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mercoledì 20 maggio 2015

Fabris, Adriano (a cura di), Il pensiero ebraico nel Novecento

Roma, Carocci, 2015, pp. 343, euro 28, ISBN 978-88-430-7491-4.

Recensione di Marco Damonte – 27/03/2015

La presenza del pensiero ebraico è una costante durante tutta la storia della cultura occidentale e dunque la rilevanza di pensatori di origine ebraica nel secolo scorso viene assunta quale dato di fatto. In che cosa consista esattamente l’ebraicità di tale pensiero, se e con quali modalità esso abbia interagito con gli altri filoni della filosofia novecentesca, il grado della sua influenza rispetto alla cultura prevalente e il perché esso abbia una particolare importanza proprio nel Novecento sono invece interrogativi meno affrontati.

martedì 7 aprile 2009

AA. VV., Eurosofia. La filosofia e l’Europa.

«Teoria», n. 2/2008, Pisa, ETS, 2008, € 18,00, ISBN 9788846722997

Recensione di Alessandro Lattarulo – 07/04/2009

Europa, diritto, interculturalità, scienza, tecnica

Europa e filosofia sono la stessa cosa, secondo quanto sostiene Biagio De Giovanni (La filosofia e l’Europa moderna, Bologna, il Mulino, 2004) attraverso il suo tentativo di rintracciare un sostrato comune all’integrazione ulteriormente approfonditasi con il Trattato di Lisbona, oppure la posizione del cattedratico italiano imbastisce una retorica dell’identità impegnata a preservare per la filosofia il trono di regina scientiarum dalla quale sarebbe invece stata spodestata, come ribatte Mauro Barberis (Europa del diritto, Bologna, il Mulino, 2008)?
L’interrogativo dal quale prendiamo le mosse non solamente cerca di condensare un serrato dibattito a distanza, ma riflette un malessere che, a ben guardare, trasuda dalle pagine di questo fascicolo della rivista «Teoria», dedicato al tema “La filosofia e l’Europa”.
Procediamo con ordine. ‘Europa e filosofia’, ‘Europa della filosofia’, ‘Europa come culla della conoscenza filosofica’, emancipazione attraverso il pensiero dalla miscela di stupore e paura che blocca l’Uomo davanti alla potenza di un Dio o della Natura, come affiora nel contributo di Vincenzo Vitiello (p. 8), è una narrazione sottoposta oggi alla sferzante critica di chi in essa intravede un marcato lineamento mitologico, un corollario della tesi di radici comuni che nella retorica filosofica troverebbe nutrimento.
Echeggia da tali posizioni lo sforzo di liberare ermeneuticamente l’Europa come essenza dal rischio di essere raccontata attraverso un codice escludente, introvertito, esoterico, che tuttavia trascina la propria pretesa di verità nel deserto spianato da una rivoluzione che ha sostituito alla primazia dell’originaria domanda ‘tì estì’ le risposte di Scienza e Tecnica. Queste sono potenze spirituali che informano di sé la Modernità sin dalle origini, ma quel che diventa rilevante nell’economia del nostro ragionamento è che sia ormai attribuita loro un’autorevolezza che sembra prescindere dall’esigenza di definire altrimenti l’oggi, cosicché affacciarsi alla finestra del ‘post’, riconoscendo in uno o più eventi-simbolo un turning point implicante l’esigenza di adottare categorie analitiche differenti, si riduce a futile proclama ideologico.
L’Europa della filosofia, entro tale cornice, mostra – per richiamare Barberis – il suo principale limite nel rifiuto di prendere atto che l’avvento della Scienza finisce per renderla una retorica tra le tante, destinata a specialisti, travolta da un particolarismo asfittico che la Tecnica, severinianamente rilevabile come autentica cifra persino dello stare-in-comune democratico, destina a un tramonto il cui compimento non conduce a forma alcuna di ‘superamento’, di palingenesi, come in talune teorie della crisi, ma a un arroccamento sulla ricerca prescrittiva di un’identità forte, nell’estremo tentativo di (ri)generare una metafilosofia del continente che colmi il ‘vuoto’ di potenza al quale l’Europa della fragilità, interprete di una parzialità non conflittuale, è incline a legarsi simbioticamente.
Nonostante ciò, persino negli autori che con acrimonia insistono sull’irriducibilità dell’Europa a una sedimentazione di retoriche identitarie, che giustapponendosi nella propria varietà ne restituiscano un’immagine compiuta, si fa immancabilmente largo il paradosso di una limitazione del proprio campo visivo a una cassetta degli attrezzi in grado di consentire un’opera di scavo nel circoscritto terreno dei propri studi. Non si tratta di una disputa accademica, di un cedimento all’iperspecializzazione richiesta per ambire a prendere parola. Senza dubbio, come non ha mancato di rimarcare Salvatore Natoli negli ultimi anni, la blindatura della propria ricerca in ambiti disciplinari sempre più sofisticati e modestamente porosi alle contaminazioni costituisce un motivo di (illusoria) rassicurazione – anche se, circolarmente, contribuisce ad accrescere la fonte del disagio – in una società la cui più accreditata rappresentazione ruota attorno alla possente ricerca funzional-strutturalista di impronta luhmanniana: una società, cioè, frammentata in diversi sottosistemi sociali che tendono a ordinarsi e correggersi in modo autonomo, consegnando la vicenda contemporanea a un’estrema oggettivazione e alla contestuale rarefazione del principio di realtà. La politica, in quanto metodologia del confronto di opinioni, nonostante la ‘finzione’ dialogico-deliberativa dell’auto-obbligazione al rispetto della verità, sfuma nella celebrazione di un coinvolgimento del cittadino nell’agorà che opacizza l’inarrestabile affermazione di un’ideologia egoistica che scinde individuo e soggetto, abbandonando ai diritti fondamentali, luhmannianamente intesi come ‘istituzione’, il compito di risarcire attraverso il medium del diritto quel legame tra dimensione pubblica e privata che pure le Costituzioni democratiche del dopoguerra avevano cercato di irrobustire e rinsaldare con originalità.
La dogmatica del diritto riserva alla politica un ruolo da protagonista troppo spesso a patto di vedersi riconosciuto il compito di definire – come da gergo comunitario – una ‘via particolare’ (Sonderweg) a un’integrazione che patisce l’ardua riconducibilità a un disegno ‘politico’ che sterilizzi i dissensi sulla percorribilità di uno sforzo costituente comune in presenza di un demos e di un ethnos unitari ecc., all’escogitazione e consolidamento comitologico di un acquis communautaire che risolva una volta per tutte la catastrofica propensione alla guerra di questa regione del globo, definendo un quadro istituzionale in cui la signoria di una bulimica produzione normativa taciti lo sforzo di ricercare strumenti e strategie di unità mediante altri strumenti. Mediante, per esempio, un ‘agire comunicativo’ dietro il quale vi sia l’individuazione teleologica di un percorso post o sovranazionale verso l’unità anche a partire da un utilizzo della ragione non prosternato esclusivamente alle spinte autopoietiche del diritto, infilandosi nel buio tunnel della disputa per un passaggio dalla dimensione internazionalistica del corpus normativo comunitario a quella della Costituzione (con o senza uno Stato).
Come rilevato da Volker Gerhardt nel suo contributo, l’autonomia del diritto può davvero essere apprezzata come tale a patto di ricondurne genesi e sviluppi sia su di un piano storico sia, soprattutto, su di un piano politico. In fondo, è proprio la liberazione della politica dalle catene del mito e della religione presso i Greci e i Romani che favorisce la mutazione dell’idea di res publica da amministrare in maniera condivisa, che libera, attraverso il concetto di delega e rappresentanza, uno spazio tra persona e istituzione dove ritagliare per il diritto una funzione ‘terza’ di regolazione. Se pertanto politica e diritto costituiscono insieme un pilastro del patrimonio europeo, intenderli funzionalmente differenziati, in rapporto sistemico meccanicamente adattivo con l’ambiente complessivo, equivale ad auspicare non l’irreversibilità del progetto europeo, bensì la ciclica insorgenza delle contraddizioni ad esso collegate come se si fosse in presenza di un dazio da pagare alla sapienza del funzionalismo, alla tattica dello step by step adottata per non creare spaccature diplomatiche, ma priva di più ampio respiro progettuale.
In quest’ottica, la filosofia italiana, i cui interlocutori privilegiati – scrive Remo Bodei nel proprio saggio – non sono i chierici, ma un più vasto pubblico da orientare offrendo ipotesi di soluzione a problemi dove si scontrano universale e particolare, logica ed empiria (p. 141), rappresenta un’eccellente testimonianza di una ‘ragione impura’, che tiene conto delle imperfezioni e delle possibilità del mondo e rigetta l’assolutizzazione di una ragione illuministica che, come avvertirono Horkheimer e Adorno, si ritrae nel riconoscimento a priori di essere ed accadere solo relativamente a ciò che si lascia ridurre a unità. In tal modo, questa tradizione filosofica, di cui la Normale di Pisa ha costituito nei secoli una preziosa fucina, non rinuncia a dare senso a saperi e pratiche che si presentano dominati dall’imponderabilità dell’arbitrio, del gusto o del caso (p. 142).
Fungere da laboratorio della storia mondiale può senza dubbio lasciar trasparire una tentazione eurocentrica guardata con condivisibile sospetto da tutti gli autori del volume. Viceversa, proprio il costitutivo policentrismo del continente dovrebbe essere valorizzato quale concime di uno sviluppo aduso alle appartenenze multiple, in grado di restituire di ogni uomo una complessità che ricette legate alla degenerazione novecentesca di alcuni ‘ismi’ intendono recuperare per sostenere surrettiziamente un pericoloso disegno eurocentrico, sul quale cementare una memoria comune, come suggerisce anche Habermas, piuttosto che glissarvi archiviandolo come tentazione non solo rigettata sul piano ideale ma ormai sorpassata dagli allargamenti dell’UE a sud-est.
Risolvere economicamente (e geopoliticamente) una separazione imposta nel cuore dell’Europa dalla divisione del mondo in ‘blocchi’ non garantisce infatti – secondo i previdenti ammonimenti di Félix Duque – che l’immaginario collettivo delle comunità nazionali, ancorato alla dimensione dello Stato, concretizzi quotidianamente il metavalore occidentale per eccellenza, la libertà (p. 57), rinsaldando un ordito solidaristico e cooperativo che realizzi quotidianamente la pace (che non può mai essere data come definitivamente acquisita) sia al proprio interno che per delineare un ‘corso del mondo’ incaricato di stemperare i motivi di conflitto che infiammano il pianeta.
L’Europa come esempio di “terra ospitale”, finanche “terra di nessuno” perché in realtà terra di tutti coloro che in essa dimorano da ospitanti, aderendo a quanto scrive Vitiello nelle proprie conclusioni (p. 23), è un intero costituito da parti che non deve affrontare la sfida di un’interculturalità complessificata dai flussi migratori dai paesi più poveri, solamente come cultura in colloquio, in un esercizio necessario ma non sufficiente di destrutturazione radicale delle teorie sostanzialistiche dell’identità. Per non ridurre il valore dell’interculturalità a slogan, sottolinea Dean Komel, ne va riconosciuta, al di là del profilo semantico, l’essere “pseudonimo”, ossia l’opposizione condotta da pseudos al disvelamento della verità (aletheia, p. 75), quale stratagemma per trasformare il biasimo verso l’’eurocentrismo’ in occasione di ripensamento della “mondità del mondo” quale inglobamento della “totalità dei topoi dell’incontro” (p. 79).
In un’occasione, insomma, per separare la coniugazione ‘culturalista’ dell’interculturalità in termini di ‘tradizione’, trasmissione di un messaggio cristallizzato, che nel letteralismo della propria formulazione pretende di fissare una Verità trascendentale, valida in ogni luogo e in ogni epoca. È perciò forse estremizzante la genealogia della ‘ragione’ di Vitiello, perché pretende di arrivare al cogitum cartesiano e all’imperativo kantiano elevando entrambi a momenti di elaborazione del pensiero certo imperfetti e incompiuti ma sintomatici di una volontà di oltrepassamento di una metafisica moderna della soggettività, considerando la via della religione e quella della ‘scienza nuova’ alla stregua di una Neuzeit la cui ontologia della Verità è in attrito con il privilegio di un pensiero che, attestando due secoli più tardi la ‘morte di dio’, rivendica per l’essere umano una fragilità che, proprio perché consapevole di non poter ridurre alcun dio a propria immagine, può aprirsi alla trascendenza senza immanentizzare il divino.
Non che le conclusioni di Vitiello difettino di capacità persuasiva. Semplicemente, l’apoditticità di una ricostruzione che si smarca dal gioco delle compartimentazioni storiche – pur non potendo chiamarsene del tutto fuori – immagina di sottrarre senza opposizioni la ragione filosofica al peso delle usuali sovrastrutture, in primis la religione, la quale costituisce un fattore ideale di divisione sociale che necessita di attenti percorsi di indagine ben oltre l’ottimismo di una volontà disposta a riconoscere, anche in un’Europa che voglia dirsi cristiana, la religiosità di tutte le religioni (p. 23).
La posta in palio non è solamente legata all’apparato dottrinale rinvenibile dietro i simboli dell’Unione europea, come rilevato da Berns in rapporto al case-study della bandiera, ma rilancia la sfida ratzingeriana di una conciliazione tra fede e ragione nello spazio pubblico che rimette in discussione alcuni assunti della laicità dello Stato, come del resto emerso a luce meridiana nella interlocuzione che Habermas ha cercato sia con l’attuale Pontefice che con Böckenförde.
Non potendoci dilungare oltre, accogliamo con favore la stimolante portata di questo sforzo editoriale dedicato all’Eurosofia, che solleva interrogativi e contribuisce alla coltivazione del dubbio, e, senza boriosamente pretendere di risolvere l’emergenza dei dissensi tra esterno/interno, Europa/America – insomma tra ‘Noi’ e gli ‘Altri’ –, si candida a svolgere una funzione di sprone alla ripoliticizzazione civica, a partire da forme di socializzazione e condivisione del pensiero che dall’esperienza del passato suggano la necessaria linfa per adattarsi alle sfide del ventunesimo secolo, per percepire la novità dell’UE, che tra l’altro rimane un cantiere da non lasciarsi nelle mani di un manipolo di euro-mandarini, rintanandosi tra indifferenza e apatia. Rinunciando, di conseguenza, a pensarsi parte di una Weltirisikogesellschaft nella quale le conseguenze del 1989 non si riducono macchiettisticamente all’ennesima puntata di ‘esteriorizzazione’ dell’Europa nel mondo, ma impongono all’auld continent di cimentarsi con le questioni globali che rendono questo tornante della modernità baumanianamente liquido, senza ingaggiare con le altre regioni del pianeta un confronto misurato sulla potenza (militare), ma scegliendo la via di un esempio libero da tentazioni fanaticamente ‘missionarie’, di un esempio di incompiutezza che rifletta persino a livello istituzionale la finitudine dell’esistenza, l’occasione – caldeggiata da Pietro Barcellona nella sua ultima produzione scientifica – per riscoprire la coscienza come pietra angolare del nostro patrimonio. E ben venga se da tale opera di scavo germogliano domande. In fondo, l’uomo si pone domande perché è una domanda. Senza il domandare non vi è tempo, perché il suo flusso diventa puntiforme. Tutto è muto. L’avventura europea non deve naufragare nel silenzio.

Indice

Antonella Pellegrino, Adriano Fabris, Premessa, pp. 5-6
Vincenzo Vitiello, L’Europa e la filosofia, oggi, pp. 7-24
Volker Gerhardt, Laboratorio Europa, pp. 25-43
Denis Guénoun, L’Europa e l’infinito, pp. 45-54
Félix Duque, L’Europa, o la difficile realizzazione quotidiana della pace, pp. 55-70
Dean Komel, Cos’è l’interculturalità?, pp. 71-83
Egidius E. Berns, Il vessillo di Maria. Religione e spazio pubblico in Europa, pp. 85-97
Simon Glendinning, Europa, secolarizzazione e democrazia liberale, pp. 99-115
Önay Sözer, L’identità dell’Europa: una riconciliazione solo nella scissione stessa?, pp. 117-128
Anna Czajka, Tra messianismo e logica. Breve profilo della filosofia polacca, pp. 129-140
Remo Bodei, Dentro l’anomalia italiana: la filosofia a Pisa, pp. 141-153

Links

http://www.edizioniets.com/teoria/main.htm

lunedì 2 aprile 2007

Fabris, Adriano, Senso e indifferenza. Un clusterbook di filosofia.

Pisa, Ets, 2007, pp. 142, € 12,00, ISBN 978-884671708-5.

Recensione di Daniela Di Dato - 02/04/2007

Filosofia teoretica (gnoseologia)

Che rapporto esiste oggi fra realtà e pensiero? E in questo rapporto, qual è il ruolo della filosofia? Sono questi gli interrogativi da cui prende avvio la riflessione di Adriano Fabris, che subito vuol essere relazione coinvolgente con i lettori.
Dietro un’apparente sintonia, assistiamo sempre più a una marcata dicotomia tra realtà e pensiero. Il reale non è più pensiero che si fa, che si concretizza, ma esso stesso si fa pensiero. Nella cultura premoderna, al pensiero si attribuiva una potenza utopica e alla filosofia la capacità di aprire al futuro. Nel modo moderno, invece, la realtà diventa virtuale: non è reale un pensiero che si fa concreto, ma spesso è già reale un pensiero non ancora elaborato. E ciò impedisce al pensiero, al fare filosofia di riconoscere come propria la realtà. Quasi incapace di afferrare il reale, il pensiero sfugge e proprio per questo, secondo l’autore, deve dare a pensare.
Il testo è un esercizio, un tentativo di condurre il pensiero là dove forse non si è soffermato, in pensieri incarnati, vivi e concreti nel nostro quotidiano: la rivelazione, l’apparenza-spettacolo, la comunicazione e il consumo. La realtà è epifania, è una rivelazione che, da sempre, la filosofia accoglie, approfondisce, scoprendone la verità e l’alterità oltre il velo dell’apparenza. Oggi invece la rivelazione si esaurisce in ciò che è rivelato: realtà e apparenza sono piani non più distinti, ma coincidenti e tutto fa, è spettacolo. I reality show confondono la vita quotidiana con lo spettacolo, il modello con la copia, la rivelazione con l’apparenza: l’uomo qualunque è attore del suo stesso quotidiano, ma è anche spettatore. Imbambolati, rapiti dal mondo delle immagini, stabiliamo un rapporto che non è di coinvolgimento e di relazione, ma di distaccata autoreferenzialità con un apparente che non cela più uno spessore da approfondire.
L’autore non riconosce più nelle immagini l’espressione della creatività umana: esse ci attraggono perchè ci assorbono completamente. Le immagini si esauriscono nel loro apparire, senza rimandare ad altro da sé: la luce che un tempo illuminava, orientava, creando profondità, ora è solo un luccichio intermittente che mostra e nasconde immagini, dietro le quali e delle quali non interessa più l’originale, c’è solo l’apparecchio e le potenzialità dell’hardware che le ha generate. Le immagini riflettono perciò sé stesse, noi stessi diventiamo immagini, ma non certo, secondo l’autore, immagini significanti. Oggi inoltre il mondo occidentale è scandito dal consumo: del tempo, della vita, di noi stessi. Il consumo è in stretto rapporto con il desiderio, in quanto ciò che si desidera si può comunque riavere e quindi non è necessario conservarlo. Nell’era premoderna il valore delle cose era legato al suo durare, nell’era moderna invece l’uomo diventa produttore e quindi creatore: è artefice di tutto ciò di cui ha bisogno e addirittura del bisogno in sé. Perciò usare, distruggere, consumare non rimandano più a un significato negativo, ma alimentano la catena produttiva, amplificando l’orgoglio e il senso di onnipotenza dell’uomo moderno.
E allora, viene da chiedersi, qual è il valore di ciò che è sempre disponibile, che si può sempre avere e buttare via? Si produce per consumare e si consuma per produrre. La creazione dal nulla e l’annullamento non sono più categorie di ordine etico e religioso, ma solo economico. Ed è proprio questo circuito vizioso del produrre, consumare, distruggere e di nuovo produrre ad alimentare l’indifferenza sia come ciò che non ha differenze rispetto ad altro (indifferente rispetto a qualcosa), sia come ciò che non ha o suscita interesse (indifferente verso qualcosa). In entrambi i casi, essa implica l’annullamento di un rapporto reciproco di confronto, di relazione. Ancora una volta è l’autoreferenzialità a produrre indifferenza: laddove non c’è confronto, rapporto, non c’è neppure distinzione, non c’è più il senso delle cose. Paradossalmente i fondamentalismi sono la massima espressione dell’indifferenza: l’adesione alla lettera ai testi sacri, il rifiuto del dialogo, la convinzione che il proprio credo sia l’unica verità sono tutti sintomi di un profondo disinteresse a ciò che è diverso da sé, fuga da un rapporto di relazione con l’altro. Infatti anche l’identità rimanda a un’esperienza di relazione che si definisce nel momento in cui ci si rapporta ad altro. L’altro in sostanza è funzionale all’affermazione del concetto di identità: può essere muro, ossia qualcosa da negare come il fondamentalismo che esclude tutto ciò che è diverso da sé, oppure specchio, ossia occasione di autoaffermazione e riconferma di sé.
La nostra epoca esaspera l’identità sia rivendicandola in modi rigidi ed intolleranti, sia negandola, trasformandola in un’identità “liquida” che non ha più forma: se non c’è rapporto di relazione non solo l’identità viene perduta ma anche l’indifferenza si diffonde. Ma è chiaro che il vero rapporto da salvaguardare non è il rapporto con il sé, autoreferenziale, pura riflessione e quindi esibizione, ma quello che espone il sé nella misura in cui si coinvolge con l’altro: dunque, in questo rapporto, l’identità del sé non viene assorbita, il legame non annulla le differenze, ma accelera lo sviluppo e perciò elimina l’indifferenza. Quindi è solo quando realizziamo un coinvolgimento con l’altro che tutto assume un senso.
L’autore continua dunque la sua riflessione sul significato di “virtuale”. Se nella filosofia classica le categorie del reale, del possibile, del potenziale e dell’attuato si mantenevano differenziate e poste su livelli diversi, nell’era moderna tutto appare semplificato in un’unica dimensione, in cui il possibile (cioè ciò che non è reale ma che potrebbe divenirlo) si confonde con ciò che è reale, in cui la potenza è capace di attuarsi prescindendo da ogni atto. E dunque oggi che significati assume il “senso”? Uno dei cinque sensi, il significato di qualcosa, una direzione e senso di marcia, il buon senso, ma è anche ciò che ha senso (sensato) e ciò che dà senso (sensante), quindi senso è inteso come una molteplicità di punti di vista non relativistica quindi escludente, ma prospettica quindi panottica. La pubblicità oggi esprime il senso. Essa non è semplice trasmissione di messaggi, ma creatrice di senso: il prodotto pubblicizzato non è esaltato solo nel suo valore di mercato o d’uso, ma è caricato di un valore simbolico, di un qualcosa che non è reale ma possibile e che è capace di attrarre e sedurre. Ma questo senso che appare, che illude, ha veramente senso? È questa la domanda che l’autore pone ai suoi lettori. In realtà senso vuol dire coinvolgere: anche il concetto di Dio può essere reinterpretato in questa nuova accezione. L’idea di Dio non è più solo propria della teologia filosofica che ne fa concetto, ma appartiene anche alla filosofia religiosa che ne cerca testimonianza nella realtà: l’uomo, il mondo possono dare un senso all’idea di Dio che stabilisce un rapporto con l’uomo attraverso la creazione e crea coinvolgimento nel rapporto tramite la rivelazione. La forma triadica in cui si esplicita il senso (sensante, sensato, sensare) riporta alla trinità divina e comunque a una dimensione virtuale in cui possibile, potenziale e reale si confondono.
Ma basta tutto questo? Certamente no: Adriano Fabris espone le sue riflessioni su alcuni concetti quali senso, indifferenza, identità con l’intento di dimostrare che il pensare non è una struttura definita in cui collocarsi. Il pensiero fugge a sé stesso, nel senso che probabilmente anche il pensiero si è fatto virtuale: pensiero e decisione, etica e teoretica non sono da considerare come due ambiti disciplinari distinti, ma rimandano continuamente l’uno all’altro e attraverso il loro coinvolgersi, la loro relazione. Ecco perché clusterbook: la copertina rimanda metaforicamente a una bomba cluster, dotata cioè di submunizioni pensate per aumentare l’area di diffusione dell’atto epslosivo. Così questo testo permette ai lettori di aggiungere pensieri sul link www.edizioniets.com/clusterbook, di rendere il libro un libro aperto che si fa nella relazione e nel coinvolgimento che l’autore stabilisce con chi legge. Un libro che, nel tempo, può anche fuggire da sé stesso, aprire nuovi orizzonti, e soprattutto combattere l’indifferenza di rapporti autoreferenziali che, al giorno d’oggi, s’insinuano nella nostra vita, nel quotidiano ma anche in quegli spazi che, forse, pensavamo di completa libertà come quello della lettura e della filosofia.

Indice

Premessa
Inizia
Oggi
Nell’indifferenza
Virtuale
Una filosofia prima
Dei sensi molteplici
Come coinvolgimento


L'autore

Adriano Fabris insegna Filosofia morale ed Etica della comunicazione all’Università di Pisa. Ha pubblicato, fra l’altro, i volumi: Esperienza e paradosso (Angeli, Milano 1994); I paradossi dell’amore (Morcelliana, Brescia 2000); Paradossi del senso (Morcelliana, Brescia 2002); Etica della comunicazione (Carocci, Roma 2006). È direttore della rivista “Teoria”.

sabato 3 giugno 2006

Marletti, Carlo – Cabrera, Paul L. Ravelo (a cura di), El gesto de la filosofía hoy.

Pisa-La Habana, Ets-Imagen contemporanea, 2006, pp. 254, ISBN 8846713966.

Recensione di Luigi Marfè – 03/06/2006

Filosofia politica, Filosofia della scienza, Etica (bioetica)

Nuovo arrivato e affatto ignaro delle lingue del levante, Marco Polo non poteva esprimersi col Gran Kan altrimenti che con gesti o con gli oggetti che andava estraendo dalle sue bisacce. Secondo una tradizione che risale allo Hermes dei Greci, le Città invisibili di Italo Calvino fanno del mercante un vettore di comunicazione tra Oriente e Occidente proprio per l’abilità dei suoi gesti. In un’epoca di discorsi ininterrotti e parole in sovrappiù, la figura di Polo stupisce per la freschezza con cui si lascia alle spalle la vanità del dire e l’opacità dello scrivere. Come il Neveu de Rameau di Diderot, il suo discorso vive nella polisemia della pantomima. Ogni movimento si dona all’interlocutore come enigma e stimolo all’interpretazione, riservando a sé il potere degli emblemi, che una volta visti non si possono dimenticare né confondere.
Qual è tuttavia il gesto della filosofia oggi? A dispetto delle tentazioni delle nuove tecnologie dell’informazione o dei crescenti processi di globalizzazione, gli autori di questo volume confidano ancora nella resistenza pervicace del discorso filosofico e scommettono su una conoscenza cui si può attingere solo con i suoi mezzi. Come scrive Carlos Jesús Delgado Díaz, ai filosofi spetta la sfida di costruire un nuovo sapere che riconduca la scienza alla dimensione assiologica e costruisca una nuova etica della vita attraverso categorie capaci di totalità e comprensione in base a principi non antropocentrici e transdisciplinari. Contro le retoriche opposte dei sistemi onnicomprensivi e del riduzionismo esasperato, il gesto filosofico deve proporre un approccio obliquo, assieme organico e olistico. I risultati raggiunti nel campo della bioetica e dell’epistemologia mostrano come l’attitudine verso la complessità vada mescolata con la consapevolezza di tutto ciò che con Wittgenstein resta aldilà dal senso. Non lineare né irreversibile, la quête del senso resta appesa al bilico del provvisorio e va difesa non solo dal baratro dell’indifferenza, ma anche dalla falsa sicurezza di chi ne dà per scontato il progresso. L’incanto di Kublai è ancora possibile, a patto che la filosofia rinunci alla spiegazione meccanicistica per offrirsi come scarto dal noto e creazione del nuovo, variabile che non collima e brivido del non adeguarsi.
El gesto de la filosofía hoy è il frutto del primo Encuentro de Filosofía Cuba-Italia, che si è svolto a la Habana tra l’1 e il 3 ottobre 2002. Per l’Italia è intervenuto il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Pisa. I due curatori Carlo Marletti e Paul L. Ravelo Cabrera vi hanno raccolto tredici relazioni, che delineano un panorama della filosofia contemporanea e riflettono sulla sua condizione e sulle sfide che la attendono. I campi di indagine sono soprattutto tre: la filosofia della politica e delle scienze sociali, la filosofia della scienza e l’epistemologia, la bioetica e i paradigmi delle scienze cognitive.
La fiducia nel dire politico della filosofia dipende per Ravelo dalla sua natura di gesto polemico. Contro le tesi del relativismo e le derive del postmoderno, occorre richiamarsi al discorso sulla responsabilità di Husserl. L’universalismo non è un concetto prêt-à-porter, ma piuttosto un progetto da costruire passo dopo passo. La ricerca filosofica non può svicolare dalla dimensione assiologica del giudizio né dall’inesauribilità della domanda sul senso. Juan Francisco Fuentes mette allora a confronto il discorso politico di John Rawls e di Jürgen Habermas. Della posizione del primo è criticato il riduzionismo, che esclude il politico dalla riflessione filosofica, ma lascia nell’ombra i fondamenti del suo progetto neo-contrattualista. L’insistere dell’altro sulla dimensione intersoggettiva sembra invece nascondere i fantasmi di etero-determinazione di chi annega l’io nelle retoriche del noi. Alfonso M. Iacono si dedica invece alla dialettica che si instaura tra i concetti di Oriente e Occidente. Derivate una dall’altra, le due dimensioni funzionano come orizzonte di comprensione reciproco: la frontiera è infatti un concetto mobile, che affianca identità e contaminazione. Lontano dagli stereotipi, le due tradizioni culturali mostrano affinità inaspettate nel discorso sulla teodicea del Dio che si ritira di Hans Jonas, Sergio Quinzio e, più di recente, Bronislaw Baczko, e sul senso della storia, intesa ora come ripetizione ora come freccia dell’irreversibilità.
Diverse relazioni affrontano inoltre temi di carattere epistemologico. Contro l’indifferenza ontologica del postmoderno, che si rinserra nella logica della potenzialità, Rigoberto Pupo Pupo difende l’eterno problema filosofico della verità. Benché possa essere definita in modi molto distanti, dall’adequatio rei et intellectusdegli scolastici al valore funzionale che le è attribuito nel pragmatismo, in ambito moderno, la verità sembra connotarsi come ricerca e divenire. Il rapporto di soggetto e oggetto non va inteso in maniera astratta, ma come relazione intersoggettiva. Non diversamente, mentre scorre la storia della matematica, Enrico Moriconi si sofferma sul passaggio delle sue strutture formali da strumento delle operazioni a soggetto del meta-discorso, fino al teorema di incompletezza di Gödel. Come nota Grisel Ramírez Valdes, la scienza deve far propria la teoria della complessità. Non tutta la realtà si lascia irretire nei sistemi che costruiamo, né d’altronde ciascuno di essi può escludere gli altri. Contro il riduzionismo, occorre esercitarsi in prospettive inter-schematiche che, senza relativizzare il concetto di verità, intendano l’oggettività come somma di punti di vista e inesausto girarvi intorno.
Due relazioni si inoltrano nei territori di frontiera del nuovo sapere filosofico: la bioetica e le neuroscienze. Aldilà dei risultati che ha saputo raggiungere in campo medico, Thalía Fung vede nella bioetica una lezione di metodo per tutto il discorso filosofico. Come per altro verso l’ecologia, la bioetica riconduce la scienza verso le questioni dell’etica e mostra i limiti di ogni costruzione antropocentrica. Fuori da ogni provincialismo del genere umano, il suo sguardo transdisciplinare allarga le proprie categorie agli altri modi della vita, fino ad abbracciare una dimensione cosmica. Non diversamente, le scienze cognitive indagano le connessioni tra la mente e il cervello e la base fisica del ragionamento. Nelle neuroscienze, Massimo Barale vede un ponte verso il futuro, a patto che sappiano guardarsi da ogni riduzionismo fisicalista. Liberata dall’entusiasmo acritico, l’immagine di software e hardware per la mente e il cervello può avere ancora valore. A importare maggiormente è però l’individuazione del codice operativo, cioè quella progettualità che i filosofi da sempre hanno chiamato ragione.
Anche in una prospettiva volta verso l’avvenire come quella di questo convegno, a tornare con frequenza nei discorsi dei relatori è infatti la questione sull’attualità dell’eredità kantiana. L’esempio dell’orientamento in una camera buia dà ad Adriano Fabris l’occasione per ripensare la portata rivoluzionaria del discorso trascendentale di Kant. Come già notava Heidegger, tuttavia, dietro l’importanza del soggetto resta la cocciuta persistenza del mondo. Studiando le riflessioni di Wilfrid Sellars, Carlo Marletti vede la lezione di Kant proprio nell’equidistanza con cui sfugge sia al mito del dato sia all’autonomia del concetto; la distanza tra i due è che per Sellars il processo conoscitivo non arriva mai ad offrirsi in maniera compiuta, ma piuttosto come proto-teoria. Da altro orizzonte teorico, anche Gian Mario Cazzaniga, mentre scorre la storia del concetto di società nel mondo occidentale dal Leviathan di Hobbes ai giorni nostri, torna al Kant della pace perpetua, come auspicio ed augurio per un futuro che tarda ad arrivare.
La nuova innocenza del postmoderno annacqua la distinzione tra conoscenza e valore, esalta il vagabondaggio nomade e si lascia fluttuare in un vortice di universi in compresenza indifferente a ogni scelta. Al contrario, El gesto de la filosofia hoy si propone come quête del senso. Nel saggio che apre il volume, Remo Bodei rammenta come le categorie della filosofia non siano eterne, ma durino appena più degli individui e, se dimenticate, muoiano assieme al loro modo di tagliare i concetti e gettare uno sguardo sul mondo. Tra l’utopia della memoria assoluta al modo del Funes di Borges e la melanconia per ciò che non tornerà di Pessoa, il filosofo deve percorrere la strada stretta di Epimeteo. Se con Nietzsche l’oblio aiuta a sopravvivere e cicatrizzare, la memoria permette di ricostruire nel futuro passati differenti dall’inferno e identità non più spezzate, nella fiducia che la storia abbia ancora qualcosa di nuovo da dirci. Viene in mente un passo di Danubio, quando, riflettendo sull’identità dell’Europa, Claudio Magris vede nel limes romano le labbra di una bocca che separa dalla barbarie, limita e dà forma, ma anche si apre all’incontro dell’altro e, nel bacio, ne assapora la differenza.

Indice

C. Marletti e P.L. Ravelo Cabrera, Introducción 
R. Bodei, Memoria, olvido u la construcción de la identidad 
P.L. Ravelo Cabrera, El apremio espiritual y el gesto político de la filosofía (entre Kant, Nietzsche y Husserl) 
A.M. Iacono, De occidente a oriente. Imágenes de la historia y autonomía de los hombres 
R. Pupo Pupo, La verdad como eterno problema filosófico 
J.F. Fuentes, Paradigmas de la filosofía política contemporanea 
A. Fabris, Kant y el problema del sentido 
Th. Fung, La bioética: ¿un nuevo tipo de saber? 
G.M. Cazzaniga, Metamórfosis de la soberania y derechos del hombre 
E. Moriconi, Transformaciones en el pensamento axiomático 
Gr. Ramírez Valdes, La complejidad de la ciencia : cómo la filosofía de la ciencia contemporánea “se desprende” del concepto de verdad 
M. Barale, Mente y naturalezza entre conocimiento científico y comprensión filosófica 
C. Marletti, Kant, Sellars y lo “múltiple del sentido” 
C.J. Delgado Díaz, Crisis y revolución en el pensamiento científico contemporáneo: la hipótesis del Nuevo Saber


Gli autori

Massimo Barale è professore ordinario di Ermeneutica filosofica all’Università di Pisa. Le sue ricerche sono incentrate sullo studio di teorie della ragione, dell'esperienza e della soggettività, verso nuovi modelli di etica filosofica (Immagini della ragione, 1983; Ermeneutica e morale, 1988; Visione e discorso nella scoperta platonica della struttura razionale dell'esperienza, 2001) e sulla filosofia come indagine critico-trascendentale, nel suo rapporto con le forme della razionalità scientifica (Filosofia come esperienza trascendentale, 1977; Kant e il metodo della filosofia, 1988; Betrachtungen über geschichtlich-philosophischen Hintergrund und den systematischen Ort von Kritik der Unterskraft, 1997).

Remo Bodei è professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Pisa e Recurrent Visiting Professor presso la University of California di Los Angeles. Ha dedicato le sue prime ricerche allo studio dell’idealismo tedesco (Sistema ed epoca in Hegel, 1975; Scomposizioni. Forme dell’individuo moderno, 1987; Hölderlin: la filosofía y lo trágico, 1990). Nel 1994 ha curato l’edizione italiana del Principio speranzadi Ernst Bloch. È redattore di numerose riviste. Le sue ultime ricerche affrontano il problema delle passioni (Ordo amoris. Conflitti terreni e felicità celeste, 1991; Geometria delle passioni. Paura, speranza, felicità: filosofia e uso politico, 1991; Le prix de la liberté, 1995; Il noi diviso. Ethos e idee dell’Italia repubblicana, 1998).

Gian Mario Cazzaniga è professore ordinario di Filosofia morale all' Università di Pisa ora in congedo. È inoltre membro del consiglio scientifico della cattedra UNESCO “Fondements philosophiques de la justice et de la société démocratique” di Montréal e del “Groupe de Recherches sur les Lumières, l'Illuminisme et la Franc-maçonnerie” al CNRS di Parigi. Nelle sue ricerche, ha approfondito i nessi che legano tradizione e modernità (Alle origini dello spirito laico. Fin’amors e cortezia nella cultura trobadorica, 1983; Traces de l'autre. Mythes de l'antiquité et Peuples du Livre dans la construction des nations méditerranéennes, 2004), illuminismo e massoneria (La religione dei moderni, Pisa 1999; La figura di Gesù nell’Illuminismo, “Heri et hodie. Figure di Cristo nella storia”, 2001) e filosofia classica tedesca, teorie della sovranità e radici dell’identità europea (Penser la Souveraineté à l'époque moderne et contemporaine, 2001; Radici d’Europa, 2003).

Adriano Fabris è professore ordinario di Filosofia morale all’Università di Pisa. Redattore di numerose riviste, ha tradotto opere di Heidegger, Gadamer, Scholem, Jean Paul. Le sue ricerche sono volte allo studio dell’ermeneutica filosofica (Logica ed ermeneutica, 1982; “Essere e tempo” di Heidegger, Introduzione alla lettura, 1999; El giro linguistico. Hermeneutica y analisis del lenguaje, 2000), la filosofia delle religioni (Linguaggio della rivelazione, 1990; Introduzione alla Filosofia della religione, 1996), la storia del pensiero ebraico (I paradossi dell'amore tra grecità, ebraismo e cristianesimo, 2001), la filosofia della musica, le etiche applicate, la filosofia della comunicazione.

Alfonso M. Iacono è professore associato di Storia della filosofia politica all’Università di Pisa. Collabora con il quotidiano “Il Manifesto”. I suoi interessi sono rivolti ai rapporti tra filosofia, antropologia e politica nel pensiero moderno e contemporaneo, con analisi storiografiche e indagini epistemologiche (Teorie del feticismo, 1985; Le fétichisme. Histoire d’un concept, 1992; Paura e meraviglia. Storie filosofiche del XVIII secolo, 1998; L’evento e l’osservatore, 1987). Al centro c’è una riflessione sul tema dell’altro nelle relazioni storico-sociali fra gli uomini (Il borghese e il selvaggio, 1982; Tra individui e cose, 1995).

Carlo Marletti è docente di Filosofia del linguaggio presso l’Università degli Studi di Pisa. I suoi lavori riguardano soprattutto l’ambito epistemologico (A proposito de sensación-concepción, 2000; McDowell e le ragioni della sensibilità, 2001; Kant, Sellars e l’intuizione, 2002).

Enrico Moriconi è professore associato di Logica presso l’Università di Pisa. Campo delle sue ricerche sono la logica e fondamenti della matematica (La teoria della dimostrazione di Hilbert, 1987), la filosofia del linguaggio (Discorso e significato, 1994; Normalization and meaning theory, 1998) e la filosofia della scienza (Etchemendy on logical truth, in coll. con M. Mariani, 1997).

Paul L. Ravelo Cabrera, Rigoberto Pupo Pupo, Juan Francisco Fuentes, Thalía Fung, Grisel Ramírez Valdes, Carlos Jesús Delgado Díaz sono professori di filosofia presso l’Università di La Habana.

martedì 28 giugno 2005

Fabris, Adriano (a cura di), Guida alle etiche della comunicazione.

Pisa, Edizioni ETS, 2004, pp. 212 (con CD-ROM allegato), € 14,00, ISBN, 88-467-1101-7.

Recensione di: Chiara Terraneo - 28/6/2005

Etica

L’etica applicata alla comunicazione, alla finanza, alla ricerca scientifica, alla medicina, sempre più spesso si esprime attraverso documenti, codici, linee guida scaturiti da lunghi confronti tra coloro che, impegnati in un determinato ambito, sentono l’esigenza di fornire indicazioni pratiche di condotta, attorno alle quali quella particolare comunità si possa riconoscere. Non quindi una mera elencazione di principi primi, la cui non negoziabilità pregiudica la possibilità di consenso, ma una serie di protocolli che, derivanti dall’esperienza, sappiano offrire un’indicazione chiara sui limiti entro cui la prassi si debba svolgere. Più che un’indicazione di principi, si tratta ormai di un elenco di problemi avvertiti come necessitanti una risposta comune, che, nella sua fermezza, sia sufficientemente flessibile da accordarsi alle nuove esigenze che l’esperienza nel tempo farà sorgere.

Il primo pregio di questa Guida alle etiche della comunicazione sta innanzitutto nel suo essere esempio di cosa debba essere etica applicata: non troviamo in essa una riflessione su cosa sia la comunicazione (pur condividendo i diversi autori un’idea forte di essa), piuttosto un repertorio di alcune tra le problematiche più urgenti che chi si occupa di comunicazione si trova a dover affrontare. Per questo la guida è alle etiche, diverse tra loro perché diversi sono gli ambiti in cui ci si muove e il medico che, oltre alla responsabilità della cura, avverte ora come faccenda sempre più inerente alla sua professione, il delicato compito della comunicazione con i propri pazienti, ha esigenze, problematiche e soluzioni profondamente diverse dal giornalista di guerra impegnato a dare informazioni in contesti in cui la ricerca delle fonti e della loro attendibilità è spesso questione di vita o di morte. In comune, appunto, l’idea di comunicazione come ciò che nel momento in cui mette in comune, si assume la responsabilità di ciò che sta facendo, sia nei confronti del messaggio sia nei confronti del destinatario di esso.

I diversi capitoli esemplificano tale esigenza con articolati esempi inerenti ai diversi ambiti della comunicazione: dai più frequentati quali la comunicazione giornalistica, televisiva, multimediale e pubblicitaria, a quegli ambiti in cui la comunicazione non è il core delle attività del professionista in essi impegnato, piuttosto una sua inscindibile conseguenza. Così si apprende che il problema della comunicazione nella pubblica amministrazione ha sempre più rilievo da apparire a fondamento stesso della democrazia e in conseguenza di ciò, da richiedere una legislazione adeguata alle nuove esigenze e figure professionali specifiche, che sappiano utilizzare gli strumenti che la tecnologia mette a disposizione e soprattutto che siano capaci di trasmettere al cittadino l’idea che la comunicazione pubblica non sia solo un atto obbligato dalle leggi vigenti, ma un suo preciso diritto-dovere. Allo stesso modo la comunicazione tra medico e paziente non è il di più della cura, ma entra nella cura stessa, richiedendo un lavoro da entrambe le parti perché la comunicazione sia efficacemente reciproca. La sfida dell’interculturalità richiede modelli di comunicazione nuovi, eterogenei che sappiano parlare al diverso, del diverso, con il diverso, sgombrando il campo dalla sottile pretesa che chi utilizza modelli comunicativi diversi li debba lui per primo abbandonare per facilitarsi una futura integrazione. Chiude la rassegna il caso, specifico e complesso, della comunicazione d’impresa e della responsabilità sociale ad essa legata: il mondo globalizzato impone al mondo dell’economia e della finanza una nuova disponibilità a mettersi in comune e a dotarsi di strumenti sempre più efficaci per questo nuovo ruolo.  

Il secondo pregio è costituito dal CD-ROM allegato che, per ciascun ambito considerato, offre un accurato repertorio di quei documenti che nel codificare aspetti precisi della comunicazione hanno contribuito a costruire un’etica di essa: tra i più noti è possibile leggere il testo integrale della Carta di Treviso che dal 1992 regola il rapporto tra Tv e minori, sia come destinatari dei programmi televisivi (per esempio introducendo fasce protette, bollini su tutti i programmi, spazi di informazione esclusivamente riservata ai minori) sia come protagonisti, regolamentandone la partecipazione ai programmi televisivi e pubblicitari, e introducendo un comitato di vigilanza e una griglia di sanzioni per chi non si attiene a queste regole.

Indice

Prefazione di Emilio Rossi
Introduzione di Adriano Fabris
Barbara Grossi, Etica del giornalismo
Claudia Mantellassi, Etica della televisione
Adriano Fabris, Etica di internet
Giovanni Scibilia, Questioni etiche nell’ambito della comunicazione pubblicitaria
Antonio Iossa, Etica della comunicazione pubblica
Sergio Bartolommei, Problemi etici della comunicazione biomedica: il caso della relazione medico-paziente
Flavia Monceri, Etica della comunicazione interculturale
Fulvio Mazzola, Comunicazione e responsabilità sociale di impresa
Bibliografia generale

Il curatore

Adriano Fabris è Ordinario di Filosofia morale all’Università di Pisa, dove insegna anche Filosofia della religione e Etica della Comunicazione. È altresì direttore del Master in Comunicazione Pubblica e Politica dell’Università di Pisa e del Centro Interdisciplinare di Ricerche sulla Comunicazione. Si è occupato di tematiche filosofico-religiose (“Introduzione alla filosofia della religione”, Laterza, Roma-Bari 1996, 2002; “Tre domande su Dio”, Laterza, Roma-Bari 1998; “Teologia e filosofia”, Morcelliana, Brescia 2004), di aspetti del pensiero morale contemporaneo (“Paradossi del senso”, Morcelliana, Brescia 2002) e di Etiche applicate (“Etica della comunicazione interculturale”, Eupress-FTL, Lugano 2004; “Guida alle etiche della comunicazione”, a cura di, Edizioni ETS, Pisa 2004). Dirige la rivista “Teoria”, le collane “Philosophica” e “Comunicazione e oltre” delle Edizioni ETS. È consulente del Progetto culturale e collabora alle attività del Centro Universitario Cattolico della CEI e docente alla Facoltà di Teologia di Lugano.

Links

Sito della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, che raccoglie i principali codici inerenti all’etica della comunicazione giornalistica e radiotelevisiva: www.fnsi.it