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venerdì 26 ottobre 2007

Rossi, Pietro, Max Weber. Una idea di Occidente.

Roma, Donzelli, 2007, pp. 382, € 34,00, ISBN 9788860361494.

Recensione di Luca Mori – 26/10/2007

Filosofia della storia, Filosofia politica

Il volume raccoglie quindici saggi di Pietro Rossi dedicati a tematiche weberiane, scritti a partire dal 1980. Di questi, uno è inedito e riprende la relazione presentata nel 2006 al Deutsches Historisches Institut di Roma, col titolo Max Weber e la filosofia italiana: un incontro mancato.
Nella Premessa, l’autore accenna agli studi italiani più significativi: quelli di Luciano Cavalli sulla sociologia della religione, di Capogrossi Colognesi su Weber e l’antichità, di Pier Paolo Portinaro e Francesco Tuccari sulla teoria politica, di Realino Marra sulla formazione giuridica di Weber, di Alessandro Cavalli e di altri, più giovani, che “reggono certamente il confronto con la migliore letteratura straniera su questi argomenti” (p. IX).
All’elenco va senz’altro aggiunto lo stesso Pietro Rossi: raccogliendo in un solo volume introduzioni, relazioni e articoli scritti in diverse occasioni, l’autore mette a disposizione del lettore una delle migliori introduzioni italiane al pensiero di Max Weber, per la varietà dei temi affrontati – dalle questioni metodologiche al pensiero sociologico e politico – e per la chiarezza con cui risultano dipanati intrecci complessi (come il tema “spiegazione e comprensione da Dilthey a Weber”, o quello controverso dell’”analisi sociologica delle religioni universali”).
Nei contributi qui proposti, l’autore non si confronta esplicitamente con la letteratura secondaria su Weber, dedicando invece molto spazio ai protagonisti del dibattito a lui contemporaneo, o alle sue letture. Pur avendo dei limiti, tale impostazione garantisce al libro un pregio aggiuntivo: esso riesce a offrire un’esposizione importante del pensiero di Dilthey, della “scuola storica di economia” e di aspetti più circoscritti ma rilevanti di filosofi come Hegel, Marx e Croce.
Il lettore incontra così una serie di approfondimenti innescati dall’approccio comparativo. A titolo di esempio, è sufficiente citare la questione dei modelli di “storia universale” (pp. 224 sgg.). Trattando del modo weberiano di concepire l’evoluzione storica delle strutture d’azione e interazione (ad esempio, il passaggio dal capitalismo “antico” al capitalismo moderno), Rossi evidenzia come furono respinti il modello hegeliano di una Weltgeschichte in cui il protagonista è lo “spirito del mondo”, il modello positivista (condiviso mutatis mutandis da Marx) di una “successione di epoche o di stadi di sviluppo dell’umanità, comuni a tutti i popoli, e determinati per lo più in riferimento ai modi di produzione e all’organizzazione sociale corrispondente”, e il modello della “scuola storica tedesca, imperniato su una pluralità di “spiriti dei popoli”, non riconducibili ad un soggetto comune”. Sempre per comparazione, Rossi getta luce sulle differenze tra l’impostazione weberiana e quella di uno Spengler o di un Toynbee, e l’effetto di contrasto che ne consegue dà rilievo a importanti sfumature nelle posizioni degli autori di volta in volta considerati.
Il sottotitolo, “un’idea di Occidente”, si giustifica considerando che il fulcro principale sul quale ruotano i saggi raccolti nel volume è quello del weberiano “nur im Okzident” (“solo in Occidente”): cioè, la tesi circa il carattere unico e inedito del modello di “razionalità formale” che ha fatto la sua comparsa, appunto, nel mondo occidentale moderno.
Si tratta di capire in che senso, secondo Weber, “all’estensione universale delle varie forme di razionalità materiale, fa riscontro la limitazione della razionalità formale a un determinato ambito storico, cioè al mondo occidentale moderno” (p. 220). Soltanto in Occidente sono comparsi “il capitalismo” come “razionalismo economico”, “lo stato razionale, fondato sul potere legale, e un’amministrazione burocratica applicabile allo stato come all’impresa economica” (p. 220), nonché “l’autonomia reciproca delle diverse sfere della vita” inividuate nella Zwischenbetrachtung de L’etica economica delle religioni universali (tradotta in italiano in Sociologia della religione, 2 voll.): religiosa, economica, politica, estetica, erotica, intellettuale.
Affrontare questo nucleo problematico significa andare al cuore delle tesi ben note sullo “spirito del capitalismo”, sul ruolo del parlamento, sulla “gabbia d’acciaio” e sulle parabole del carisma tra disincanto e reincantamenti.
Nell’analizzare questi punti cruciali, Rossi contribuisce anche a riaprire un altro fronte controverso, quello relativo alla posizione di Max Weber nell’ambito della filosofia politica. In una relazione al convegno weberiano di Roma nel 1980, Bobbio aveva definito il pensatore di Erfurt “un classico della filosofia politica”, “l’ultimo dei classici”. Ciò è condivisibile, per Rossi, anche e proprio perché Weber introduce una significativa svolta rispetto all’impostazione classica e moderna del pensiero politico (pp. 237 sgg.): mentre le teorie del potere e delle forme di governo confluite nell’opera di Montesquieu erano concentrate sul detentore del potere e sul modo del suo esercizio, Weber introdusse una prospettiva inedita (pp. 237 sgg.), con la doppia distinzione tra potere ordinario e straordinario da un lato, personale e impersonale dall’altro. Entro queste coordinate, diventavano poi comprensibili i tratti peculiari dei tre tipi di potere: legale o razionale (ordinario e impersonale), tradizionale (ordinario e personale) e carismatico (straordinario e personale).
Seguendo l’esposizione di Rossi, si coglie in Weber uno degli scarti più interessanti rispetto all’impostazione moderna del pensiero politico, ovvero la centralità riconosciuta alla fenomenologia delle pretese di legittimità e delle credenze relative alla legittimità di una configurazione di potere storicamente situata.

Indice

Premessa
Avvertenza
Parte Prima – La teoria del metodo e il suo contesto
I. La metodologia delle scienze storico-sociali
II. Spiegazione e comprensione da Dilthey a Weber
III. Max Weber, Dilthey e le “Logische Untersuchungen” di Husserl
IV. Max Weber e il problema della Weltanschauung
Parte Seconda – Il processo di razionalizzazione
I. La teoria della razionalità
II. L’analisi sociologica delle religioni universali
III. Razionalizzazione, “disincantamento” del mondo, modernità
IV. Occidente e società extra-europee in Marx e in Weber
V. Storia universale e comparazione interculturale
Parte Terza – Politica e diritto nell’Ottocento moderno
I. La teoria della politica
II. Weber e Hegel: lo stato moderno e la sua razionalità
III. Il processo di razionalizzazione del diritto e il rapporto con l’economia
Parte Quarta – Max Weber e la cultura italiana
I. Max Weber e Benedetto Croce: un confronto
II. Sociologia italiana e sociologia tedesca nel dopoguerra
III. Max Weber e la filosofia italiana: un incontro mancato
Indice dei nomi


L'autore

Pietro Rossi (1930) è professore emerito dell’Università di Torino, dove ha insegnato Storia della filosofia e Filosofia della storia. È socio dell’Accademia Europea e dell’Accademia Nazionale dei Lincei, ed ha presieduto l’Accademia delle Scienze di Torino. Si è occupato di Max Weber nel volume del 1956 intitolato Lo storicismo tedesco contemporaneo, e ha curato la traduzione italiana delle sue principali opere. Per le Edizioni di Comunità, ha diretto la collana “I Classici della Sociologia”. È stato anche fellow della Rockfeller Foundation a Parigi, professore ordinario a Cagliari e Max-Weber-Gastprofessor all’Università di Heidelberg. Tra i suoi lavori: Storia e storicismo nella filosofia contemporanea (1960), Il Saggiatore, Milano 1991; (in collaborazione con C. A. Viano), Filosofia italiana e filosofie straniere nel dopoguerra, Il Mulino, Bologna 1991; Hegel, guida storica e critica, Laterza, Roma-Bari 1992.

lunedì 28 novembre 2005

AA.VV., Norberto Bobbio tra diritto e politica.

Roma-Bari, Laterza (Universale Laterza, 857), 2005, pp. 173, € 10,00, ISBN 88-420-7719-4.

Recensione di Gianfranco Cordì – 28/11/2005

Filosofia del diritto, Filosofia politica

Il 18 ottobre del 2004, l’Università degli studi e l’Accademia delle scienze di Torino (in collaborazione con l’Accademia Nazionale dei Lincei, il Centro Studi Piero Gobetti e la Fondazione Luigi Einaudi) hanno organizzato una giornata di studio in ricordo di Norberto Bobbio a nove mesi dalla sua scomparsa avvenuta, a Torino, il 10 gennaio del 2004. In quell’occasione si sono succeduti diversi relatori che hanno esposto alcune relazioni.
Queste relazioni adesso sono state raccolte e riproposte dalla casa editrice Laterza in un volume unico che porta il titolo di Norberto Bobbio tra diritto e politica (Laterza, 2005).
L’intento che si prefigge l’opera è quello che viene dichiarato esplicitamente da Pietro Rossi nella sua Introduzione posta in apertura del volume, e cioè quello di «delineare l’apporto di Bobbio al diritto e alla politica, i suoi contributi alla teoria del diritto e alla teoria della politica, ponendoli in rapporto con le varie fasi del suo lungo itinerario intellettuale» (p. XVII). Il perché della scelta relativa a questi due argomenti particolari è annunciato, invece, da Riccardo Guastini nel suo intervento dal titolo La teoria generale del diritto quando egli afferma: «considerando […] l’opera di Bobbio con uno sguardo sinottico, direi che la coppia di termini capace di abbracciarla (quasi) tutta è quella composta dai concetti di “politica” e di “diritto”» (p. 88). Se Pietro Rossi si sofferma sulle varie fasi della vita di Bobbio, facendo incontrare la specifica natura di esse col contesto storico-culturale che accompagnò ogni singola scelta intellettuale del filosofo torinese, gli altri sei interventi contenuti nel libro si soffermano su alcuni importanti aspetti relativi ai contributi più significativi che Bobbio apportò, con la sua opera, alle scienze del diritto e della politica.
Quella che dunque emerge, a chiari tratti, dalle 173 pagine del volume della Laterza è la figura di uno «scienziato» (p. XII). Infatti, per quel che riguarda il diritto, se è vero che «tutto il lavoro teorico di Bobbio si iscrive in quella concezione del diritto che va sotto il nome di positivismo giuridico» (p. 56), è del pari vero che, in questo caso, il giurista sarà colui che dovrà occuparsi del diritto soltanto nel suo status particolare di fatto. Partendo sempre e solo dalla realtà, Bobbio si produrrà quindi nello «studio solo formale del diritto» (p. 7). Allo stesso tempo, Bobbio, quando si occuperà di argomenti politici, non farà altro che stendere «una rete di concetti utile a comprendere […] una realtà varia e multiforme» (p. 84). Nel diritto e nella politica (non a caso le due materie della sua formazione intellettuale; Bobbio si era infatti laureato dapprima in Giurisprudenza con Giole Solari nel 1931 e poi, con Annibale Pastore, in Filosofia), Bobbio applica rigorosamente il suo metodo. Il metodo «analitico» (p. 51). Dividendo, distinguendo, scomponendo e selezionando, egli «va cercando la verità» (p. 4), con spirito «inquieto» (p. 12), armato solamente del «dubbio» (p. 9), giungendo a produrre un’opera non sistematica ma spezzettata e non suscettibile ad essere colta con uno sguardo onnicomprensivo o, come egli stesso dirà, inabbracciabile e spezzettata come egli stesso dirà «dispers[a] in tanti piccoli rivoli che non sono mai confluiti in un solo grande fiume» (p. 82). In estrema sintesi, Bobbio è parte sempre da una determinata realtà (un dato di fatto), applica il suo metodo puntuale e preciso e riesce a pervenire nel congegno di una speculazione che contiene «due direttrici di ricerca eterogenee e divergenti, l’una storico-politica, l’altra teorico-giuridica» (p. 118). Le quali, afferma incidentalmente Pier Paolo Portinaro, saranno «destinate a incontrarsi davvero solo nell’opera di Hobbes» (ibid.). Bobbio rischiara, così, la sua materia, con la lanterna della distinzione e della ragione teoretica restituendo alla società ed alla cultura del suo tempo una vasta opera in forma di interventi, prese di posizione e testi scritti configurabile quale architettura formale perennemente destinata ad aggiunte ed integrazioni perché, al fondo, basata e strutturata su di un’osservazione critica e disincantata delle multiformi «vicende umane» (p. 106). Tali vicende saranno, infatti, destinate a produrre in continuazione «temi e problemi» (p. 84) ricorrenti ad ogni momento sia nella storia del pensiero giuridico che in quella del pensiero politico. Il volume della Laterza, in questo senso, è un’utile strumento (quasi un baedeker) per entrare nel cuore di alcuni dei risultati teorici più considerevoli di Bobbio nell’ambito di queste due distinte discipline.

Indice

Introduzione di Pietro Rossi
Bobbio e la politica di Massimo L. Salvadori
La teoria generale del diritto di Riccardo Guastini
La teoria generale della politica. per la ricostruzione del «modello bobbiano» di Michelangelo Bovero
Realismo politico e dottrina dello Stato di Pier Paolo Portinaro
Le relazioni tra gli Stati di Luigi Bonanate

Gli autori

Pietro Rossi insegna filosofia della storia all’Università di Torino, dirige dal 1985 la “Rivista di filosofia”. Opere principali: La memoria del sapere (Einaudi, 1988). Ha coordinato e diretto insieme a Carlo Viano una Storia della filosofia in sei volumi (1993-1999).

Luigi Bonanate insegna Relazioni Internazionali all’Università di Torino. Opere principali: Transizioni democratiche (Milano, 2000) e La guerra (Einaudi, 2005).

Michelangelo Bovero insegna Filosofia Politica all’Università di Torino. Opere principali: Contro il governo dei peggiori (Einaudi 2000) e Quale libertà (Einaudi, 2004).

Riccardo Guastini insegna Tecniche dell Interpretazione e Dottrina dello Stato all’Università di Genova. Opera principali: Teoria e dogmatica delle fonti (Milano, 1998).

Pier Paolo Portinaro insegna Filosofia Politica e Storia delle Dottrine Politiche all’Università di Torino. Opere principali: Il principio disperazione (Einaudi, 2003).

Massimo L. Salvadori è professore emerito all’Università di Torino. Opere principali: La Sinistra nella storia italiana (Einaudi, 2001 ).

Gustavo Zagrebelsky insegna Diritto Costituzionale e Giustizia Costituzionale all’Università di Torino. Opere principali: Il diritto mite (Einaudi, 1992).

Links

Pagine su Norberto Bobbio sul Sito del Centro Gobetti www.erasmo.i/gobetti
Biografia di Norberto Bobbio www.riflessioni.it/enciclopedia/bobbio.htm

sabato 10 settembre 2005

Rossi, Pietro – Viano, Carlo Augusto, Le città filosofiche. Per una geografia della cultura filosofica italiana.

Bologna, Il Mulino, 2004, pp. 396, € 25,00, ISBN 88-15-10131-4.

Recensione di Massimo Pulpito – 10/09/2005

Storia della filosofia (contemporanea)

Torino, Milano, Padova, Genova, Bologna, Pisa, Firenze, Roma e Napoli: sono queste le “città filosofiche” raccontate nel volume collettivo curato da Pietro Rossi e Carlo Augusto Viano. Obiettivo del testo è il tentativo di ricostruire “una geografia della cultura filosofica italiana del Novecento”, come recita il sottotitolo. Si tratta di un modo di fare storiografia filosofica certamente inedito e degno d’attenzione, sebbene la sua novità sia solo di carattere editoriale, giacché l’autorappresentazione geografica della filosofia (non solo quella italiana) è un elemento caratteristico degli ambienti accademici, dove la provenienza da una certa città universitaria e l’appartenenza a una scuola (l’“aver studiato con”, l’“essere allievo/a di”) sono ancora imprescindibili fattori di riconoscimento tra gli studiosi. Non è certo un caso che le città di cui qui si parla non siano semplicemente importanti centri di cultura, o magari luoghi di nascita di noti filosofi italiani, ma le sedi di famose Facoltà universitarie di filosofia. Le vicende intellettuali descritte in questi saggi sono quelle legate alle più importanti cattedre di filosofia in Italia, e quindi alle carriere di professori prestigiosi, insigni studiosi e filosofi, veri “maestri”, in quanto, nella maggior parte dei casi, iniziatori di scuole teoriche o metodologiche, che hanno lasciato una traccia profonda nell’insegnamento delle discipline filosofiche. Sulla quarta di copertina si avverte che “più che ai filosofi e ai loro itinerari di pensiero, l’attenzione è rivolta al diverso ‘clima’ delle città in cui essi si sono formati e hanno insegnato, alle relazioni tra pensiero filosofico e ambiente intellettuale”.

Non c’è geografia di ambienti umani e istituzioni che non sia costretta a darsi dei limiti temporali. Il periodo di riferimento di questi testi è quello che va dagli anni del fascismo e del successo della filosofia idealistica agli anni Settanta, con la nascita di nuove correnti di pensiero. È proprio questa scelta temporale che giustifica alcune importanti esclusioni, come  Pavia, la cui rilevanza sul piano nazionale si ferma agli inizi del secolo, oppure Palermo, che dopo la chiamata di Gentile a Pisa conobbe un inarrestabile declino.

Carlo Augusto Viano descrive la Torino di Nicola Abbagnano e Norberto Bobbio. Fu Augusto Guzzo ad appoggiare la chiamata di Abbagnano a Torino, probabilmente per la vicinanza con i temi irrazionalistici e vitalistici, che avevano condotto il giovane allievo di Aliotta ad aderire alla filosofia esistenzialistica. Abbagnano fu al centro di un dibattito filosofico nazionale sull’esistenzialismo, che vide tra i protagonisti lo stesso Bobbio, il quale giudicava questa filosofia come un prodotto tardivo del decadentismo, una delle cui conseguenze era l’amoralismo. Tuttavia, Bobbio e Abbagnano si sarebbero in seguito riavvicinati, collaborando a quel Centro di Studi Metodologici, che rappresentò uno dei punti di riferimento più importanti della cultura filosofica italiana del dopoguerra. Attorno al Centro gravitò quel movimento neoilluminista che vide tra i suoi protagonisti i più importanti studiosi del dopoguerra, da Ludovico Geymonat a Giulio Preti, da Paolo Rossi a Guido Calogero.

A Milano sono dedicati due racconti, quello della Statale scritto da Massimo Ferrari e quello della Cattolica scritto da Mario Sina. Il primo comincia ricordando la figura del filosofo Piero Martinetti, uno dei pochissimi professori universitari che non giurarono fedeltà al fascismo e per questo collocato a riposo ‘per motivi di salute’. La figura più prestigiosa tra i docenti della Facoltà, dopo l’allontanamento di Martinetti, sarebbe stata quella di Antonio Banfi, fondatore di una vera e propria scuola, che avrebbe accentuato col tempo la sua autonomia non solo dal maestro, ma anche al suo interno, dando vita a correnti difficilmente accomunabili. Tra i suoi allievi vi furono personaggi diversi come Enzo Paci, Remo Cantoni, Giovanni Maria Bertin e Giulio Preti.

Più omogenea, per ragioni evidenti, fu la scena filosofica della Cattolica, caratterizzata dalla scelta programmatica di improntare l’impianto di studi e la formazione degli studenti ai principi e alla dottrina della filosofia neoscolastica. Centrale in questo racconto è la personalità polemica e forte del fondatore dell’Università, padre Agostino Gemelli. Attorno a lui ruotavano personaggi come Francesco Olgiati e Giuseppe Zamboni, protagonisti del dibattito filosofico della Cattolica. Le questioni che distinsero il profilo teorico di questa Università furono la battaglia contro le insidie dell’idealismo, che pareva affascinare i giovani, e il chiaro riconoscimento dell’ortodossia come mezzo per perseguire il proprio programma culturale, nell’intento di mantenere una certa libertà d’azione.

La storia della vicenda filosofica a Padova non poteva che essere affidata a uno dei suoi protagonisti più noti e autorevoli, lo studioso di Aristotele Enrico Berti, che descrive la parabola che condusse l’accademia patavina dall’originario positivismo primonovecentesco (Roberto Ardigò, Giovanni Marchesini) agli anni dell’egemonia cattolica. Fu a Padova, infatti, che sorse il “movimento di Gallarate” (fondato da Carlo Giacon, Umberto Padovani e Luigi Stefanini), che avrebbe dato vita al Centro di Studi filosofici cristiani (aggettivo quest’ultimo che si lasciò cadere dopo il Concilio).

Anche Genova, descritta da Mirella Pasini e Daniele Rolando, era agli inizi del secolo uno dei centri in cui fioriva la cultura positivistica. La scena però sarebbe subito mutata, e il segno fu la chiamata di “una della figure emergenti della cultura italiana” (p. 163), Giuseppe Rensi, che giunse a Genova nel 1918. Rensi fu uno dei pensatori più originali dell’epoca, fautore di una scepsi radicale che lo avrebbe condotto alla ‘filosofia dell’assurdo’. Il dopoguerra sarebbe però  stato dominato da uno studioso che avrebbe trasformato la filosofia genovese: Michele Federico Sciacca, abile organizzatore culturale, capace di consolidare negli anni successivi un’indiscutibile egemonia all’interno della Facoltà. L’indirizzo filosofico della sua scuola era lo spiritualismo cristiano, che fungeva da modello alternativo alla neoscolastica della Cattolica.

Giuseppe Ferrandi si occupa della filosofia a Bologna. Due nomi si distinguono nello scenario filosofico degli anni ’30: Federigo Enriques e Rodolfo Mondolfo, responsabili entrambi di una serie di iniziative culturali, che raccoglievano scienziati e filosofi dell’Università di Bologna. Fu questo uno dei momenti più alti della cultura italiana, giacché, contrariamente a quanto succedeva in altre città e sarebbe poi accaduto nei decenni successivi, in esso si riaffermava la continuità di questioni tra scienza e filosofia. La vicinanza agli ambienti antifascisti e l’emanazione delle leggi razziali (che costrinsero Mondolfo all’esilio argentino) decretarono la fine di questa esperienza. Lentamente l’anomalia bolognese, che aveva resistito all’egemonia idealistica, fu superata, sebbene il panorama diventasse sempre più eterogeneo, fino a un vero pluralismo di orientamenti di ricerca a partire dagli anni ’50.

Michele Ciliberto si occupa dei due più importanti atenei toscani, di cui ricorda la tradizionalmente riconosciuta polarità di interessi: a Pisa la filosofia, a Firenze la filologia. Non c’è dubbio che Pisa, anche per l’impulso alla teoresi che derivava dalla presenza di Gentile, direttore della Normale, ebbe fin dagli inizi del periodo qui considerato, una sensibilità teorica più accentuata rispetto a quella di Firenze, città nella quale, invece, non solo l’eccellenza era riservata prevalentemente (sebbene non esclusivamente) agli studi storici, in particolare a quelli sul Rinascimento, ma verso la metà del secolo, con Eugenio Garin, sarà teorizzata la Filosofia come sapere storico (1959), rivendicando il valore e l’impegno teoretico del lavoro storiografico. Queste due città avranno, così, per tutto il Novecento, atmosfere e stili diversi. Pisa nel dopoguerra diventerà uno dei principali centri di elaborazione del marxismo. Opereranno in questa città studiosi come Delio Cantimori, Cesare Luporini e Nicola Badaloni. “Non è dunque un caso se nel ’68 Pisa sarà uno dei centri più vivi del movimento studentesco, sia sul piano politico sia su quello teorico” (p. 230). Se a Pisa fu Gentile a lasciare l’impronta più duratura, a Firenze fu invece lo storico della filosofia Felice Tocco, che privilegiò metodologicamente sempre l’accuratezza dell’esegesi e l’attenzione ai contesti storici, prima del lavoro interpretativo.

Scendendo verso sud il panorama filosofico si fa meno composito, caratterizzato da una forte chiusura verso la modernità, determinata dall’indiscutibile egemonia idealistica. Da questo punto di vista le vicende di Roma e Napoli, descritte rispettivamente da Paolo Casini e Giuseppe Cantillo, si rivelano emblematiche. Le due città universitarie rappresentarono, infatti, l’alternativa tra le due versioni antagoniste dell’idealismo italiano: quello gentiliano a Roma, quello crociano a Napoli. Roma fu la città che, per ragioni che si intuiscono, subì il condizionamento maggiore da parte del regime durante il ventennio, fatto questo che non facilitò certo la prosperità dei suoi studi, e che nel dopoguerra generò una situazione di grande incertezza. Tra i nomi che più segnarono la storia dell’ateneo vanno ricordati Pantaleo Carabellese, Guido De Ruggiero, Ugo Spirito e Guido Calogero, il più importante tra gli allievi di Gentile.

A Napoli, unica eccezione nel panorama presentato in questo libro, la cultura filosofica non aveva il suo unico centro nell’istituzione universitaria. L’ateneo infatti era uno dei centri filosofici della città. Ciò era dovuto a una caratteristica propria dell’idealismo crociano che dominava la cultura napoletana, e cioè l’idea che la filosofia fosse un momento della cultura in senso più ampio, intesa anche come impegno politico e critico-letterario. Ciò poi aveva il suo suggello nel fatto che Croce, pur dirigendo una rivista e intervenendo autorevolmente nel dibattito filosofico, non era un docente universitario e mantenne sempre una certa diffidenza per “l’universitarismo”. Non è un caso dunque che Napoli avrebbe ospitato successivamente due prestigiosi istituti di cultura ispirati direttamente a Croce. Ciò, naturalmente, non vuol dire che l’Università non ebbe valenti studiosi al suo interno: vanno ricordati Adolfo Omodeo, il grande etnologo Ernesto De Martino, ma soprattutto Antonio Aliotta.

Il quadro storico composto dai diversi scenari conferma nell’insieme quanto i curatori osservano già nell’introduzione. Sia per gli scambi tra le varie città (organizzazione di convegni, passaggi di carriera e, nei tempi più recenti, consorzi di dottorati), sia per l’inesistenza, o comunque il graduale superamento, di chiusure verso orizzonti filosofici alternativi (fattore, quest’ultimo, accentuato dalla comparsa delle filosofie settoriali: filosofia del linguaggio, della scienza, della mente ecc.), non ci si trova mai di fronte a filosofie locali, ma soltanto a momenti della più vasta situazione culturale del paese. Se si eccettua la Milano della Cattolica, nessuna città, nemmeno quelle egemonizzate dall’idealismo, presentano un quadro del tutto omogeneo e definito, senza voci di dissenso o espressioni di interessi discordi. I paesaggi sono sempre più o meno compositi, anche laddove è possibile riconoscere una certa “aria di famiglia” tra gli studiosi. Ancora oggi, sebbene il quadro sia mutato radicalmente, tanto da divenire irriconoscibile, è possibile ritrovare delle sopravvivenze delle storia raccontate in questi saggi. Per questa ragione, il testo andrebbe fortemente consigliato agli studenti di Filosofia, magari proprio a coloro che devono ancora scegliere la sede dei propri studi.

Indice

Introduzione, di Pietro Rossi e Carlo Augusto Viano
1. La filosofia a Torino, di Carlo Augusto Viano
2. La filosofia all’Università Statale e la cultura milanese, di Massimo Ferrari
3. La Facoltà filosofica dell’Università Cattolica, di Mario Sina
4. La filosofia a Padova, di Enrico Berti
5. La filosofia a Genova, di Mirella Pasini e Daniele Rolando
6. La filosofia a Bologna, di Giuseppe Ferrandi
7. La filosofia tra Pisa e Firenze, di Michele Ciliberto
8. La filosofia a Roma, di Paolo Casini
9. La cultura filosofica a Napoli, di Giuseppe Cantillo
Indice dei nomi

I curatori

Pietro Rossi, professore ordinario di Filosofia della Storia nell’Università di Torino, da molti anni è direttore responsabile della “Rivista di filosofia”. È autore della Storia della filosofia, in sei volumi, coordinata con Carlo Augusto Viano.

Carlo Augusto Viano, professore ordinario di Storia della filosofia nell’Università di Torino, è autore di studi fondamentali su Aristotele e Locke. È membro della direzione della “Rivista di filosofia”.