lunedì 27 febbraio 2017

Solombrino, Sergio, Intenzionalità ed esperienza nel Wittgenstein intermedio

Milano-Udine, Mimesis, 2016, pp. 102, euro 12, ISBN 978-88-5753-415-2.

Recensione di Marco Damonte – 10/06/2016

Studiare il significato delle dichiarazioni in prima persona nella riflessione wittgensteiniana dei primi anni Trenta: è questo l’obiettivo programmatico del testo di Solombrino. Sebbene apparentemente delimitato, il tema prescelto è centrale e capace di mettere in luce la sottile, ma determinante transizione del pensiero di Wittgenstein dal ritenere le dichiarazioni in prima persona delle proposizioni, al considerarle dei proferimenti. Il lettore esperto, a cui il testo è mirato, viene condotto lungo questa strada a rileggere alcuni


temi centrali della riflessione wittgensteiniana, quali la nozione di gioco linguistico e di significato come uso, sotto una luce non consueta, capace di offrire una chiave di lettura originale e convincente ad un tempo. Per «Wittgenstein dei primi anni Trenta», l’autore intende quello che la letteratura secondaria, forte di una terminologia coniata da Stern negli anni Novanta del secolo scorso, indica come Wittgenstein intermedio. L’intento è quello di seguire passo passo il maturare del pensiero di Wittgenstein e presentare al lettore la lenta transizione dalla filosofia giovanile del Tractatus alle acquisizioni più mature. Questa scelta, delicata perché molto circoscritta, ma felice nella misura in cui rende ragione di un passaggio fondamentale della speculazione del filosofo austriaco non sempre adeguatamente valorizzata, implica una precisa selezione dei testi presi in considerazione. I due maggiori sono le Philosophische Bemerkungen - stese nel 1929 al fine di candidarsi ad una research fellowship presso Cambridge - e il Big Typescript - un dattiloscritto redatto nel 1933 con lo scopo di ordinare per argomenti riflessioni precedenti in vista di una futura opera. Tra di essi vengono esaminate le conversazioni tenute da Wittgenstein presso il Circolo di Vienna – annotate da Waismann – e gli appunti delle lezioni tenute a Cambridge presi da Moore (negli anni 1930 e 1933) e quelli trascritti dai suoi allievi nel Blue Book e nel Brown Book.
I temi centrali oggetto del presente studio sono l’intenzionalità e l’esperienza. Col primo termine si intende l’esplicitazione delle proprie ragioni e la spiegazione del significato delle proprie espressioni, dando così a questo termine un’accezione non usuale, ma rispettosa del dettato wittgensteiniano. Col secondo termine si intende l’esperienza nel duplice senso di introspezione e di presa in carico della realtà. L’analisi dettagliata di questi temi centrali conduce ad affrontare anche la distinzione tra cause e ragioni e quella tra le proposizioni empiriche e quelle riguardanti l’esperienza personale. Solombrino individua due modelli teorici a cui Wittgenstein fa riferimento, passando dall’uno all’altro con decisione. Il primo è quello mentalistico, mentre il secondo è frutto dell’impiego di nuovi strumenti di analisi, accompagnati da un uso preponderante di metafore, che allontanano il filosofo austriaco dalla logica e dalla psicologia, per avvicinarlo al senso comune.
La tesi centrale del libro potrebbe essere espressa attraverso una serie di interrogativi: da che cosa deriva, per il soggetto conoscente, la certezza delle dichiarazioni di prima persona? Tale certezza consiste nella posizione privilegiata che egli ha nell’osservare un qualche fenomeno interno? Ma, se quest’ultima ipotesi fosse vera, in tali dichiarazioni la possibilità di errore, per quanto remota, non dovrebbe comunque darsi? Ma, al contrario, non è forse vero che nelle dichiarazioni di prima persona l’errore è logicamente escluso? Queste domande, certamente centrali, trovano una chiara risposta nelle varie parti in cui è articolato il testo.
Il primo capitolo prende le mosse da Some Remarks on Logical Forms, un articolo redatto presumibilmente nell’estate del 1929 per l’incontro annuale della Aristotelian Society e valorizzato da Solombrino nella misura in cui qui Wittgenstein, per rendere conto del problema della colour exclusion sollevato da Ramsey circa le argomentazioni del Tractatus, di fatto sposta l’attenzione dal linguaggio come mezzo di rappresentazione ai fenomeni rappresentati. Ciò ha segnato un allontanamento dall’atomismo logico e da un interesse per la prospettiva fenomenologica, connotata come il passaggio verso una concezione olistica del linguaggio. Questo intermezzo fenomenologico verrà presto superato nelle Philosophische Bemerkungen che sanciscono il passaggio alla concezione di linguaggio come calcolo, cioè all’idea che il significato della proposizione sia determinato da regole: «rinunciando all’idea che le proposizioni elementari siano immediatamente significative, Wittgenstein rielabora la teoria tractariana della raffigurazione, e afferma che essa è mediata dalle regole del calcolo; l’applicazione di queste regole è un atto intenzionale, che non è riconducibile alle spiegazioni causali russelliane, ovvero alla descrizione di fenomeni empirici» (p. 26). L’autore sottolinea come a tale filosofia del linguaggio corrisponda una filosofia della mente dove la consapevolezza delle proprie intenzioni è assimilata alla conoscenza introspettiva di un processo interno: «nelle PB [Philosophische Bemerkungen] la concezione (antipsicologistica) del linguaggio come calcolo convive con una definizione mentalista dell’esperienza» (p. 29), vale a dire con un solipsismo metodologico. Alla concezione sostanziale della grammatica, superata grazie all’influenza di Sraffa – che Solombrino considera determinante –, subentra un interesse crescente verso l’apprendimento del linguaggio e un riconoscimento della legittimità di giochi linguistici elementari, a scapito della centralità delle regole, in virtù dei quali «linguaggio e realtà non sono [...] due strutture indipendenti e isomorfe: secondo il BT [Big Typescript] la realtà è articolata solo in quanto è assunta mediante le regole della grammatica» (p. 35).
Questa – provvisoria – conclusione, con la quale inizia il secondo capitolo, segna la presa di coscienza da parte di Wittgenstein del dogmatismo presente nel Tractatus: esso consiste nel ritenere la realtà distinta e indipendente dal linguaggio e che ha origine da un desiderio di idealizzazione e di generalizzazione dell’uso del linguaggio e da un cattivo uso di metafore come quella della proiezione o della lanterna magica del cinematografo. Questa nuova svolta ha ripercussioni sul modo di intendere la logica che «non può determinare qualche proprietà del significato, che non sia già presente in qualche modo a chi si esprime nel linguaggio» (p. 41). Qui Solombrino nota un’affinità del metodo wittgensteiniano con quello morfologico di Goethe e Spengler, grazie al quale la ricerca del significato attraverso l’esplicitazione di un processo mentale nascosto viene abbandonata a favore di una concezione di significato come studio dell’uso linguistico comune. Di conseguenza la regole, anziché corrispondere alla logica nascosta alla base delle espressioni linguistiche, diventano il mezzo attraverso cui si apprende l’uso delle parole.
Il capitolo terzo si concentra sulla nozione di intenzionalità e offre due conclusioni. La prima riguarda il significato delle regole grammaticali, le quali non sarebbero fissate da un atto mentale soggettivo, ma verrebbero fissate dalle convenzioni della comunità linguistica, là dove porsi un dubbio non è neppure plausibile; la seconda concerne una rinnovata attenzione alla distinzione tra cause e ragioni, distinzione che Solombrino propone come determinante. Parallelo a questo capitolo è il quarto, dove viene affrontata la nozione di esperienza che, da flusso, viene concepita come data nel linguaggio, con il conseguente abbandono del mentalismo e del solipsismo ontologico, fino ad intaccare il concetto di introspezione e determinare in che cosa consista l’autorità della prima persona.
Rispetto a questo filo conduttore, numerose altre tematiche, solo apparentemente secondarie, vengono trattate; mi limito a quelle principali e più interessanti. La prima riguarda l’annosa questione circa la necessità storiografica di parlare di un primo e di un secondo Wittgenstein: nonostante il cambio di alcune posizioni, il pensiero del filosofo austriaco, alla luce dell’indagine condotta, risulta coerente per metodo e questioni affrontate. La grandezza di questo autore non si misura per le sue intuizioni o i suoi repentini cambi di prospettiva, ma per la capacità di un approfondimento che, con franchezza e grande rigore, lo porta a modificare alcuni assunti. Il suo pensiero anziché monolitico, risalta per fecondità intrinseca: le somiglianze e le differenze che ne contraddistinguono le diverse fasi ne segnano anche la profonda continuità. Un altro aspetto rilevato è la distanza sempre maggiore da Russell, rimarcata a più riprese nel corso del testo. La frattura tra i due risulta imputabile a divergenze teoretiche, via via più marcate, che sono sfociate nella rottura del rapporto di amicizia, spesso accennato come mera curiosità biografica e qui, invece, motivato con grande chiarezza. Una terza tematica riguarda una contestualizzazione opportuna di alcune espressioni di Wittgenstein che rischiano altrimenti di essere più usate che comprese: basti pensare alla dizione di crampo mentale (pp. 82 e 94) che compare nel Brown Book come metafora per dare l’idea di che cosa succede quando la mente viene forzata in un’unica posizione a seguito di una passiva accettazione della posizione mentalista che, nella fattispecie, genera la confusione solipsista. Discutibile, benché meritevole di ulteriore approfondimento, l’affermazione secondo cui la nozione di indicibile perderebbe ogni significato alla luce degli sviluppi del pensiero wittgensteiniano dopo il Tractatus (pp. 88-89). La critica all’idea che vi siano criteri interni del significato, indipendenti dalle regole linguistiche è davvero condizione sufficiente affinché la sfera dell’indicibile perda ogni valenza? Ancora, dal testo emerge come l’introduzione di nozioni quali giochi linguistici e somiglianza di famiglia non abbiano a che fare tanto con il linguaggio ordinario, ma vadano in primis applicati alla terminologia filosofica. Infine, in fase conclusiva, Solombrino corrobora l’idea secondo cui Cartesio sia un obiettivo polemico per Wittgenstein e che, pertanto, la sua filosofia debba essere considerata anti-moderna: «la critica wittgensteiniana alla concezione dell’esperienza espressa nell’immagine della lanterna magica, pertanto, è correlata alla critica della nozione di “io spirituale”, un concetto riconoscibile in larga parte della filosofia moderna. Si tratta, come lo stesso Wittgenstein riconosce in BlB [Blue Book], della nozione cartesiana di “cogito” (BlB, 95), inteso come sostanza cui ineriscono il pensiero e l’esperienza» (p. 90).
L’uso sempre pertinente e oculato della letteratura secondaria lascia trasparire come il tema conduttore della monografia, quello del proferimento, sia già stato approfondito da altri autori: tra i testi più citati, tutti comunque rintracciabili nella bibliografia finale, spiccano quelli di Engelmann,  di Johnston, di Kenny e di Bouwsma. In questo saggio però l’esigenza non è solo teoretica, ma storico-interpretativa: Solombrino, alla luce dell’edizione critica dei manoscritti del Nachlass, ricostruisce uno dei mutamenti più significativi del pensiero di Wittgenstein che lo hanno allontanato dal suo mentore Russell e dalla concezione verificazionista adottata, pur con diverse sfumature, dai membri del Circolo di Vienna. La forte valenza teoretica della ricostruzione diacronica dello sviluppo del pensiero wittgensteiniano è sicuramente il merito del presente lavoro, ma, contemporaneamente, il suo tallone d’Achille. Infatti l’autore è costretto a mantenere due livelli di indagine complementari, ma spesso sovrapposti, con il risultato di qualche appesantimento nel testo e di alcune ripetizioni che potrebbero lasciare perplesso il lettore meno attento, costretto a tornare più volte su testi già presi in esame e riutilizzati per affrontare nuovi snodi concettuali. Nel complesso il testo risulta comunque equilibrato e capace di gettare luce su una pagina di storia della filosofia contemporanea ben lontana dall’essere stata già scritta in via definitiva.


Indice

Premessa

Capitolo primo. Dopo il Tractatus: fenomenologia e grammatica
1. L’immagine e la sua proiezione
2. Dall’atomismo logico alla fenomenologia: Some Remarks on Logical Form
3. Philosophische Bemerkungen
3.1. La critica del linguaggio fenomenologico
3.2. La critica della teoria causale del significato
3.3. Il linguaggio come calcolo
4. I processi mentali
4.1. L’intenzione
4.2. I sistemi linguistici e l’esperienza personale

Capitolo secondo. Calcolo
1. Il Big Typescript
1.1. Autonomia della grammatica
2. La critica all’idealizzazione del calcolo
2.1. La critica all’idealizzazione nel Tractatus e in Some Remarks on Logical Form
2.2. La definizione ideale dei concetti nelle Philosophische Bemerkungen
3. La determinatezza del senso
3.1. Segni menatali e segni sulla carta
3.2. Il metodo morfologica
4. Il concetto filosofico di “significato” e il linguaggio ordinario
5. La critica del mentalismo
6. Due accezioni di calcolo nel Blue Book

Capitolo terzo. Intenzionalità
1. Introduzione
2. La critica dei processi mentali e la distinzione tra cause e ragioni
2.1. La “concezione causale del linguaggio” nelle Voices of Wittgenstein
2.2. Cause e ragioni nel Blue Book
3. Uno sguardo retrospettivo: la genesi del concetto di intenzionalità
3.1. La proposizione come ombra
3.2. L’intenzionalità
4. La rappresentazione intenzionale
4.1. Il problema della temporalità
4.2. L’intenzione come stato mentale
5. La critica dei processi mentali nel Blue Book
5.1. Introduzione
5.2 Il Blue Book sulla capacità di utilizzare il linguaggio

Capitolo quarto. Esperienza
1. Il concetto di esperienza come flusso
2. Mentalismo e solipsismo
3. La critica dell’introspezion3
3.1. Le Moore Lectures
3.2. Il Blue Book
3.3. Riepilogo. Criteri menatali e criteri linguistici
4. Le proposizioni mentali nel Blue Book
4.1. La rappresentazione perspicua
4.2. Sintomi e criteri

Bibliografia

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