lunedì 23 marzo 2015

Sherratt, Yvonne, I filosofi di Hitler

Traduzione di Francesca Pé, Torino, Bollati Boringhieri, 2014, pp. 312, euro 24, ISBN 978-88-339-2513-4

Recensione di Maurizio Brignoli – 02/01/2015

Partendo dal presupposto che la filosofia sia un elemento chiave della cultura tedesca, il testo della studiosa inglese Yvonne Sherratt si propone di analizzare le posizioni di quel gruppo di intellettuali che gravitarono intorno a Hitler e le posizioni degli accademici ebrei e degli oppositori al regime, soffermandosi infine sul destino che accompagnerà le loro vite e le loro opere.
Nella prima parte Yvonne Sherratt va alla ricerca delle fonti filosofiche hitleriane e propone citazioni di diversi pensatori per evidenziare la componente antiebraica che avrebbe ispirato

 Hitler. Kant nel1793 afferma che l'ebraismo non è una religione, dovendo essere questa fondata sulla ragione, ma è solamente una riunione di uomini appartenenti a una razza particolare. Secondo Sherratt, Kant "fornì una giustificazione - le cui radici affondavano nella cultura europea - per la potenziale criminalizzazione degli ebrei" (p. 53). Anche Fichte, Feuerbach e Hegel attribuiscono una dimensione irrazionale all’ebraismo, mentre le “teorie antisemite” di Feuerbach “furono surclassate dai ben noti pregiudizi di Karl Marx” (p. 56). Da Nietzsche viene recuperato buona parte dell’armamentario utile al Terzo Reich: “l’ardore guerresco, un pizzico di antisemitismo, il ‘Superuomo’ e il nazionalismo” (p. 64). 
Sempre nella prima parte del volume Sherratt prosegue mostrando che quando Hitler, convinto di essere il "leader filosofo", nel 1933 diventa cancelliere trova in Alfred Rosenberg la persona giusta per il processo di indottrinamento del paese. Il programma di cambiamento del sistema educativo richiede la collaborazione degli accademici tra i quali spiccano Alfred Bäumler, principale responsabile dell'interpretazione nazista di Nietzsche, ed Ernst Krieck. Rosenberg emana una serie di "liste nere" per le biblioteche, controlla i programmi di insegnamento stabilendo quali filosofi debbano essere studiati e quali no (Socrate è bollato come "socialdemocratico internazionalista"), e riorganizza gli studi universitari con l'introduzione di nuovi ambiti di ricerca come la "scienza della razza" e lo "studio degli ebrei". 
Il primo a fare le spese della “nazificazione” delle università è Edmund Husserl al quale nell'aprile del ‘33 viene notificato un congedo illimitato obbligatorio dall’università di Friburgo, mentre Martin Heidegger prende subito le distanze dal maestro di un tempo. L'eliminazione dei professori ebrei dalle università spalanca una serie di posti vacanti che costituiscono una ghiotta occasione di avanzamento di carriera per gli accademici ariani, i quali si guarderanno bene dal manifestare sdegno per il trattamento subito dai colleghi ebrei. 
Le trasformazioni operate dal nazismo richiedono la sanzione dell'autorità suprema della legge e a tale scopo Hitler farà riferimento a Carl Schmitt. Come ricostruito da Sherratt, sebbene il filosofo del diritto considerasse inizialmente i nazisti degli estremisti, mentre era favorevole a una correzione presidenzialistica della per lui troppo liberale costituzione di Weimar, quando nell'aprile del ‘33 viene invitato da Heidegger a collaborare, muta immediatamente posizione e ottiene incarichi prestigiosi compresa la cattedra a Berlino che manterrà fino al 1945. A partire dall'analisi del ’22 su “dittatura commissaria” e “dittatura sovrana”, Schmitt sviluppa le basi giuridiche per giustificare la dichiarazione dello stato di emergenza del 28 febbraio 1933; dopo la “notte dei lunghi coltelli” (30 giugno 1934) giustifica l'eliminazione delle SaA come “forma più alta del diritto amministrativo” e nel 1936 sostiene la necessità di liberare lo spirito germanico dalle falsificazioni ebraiche. Schmitt diventa il principale consigliere giuridico di Hitler e nell'aprile del 1939 è pronto giustificare la guerra nazista individuando nel Terzo Reich l’artefice di un “nuovo ordine internazionale”.
Ma Bäumler, Krieck e Rosenberg, come ricorda Sherratt, non hanno alcuna risonanza al di fuori della Germania, pertanto i nazisti hanno bisogno di una figura di prestigio che trovano in Martin Heidegger, subito disposto a schierarsi con il nazismo ricevendo il rettorato a Friburgo. Heidegger applica diligentemente il decreto che prevede l'epurazione dei non ariani dall'università e denuncerà diversi colleghi alla Gestapo. Il filosofo però suscita le gelosie dei professori nazisti che, ambendo a sottrargli il posto di "Führer del mondo accademico", faranno leva su Rosenberg per ostacolare il suo cammino accusandolo di essere un pensatore all'antica, un esponente del nazionalismo culturale romantico fichtiano e non un sostenitore della biologia della razza darwiniana. In realtà, sottolinea Sherratt, Heidegger aveva fatto pressioni per istituire una nuova cattedra di "studi razziali e genetica", ma conosce poco l'arte della manipolazione politica e solo dopo un anno si dimetterà dalla carica di rettore. Continuerà comunque a collaborare rimanendo iscritto al partito fino al 1945.
Nella seconda parte del volume Sherratt indaga la sorte dell’opposizione, di filosofi ebrei e ariani, durante il regime nazista e il destino toccato, alla fine della guerra, ai principali collaboratori filosofici del nazismo e ai filosofi ebrei sopravvissuti. 
Vengono qui ricostruiti la tragedia di Walter Benjamin che si suicida nel momento in cui non riesce a lasciare la Francia occupata dai tedeschi; l’esilio di Adorno negli Usa, dove permangono l’angoscia e la preoccupazione come si legge nelle sue lettere alla famiglia: “Il fascismo tedesco […] non è un’anomalia psicologica del carattere nazionale. È una tendenza universale […] le condizioni che lo favoriscono […] sono presenti qui almeno nella stessa misura in cui sono presenti in Germania, e la semiciviltà barbarica di questo Paese ne produrrà forme non meno terribili di quelle in Germania” (pp. 170-1); le peripezie di Hannah Arendt che riesce a fuggire dal campo di internamento in Francia. Fra gli oppositori “ariani” Sherratt si sofferma sulla figura di Kurt Huber, un conservatore nazionalista e romantico, musicologo all’università di Monaco, che, avvicinatosi al gruppo clandestino della Rosa Bianca, verrà decapitato nel luglio del ‘43.
Per quel che riguarda i nazisti, finita la guerra, Rosenberg sarà condannato a morte dal tribunale di Norimberga, ma tutti gli altri accademici che avevano collaborato con il nazismo se la caveranno. Fra il 1945 e il 1946 gli Alleati istituiscono delle commissioni di denazificazione, poi affidate ai tedeschi, che prevedono una classificazione decrescente secondo le seguenti categorie: “principale colpevole”, “attivista”, “criminale minore” e “simpatizzante”. Bäumler sconta solo tre anni di prigione e Krieck muore prima del processo. Fra i diversi esempi citati da Sherratt ricordiamo Eugen Fehrle che, noto per aver tiranneggiato la facoltà di filosofia a Heidelberg, assolda una squadra di valenti avvocati e riesce a inserirsi nella categoria dei “simpatizzanti”, nel 1950 sarà nominato professore emerito proprio a Heidelberg dove nel 1957 la facoltà di filosofia è ormai una roccaforte di ex nazisti.
Se le figure di secondo piano avevano più possibilità di cavarsela cosa succede a Heidegger e Schmitt? Sherratt mostra come Schmitt non venga processato e come unica sanzione sia interdetto dagli incarichi accademici, ma negli anni ’50 le sue opere sono accolte con favore nelle principali università tedesche e raggiungeranno presto una diffusione mondiale. Heidegger, incriminato dalla commissione di denazificazione di Friburgo verrà classificato come “simpatizzante” e raccomandato per la nomina a professore emerito conservando il diritto di insegnare. Grazie all’intervento di Karl Jaspers, che ricorda come Heidegger, Schmitt e Bäumler formassero la triade che puntava alla guida spirituale del nazismo, l’università è costretta a interdire Heidegger dall’insegnamento. Ma il filosofo riuscirà a trovare inaspettate alleanze: quando Hannah Arendt, rientrata in Germania nel 1950, decide di andare a fare visita al vecchio amante; il suo giudizio, dopo l’incontro, cambia radicalmente: “Il ‘mostruoso assassino’ non esisteva più; al suo posto c’era un genio che non andava infastidito con critiche meschine sul suo passato” (p. 243). Da lì in avanti Arendt inizierà a riabilitare la figura di Heidegger e utilizzerà le sue conoscenze nell’editoria ebraica per far sì che le sue opere vengano stampate in tutto il mondo, mentre un altro inatteso sostenitore sarà Jean-Paul Sartre. Nel 1951 Heidegger ha già riottenuto il posto a Friburgo.
Come ricorda Sherratt i filosofi ebrei sopravvissuti incontreranno molte più difficoltà dei loro colleghi nazisti. Jaspers, sposato con un’ebrea e rimasto in Germania rischiando la vita, è incaricato nel 1945 di riaprire l’università di Heidelberg, pur opponendosi al reinserimento dei docenti nazisti scopre presto che le sue indicazioni sono state letteralmente ignorate e nel 1948 lascerà la Germania per trasferirsi all’università di Basilea; Herbert Marcuse rimane negli Usa; Hannah Arendt nel 1951 ottiene la cittadinanza statunitense. Fra i pochi che tornano in Germania Karl Löwith finisce a Heidelberg dove si dirà “circondato da nazisti”; Max Horkheimer riaprirà a Francoforte l’Istituto di ricerca sociale; Adorno, che sperava di essere reintegrato nell’università, ottiene solamente un incarico temporaneo, ma l’incerta posizione lavorativa lo costringerà a tornare oltre Atlantico,; solamente nel 1957, grazie al successo dei suoi scritti e all’appoggio di Horkheimer, l’università di Francoforte lo nomina professore ordinario. Quando nel 1955 Adorno dichiara che fra i tedeschi permangono atteggiamenti nazisti, Peter Hofstätter, psicologo sociale con passato nazista, lo accuserà di voler opprimere la nazione con il senso di colpa. Adorno sarà molto critico anche con Heidegger provocando l’ira di Hannah Arendt.
Nei decenni successivi al conflitto in Germania, Usa, Italia e Francia saranno pubblicati, con grande successo, molti studi su Schmitt e alla fine del XX secolo si verifica la “rinascita di Schmitt” con un’ancora più forte ammirazione per la sua opera. Come ricorda Sharrett in una recente traduzione statunitense del Nomos della terra si dice che l’opera offre “prospettive per un nuovo ordine mondiale” (p. 254). In compenso gli scritti di Kurt Huber sono fuori commercio mentre Benjamin, Arendt e Adorno “non sono mai entrati nel canone filosofico del mondo anglosassone” (p. 257). 
Pur fornendo un’accurata ricostruzione degli eventi e degli stati d’animo dei personaggi il testo non pare esente da alcuni difetti sul piano dell’analisi filosofica e storica. Sicuramente le radici del nazismo affondano in diversi elementi della tradizione occidentale (e non solo tedesca), ma associare indistintamente Kant, Fichte, Hegel, Marx, Nietzsche a Lagarde e Langbehn sotto la categoria di “antisemitismo” è fuorviante. A parte che la categoria andrebbe quantomeno delimitata altrimenti oltre ai filosofi citati da Sherratt vi rientrano Seneca, Tacito, Erasmo, Voltaire e così via; un conto è l’antisemitismo (meglio sarebbe “antiebraismo” visto che semiti non sono solo gli ebrei) e altra cosa è la critica legittima di una tradizione religiosa e culturale che non comporta discriminazione alcuna e nulla ha a che spartire con una gerarchizzazione razziale, ad esempio la critica di Hegel e Marx punta proprio alla cancellazione della discriminazione. Anche nella parte più interessante del testo, quella sul dopoguerra, manca un’analisi del contesto costituito dalla guerra fredda con l’inserimento della Germania nel sistema di alleanze statunitense che spiegherebbe bene perché i nazisti (e non solo i filosofi) siano stati riabilitati in quanto fedeli elementi anticomunisti. La stessa fortuna delle idee di Schmitt nell’ultima parte del XX secolo, che correttamente Sherratt sottolinea, ci pare si sposi bene con le necessità ideologiche di riaffermazione di un nuovo ordine mondiale imperialistico seguito alla sconfitta dell’Urss. Infine l’evoluzione di Hannah Arendt che, dopo una giovanile adesione al sionismo, nel dopoguerra assume sempre più una posizione critica arrivando a paragonare la polizia israeliana a quella nazista porta l’autrice a subodorare: “L’incontro con Heidegger nel 1950 aveva forse intaccato il suo fervore per la causa ebraica?” (p. 249); ma, a meno di identificare ebraismo e sionismo, difendere la causa ebraica e criticare il sionismo non sono due cose incompatibili.


Indice 

Dramatis personae
Prologo
Introduzione

Parte prima
1. Hitler: il "mescitore di genio"
2. Calice avvelenato
3. Collaboratori
4. Il giurista di Hitler: Carl Schmitt
5. Il superuomo di Hitler: Martin Heidegger

Parte seconda   Gli oppositori di Hitler
6. Tragedia: Walter Benjamin
7. Esilio: Theodor Adorno
8. L'ebrea: Hannah Arendt
9. Il martire: Kurt Huber
10. Il processo di Norimberga e oltre

Epilogo

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