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venerdì 12 marzo 2010

Iacono, Alfonso M., L’illusione e il sostituto. Riprodurre, imitare, rappresentare.

Milano, Bruno Mondadori, 2010, pp. 208, € 18,00, ISBN 978-88-6159-361-9.

Recensione di Gianmaria Merenda - 12/03/2010

Filosofia teoretica, estetica

“Per entrare nel mondo dell’illusione, i sostituti non hanno bisogno di somigliare ai sostituiti. È sufficiente che vi si riferiscano perché, quando costruiamo un nuovo mondo con l’immaginario, noi lo rendiamo autonomo senza tuttavia che il riferimento al mondo da cui ha tratto origine si perda” (p. 3). Il senso del libro di Iacono si trova ben descritto nell’Introduzione. Poche righe, che verranno ampliate, sviluppate e spiegate nel corso dello scritto (cfr., in particolare, il capitolo quinto, Copia, mimesi, sostituto, per l’interessante dialettica Platone/Deleuze su copie/icone e simulacri/fantasmi, pp. 109-119). Poche righe in cui si legge che l’uomo colma un’insufficienza di ‘dati’, dovuti alla sua percezione, con un’illusione. L’uomo crea un mondo fittizio da sostituire al mondo reale, ma lo crea lasciandolo legato al mondo reale con dei riferimenti che non lo limiteranno nel puro mondo dell’immaginario. Un’operazione che emenda l’imperfezione di ciò che appare e che amplia il significato della cosa apparsa.
La sostituzione di un originale con una sua copia mimetica, tragicamente uguale e differente ad un tempo, pone seri problemi alla filosofia - Iacono indica, puntualmente, Platone - e alla teologia. Il sostituto, l’immagine fittizia di ciò che è, innesca l’orrore dell’idolatria, ovvero il pericolo di dimenticare l’originale per la copia. L’essenziale è la differenza dall’archetipo che la copia mette in evidenza; il problema della totale sovrapposizione tra originale e copia non è minimamente avvertito. Iacono chiarisce che nel caso della simulazione (la mimesis negativa) è implicito il tentativo di sostituire l’inganno originale con una copia, ma questo tentativo può essere smascherato. Differentemente, nella rappresentazione (la mimesis positiva) è palese la differenza tra originale e copia, perché nella rappresentazione non esiste il tentativo di sostituzione tout court, questa differenza può portare con sé un diverso senso di verità. Interessante l’utilizzo che Iacono propone del saggio A cavallo di un manico di scopa di Ernst Gombrich. In quel saggio Gombrich si interroga sul gioco dell’hobby horse, il giocattolo con la testa di un cavallo e il manico di una scopa a far da groppa. Che cos’è l’hobby horse? Un’immagine o una rappresentazione? In quel gioco, spiega Iacono, la verosimiglianza è scarsa, solo la testa e il gesto possono ricordare la monta di un cavallo, eppure, la “funzione del sostituto può essere esercitata anche là dove non vi sia un legame mimetico tra l’oggetto sostituto e l’oggetto sostituito.” (p. 15). Dunque un legame deve esserci tra il mondo del cavallo reale e il mondo del sostituto cavallo-manico di scopa. Allontanandosi dal pensiero di Gombrich, sono due i punti di accesso che Iacono propone per sviluppare la problematicità del dialogo tra mondi messo in evidenza dall’hobby horse: la teoria della mimesis di Aristotele (per chiarire come il sostituto possa avere “un’autonomia relativa rispetto all’originale”) e la teoria del gioco di Gregory Bateson (per quel che concerne lo sguardo “a cavalcioni sulla cornice” tra il mondo reale e il mondo della fantasia). Se in Gombrich la rappresentazione perfetta è quella in cui non si può cogliere la differenza del sostituto con il sostituito, per Iacono è proprio la percezione della differenza che permette di far comunicare mondo reale e mondo della fantasia.
Definito il termine di relazione tra il mondo reale e il mondo creato dall’accettazione consapevole di un’illusione, Iacono introduce il lettore nella dinamica pratica di questa relazione. La finestra a cui l’autore fa riferimento nel titolo del secondo capitolo è il quadro pittorico descritto da Leon Battista Alberti. Un quadro, per Alberti, è una finestra che mette in relazione chi guarda un quadro con il mondo che il pittore ha voluto rappresentare. Iacono fa notare che nella descrizione di Alberti è molto importante la presenza della cornice del quadro. Il semplice sguardo del supporto dipinto, tela, cartone, muro o tavola, potrebbe ingannare chi osserva il quadro. Ciò che interessa a Iacono non è una rappresentazione per la rappresentazione ma è la rappresentazione che mette in contatto due mondi, e la cornice ha la sua importante funzione di delimitare prospetticamente l’accesso tra i due mondi (cfr. p. 50). Bene si coglie questa relatività con l’esempio della pittura di Cézanne. Iacono, in pochi tratti, definisce il salto di qualità che l’opera dell’ultimo Cézanne pone in essere. Similmente a ciò che accade nella pittura cinese, Cézanne non dipinge il visibile, non imita la natura, non copia e rappresenta il reale. Cézanne dipinge la sua idea di natura. Egli non tenta di sovrapporsi alla natura, ma, anzi, egli si affianca alla natura e ne propone un sostituto intellettuale (p. 55). Su questo punto Iacono introduce la problematicità della verità della rappresentazione. Ciò che propone Cézanne è reale o verosimile? Vero e falso come si distinguono? Iacono ritorna al discorso della cornice del quadro: bisogna percepire la cornice per appercepire il proprio sguardo sul mondo interno al quadro; su quella appercezione si può cogliere la relativa ambiguità della rappresentazione pittorica (pp. 63-65). Solo un ripensamento della realtà, della verità, del loro essere in relazione sul dipinto può far accedere al mondo intermedio che esiste tra il sostituto e il sostituito.
Di mondo intermedio parla Paul Klee, un mondo che è un modo di vedere la realtà attraverso illusioni che non sono condivise dalla maggior parte delle persone. Di una pluralità di mondi intermedi parla Iacono: “i mondi intermedi sono molti, che possono definirsi intermedi perché stanno concettualmente e strutturalmente in relazione tra loro e soprattutto perché ciascuno di essi non è una monade, non può vivere senza riferirsi a un altro mondo intermedio” (p. 69). Iacono rappresenta la sua teoria dei mondi intermedi con l’immagine del bambino che scopre il mondo con la coda dell’occhio sulla propria madre: “l’immagine della coda dell’occhio mette in rilievo la facoltà di saper vivere nella compresenza di più mondi in termini tali che l’immersione in un mondo non implica l’esclusione di altri mondi, ma la loro percezione laterale” (p. 71).
La “percezione laterale” di molteplici mondi intermedi apre a nuove domande: quale è il mondo della verità? È quello da cui osserviamo o è il mondo osservato? Quale è il mondo della finzione? Iacono introduce nuovi concetti da analizzare: il vero; il falso; il verosimile; il doppio e lo spettatore. In un sistema relazionale che fa connettere più mondi, più sensi, il pericolo (pensiamo a Platone) di sostituire il mondo ‘vero’ con il mondo della finzione, del verosimile, è sempre in agguato. I concetti di vero e falso non hanno più la stabilità teoretica - se mai l’hanno avuta - necessaria all’integrità psichica di un individuo (cfr. p. 14: “noi dobbiamo chiederci se l’ambito della sostituzione debba restare confinato a quello della nevrosi e della psicosi oppure se esso copra, se non tutto, gran parte del vasto e complesso territorio dei processi cognitivi”). Due sono i momenti  della filosofia in cui, con forza, viene scavalcato il problema della verità: con Nietzsche quando afferma che essendo l’uomo immerso nel linguaggio tutto è finzione; con Kant, spiega Iacono, quando l’inganno una volta scoperto smette di essere tale poiché “l’illusione essendo basata sulla verità, permane anche quando è stata avvertita la realtà illusoria” (p. 105). È la consapevolezza che fa percepire l’inganno come tale ed è sempre la consapevolezza a far percepire la realtà illusoria “come processo di verità”. È una prerogativa dello spettatore di una rappresentazione (l’apparire di un evento) di poter entrare consapevolmente nell’illusione e giudicare ciò che è vero e ciò che è falso.
“Quando la rappresentazione assume i tratti dell’imitazione, il riferimento diventa somiglianza e il rapporto tra il sostituto e il sostituito si basa cognitivamente sulla differenza nella somiglianza” (p. 121). Tre autorevoli filosofi sorreggono Iacono nella sua disamina del problema della rappresentazione e dello spettatore: Mendelssohn, Goethe e Nietzsche. Tratto comune fra Mendelssohn e Goethe è l’attivo coinvolgimento dello spettatore nella percezione della rappresentazione: lo spettatore deve percepire cognitivamente l’inganno che si svolge davanti ai suoi occhi, e di quell’inganno, deve saper “costruire un diverso rapporto con l’oggetto e la sua rappresentazione” (p. 123). La verità della rappresentazione non starebbe, per dirla con le parole di Goethe citate da Iacono, nella verosimiglianza della cosa rappresentata, ma nella rappresentazione stessa, nella relazione tra arte e natura che la rappresentazione mette in atto.
Il problema della rappresentazione si complica ulteriormente con Nietzsche poiché egli mette in discussione la peculiarità dell’uomo: l’intelletto umano è il sostituto ed esso “produce e utilizza finzione (Vertsellung)” (p. 128) attraverso il linguaggio: Nietzsche rivolta il rapporto platonico Idea-copia; non è più l’Idea ad essere la forma originaria e il mondo non deve più essere considerato un’approssimazione di quell’Idea. In Nietzsche “i concetti e le idee sono finzioni che si traducono in autoinganno quando gli uomini li credono esistenti in natura” (p. 130), sono l’autoinganno dell’intelletto che non ha più un vero legame con ciò che è la realtà. L’autoinganno nietzscheano permette all’uomo, guardando il problema da un’angolazione positiva, di percepire la rappresentazione del mondo come qualcosa di stabile, di socialmente condivisibile e vivibile. L’uomo, dice Iacono con le parole di Nietzsche, può costruire il suo mondo, diversamente da quello che capita agli altri animali. È la regolarità, la ripetitività, dell’autoinganno dell’intelletto umano che permette di costruire i concetti. È la mancanza di memoria che confina nell’oblio il fatto che la verità dell’uomo è una rappresentazione ‘irrigidita’ di una realtà sostituita (cfr. p. 135). Attraverso l’ironia, il gioco e la rappresentazione possono essere colti nella loro essenza di verità proprio perché forniscono all’uomo la cornice che Alberti, e Iacono con lui, riteneva necessaria per far dialogare verità e sostituto (cfr. il paragrafo Bateson e Winnicott, pp. 164-70). “L’io che ha la capacità di perdersi nella finzione può arrivare a concepire la stessa contrapposizione cartesiana tra l’io e il mondo come una finzione, come un ‘fare finta’, come un gioco di cui era sfuggita dunque la consapevole verità della sostituzione” (p. 185). Iacono invita a non dimenticarsi del sostituto e della cornice della rappresentazione: persi quei riferimenti si perde la possibilità di criticare il mondo, si perde la possibilità di situarsi tra il mondo.

Indice

Introduzione
1. Il problema del sostituto
2. Attraverso la finestra
3. Mondi intermedi
4. Duplicità e sdoppiamento
5. Copia, mimesi, sostituto
6. Imitazione e illusione
7. Verità e menzogna in senso extramorale
8. La verità del verosimile
9. L’illusione, l’ironia, l’umorismo
Ringraziamenti

L'autore

Alfonso M. Iacono insegna Storia della filosofia presso l’Università di Pisa. Tra le sue pubblicazioni: Autonomia, potere, minorità (Feltrinelli, 2000); Mondo intermedi e complessità (con Aldo G. Gargani, ETS, 2005); Storia. Verità e finzione (Manifestolibri, 2006).

Link

Pagine personali dedicate al prof. Iacono presso l'Università di Pisa:
- http://arp.unipi.it/listedoc.php?ide=000208&ord=C
- http://unimap.unipi.it/cercapersone/dettaglio.php?ri=3893&template=dettaglio.tpl

sabato 3 giugno 2006

Marletti, Carlo – Cabrera, Paul L. Ravelo (a cura di), El gesto de la filosofía hoy.

Pisa-La Habana, Ets-Imagen contemporanea, 2006, pp. 254, ISBN 8846713966.

Recensione di Luigi Marfè – 03/06/2006

Filosofia politica, Filosofia della scienza, Etica (bioetica)

Nuovo arrivato e affatto ignaro delle lingue del levante, Marco Polo non poteva esprimersi col Gran Kan altrimenti che con gesti o con gli oggetti che andava estraendo dalle sue bisacce. Secondo una tradizione che risale allo Hermes dei Greci, le Città invisibili di Italo Calvino fanno del mercante un vettore di comunicazione tra Oriente e Occidente proprio per l’abilità dei suoi gesti. In un’epoca di discorsi ininterrotti e parole in sovrappiù, la figura di Polo stupisce per la freschezza con cui si lascia alle spalle la vanità del dire e l’opacità dello scrivere. Come il Neveu de Rameau di Diderot, il suo discorso vive nella polisemia della pantomima. Ogni movimento si dona all’interlocutore come enigma e stimolo all’interpretazione, riservando a sé il potere degli emblemi, che una volta visti non si possono dimenticare né confondere.
Qual è tuttavia il gesto della filosofia oggi? A dispetto delle tentazioni delle nuove tecnologie dell’informazione o dei crescenti processi di globalizzazione, gli autori di questo volume confidano ancora nella resistenza pervicace del discorso filosofico e scommettono su una conoscenza cui si può attingere solo con i suoi mezzi. Come scrive Carlos Jesús Delgado Díaz, ai filosofi spetta la sfida di costruire un nuovo sapere che riconduca la scienza alla dimensione assiologica e costruisca una nuova etica della vita attraverso categorie capaci di totalità e comprensione in base a principi non antropocentrici e transdisciplinari. Contro le retoriche opposte dei sistemi onnicomprensivi e del riduzionismo esasperato, il gesto filosofico deve proporre un approccio obliquo, assieme organico e olistico. I risultati raggiunti nel campo della bioetica e dell’epistemologia mostrano come l’attitudine verso la complessità vada mescolata con la consapevolezza di tutto ciò che con Wittgenstein resta aldilà dal senso. Non lineare né irreversibile, la quête del senso resta appesa al bilico del provvisorio e va difesa non solo dal baratro dell’indifferenza, ma anche dalla falsa sicurezza di chi ne dà per scontato il progresso. L’incanto di Kublai è ancora possibile, a patto che la filosofia rinunci alla spiegazione meccanicistica per offrirsi come scarto dal noto e creazione del nuovo, variabile che non collima e brivido del non adeguarsi.
El gesto de la filosofía hoy è il frutto del primo Encuentro de Filosofía Cuba-Italia, che si è svolto a la Habana tra l’1 e il 3 ottobre 2002. Per l’Italia è intervenuto il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Pisa. I due curatori Carlo Marletti e Paul L. Ravelo Cabrera vi hanno raccolto tredici relazioni, che delineano un panorama della filosofia contemporanea e riflettono sulla sua condizione e sulle sfide che la attendono. I campi di indagine sono soprattutto tre: la filosofia della politica e delle scienze sociali, la filosofia della scienza e l’epistemologia, la bioetica e i paradigmi delle scienze cognitive.
La fiducia nel dire politico della filosofia dipende per Ravelo dalla sua natura di gesto polemico. Contro le tesi del relativismo e le derive del postmoderno, occorre richiamarsi al discorso sulla responsabilità di Husserl. L’universalismo non è un concetto prêt-à-porter, ma piuttosto un progetto da costruire passo dopo passo. La ricerca filosofica non può svicolare dalla dimensione assiologica del giudizio né dall’inesauribilità della domanda sul senso. Juan Francisco Fuentes mette allora a confronto il discorso politico di John Rawls e di Jürgen Habermas. Della posizione del primo è criticato il riduzionismo, che esclude il politico dalla riflessione filosofica, ma lascia nell’ombra i fondamenti del suo progetto neo-contrattualista. L’insistere dell’altro sulla dimensione intersoggettiva sembra invece nascondere i fantasmi di etero-determinazione di chi annega l’io nelle retoriche del noi. Alfonso M. Iacono si dedica invece alla dialettica che si instaura tra i concetti di Oriente e Occidente. Derivate una dall’altra, le due dimensioni funzionano come orizzonte di comprensione reciproco: la frontiera è infatti un concetto mobile, che affianca identità e contaminazione. Lontano dagli stereotipi, le due tradizioni culturali mostrano affinità inaspettate nel discorso sulla teodicea del Dio che si ritira di Hans Jonas, Sergio Quinzio e, più di recente, Bronislaw Baczko, e sul senso della storia, intesa ora come ripetizione ora come freccia dell’irreversibilità.
Diverse relazioni affrontano inoltre temi di carattere epistemologico. Contro l’indifferenza ontologica del postmoderno, che si rinserra nella logica della potenzialità, Rigoberto Pupo Pupo difende l’eterno problema filosofico della verità. Benché possa essere definita in modi molto distanti, dall’adequatio rei et intellectusdegli scolastici al valore funzionale che le è attribuito nel pragmatismo, in ambito moderno, la verità sembra connotarsi come ricerca e divenire. Il rapporto di soggetto e oggetto non va inteso in maniera astratta, ma come relazione intersoggettiva. Non diversamente, mentre scorre la storia della matematica, Enrico Moriconi si sofferma sul passaggio delle sue strutture formali da strumento delle operazioni a soggetto del meta-discorso, fino al teorema di incompletezza di Gödel. Come nota Grisel Ramírez Valdes, la scienza deve far propria la teoria della complessità. Non tutta la realtà si lascia irretire nei sistemi che costruiamo, né d’altronde ciascuno di essi può escludere gli altri. Contro il riduzionismo, occorre esercitarsi in prospettive inter-schematiche che, senza relativizzare il concetto di verità, intendano l’oggettività come somma di punti di vista e inesausto girarvi intorno.
Due relazioni si inoltrano nei territori di frontiera del nuovo sapere filosofico: la bioetica e le neuroscienze. Aldilà dei risultati che ha saputo raggiungere in campo medico, Thalía Fung vede nella bioetica una lezione di metodo per tutto il discorso filosofico. Come per altro verso l’ecologia, la bioetica riconduce la scienza verso le questioni dell’etica e mostra i limiti di ogni costruzione antropocentrica. Fuori da ogni provincialismo del genere umano, il suo sguardo transdisciplinare allarga le proprie categorie agli altri modi della vita, fino ad abbracciare una dimensione cosmica. Non diversamente, le scienze cognitive indagano le connessioni tra la mente e il cervello e la base fisica del ragionamento. Nelle neuroscienze, Massimo Barale vede un ponte verso il futuro, a patto che sappiano guardarsi da ogni riduzionismo fisicalista. Liberata dall’entusiasmo acritico, l’immagine di software e hardware per la mente e il cervello può avere ancora valore. A importare maggiormente è però l’individuazione del codice operativo, cioè quella progettualità che i filosofi da sempre hanno chiamato ragione.
Anche in una prospettiva volta verso l’avvenire come quella di questo convegno, a tornare con frequenza nei discorsi dei relatori è infatti la questione sull’attualità dell’eredità kantiana. L’esempio dell’orientamento in una camera buia dà ad Adriano Fabris l’occasione per ripensare la portata rivoluzionaria del discorso trascendentale di Kant. Come già notava Heidegger, tuttavia, dietro l’importanza del soggetto resta la cocciuta persistenza del mondo. Studiando le riflessioni di Wilfrid Sellars, Carlo Marletti vede la lezione di Kant proprio nell’equidistanza con cui sfugge sia al mito del dato sia all’autonomia del concetto; la distanza tra i due è che per Sellars il processo conoscitivo non arriva mai ad offrirsi in maniera compiuta, ma piuttosto come proto-teoria. Da altro orizzonte teorico, anche Gian Mario Cazzaniga, mentre scorre la storia del concetto di società nel mondo occidentale dal Leviathan di Hobbes ai giorni nostri, torna al Kant della pace perpetua, come auspicio ed augurio per un futuro che tarda ad arrivare.
La nuova innocenza del postmoderno annacqua la distinzione tra conoscenza e valore, esalta il vagabondaggio nomade e si lascia fluttuare in un vortice di universi in compresenza indifferente a ogni scelta. Al contrario, El gesto de la filosofia hoy si propone come quête del senso. Nel saggio che apre il volume, Remo Bodei rammenta come le categorie della filosofia non siano eterne, ma durino appena più degli individui e, se dimenticate, muoiano assieme al loro modo di tagliare i concetti e gettare uno sguardo sul mondo. Tra l’utopia della memoria assoluta al modo del Funes di Borges e la melanconia per ciò che non tornerà di Pessoa, il filosofo deve percorrere la strada stretta di Epimeteo. Se con Nietzsche l’oblio aiuta a sopravvivere e cicatrizzare, la memoria permette di ricostruire nel futuro passati differenti dall’inferno e identità non più spezzate, nella fiducia che la storia abbia ancora qualcosa di nuovo da dirci. Viene in mente un passo di Danubio, quando, riflettendo sull’identità dell’Europa, Claudio Magris vede nel limes romano le labbra di una bocca che separa dalla barbarie, limita e dà forma, ma anche si apre all’incontro dell’altro e, nel bacio, ne assapora la differenza.

Indice

C. Marletti e P.L. Ravelo Cabrera, Introducción 
R. Bodei, Memoria, olvido u la construcción de la identidad 
P.L. Ravelo Cabrera, El apremio espiritual y el gesto político de la filosofía (entre Kant, Nietzsche y Husserl) 
A.M. Iacono, De occidente a oriente. Imágenes de la historia y autonomía de los hombres 
R. Pupo Pupo, La verdad como eterno problema filosófico 
J.F. Fuentes, Paradigmas de la filosofía política contemporanea 
A. Fabris, Kant y el problema del sentido 
Th. Fung, La bioética: ¿un nuevo tipo de saber? 
G.M. Cazzaniga, Metamórfosis de la soberania y derechos del hombre 
E. Moriconi, Transformaciones en el pensamento axiomático 
Gr. Ramírez Valdes, La complejidad de la ciencia : cómo la filosofía de la ciencia contemporánea “se desprende” del concepto de verdad 
M. Barale, Mente y naturalezza entre conocimiento científico y comprensión filosófica 
C. Marletti, Kant, Sellars y lo “múltiple del sentido” 
C.J. Delgado Díaz, Crisis y revolución en el pensamiento científico contemporáneo: la hipótesis del Nuevo Saber


Gli autori

Massimo Barale è professore ordinario di Ermeneutica filosofica all’Università di Pisa. Le sue ricerche sono incentrate sullo studio di teorie della ragione, dell'esperienza e della soggettività, verso nuovi modelli di etica filosofica (Immagini della ragione, 1983; Ermeneutica e morale, 1988; Visione e discorso nella scoperta platonica della struttura razionale dell'esperienza, 2001) e sulla filosofia come indagine critico-trascendentale, nel suo rapporto con le forme della razionalità scientifica (Filosofia come esperienza trascendentale, 1977; Kant e il metodo della filosofia, 1988; Betrachtungen über geschichtlich-philosophischen Hintergrund und den systematischen Ort von Kritik der Unterskraft, 1997).

Remo Bodei è professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Pisa e Recurrent Visiting Professor presso la University of California di Los Angeles. Ha dedicato le sue prime ricerche allo studio dell’idealismo tedesco (Sistema ed epoca in Hegel, 1975; Scomposizioni. Forme dell’individuo moderno, 1987; Hölderlin: la filosofía y lo trágico, 1990). Nel 1994 ha curato l’edizione italiana del Principio speranzadi Ernst Bloch. È redattore di numerose riviste. Le sue ultime ricerche affrontano il problema delle passioni (Ordo amoris. Conflitti terreni e felicità celeste, 1991; Geometria delle passioni. Paura, speranza, felicità: filosofia e uso politico, 1991; Le prix de la liberté, 1995; Il noi diviso. Ethos e idee dell’Italia repubblicana, 1998).

Gian Mario Cazzaniga è professore ordinario di Filosofia morale all' Università di Pisa ora in congedo. È inoltre membro del consiglio scientifico della cattedra UNESCO “Fondements philosophiques de la justice et de la société démocratique” di Montréal e del “Groupe de Recherches sur les Lumières, l'Illuminisme et la Franc-maçonnerie” al CNRS di Parigi. Nelle sue ricerche, ha approfondito i nessi che legano tradizione e modernità (Alle origini dello spirito laico. Fin’amors e cortezia nella cultura trobadorica, 1983; Traces de l'autre. Mythes de l'antiquité et Peuples du Livre dans la construction des nations méditerranéennes, 2004), illuminismo e massoneria (La religione dei moderni, Pisa 1999; La figura di Gesù nell’Illuminismo, “Heri et hodie. Figure di Cristo nella storia”, 2001) e filosofia classica tedesca, teorie della sovranità e radici dell’identità europea (Penser la Souveraineté à l'époque moderne et contemporaine, 2001; Radici d’Europa, 2003).

Adriano Fabris è professore ordinario di Filosofia morale all’Università di Pisa. Redattore di numerose riviste, ha tradotto opere di Heidegger, Gadamer, Scholem, Jean Paul. Le sue ricerche sono volte allo studio dell’ermeneutica filosofica (Logica ed ermeneutica, 1982; “Essere e tempo” di Heidegger, Introduzione alla lettura, 1999; El giro linguistico. Hermeneutica y analisis del lenguaje, 2000), la filosofia delle religioni (Linguaggio della rivelazione, 1990; Introduzione alla Filosofia della religione, 1996), la storia del pensiero ebraico (I paradossi dell'amore tra grecità, ebraismo e cristianesimo, 2001), la filosofia della musica, le etiche applicate, la filosofia della comunicazione.

Alfonso M. Iacono è professore associato di Storia della filosofia politica all’Università di Pisa. Collabora con il quotidiano “Il Manifesto”. I suoi interessi sono rivolti ai rapporti tra filosofia, antropologia e politica nel pensiero moderno e contemporaneo, con analisi storiografiche e indagini epistemologiche (Teorie del feticismo, 1985; Le fétichisme. Histoire d’un concept, 1992; Paura e meraviglia. Storie filosofiche del XVIII secolo, 1998; L’evento e l’osservatore, 1987). Al centro c’è una riflessione sul tema dell’altro nelle relazioni storico-sociali fra gli uomini (Il borghese e il selvaggio, 1982; Tra individui e cose, 1995).

Carlo Marletti è docente di Filosofia del linguaggio presso l’Università degli Studi di Pisa. I suoi lavori riguardano soprattutto l’ambito epistemologico (A proposito de sensación-concepción, 2000; McDowell e le ragioni della sensibilità, 2001; Kant, Sellars e l’intuizione, 2002).

Enrico Moriconi è professore associato di Logica presso l’Università di Pisa. Campo delle sue ricerche sono la logica e fondamenti della matematica (La teoria della dimostrazione di Hilbert, 1987), la filosofia del linguaggio (Discorso e significato, 1994; Normalization and meaning theory, 1998) e la filosofia della scienza (Etchemendy on logical truth, in coll. con M. Mariani, 1997).

Paul L. Ravelo Cabrera, Rigoberto Pupo Pupo, Juan Francisco Fuentes, Thalía Fung, Grisel Ramírez Valdes, Carlos Jesús Delgado Díaz sono professori di filosofia presso l’Università di La Habana.