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venerdì 17 ottobre 2014

Viano, Carlo Augusto, La scintilla di Caino. Storia della coscienza e dei suoi usi

Torino, Bollati Boringhieri, 2013, pp. 331, euro 30, ISBN 978-88-339-2401-4.

Recensione di  Gaetano Vena -  14/02/2014

Il volume che Carlo Augusto Viano consegna al lettore è il frutto di una lunga serie di ricerche, i cui primi risultati sono stati presentati al pubblico in un saggio apparso sulla rivista «Quaderni Laici», nel quale egli incominciava a delineare una storia delle metamorfosi che l’idea di coscienza ha subìto nella cultura occidentale (cfr. Coscienza e diritti umani, in «Quaderni Laici» 6/2012, pp. 15-26). Già in quello scritto l’autore affermava che nel campo semantico dischiuso

lunedì 24 aprile 2006

Viano, Carlo Augusto, Laici in ginocchio.

Roma-Bari, Laterza (Saggi Tascabili), 2006, pp. viii+128, € 10,00, ISBN 88-420-7852-2.
Recensione di Stefano Goina – 24/04/2006

Filosofia politica

Come possiamo collocare questo pamphlet di Carlo Augusto Viano? Possiamo intenderlo senz’altro come una prosecuzione della riflessione personale dell’autore, che lo ha portato a scrivere un saggio su Le imposture degli antichi e i miracoli dei moderni (2005), ma anche – ampliando l’orizzonte – come un ulteriore prodotto di una lotta tra “laici” e “cattolici” che si sta consumando nel nostro Paese da decenni, anzi da secoli.
Partiamo da quest’ultimo aspetto. È Viano stesso a mostrare come il conflitto tra i due schieramenti sia di vecchia data, attraverso la memoria di un fatto che in certa misura lo ha segnato personalmente. In occasione della morte di un suo trisavolo, avvenuta dopo il 1870 in un villaggio piemontese, al bisnonno dell’autore fu prospettata la seguente scelta: “Il parroco gli disse che al funerale o andava il prete o andava la bandiera italiana”. Il bisnonno scelse la bandiera e così il parroco non si fece vedere al funerale, ma in compenso vi andò tutta la gente del villaggio. E dalla gente della sua famiglia e del proprio villaggio, che ricordava ancora il fatto della “sepoltura scandalosa”, il giovane Carlo Augusto (nato nel 1929) imparò a non inchinarsi ai duci, “a non amare le uniformi, le braccia alzate in qualsiasi saluto, i baveri macchiati di insegne e distintivi di qualsiasi tipo, le camicie colorate da qualche ideologia, le tonache, le posture compunte, le voci nasali e le piazze, tutte le piazze, gremite sotto un balcone o una finestra, con un uomo affacciato a parlare in nome di qualche potenza: Dio, il popolo, la storia o il destino” (p. vi).
Consideriamo ora gli ultimi episodi di questa lotta culturale, in cui Viano si situa dalla parte dei “laici” più combattivi. Le discussioni sull’inserimento o meno nel Preambolo della Costituzione Europea (approntata nell’ottobre del 2004) del riferimento alle “radici cristiane dell’Europa” e le accesissime polemiche sulle tematiche bioetiche, specialmente in riferimento alla legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita, e sul conseguente referendum abrogativo del giugno 2005, hanno indubbiamente alzato i toni del confronto, irrigidendo gli schieramenti.
Tenendo conto di questi avvenimenti laceranti per la società italiana, si può forse comprendere meglio la carica polemica e la rabbia espressa in questo pamphlet, che è più vicino al Piergiorgio Odifreddi dalle invettive quasi blasfeme contro la religione cristiana che al pacato Giulio Giorello del libretto Di nessuna chiesa (2005). Ma ha in comune con entrambi il richiamo alla riscossa dei “laici” contro una Chiesa cattolica che, soprattutto in Italia, soffoca la libertà sia della ricerca scientifica che dei comportamenti individuali. Viano afferma infatti che oggi, essendo le ideologie in crisi, “le religioni sono le principali minacce per la vita degli uomini” (p. vii). Allarme che Viano aveva già lanciato nel suo precedente saggio dove, indagando storicamente i miracoli, affermava la loro inesistenza e l’uso strumentale che le religioni ne avevano fatto al fine di imporre il proprio dominio.
L’obiettivo polemico di Laici in ginocchio è quindi la religione e soprattutto la Chiesa cattolica, che in Italia interviene con indebite ingerenze nelle questioni politiche ed etico-legislative. Ma ciò che più preoccupa Viano è l’accettazione, da parte dei laici, “dei modi di pensare tributari delle credenze religiose”, dovuta alla “mancanza di attrezzature mentali adatte a resistere alle pretese delle Chiese. La cagionevolezza di quella che pretende di presentarsi come ‘cultura laica’ […] è la ragione profonda dell’incapacità di resistere alle minacce rappresentate dalle fedi religiose” (ivi). A questa cagionevolezza Viano vuol porre rimedio e trova nella cronaca recente la prova della sua tesi. Il 24 giugno 2005 Benedetto XVI, restituendo la visita che il Presidente Ciampi gli aveva reso in Vaticano un mese prima, in occasione della sua elezione al soglio pontificio, pronuncia un discorso che rivela “un papa altezzoso, che veniva a fare l’inventario dei beni sottratti ai pontefici romani e che, forte del bene che i cattolici avevano fatto all’Italia, presentava il conto. Poche chiacchiere: radici cristiane di buon legno solido e senza tante commistioni, pugno duro contro i comportamenti sessuali e procreativi che i preti disapprovano, e soldi alle scuole confessionali”. Secondo Viano, Benedetto XVI (all’indomani della vittoria dell’astensione al referendum del 12 e 13 giugno sulla legge 40) si era presentato al Quirinale “con la calma del generale vincitore, che visita il campo di battaglia il giorno dopo, mentre Ciampi aveva l’orgoglio misurato dei vinti” (p. 5). La gerarchia cattolica aveva già ottenuto un’altra vittoria nel 1947 con l’approvazione dell’articolo 7 della Costituzione, il quale, dopo aver affermato che “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”, stabiliva la legittimità del regime concordatario regolato dai Patti Lateranensi. Quell’articolo è “un obbrobrio giuridico”, una scelta strategica che veniva a sancire “il pieno accoglimento della politica della Chiesa nella nostra storia, da cui espungeva il laicismo radicale, la difesa strenua delle libertà individuali, l’eredità dell’illuminismo, l’apporto del positivismo”. Riconoscendo i Patti Lateranensi, la Costituzione dimenticava che essi “erano stati uno strumento potente di legittimazione del fascismo” (pp. 13-14).
Ma perché in Italia non si riesce a contrastare questo rinnovato cesaro-papismo? La colpa è dei laici stessi. Viano non ha riguardo per nessuno e le sue invettive raggiungono molti personaggi della storia italiana, passati e presenti: il repubblicano Giovanni Spadolini, colpevole per convenienza politica di aver sostenuto che la Chiesa cattolica ha sempre svolto una funzione positiva per l’Italia; i neoilluministi Abbagnano e Bobbio, che invece di criticare le credenze religiose, come aveva fatto l’Illuminismo, mettevano la scienza accanto alla religione, sostenendo la legittimità di entrambe nella propria sfera; il direttore de “La Repubblica” Scalfari, che nel 2001, rievocando e ripensando l’Illuminismo, si dimenticava di presentarne la faccia anticlericale, atea e materialistica; il socialista Giuliano Amato, che nel 1988 aveva affermato che, “per mettere un freno ai ruggenti anni ottanta, con la loro voglia di libertà” erano necessari i valori dei credenti cattolici (p. 28); Marcello Pera, il quale, mentre nel 1993 aveva affermato che “il laico è addirittura anticlericale e non si fa certamente intimidire dall’autorità della Chiesa”, arrivando a sostenere che “bisognava rifiutare i concordati tra Stato e Chiesa”, nel 2004 da Presidente del Senato si preoccupava invece delle radici cristiane dell’Europa (pp. 32-33).
Dopo aver indicato le debolezze dei laici, Viano riassume quella che egli considera la secolare e spregiudicata politica della gerarchia cattolica, che persegue l’unico scopo di tenere sottomesse le masse. Da Pio IX a Giovanni Paolo II sono cambiati volta a volta gli alleati (usati a proprio comodo), le strategie, ma non l’obiettivo della Chiesa. Anche il pontificato di Giovanni XXIII, con il Concilio Vaticano II, che pur sono ricordati come simboli positivi, portarono poche novità nei rapporti tra la gerarchia ecclesiastica e i fedeli laici; Paolo VI, che concluse il Concilio, “alzò una pesante barriera nei confronti del mondo laico, anche di quello interno alla Chiesa cattolica” (p. 40). Attraverso un rapido sguardo agli avvenimenti della storia d’Italia dall’unità ad oggi, scopriamo come la Chiesa si sia adoperata per revisionare la storia nazionale, riducendo “l’importanza dell’illuminismo e di tutti i movimenti che avevano cercato di liberare la cultura occidentale dalle ipoteche religiose” (p. 59).
La Chiesa presenta sé stessa sempre come portatrice di positività, trovando anche all’estero intellettuali laici (come Ronald Dworkin e Jürgen Habermas) che affermano la necessità di “riportare in pubblico le religioni” dopo che “la società liberale, laica, borghese, capitalista, dominata dalla mentalità scientifica” le aveva confinate nella dimensione privata del singolo (p. 60). Il riconoscimento pubblico delle religioni è un segno di come il nuovo laicismo pretenda di distinguersi da quello vecchio; da qui prende corpo l’idea che “debba essere accolta la pretesa del papa di includere un riferimento alle radici cristiane nella Costituzione europea”, trasformando quello che è senz’altro “un fatto storico in qualcosa in cui tutti dovrebbero riconoscersi, senza tener conto di coloro che nelle società europee non solo non sono cristiani, ma danno del cristianesimo una valutazione negativa” (pp. 68-69).
È il laicismo stesso, quindi, che propugna la necessità della religione. Ma occorre davvero una religione, magari solo civile? La risposta di Viano è naturalmente negativa. Egli indica i modi attraverso cui la religione vuol mostrare la propria necessità, ritrovandoli in un uso strumentale della separazione tra Stato e Chiesa. Il modello comunitaristico, che ha contagiato anche una parte della cultura laica, ha suggerito che “la convivenza civile abbia bisogno di valori forti e condivisi, capaci di contrastare le spinte individualistiche”, valori che solo la fede religiosa potrebbe garantire (p. 101). Legittimare l’esistenza pubblica della religione in nome della necessità di tenere insieme la società attraverso scopi, credenze comuni e valori condivisi è un errore: la Chiesa, infatti, pretende privilegi politici ed economici, e propugna credenze che non sono più ragionevoli di quelle proposte da altre religioni, di fronte alle quali assistiamo a forme di “dissociazione religiosa” (p. 121). Questa concezione – secondo Viano – è ingannevole, in quanto basata su una “concezione piramidale della società”, derivata dalla visione religiosa; a questa concezione si deve opporre una “concezione a rete […] della società”, che è veramente laica, nella quale “la morale è costituita da un intreccio di impegni e obblighi che le persone assumono e si impongono”, di pretese, controlli e giudizi che non dipendono da autorità spirituali (pp. 102-103). È questa la proposta positiva di Viano per la società, che lui vorrebbe retta da “una salutare anarchia” (p. 117).

La rabbia che si può scorgere nel volume è forse dovuta al fatto che si tratta di un attacco rivolto soprattutto a coloro che dovrebbero essere gli alleati dell’autore, cioè i laici. E la rabbia può anche giocare brutti scherzi, perché porta a demonizzare il “nemico”, come quando Viano afferma che – in occasione della visita di Ciampi al neoeletto Benedetto XVI il 3 maggio 2005 – “il presidente aveva dovuto fare anticamera”, sottintendendo quasi un dispetto del papa nei suoi confronti (p. 3). Ma dei giornali nazionali usciti il 4 maggio è solo il quotidiano “Liberazione” a ricordare l’attesa di Ciampi, affermando: “Ciampi arriva in Vaticano in anticipo […]. Giunto nella Sala del Tronetto, insieme alla signora Franca e al ministro degli esteri Fini, il Presidente deve attendere qualche minuto: papa Ratzinger, infatti, si presenta alle 11 in punto, con precisione teutonica”. Viano ha scelto quindi lo stile “arrabbiato”, di moda oggigiorno nel nostro Paese, basti pensare ai libri e agli articoli di Oriana Fallaci, che ha come obiettivo polemico un’altra religione, l’islam, ma anche la stupidità del “suo” occidente, accondiscendente e tollerante verso il mondo integralista musulmano. Questo stile però non aiuta alla reciproca comprensione e al necessario rispetto reciproco di laici e cattolici, che pure Viano invoca in alcuni passaggi del suo libro.
Più oculata – e senz’altro più difficile da condurre a termine – la scelta di un altro autore che, come Viano, è stato allievo di Nicola Abbagnano. Giovanni Fornero, nel suo recente studio sulle differenze tra Bioetica cattolica e bioetica laica (2005), ha contribuito alla reciproca comprensione dei fondamenti delle due visioni che si fronteggiano sui temi scottanti della bioetica. Ha potuto farlo perché ha rinunciato a qualsiasi intento polemico, avendo come primo obiettivo la comprensione delle singole posizioni. Ci auguriamo che anche Viano, sotterrata l’ascia di guerra, possa contribuire alla soluzione degli indubbi problemi che sorgono nel cercare di far convivere nelle dimensioni sociale, etica e politica la visione cattolica e quella laica.

Indice

Dedica
Una visita di Stato
Un esercito di assenti
Un arrendevole laicismo
La cosa e le parole
Restauri e conversioni
Un mondo da riconquistare
La Chiesa in piazza
Il papa va alla guerra fredda
La crisi delle ideologie
Da che pulpito
Un’altra storia
La fine della patria
Il ritorno del sacro
S’ode a destra uno squillo di tromba
A sinistra risponde uno squillo
Un supplemento morale
Alla fonte dei valori
L’agenzia Chiesa
Preti e briganti
La religione civile
Pubblico e privato
Talvolta ritornano
La piramide e la rete
Un laicismo difensivo
Istruzione e liberazione
Un prezioso contributo
Una salutare anarchia

L'autore

Carlo Augusto Viano è nato ad Aosta nel 1929 ed è stato allievo e assistente di Nicola Abbagnano. Ha insegnato Storia della filosofia nelle Università di Milano, Cagliari e Torino. È stato membro del Comitato nazionale di Bioetica e fa parte del Comitato direttivo della “Rivista di filosofia”, dell’Accademia europea e dell’Accademia delle Scienze di Torino. Tra le sue ultime pubblicazioni, Le imposture degli antichi e i miracoli dei moderni (Torino 2005).

sabato 10 settembre 2005

Rossi, Pietro – Viano, Carlo Augusto, Le città filosofiche. Per una geografia della cultura filosofica italiana.

Bologna, Il Mulino, 2004, pp. 396, € 25,00, ISBN 88-15-10131-4.

Recensione di Massimo Pulpito – 10/09/2005

Storia della filosofia (contemporanea)

Torino, Milano, Padova, Genova, Bologna, Pisa, Firenze, Roma e Napoli: sono queste le “città filosofiche” raccontate nel volume collettivo curato da Pietro Rossi e Carlo Augusto Viano. Obiettivo del testo è il tentativo di ricostruire “una geografia della cultura filosofica italiana del Novecento”, come recita il sottotitolo. Si tratta di un modo di fare storiografia filosofica certamente inedito e degno d’attenzione, sebbene la sua novità sia solo di carattere editoriale, giacché l’autorappresentazione geografica della filosofia (non solo quella italiana) è un elemento caratteristico degli ambienti accademici, dove la provenienza da una certa città universitaria e l’appartenenza a una scuola (l’“aver studiato con”, l’“essere allievo/a di”) sono ancora imprescindibili fattori di riconoscimento tra gli studiosi. Non è certo un caso che le città di cui qui si parla non siano semplicemente importanti centri di cultura, o magari luoghi di nascita di noti filosofi italiani, ma le sedi di famose Facoltà universitarie di filosofia. Le vicende intellettuali descritte in questi saggi sono quelle legate alle più importanti cattedre di filosofia in Italia, e quindi alle carriere di professori prestigiosi, insigni studiosi e filosofi, veri “maestri”, in quanto, nella maggior parte dei casi, iniziatori di scuole teoriche o metodologiche, che hanno lasciato una traccia profonda nell’insegnamento delle discipline filosofiche. Sulla quarta di copertina si avverte che “più che ai filosofi e ai loro itinerari di pensiero, l’attenzione è rivolta al diverso ‘clima’ delle città in cui essi si sono formati e hanno insegnato, alle relazioni tra pensiero filosofico e ambiente intellettuale”.

Non c’è geografia di ambienti umani e istituzioni che non sia costretta a darsi dei limiti temporali. Il periodo di riferimento di questi testi è quello che va dagli anni del fascismo e del successo della filosofia idealistica agli anni Settanta, con la nascita di nuove correnti di pensiero. È proprio questa scelta temporale che giustifica alcune importanti esclusioni, come  Pavia, la cui rilevanza sul piano nazionale si ferma agli inizi del secolo, oppure Palermo, che dopo la chiamata di Gentile a Pisa conobbe un inarrestabile declino.

Carlo Augusto Viano descrive la Torino di Nicola Abbagnano e Norberto Bobbio. Fu Augusto Guzzo ad appoggiare la chiamata di Abbagnano a Torino, probabilmente per la vicinanza con i temi irrazionalistici e vitalistici, che avevano condotto il giovane allievo di Aliotta ad aderire alla filosofia esistenzialistica. Abbagnano fu al centro di un dibattito filosofico nazionale sull’esistenzialismo, che vide tra i protagonisti lo stesso Bobbio, il quale giudicava questa filosofia come un prodotto tardivo del decadentismo, una delle cui conseguenze era l’amoralismo. Tuttavia, Bobbio e Abbagnano si sarebbero in seguito riavvicinati, collaborando a quel Centro di Studi Metodologici, che rappresentò uno dei punti di riferimento più importanti della cultura filosofica italiana del dopoguerra. Attorno al Centro gravitò quel movimento neoilluminista che vide tra i suoi protagonisti i più importanti studiosi del dopoguerra, da Ludovico Geymonat a Giulio Preti, da Paolo Rossi a Guido Calogero.

A Milano sono dedicati due racconti, quello della Statale scritto da Massimo Ferrari e quello della Cattolica scritto da Mario Sina. Il primo comincia ricordando la figura del filosofo Piero Martinetti, uno dei pochissimi professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo e per questo collocato a riposo ‘per motivi di salute’. La figura più prestigiosa tra i docenti della Facoltà, dopo l’allontanamento di Martinetti, sarebbe stata quella di Antonio Banfi, fondatore di una vera e propria scuola, che avrebbe accentuato col tempo la sua autonomia non solo dal maestro, ma anche al suo interno, dando vita a correnti difficilmente accomunabili. Tra i suoi allievi vi furono personaggi diversi come Enzo Paci, Remo Cantoni, Giovanni Maria Bertin e Giulio Preti.

Più omogenea, per ragioni evidenti, fu la scena filosofica della Cattolica, caratterizzata dalla scelta programmatica di improntare l’impianto di studi e la formazione degli studenti ai principi e alla dottrina della filosofia neoscolastica. Centrale in questo racconto è la personalità polemica e forte del fondatore dell’Università, padre Agostino Gemelli. Attorno a lui ruotavano personaggi come Francesco Olgiati e Giuseppe Zamboni, protagonisti del dibattito filosofico della Cattolica. Le questioni che distinsero il profilo teorico di questa Università furono la battaglia contro le insidie dell’idealismo, che pareva affascinare i giovani, e il chiaro riconoscimento dell’ortodossia come mezzo per perseguire il proprio programma culturale, nell’intento di mantenere una certa libertà d’azione.

La storia della vicenda filosofica a Padova non poteva che essere affidata a uno dei suoi protagonisti più noti e autorevoli, lo studioso di Aristotele Enrico Berti, che descrive la parabola che condusse l’accademia patavina dall’originario positivismo primonovecentesco (Roberto Ardigò, Giovanni Marchesini) agli anni dell’egemonia cattolica. Fu a Padova, infatti, che sorse il “movimento di Gallarate” (fondato da Carlo Giacon, Umberto Padovani e Luigi Stefanini), che avrebbe dato vita al Centro di Studi filosofici cristiani (aggettivo quest’ultimo che si lasciò cadere dopo il Concilio).

Anche Genova, descritta da Mirella Pasini e Daniele Rolando, era agli inizi del secolo uno dei centri in cui fioriva la cultura positivistica. La scena però sarebbe subito mutata, e il segno fu la chiamata di “una della figure emergenti della cultura italiana” (p. 163), Giuseppe Rensi, che giunse a Genova nel 1918. Rensi fu uno dei pensatori più originali dell’epoca, fautore di una scepsi radicale che lo avrebbe condotto alla ‘filosofia dell’assurdo’. Il dopoguerra sarebbe però  stato dominato da uno studioso che avrebbe trasformato la filosofia genovese: Michele Federico Sciacca, abile organizzatore culturale, capace di consolidare negli anni successivi un’indiscutibile egemonia all’interno della Facoltà. L’indirizzo filosofico della sua scuola era lo spiritualismo cristiano, che fungeva da modello alternativo alla neoscolastica della Cattolica.

Giuseppe Ferrandi si occupa della filosofia a Bologna. Due nomi si distinguono nello scenario filosofico degli anni ’30: Federigo Enriques e Rodolfo Mondolfo, responsabili entrambi di una serie di iniziative culturali, che raccoglievano scienziati e filosofi dell’Università di Bologna. Fu questo uno dei momenti più alti della cultura italiana, giacché, contrariamente a quanto succedeva in altre città e sarebbe poi accaduto nei decenni successivi, in esso si riaffermava la continuità di questioni tra scienza e filosofia. La vicinanza agli ambienti antifascisti e l’emanazione delle leggi razziali (che costrinsero Mondolfo all’esilio argentino) decretarono la fine di questa esperienza. Lentamente l’anomalia bolognese, che aveva resistito all’egemonia idealistica, fu superata, sebbene il panorama diventasse sempre più eterogeneo, fino a un vero pluralismo di orientamenti di ricerca a partire dagli anni ’50.

Michele Ciliberto si occupa dei due più importanti atenei toscani, di cui ricorda la tradizionalmente riconosciuta polarità di interessi: a Pisa la filosofia, a Firenze la filologia. Non c’è dubbio che Pisa, anche per l’impulso alla teoresi che derivava dalla presenza di Gentile, direttore della Normale, ebbe fin dagli inizi del periodo qui considerato, una sensibilità teorica più accentuata rispetto a quella di Firenze, città nella quale, invece, non solo l’eccellenza era riservata prevalentemente (sebbene non esclusivamente) agli studi storici, in particolare a quelli sul Rinascimento, ma verso la metà del secolo, con Eugenio Garin, sarà teorizzata la Filosofia come sapere storico (1959), rivendicando il valore e l’impegno teoretico del lavoro storiografico. Queste due città avranno, così, per tutto il Novecento, atmosfere e stili diversi. Pisa nel dopoguerra diventerà uno dei principali centri di elaborazione del marxismo. Opereranno in questa città studiosi come Delio Cantimori, Cesare Luporini e Nicola Badaloni. “Non è dunque un caso se nel ’68 Pisa sarà uno dei centri più vivi del movimento studentesco, sia sul piano politico sia su quello teorico” (p. 230). Se a Pisa fu Gentile a lasciare l’impronta più duratura, a Firenze fu invece lo storico della filosofia Felice Tocco, che privilegiò metodologicamente sempre l’accuratezza dell’esegesi e l’attenzione ai contesti storici, prima del lavoro interpretativo.

Scendendo verso sud il panorama filosofico si fa meno composito, caratterizzato da una forte chiusura verso la modernità, determinata dall’indiscutibile egemonia idealistica. Da questo punto di vista le vicende di Roma e Napoli, descritte rispettivamente da Paolo Casini e Giuseppe Cantillo, si rivelano emblematiche. Le due città universitarie rappresentarono, infatti, l’alternativa tra le due versioni antagoniste dell’idealismo italiano: quello gentiliano a Roma, quello crociano a Napoli. Roma fu la città che, per ragioni che si intuiscono, subì il condizionamento maggiore da parte del regime durante il ventennio, fatto questo che non facilitò certo la prosperità dei suoi studi, e che nel dopoguerra generò una situazione di grande incertezza. Tra i nomi che più segnarono la storia dell’ateneo vanno ricordati Pantaleo Carabellese, Guido De Ruggiero, Ugo Spirito e Guido Calogero, il più importante tra gli allievi di Gentile.

A Napoli, unica eccezione nel panorama presentato in questo libro, la cultura filosofica non aveva il suo unico centro nell’istituzione universitaria. L’ateneo infatti era uno dei centri filosofici della città. Ciò era dovuto a una caratteristica propria dell’idealismo crociano che dominava la cultura napoletana, e cioè l’idea che la filosofia fosse un momento della cultura in senso più ampio, intesa anche come impegno politico e critico-letterario. Ciò poi aveva il suo suggello nel fatto che Croce, pur dirigendo una rivista e intervenendo autorevolmente nel dibattito filosofico, non era un docente universitario e mantenne sempre una certa diffidenza per “l’universitarismo”. Non è un caso dunque che Napoli avrebbe ospitato successivamente due prestigiosi istituti di cultura ispirati direttamente a Croce. Ciò, naturalmente, non vuol dire che l’Università non ebbe valenti studiosi al suo interno: vanno ricordati Adolfo Omodeo, il grande etnologo Ernesto De Martino, ma soprattutto Antonio Aliotta.

Il quadro storico composto dai diversi scenari conferma nell’insieme quanto i curatori osservano già nell’introduzione. Sia per gli scambi tra le varie città (organizzazione di convegni, passaggi di carriera e, nei tempi più recenti, consorzi di dottorati), sia per l’inesistenza, o comunque il graduale superamento, di chiusure verso orizzonti filosofici alternativi (fattore, quest’ultimo, accentuato dalla comparsa delle filosofie settoriali: filosofia del linguaggio, della scienza, della mente ecc.), non ci si trova mai di fronte a filosofie locali, ma soltanto a momenti della più vasta situazione culturale del paese. Se si eccettua la Milano della Cattolica, nessuna città, nemmeno quelle egemonizzate dall’idealismo, presentano un quadro del tutto omogeneo e definito, senza voci di dissenso o espressioni di interessi discordi. I paesaggi sono sempre più o meno compositi, anche laddove è possibile riconoscere una certa “aria di famiglia” tra gli studiosi. Ancora oggi, sebbene il quadro sia mutato radicalmente, tanto da divenire irriconoscibile, è possibile ritrovare delle sopravvivenze delle storia raccontate in questi saggi. Per questa ragione, il testo andrebbe fortemente consigliato agli studenti di Filosofia, magari proprio a coloro che devono ancora scegliere la sede dei propri studi.

Indice

Introduzione, di Pietro Rossi e Carlo Augusto Viano
1. La filosofia a Torino, di Carlo Augusto Viano
2. La filosofia all’Università Statale e la cultura milanese, di Massimo Ferrari
3. La Facoltà filosofica dell’Università Cattolica, di Mario Sina
4. La filosofia a Padova, di Enrico Berti
5. La filosofia a Genova, di Mirella Pasini e Daniele Rolando
6. La filosofia a Bologna, di Giuseppe Ferrandi
7. La filosofia tra Pisa e Firenze, di Michele Ciliberto
8. La filosofia a Roma, di Paolo Casini
9. La cultura filosofica a Napoli, di Giuseppe Cantillo
Indice dei nomi

I curatori

Pietro Rossi, professore ordinario di Filosofia della Storia nell’Università di Torino, da molti anni è direttore responsabile della “Rivista di filosofia”. È autore della Storia della filosofia, in sei volumi, coordinata con Carlo Augusto Viano.

Carlo Augusto Viano, professore ordinario di Storia della filosofia nell’Università di Torino, è autore di studi fondamentali su Aristotele e Locke. È membro della direzione della “Rivista di filosofia”.