenso confronto che apre a una modalità del conoscere, che non può essere definita propriamente filosofica o poetica, che attraversa la sua epoca così profondamente da non chiudersi in essa, ma a proiettarsi anche nel futuro. È attraverso Dante che Ezra Pound e Thomas S. Eliot penetrano nel mondo moderno e nelle sue tensioni e lacerazioni” (p. 158). Dante è esemplare in quanto “ha costruito un al di là che ha riempito con tutto il suo al di qua, dalla storia alla cronaca e al suo presente. Ha visitato i morti e tra i morti ha posto anche dei vivi, come se la lingua fosse in grado di imbrigliare anche il Leviatano” (p. 160).
Nel decimo ed ultimo capitolo, “Del neutro ovvero dell’inumano. Nella storia e nelle storie”, Rella, per sua stessa ammissione, fa emergere “il carattere non solo implicitamente politico” (p. 11) del suo testo, posizionandolo “contro il tema della neutralità del sapere, come rinuncia – quindi depotenziamento – alla dimensione implicitamente ma comunque implacabilmente politica sia dell’atto artistico che del saggio critico e filosofico” (ibidem). 


Indice

Premessa

I. Una sublimazione imperfetta. Eros e conoscenza

II. Un cadavere eccellente. La nascita della filosofia

III. Micrologie I.
      Annotazioni su estetica e politica. Su arte e violenza

IV. Ma è tardi, sempre più tardi. Il sapere nel Moderno.

V. Micrologie II.
     La forza, la violenza. La forza delle immagini

VI. Narrazioni. Io racconto, io mi racconto

VII. Micrologie III.
        Del Leviatano e di altri mostri

VIII.Di viaggi e di conquiste

IX. Micrologie IV.
      Colpe e punizioni

X. Del neutro ovvero dell’inumano.
     Nella storia e nelle storie.

Epilogo

Riferimenti bibliografici

Indice dei nomi

1 commento:

Unknown ha detto...

Ringrazio per questa lettura acutab e esaustiva del mio libro.
Franco Rella